<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 04 Feb 2012 13:03:47 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Popoli Italici: Liguri</title><link>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:09:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7820</guid> <description><![CDATA[Liguri I limiti geografici del territorio dei Liguri non sono facilmente identificabili. Generalmente si considera che nel periodo precedente il dominio etrusco e poi quello romano alcune aree del Piemonte meridionale, la Lombardia e parte dell’Emilia occidentale fossero sotto il controllo ligure. Cartina con la diffusione geografica dei Liguri Fonti Sebbene spesso considerati come un [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-7824" title="guerriero ligure" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Liguri036.jpg" alt="guerriero ligure" width="600" height="891" /></strong></p><h2>Liguri</h2><p>I limiti geografici del territorio dei Liguri non sono facilmente identificabili. Generalmente si considera che nel periodo precedente il dominio etrusco e poi quello romano alcune aree del <strong>Piemonte meridionale</strong>, la <strong>Lombardia</strong> e parte dell’<strong>Emilia</strong> occidentale fossero sotto il controllo ligure.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7825" title="Cartina liguri" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-liguri.jpg" alt="guerriero ligure" width="600" height="335" /><br /> Cartina con la diffusione geografica dei Liguri</em></p><h3>Fonti</h3><p>Sebbene spesso considerati come un popolo marginale nella protostoria italiana i Liguri sono largamente citati dalle fonti storiche e letterarie greche o latine. <strong>Tucidide</strong> li nomina più volte, <strong>Esiodo</strong> invece ce li presenta come abitanti dei confini della terra, quando ovviamente le Grecia era il centro del mondo conosciuto. <strong>Eratostene</strong> chiamava addirittura l’intera penisola italiana e la Spagna <em>Ligustikè</em>, cioè Liguria. <strong>Livio</strong> e <strong>Plinio</strong> invece identificano gli antichi abitanti dell’odierna regione come Laevi e Marici.</p><h3>Lingua</h3><p>Non è facile definire la lingua parlata dai liguri a causa della scarsità delle fonti. I pochi testi giunti fino a noi sembrano scritti in una lingua celtica che utilizza l’alfabeto etrusco: il <strong>leponzio-ligure</strong>. L’alfabeto proviene dall’Etruria settentrionale, mentre la scrittura ha una derivazione dalla zona di Orvieto e di Vulci, nell’area sud del territorio occupato dagli etruschi.</p><h3>Storia</h3><p>Si può parlare di un vero e proprio popolamento del territorio a partire dal <strong>XVI sec a.C.</strong>, quando probabilmente alcuni gruppi di cavalieri si spostarono dall’Europa centro orientale fino alla regione ligure, portando con sé tradizioni fino ad allora sconosciute, come la coltivazione della canapa e dalla segale, l’allevamento del cavallo, l’utilizzo di carri da guerra, l’uso di lunghe spade ed asce da guerra.</p><p>Nel <strong>XIV sec</strong> la colonizzazione del territorio sembrava completata: particolarmente importanti erano le vie d’acqua, che venivano controllate attraverso insediamenti abitativi in prossimità di porti o fiumi. Nacquero i primi centri che nel corso dei secoli si sviluppano: dapprima Chiavari, poi l’importante porto di Genova (V sec) e Ameglia-Cafaggio.</p><p>I liguri lentamente però, a partire al <strong>V sec</strong>, persero il predominio delle vie commerciali, soppiantati dagli Etruschi, che nel <strong>IV sec</strong> assunsero il controllo della costa. Ciò che rimaneva dei Liguri si unì ai Cartaginesi nella guerra contro Roma che vide una serie di duri scontri e un’estenuante guerriglia civile <strong>tra il 200 e il 177 a.C.</strong>, anno in cui i romani insediarono i propri coloni nelle aree sottratte al dominio ligure.</p><h3>Città e abitazioni</h3><p>Per l’età più antica si conosce ben poco degli insediamenti Liguri: si trattava di piccoli villaggi per lo più in altura, spesso terrazzati, situati lungo le vie del transito tra la costa ligure e il Piemonte meridionale.</p><p>Nel VI sec nacque la città di <strong>Chiavari</strong>, la cui parte abitativa ci è poco nota. Sappiamo che era dotata di un porto, ma non presentava le caratteristiche di predominio delle vie di comunicazione nell’entroterra.</p><p>Tra la fine del VI e l’inizio del V sec a.C. gruppi etruschi, con la collaborazione di indigeni liguri, fondarono la città di <strong>Genova</strong>. Inizialmente le abitazioni dovevano essere costituite di capanne realizzate con l’incrocio di alcuni pali; in seguito le capanne di evolsero, con l’uso di muri a secco per le pareti. La stessa tecnica costruttiva fu utilizzata per realizzare i muraglioni difensivi e i terrazzamenti. Nel momento di massima espansione, tra Ve IV sec, Genova doveva occupare una superficie di due ettari e mezzo.</p><p>Dell’insediamento di <strong>Ameglia </strong>sappiamo ben poco; la maggior pare delle notizie ci arriva dalla vastissima necropoli.</p><h3>Arte funeraria e necropoli</h3><p>La <strong>necropoli di Chiavari</strong> è stata utilizzata a partire al 720-750 a.C. Le sepolture erano composte da recinti circolari o rettangolari delimitati da lastre di ardesia, al cui interno si trovava una cassetta, sempre in lastre di ardesia, che conteneva i resti del defunto o dei defunti, in caso di sepolture multiple. Ancora una volta il rito principale è l’<strong>incinerazione</strong>, per cui i resti combusti del caro estinto venivano raccolti in un vaso con un alto collo a forma di imbuto e chiusi da una scodella che fungeva da coperchio. Sono stati ritrovati anche altri vasi, bicchieri e olle di ceramica, come corredo funebre. Parte del corredo erano anche gioielli, nel caso di sepolture femminili, e armi per gli uomini. Gli oggetti di metallo erano invece bruciati sulla pira funebre, per cui sono stati ritrovati solo resti ormai combusti.</p><p><a href="http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html/necropoli-chiavari" rel="attachment wp-att-7830"><img class="alignnone size-full wp-image-7830" title="necropoli-chiavari" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/necropoli-chiavari.jpg" alt="necropoli di Chiavari, " width="600" height="400" /></a><br /> <em>Ricostruzione della necropoli di Chiavari</em></p><p>La <strong>necropoli di Genova</strong> aveva una notevole estensione, che doveva raggiungere i 450 metri quadrati. Le tombe sono dette <strong>a pozzetto</strong>, perché all’interno di una buca stretta e profonda si trovava un piccolo pozzo inferiore in cui era deposta l’urna cineraria, costituita da un cratere, un ampio vaso con forma di derivazione greca. I corredi sono composti da vasellame per il simposio, cioè per il banchetto conviviale, come nella tradizione etrusca.</p><p>Dalla <strong>necropoli di Ameglia</strong> abbiamo altre urne cinerarie deposte in tombe organizzate attraverso muri di recinzione. Le tombe sono tumuli, collinette di terra più o meno estese, ricoperte di pietre. I corredi presentano, ancora una volta, armi per gli uomini e gioielli per le donne.</p><p>Da ricordare le cosiddette stele lunigiane: si tratta di lastre di arenaria rappresentanti e rilievo figure maschili o femminili. Il loro utilizzo non è certo, perché sono sempre state rinvenute lontano dal contesto originario, ma è probabile che facessero parte delle sopolture.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7826" title="Genoa 2005, Mostra sui Liguri, statua stele della Lunigiana" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/statua-stele-lunigiana.jpg" alt="statua-tele della Lunigiana" width="600" height="891" /><br /> Una tipica statua-tele della Lunigiana</em></p><h3>Gioielli</h3><p>Da Chiavari ci giungono numerosi ornamenti, tra cui <strong>orecchini a forma di paniere</strong>, realizzati in oro, con numerose decorazioni incise: volti umani, barchette o addirittura quadrifogli e cerchi concentrici, di derivazione irlandese o britannica. In oltre sono stati trovati numerosi anelli, probabilmente utilizzati come <strong>ferma trecce</strong>, in argento, e <strong>anelli paradita</strong>, realizzati in bronzo.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7827" title="Orecchini aurei chiavari" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Orecchini-aurei-chiavari.jpg" alt="Orecchini in oro da Chiavari" width="500" height="366" /><br /> Orecchini in oro da Chiavari</em></p><h3>Armi</h3><p>Dalle sepolture si può dedurre l’importanza dell’arte della guerra per il popolo ligure: il combattente era sepolto con tutta la sua armatura. Principalmente l’armamento era composto da un <strong>elmo</strong> allungato nella parte alta, a forma di tromba, una <strong>corazza di cuoio</strong> ricoperta da dischi metallici, uno <strong>scudo</strong> con centro in metallo, una corta <strong>spada di ferro</strong> e <strong>tre lance</strong>, che venivano spezzate ritualmente per venire sepolte con il guerriero.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7829" title="Genoa 2005, Mostra sui Liguri, elmo in bronzo, epoca italica" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Elmo-da-tomba-di-Ameglia.jpg" alt="Elmo da una tomba di Ameglia" width="600" height="525" /><br /> Elmo da una tomba di Ameglia</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Popoli italici: Veneti</title><link>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:58:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7812</guid> <description><![CDATA[Una statuetta e una lamina, entrambe in bronzo, provenienti da santuario di Caldevigo, VII sec a.C. con immagini di guerrieri Veneti. I Veneti La regione abitata dall’antico popolo dei Veneti, detti anche Venetici o Paleoveneti, corrisponde grossomodo all’attuale Veneto. In quest’area una popolazione con una grande unità culturale, simile a quella degli Etruschi, si è [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7815" title="Statuetta e lamina ex voto da Caldevigo VII sec" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Statuetta-e-lamina-ex-voto-da-Caldevigo-VII-sec.jpg" alt="Veneti" width="600" height="474" /><br /> <em>Una statuetta e una lamina, entrambe in bronzo, provenienti da santuario di Caldevigo, VII sec a.C. con immagini di guerrieri Veneti.</em></p><h2>I Veneti</h2><p>La regione abitata dall’antico popolo dei Veneti, detti anche Venetici o Paleoveneti, corrisponde grossomodo all’attuale <strong>Veneto</strong>. In quest’area una popolazione con una grande unità culturale, simile a quella degli Etruschi, si è insediata a partire dal XIII sec a.C.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-7814" title="Cartina veneti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-veneti.jpg" alt="Cartina delle aree abitate dai veneti" width="600" height="702" /><br /> <em>Cartina delle aree abitate dai veneti</em></p><h3>Lingua</h3><p>La lingua parlata è fondamentalmente una sola, il <strong>venetico</strong>, che si attesta ad Este, Padova, Vicenza, Adria, nella zona di Belluno e nel Veneto orientale. Si tratta di una lingua indoeuropea, appartenente quindi allo stesso gruppo linguistico di cui fanno parte il latino, il greco, ma anche il sanscrito. Tutte le informazioni sull’antico venetico ci giungono esclusivamente da iscrizioni, scritte in un alfabeto di derivazione etrusca. Da queste iscrizioni, per la maggior parte votive o funerarie, si evidenziano alcuni tratti in comune con il latino, confermando la derivazione indoeuropea.</p><h3>Fonti</h3><p>Dei Veneti ci parlano diversi storici antichi, tra cui <strong>Polibio</strong>, <strong>Erodoto</strong> e <strong>Tito Livio</strong>, che ci informano che, secondo tradizione, questo popolo sarebbe il diretto discendente degli <em><strong>Enetòi</strong></em>, un popolo eroico menzionato nell’Iliade come combattente nella guerra contro la città di Troia. <strong>Sofocle</strong> ci riferisce anche che una volta terminata la guerra i figli degli <em>Enetòi</em> sopravvissuti partirono alla volta delle regioni adriatiche, dove si stabilirono definitivamente, trovando rifugio in una vasta pianura a sud delle Alpi.</p><h3>Storia</h3><p>Il popolamento delle prime aree venete iniziò nel <strong>XIII sec a.C.</strong>, nell’area veronese, con insediamenti di tipo tribale che sopravvissero grazie ad un economia di sussistenza basata su agricoltura e pastorizia. Questi centri proto urbani furono però abbandonati nel corso del <strong>XII sec</strong>, quando alcune condizioni climatiche avverse, forse una forte alluvione, obbligarono gli abitanti a cercare nuovi insediamenti.</p><p>Nell’<strong>XI sec</strong> iniziarono a svilupparsi una serie di importanti centri urbani, come Frattesina, sul ramo settentrionale del Po, e successivamente Este.</p><p>Nel <strong>IX secolo</strong> il grande centro di Frattesina si spopolò a favore di nuovi abitati sull’Adige, sulla linea da Este a Gazzo, che assunse un importante ruolo commerciale. I centri principali erano quindi in pianura, a controllo delle principali vie fluviali che nell’<strong>VIII sec</strong> assunsero una grande importanza commerciale. Il corso dell’Adige divenne così uno delle vie principali e si sviluppò in questo periodo la città di Padova.</p><p>Iniziarono gli scambi con il mondo etrusco, che lentamente fece penetrare in area veneta alcune proprie particolarità culturali e artistiche, che si consolidarono con i frequenti scambi del <strong>VII sec a.C.</strong>.</p><p>A sud di Este nacquero una serie di centri minori che si avvicinano sempre più al grande emporio greco-etrusco di Adria nel <strong>VI sec.</strong> La massima espansione territoriale dei Veneti si attuò tra il <strong>V e il II sec a.C.</strong>, alla quale seguì una lenta disgregazione sociale.</p><p>Non abbiamo traccia di eventi traumatici che portino alla fine di questo popolo; probabilmente gli assi commerciali si spostarono altrove e lentamente iniziò un declino che terminerà inevitabilmente con l’assunzione all’interno del territorio romano, sancita definitivamente nel <strong>89 a.C.</strong> dalla <em>Lex Pompeia</em>.</p><h3>Abitazioni</h3><p>Uno dei maggiori esempi di centro abitato veneto giunto fino a noi è quello di <strong>Frattesina</strong>, vitale tra l’XI e il X sec a.C.. Questo centro urbano intratteneva rapporti commerciali con l’Adriatico (la linea di costa era differente da quella moderna) ed era esteso su una superficie di 30 ettari. Le capanne avevano pavimenti in argilla cotta e pareti di rami e canne, su cui era steso l’intonaco.</p><p>L’abitato di <strong>Este</strong>, invece, nacque intorno al X sec. e mantenne la propria importanza a lungo. Le capanne erano a pianta rettangolare e avevano pavimenti in argilla cotta. I muri erano in legno o canne e all’interno si trovava un focolare rialzato. All’esterno delle abitazioni erano presenti numerose fosse di scarico che servivano per gettare i rifiuti.</p><p>Nel corso dell’VII sec si sviluppò invece l’insediamento di <strong>Padova</strong>, di cui non abbiamo molti dati, se non che all’interno dello spazio urbano erano separate le aree abitative da quelle produttive, quindi supponiamo che la città fosse pianificata con cura già prima di essere costruita.</p><h3>Religione e luoghi di culto</h3><p>I primi santuari o luoghi di culto, che avevano anche lo scopo di controllo del territorio, nacquero intorno all’VIII sec e si svilupparono principalmente nei due secoli successivi. Inizialmente piccoli centri religiosi, che avevano anche la funzione di controllo del territorio cittadino, lentamente questi santuari si ampliano fino a raggiungere dimensioni notevoli. Generalmente tutti i luoghi di culto veneti si trovavano in zone direttamente collegate con l’<strong>acqua</strong>, che aveva un’importante valenza mistica e religiosa.</p><p>Il santuario più importante fu quello ad <strong>Este</strong>, consacrato alla dea <em><strong>Reitia</strong></em>, divinità femminile con poteri sananti, a cui sono stati dedicati numerosissimi <em>ex-voto</em> per richiedere la guarigione di un malato. Gli oggetti dedicati alla dea giunti fino a noi sono moltissimi, e vanno dalle statuette di bronzo ai gioielli di vario tipo, passando per le monete e le fibule.</p><p>Nella zona di <strong>Caldevigo</strong>, nel nord della regione, troviamo una serie di ex-voto che indicano la presenza di un altro santuario che senza dubbio doveva avere una certa rilevanza nella zona, anche se non abbiamo dati archeologici certi in questo senso. A Caldevigo sono state trovate anche moltissime lamine a sbalzo rappresentanti figure di donne, guerrieri e parti anatomiche.</p><p>Lungo le valli alpine, invece, i centri urbani presero come luogo di culto di riferimento il santuario di <strong>Lagole di Calalzo</strong>, dedicato ad una divinità maschile guaritrice, probabilmente assimilata in seguito ad Apollo, dio greco con proprietà taumaturgiche. Dell’edificio principale non rimane traccia: sappiamo però dalle numerose lamine bronzee iscritte che doveva contenere un gran numero di oggetti dedicati al dio dai devoti, giunti qui da tutta la zona orientale della regione.</p><h3>Rito funebre</h3><p>Come in quasi tutta la penisola nel XIII sec a.C. prevaleva la <strong>sepoltura ad incinerazione</strong>: il corpo del defunto veniva bruciato su di una pira funebre e le ceneri e ciò che restava della ossa veniva deposto in un vaso, un’urna funeraria, di forma biconica. Fino al IX sec possiamo dire che la maggior parte delle sepolture avvenne in questo modo, con la deposizione dell’urna in una buca circondata da alcuni oggetti di uso quotidiano, con lo scopo di accompagnare il defunto nell’aldilà.</p><p><img class="alignnone  wp-image-7816" title="Coltelli, rasoio e ascia, VIII sec" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Coltelli-rasoio-e-ascia-VIII-sec.jpg" alt="coltelli, rasoio ed ascia VIII sec Un coltello, un rasoio e un’ascia provenienti da una sepoltura dell’VIII sec" width="600" height="459" /><br /> <em>Un coltello, un rasoio e un’ascia provenienti da una sepoltura dell’VIII sec</em></p><p>Nell’VIII sec, però gli stretti rapporti commerciali con il mondo etrusco fecero sì che anche le sepolture subissero questa influenza e lentamente si raffinarono, come ci testimonia la <strong>necropoli di Este</strong>. Iniziarono in questo periodo le prime differenziazioni sociali riscontrabili nelle necropoli, che ormai si trovavano al di fuori dei centri urbani, vicino a corsi d’acqua: i corredi dei personaggi più importanti divennero sempre più ricchi, accompagnati da oggetti di lusso in ceramica, pasta vitrea, osso, ambra e da raffinati oggetti etruschi importati. Si affermò anche in questo periodo l’uso di deporre oggetti di uso quotidiano spezzati appartenenti al defunto sopra l’urna cineraria.</p><p>Nel secolo successivo si consolidò anche l’uso di deporre le ceneri maschili in ossuari biconici, mentre quelle femminili in situle, cioè vasi in metallo o terracotta a forma di secchio, con la parte bassa rastremata.</p><p>Nel VI sec nella <strong>necropoli di Padova</strong>, benché le sepolture siano rimaste fondamentalmente simili a quelle dei secoli precedenti per l’urna e il corredo, si sviluppò l’utilizzo di lastre rettangolari in pietra, con uno specchio nel centro, deposte sulle tombe, le cosiddette <strong>stele patavine</strong>. Le stele ritrovate presentano spesso iscrizioni in venetico, con incisioni di scene della vita nell’aldilà o semplicemente di vita quotidiana.</p><h3>Arte</h3><p>La principale manifestazione artistica dei Veneti fu la cosiddetta <strong>arte delle situle</strong>, i vasi bronzei a forma di secchio, rastremati sul fondo, generalmente accompagnate da un coperchio,<br /> utilizzate per contenere le ceneri di un defunto. L’arte delle situle però ha origini molto antiche, che le riportano all’Europa centro settentrionale e al vicino Oriente. Molti dei motivi finemente realizzati su questi contenitori sono di origine Mesopotamica, databili quindi al III millennio a.C. Considerata il capolavoro veneto, la situla della <strong>tomba Benvenuti 124</strong>, datata al 600 a.C., è di un tipo tutto nuovo che nasce ad Este in questo periodo, e presenta una grande alternanza di motivi floreali e vegetali e scene di vita quotidiana o di guerra.</p><p><img class="alignnone  wp-image-7817" title="Situla Benvenuti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Situla-Benvenuti.jpg" alt="La celebre situla Benvenuti, datata al 600 a.C." width="600" height="407" /><br /> <em>La celebre situla Benvenuti, datata al 600 a.C.</em></p><p>Altri oggetti molto raffinati, realizzati dagli artigiani paleoventi sono le <strong>placche dei cinturoni</strong> delle armature e <strong>i foderi dei pugnali</strong>, che venivano ornati a sbalzo, ad incisione e con scene figurate.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Italici: l’Italia preromana</title><link>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:45:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7797</guid> <description><![CDATA[Italici, gli abitanti dell’Italia preromana Con il termine Italia preromana generalmente si intende la penisola italiana prima dell’unificazione realizzata dalla conquista romana, che ha uniformato gran parte dei costumi, delle lingue e della cultura. Tutto ciò che veniva prima è stato a lungo sottovalutato dagli studiosi dell’antichità perché considerato in qualche modo minore, dato la [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="none size-medium wp-image-7800" title="foto05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/foto05-300x449.jpg" alt="" width="300" height="449" /></p><h2>Italici, gli abitanti dell’Italia preromana</h2><p>Con il termine <strong>Italia preromana</strong> generalmente si intende <strong>la penisola italiana prima dell’unificazione realizzata dalla conquista romana</strong>, che ha uniformato gran parte dei costumi, delle lingue e della cultura. Tutto ciò che veniva prima è stato a lungo sottovalutato dagli studiosi dell’antichità perché considerato in qualche modo minore, dato la quasi totale assenza di fonti letterarie e la scarsità dei dati archeologici. In realtà l’Italia preromana è composta da un coacervo di popoli che hanno le più diverse culture, tradizioni, lingue e livelli di avanzamento.</p><h3>Suddivisione dei popoli Italici</h3><p><em><img class="none size-full wp-image-7798" title="Cartina Italia preromana.ipg" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-Italia-preromana.ipg_.jpg" alt="Italici" width="600" height="713" /><br /> Carta della penisola con i popoli che la abitavano in epoca preromana</em></p><p>Per farsi un’idea della moltitudine dei popoli possiamo considerare le <strong>undici regio augustee</strong>, cioè gli undici grandi distretti (o regioni) in cui l’imperatore Ottaviano Augusto ha diviso la penisola per motivi amministrativi:</p><ul><li><div>I regio<br /> composta da <em>Latium et Campania</em>, corrispondenti ad una parte più ristretta del Lazio rispetto all’area attuale e buona parte dell’odierna Campania</div></li><li><div>II regio<br /> formata da <em>Apulia, Calabria, Salentini et Hirpini</em>, cioè dalla Puglia, compreso il Salento, dalla zona nord della Calabria e dall’area appenninica campana</div></li><li><div>III regio<br /> comprendeva i territori di <em>Lucania et Brutii</em>, cioè Basilicata e punta estrema della Calabria</div></li><li><div>IV regio<br /> comprendeva <em>Sabini et Samnium</em>, cioè l’area del Lazio verso l’Appennino e una parte di Abruzzo e Molise</div></li><li><div>V regio<br /> l’area del <em>Picenum</em>, all’incirca corrispondente con le odierne Marche</div></li><li><div>VI regio<br /> <em>Umbria</em>, è pressoché identica alla regione attuale</div></li><li><div>VII regio<br /> <em>Etruria, </em>una vasta area che comprende una parte nord del Lazio, la Toscana e parte dell’Emilia</div></li><li><div>VIII regio<br /> <em>Aemilia, </em>la cosiddetta Gallia Cispadana, prima del corso del Po</div></li><li><div>IX regio<br /> <em>Liguria, </em>comprende il territorio attuale della regione e la parte più sud del Piemonte</div></li><li><div>XI regio<br /> <em>Venetia et Histria, </em>corrisponde a tutto il nord est della penisola italiana</div></li><li><div>XI regio<br /> <em>Transpadana</em>, cioè la Gallia al di là del fiume Po, comprendente Lombardia e gran parte del Piemonte.</div></li></ul><p>Dobbiamo però considerare che all’interno di ognuna di queste regioni esistevano più popoli e più culture che spesso finivano per fondersi o influenzarsi a vicenda.</p><p>Senza dubbio il popolo più numeroso che i greci incontrarono giungendo sulle coste italiane per la fondazione di colonie sono i cosiddetti <strong>Italici</strong>, cioè un cospicuo numero di popolazioni che abitavano le vallate della catena appeninica dall’Umbria alla Lucania. Questi Italici, una volta entrati in contatto con i più evoluti popoli greci, iniziarono a disperdersi e lentamente ad assimilarsi con una componente indigena non ben definita già presente nella penisola.</p><h3>Origini degli Italici</h3><p>Per quanto riguarda le origini dei vari popoli non è facile stabilire un processo di formazione e di sviluppo di ogni area geografica. Gli antichi credevano che un evento ben puntualizzato nella storia, ad opera di un <strong>mitico fondatore</strong>, potesse essere l’unica origine possibile di un popolo, secondo uno schema che si ripete molto spesso: un <strong>eroe straniero</strong>, solo o accompagnato dai suoi guerrieri, giunge in un territorio e dapprima lotta con le tribù indigene, per poi finire con lo sposare la figlia del capo ed ereditare il dominio o fondare una nuova città. È il caso di Diomede in Puglia e di Enea in Lazio.</p><p>In realtà non è chiaro se i popoli italici siano autoctoni, quindi originari della regione che occupano, o siano arrivati a seguito di imponenti migrazioni, probabilmente dal <strong>centro Europa</strong>. Le ipotesi più plausibili, però, tendono a considerare il loro processo di formazione come dovuto ad una molteplicità di fattori, dalle migrazioni interne agli scambi commerciali, per arrivare ad assorbimenti di elementi stranieri.</p><p><strong>Plinio il Vecchio</strong>, nella sua <em>Naturalis Historia</em>, narra come avvenisse la nascita di nuove popolazioni. In occasione di carestie e calamità gli Italici consacrarono <strong>i primi nati</strong> agli dei. Una volta raggiunta l’età adulta questi giovani avrebbero lasciato la comunità per cercare nuove terre sotto la protezione di un <strong>animale totem</strong>, che avrebbe poi dato il nome al popolo che sarebbe nato. Come esempi basti pensare ai Lucani e agli Irpini, connessi al lupo (<em>lukos</em> in greco e <em>hirpus</em> in latino), o ai Piceni (<em>picus</em> significa picchio in latino).</p><h3>Il problema della lingua degli Italici</h3><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html/cartina-lingue-italiche" rel="attachment wp-att-7799"><img class="none size-full wp-image-7799" title="Cartina lingue italiche" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-lingue-italiche.jpg" alt="lingue parlate dai popoli preromani" width="600" height="700" /></a><br /> Carta delle lingue parlate dai popoli preromani</em></p><p>Gli <strong>Italici</strong> parlavano una lingua che, al di là delle differenze dovute alle contaminazioni e alla dispersione, era a tutti gli effetti <strong>indoeuropea</strong>, cioè presentava elementi comuni a molte altre lingue (come l’iranico, il sanscrito, il greco, il latino e le lingue germaniche) definite indoeuropee. L’origine di queste lingue era un territorio che si estendeva <strong>tra il Reno e il Mar Nero</strong>.</p><p>Durante <strong>l’età del Bronzo </strong>(I millennio a.C.) a seguito di numerose migrazioni da est ad ovest, in Italia si affermò un ramo particolare dell’indoeuropeo, definito appunto <strong>italico</strong>, che si suddivide in:</p><ul><li><div>venetico</div></li><li><div>falisco</div></li><li><div>sabino</div></li><li><div>umbro</div></li><li><div>osco</div></li><li><div>sud piceno</div></li></ul><p>e che con molte differenze era parlato inizialmente nell’area nord est della penisola e lungo la dorsale appenninica, ma che poi si è diffuso nei territori circostanti.</p><p>Vanno considerate lingue non indoeuropee l’<strong>etrusco</strong> e il <strong>sicano</strong>, parlato nell’agrigentino, anche se è necessario tener conto che di numerose lingue parlate nella penisola non abbiamo quasi nessuna testimonianza diretta e quindi non è possibile un confronto con le lingue indoeuropee.</p><h3>I popoli Italici</h3><ul><li><a title="Veneti" href="http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html" target="_blank">Veneti</a></li><li><a title="Liguri" href="http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html" target="_blank">Liguri</a></li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Medioevo: le spezie</title><link>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:31:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7790</guid> <description><![CDATA[Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario Poche cose, nel Medioevo, hanno riscosso tanta fortuna come le spezie. I loro colori, i loro profumi e i loro intensi sapori, hanno stimolato nell’immaginario medievale immagini di sacro e di profano, di terre lontane e di misteri, immagini capaci di far compiere all’uomo una delle più [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7791" title="bottega-spezie-medioevo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/bottega-spezie-medioevo.jpg" alt="Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario" width="500" height="551" /></p><h2>Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario</h2><p>Poche cose, nel Medioevo, hanno riscosso tanta fortuna come le spezie. I loro colori, i loro profumi e i loro intensi sapori, hanno stimolato nell’immaginario medievale immagini di sacro e di profano, di terre lontane e di misteri, immagini capaci di far compiere all’uomo una delle più grandiose spedizioni della storia, quella della ricerca della “Via per le Indie”.</p><p>Il concetto di spezie nel Medioevo è assolutamente lontano da quello che abbiamo oggi; queste non erano solo un aroma utilizzato strettamente nell’alimentazione ma molto di più. L’uso delle spezie aveva una vastissima applicazione che andava dal campo farmaceutico a quello alimentare passando da quello sacro-rituale e simbolico, non tralasciando quello sociale. Inoltre, non erano compresi in questa definizione solo sostanze vegetali quali semi, bacche, foglie e cortecce, come accade oggi, ma anche animali e minerali.</p><p>Queste erano le spezie nel Medioevo: qualcosa di profumato, raro e costoso, terapeutico e miracoloso, sacro e immorale, proveniente da terre avvolte nella leggenda conosciute con il generico nome di Indie. Ma perché le spezie erano così preziose per l’uomo medievale?</p><h3>I lunghi viaggi dei mercanti di spezie</h3><p>Innanzitutto per una questione di costi: il <strong>commercio delle spezie</strong> avveniva in modo indiretto. Gli occidentali non raggiungevano i luoghi di produzione delle spezie per acquistarle, ma si recavano ai grandi mercati del Medio Oriente, i cui mercanti facevano da mediatori tra produttori e consumatori.</p><p>Questo ovviamente portava ad un aumento dei costi di vendita, esaltato, inoltre, dai lunghi viaggi affrontati da entrambe le parti, viaggi spesso conditi da fantastiche leggende legate ai luoghi di crescita e ai metodi di raccolta delle diverse spezie, pericolosi per la stessa vita dei mercanti e popolati di animali e personaggi fantastici. Una curiosa leggenda riguarda ad esempio la raccolta del pepe, una delle spezie più apprezzate.</p><p>Secondo i racconti dei mercanti medio orientali, esisteva un’isola nelle Indie, completamente ricoperta da foreste di pepe e popolata da mostruosi serpenti, che avevano il potere di tramutare in pietra gli esseri umani solo con il loro sguardo. Al mercante restava, quindi, di incendiare completamente le foreste per mettere in fuga questi strani e pericolosi esseri, ma facendo ciò, si sarebbero distrutti ettari ed ettari di foresta, rendendo difficile l’approvvigionamento di pepe nel futuro. Prova di questa impresa, era lo stesso aspetto del pepe: nero e rugoso per via del fuoco. Ed è così che, condizioni ardue, difficoltà di approvvigionamento e mistero, rendevano questo prodotto così prezioso e desiderato.</p><h3>Spezie, simbolo di nobiltà</h3><p>Proprio per gli alti costi, le <strong>spezie</strong> ben presto divennero un simbolo di status nella società medievale e coloro che potevano permettersi di acquistarle non rinunciavano ad ostentare in modo smisurato le loro capacità economiche, soprattutto durante i banchetti.</p><p>Si poteva assistere, così, a portate coloratissime e profumatissime, dove le spezie, in abbondanza, quasi del tutto coprivano l’aspetto e il sapore originario dei cibi. Si diffuse una moda che prevedeva di servire piatti caratterizzati di colori caldi nelle stagioni invernali, con colori freddi nei mesi estivi. Principe dell’inverno, per cui, era lo zafferano, che, con il suo colore dorato, conferiva un sapore di regalità ai piatti dei nobili, a differenza del coriandolo, con il suo colore e sapore fresco, che caratterizzava le fantasiose ricette estive.</p><p>Il concetto dello stupore e dell’importanza estetica delle portate a scapito del gusto, scomparirà completamente nel Rinascimento , fino ad oggi in cui del tutto estraneo, diventando l’uomo così attento ad esaltare, con erbe e spezie,il sapore naturale dei cibi nella cucina.</p><h3>Spezie e medicina medievale: la teoria dell’equilibrio di Galeno</h3><p>Ma la cucina e le sue ricette non mescolavano casualmente gli alimenti. Con una precisione farmaceutica, vi era l’attenzione ad accostare tra loro le sostanze che rispondevano a determinate proprietà, seguendo fedelmente la teoria degli umori di Galeno. Secondo questa teoria, l’uomo era costituito da quattro umori fondamentali, che rispondevano esattamente all’ordine dei quattro elementi dell’universo.</p><p>Questi umori erano: il sangue, corrispondente all’aria, che aveva le caratteristiche del caldo e umido; la bile gialla, corrispondente al fuoco, con le caratteristiche del caldo e secco; la bile nera, corrispondente alla terra, con le caratteristiche del freddo e secco; la flemma, corrispondente all’acqua, con le caratteristiche del freddo e umido. Ogni individuo aveva un personale equilibrio di umori che ne determinava la personalità, il “temperamento”.</p><p>L’equilibrio di questi umori determinava la buona salute della persona, ed è qui che entrano in gioco le spezie. Queste, avendo la caratteristica del caldo e secco, tendevano a “neutralizzare” cibi troppo freddi, o troppo umidi, che avrebbero “ristagnato” e “putrefatto” all’interno del corpo, diventando causa di malesseri e avvelenamenti. Nel medioevo, infatti, l’ igiene “interna” al corpo era fondamentale nell’ educazione alimentale. A questo scopo, le spezie venivano servite nelle diverse portate, da sole a fine pasto, caramellate, sotto forma di confetti, nelle bevande. Famosissimo, a questo punto il cosiddetto Vino di Ippocrasso o Vin concio: vino rosso o bianco, aromatizzato con miele e spezie.</p><h3>Spezie e senso del sacro</h3><p>La <strong>capacità terapeutica delle spezie</strong> era dovuta però, non solo a questioni farmaceutiche, ma aveva in sé anche qualcosa di miracoloso. Questo qualcosa era legato principalmente all’idea di India che era radicata nell’immaginario medievale, una India indefinita geograficamente, sconosciuta, popolata di esseri mostruosi e meravigliosi e soprattutto terra in cui sorgeva (o si identificava) il Paradiso Terrestre. Un’antica descrizione dell’Oceano Indiano, ce lo presenta così:</p><blockquote><p>“mare delle isole indiane dove si trovano le spezie. In questo mare navigano navi di molte nazioni. Qui si trovano anche tre tipi di pesce chiamati Sarenas, dei quali uno è metà donna metà esce e l’altro è metà donna e metà uccello.”(1)</p></blockquote><p>Lo stesso profumo che emanavano le spezie richiamava alla mente il senso del sacro: profumata era l’aria che si respirava nel paradiso secondo alcune fonti, profumate erano le reliquie dei santi, spezie ed erbe profumate venivano bruciate o offerte alle divinità come omaggio, profumi intensi si avvertivano quando il sacro si manifestava all’uomo, immagini, queste, che sono continuate nei secoli, fino ad arrivare a noi.</p><h3>I monaci: spezie e immoralità</h3><p>Contrapposto al senso del sacro e del miracoloso, però, vi era il lato oscuro delle <strong>spezie</strong>, simbolo del piacere dell’effimero, dell’ingordigia, dell’ostentazione. Severamente vietato era il consumo delle spezie agli uomini di Dio, soprattutto ai monaci, che, però, come ci raccontano le fonti, non di rado si concedevano a vini speziati e banchetti opulenti.</p><p>Nel monastero di Cluny, come ci racconta San Bernardo nella sua “Apologia” l’appetito veniva stimolato dalle ricche e variegate portate e dalle sostanze piccanti, che accendevano la voracità e non solo:</p><blockquote><p>“Veniva servita una portata dopo l’altra e, in luogo di un unico, grande piatto di carne, dalla quale ci si astiene, ci sono due grandi portate di pesce. E quando tu sei sazio della prima, se tocchi la seconda, ti parrà di non aver ancora assaggiato pesce. La ragione è che sono preparate con tale cura e maestria da cuochi che, divorate quattro o cinque portate, la prima non chiude l’accesso all’ultima e la sazietà non lo chiude all’appetito. Perché il palato,sin tanto che venga stimolato da nuovi condimenti, gradualmente perde attrazione per ciò che è familiare e viene ricondotto pieno di brama nel suo desiderio delle spezie straniere.”(2)</p></blockquote><p>San Bernardo denuncia non solo, dunque, le proprietà stimolanti di alcune spezie, che permettevano di mangiare a dismisura anche al di fuori della capacità del proprio stomaco, ma anche le proprietà afrodisiache di certe spezie come lo zenzero e il pepe, certamente non consone a uomini che avrebbero dovuto dedicare la loro vita all’astinenza e alla povertà.</p><h3>Note</h3><ul><li>(1) L’atlas Català de Cresques Abraham, Barcellona, 1975</li><li>(2) Bernardo di Chiaravalle, Apologia ad Guillelum Abbatum, in S.Bernardi Opera, III, Roma, 1963.</li></ul><h3>Per approfondire il ruolo delle spezie nel medioevo</h3><ul><li><a href="http://www.archeoguida.it/007661_curarsi-nel-medioevo-spezie-ed-erbe-officinali.html">Curarsi nel medioevo: spezie ed erbe officinali</a></li><li>P. Freedman 2009, Il gusto delle Spezie nel Medioevo.</li><li>K. John 2007, La Via delle Spezie.</li><li>T. Jack 2006, Spezie. Storia di una tentazione.</li><li>S. Francesco 2009, La via delle spezie. La carreira da India portoghese e la Cina.</li><li>S. Wolfgang 1999, Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Timo</title><link>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:22:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7718</guid> <description><![CDATA[Timo Thymus vulgaris È’ una pianta cespugliosa tipica dell’area mediterranea che ama l’esposizione in pieno sole. Di essa si utilizzano le foglie e le sommità fiorite, che vengono essiccate all’ombra, in ambiente ventilato, in modo tale da conservarne l’aroma. In antichità il Timo veniva utilizzato per favorire la guarigione di eruzioni cutanee di varia natura [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7765" title="timo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/timo.jpg" alt="timo" width="450" height="550" /></p><h2>Timo</h2><p><em>Thymus vulgaris</em></p><p>È’ una pianta cespugliosa tipica dell’area mediterranea che ama l’esposizione in pieno sole. Di essa si utilizzano le foglie e le sommità fiorite, che vengono essiccate all’ombra, in ambiente ventilato, in modo tale da conservarne l’aroma. In antichità il Timo veniva utilizzato per favorire la guarigione di eruzioni cutanee di varia natura compresa l’acne. In genere non veniva mai consumato crudo, ma solo come condimento all’interno di zuppe di farro o piatti a base di carne o verdure.</p><p>Curare gli eczemi era necessario in quanto si credeva che, esplodendo all’interno, avrebbero provocato disturbi generali più gravi. Oggi il timo è considerato ancora un ottimo detergente: l’infuso di timo è un toccasana per risciacquare la pelle in presenza di acne. Il timo viene analogamente apprezzato per le sue proprietà digestive e soprattutto curative per l’apparato respiratorio.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Zenzero</title><link>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:21:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7756</guid> <description><![CDATA[Zenzero Zingiber officinale È una pianta erbacea perenne originaria dell’ Asia centrale di cui si utilizza la radice, un tubero simile alla patata. La raccolta della radice si effettua in gennaio, quando questa è al massimo dello sviluppo, avendo esaurito la fase della vegetazione. Una volta raccolto, si può utilizzare fresco, essiccato e sott’aceto. Nel [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7761" title="zenzero" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/zenzero.jpg" alt="Zenzero" width="450" height="578" /></p><h2>Zenzero</h2><p><em>Zingiber officinale</em></p><p>È una pianta erbacea perenne originaria dell’ Asia centrale di cui si utilizza la radice, un tubero simile alla patata. La raccolta della radice si effettua in gennaio, quando questa è al massimo dello sviluppo, avendo esaurito la fase della vegetazione.</p><p>Una volta raccolto, si può utilizzare fresco, essiccato e sott’aceto. Nel medioevo, Ildegarda consigliava lo zenzero contro i dolori alle gambe, ai piedi, infine per i reumatismi e la gotta: il modo migliore per assumerlo era quello di confezionare una mistura di zenzero, dragoncello e pepe, da prendere più volte al giorno prima dei pasti principali, accompagnando il tutto con del liquore di miele e prezzemolo.</p><p>Inoltre, il potere dello zenzero era utile anche in caso di stipsi: ottimi rimedi erano certamente rappresentati dai biscotti allo zenzero, che, oltre a essere lassativi, contribuivano a portare aventi una dieta alimentare corretta. Oggi allo zenzero sono state riconosciute proprietà eccellenti per la cura dell’apparato digestivo: favorisce la secrezione enzimatica, riequilibra la flora batterica intestinale e, infine, pare essere anche un blando afrodisiaco, come ci ricorda la Scuola Salernitana.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Zafferano</title><link>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:20:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7755</guid> <description><![CDATA[Zafferano Crocus sativus È’ una spezia molto pregiata che si ottiene da una pianta erbacea perenne proveniente dall&#8217;Asia minore e dall&#8217;Europa orientale: il croco. La polvere di zafferano viene ricavata dagli stimmi dei fiori del croco, attraverso una operazione lunga e delicatissima. I fiori venivano raccolti alle prime luci dell’alba, prima che il si schiudessero completamente [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7759" title="zafferano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/zafferano.jpg" alt="Zafferano" width="450" height="578" /></p><h2>Zafferano</h2><p><em>Crocus sativus</em></p><p>È’ una spezia molto pregiata che si ottiene da una pianta erbacea perenne proveniente dall&#8217;Asia minore e dall&#8217;Europa orientale: il croco. La polvere di zafferano viene ricavata dagli stimmi dei fiori del croco, attraverso una operazione lunga e delicatissima. I fiori venivano raccolti alle prime luci dell’alba, prima che il si schiudessero completamente e potessero rovinare gli stimmi Se pensiamo che a partire da circa 100.000 fiori di croco si ottiene un solo un kg di questa spezia, capiamo bene il perché un campo coltivato a croco potesse valere, in passato, molto di più di una miniera di argento. Il suo nome deriva dall’arabo “za’faran” che significa “giallo”.</p><p>Grazie alla proprietà di donare questo colore alle pietanze, divenne uno degli ingredienti fondamentali della cucina invernale medievale, secondo una moda che si diffuse dai paesi arabi, quella, appunto, di donare colori caldi ai piatti invernali e colori freddi a quelli estivi. In campo medico, invece, lo scrittore Pier de Crescenzi, ci parla delle proprietà sedative dello zafferano insieme a quelle corroboranti, tanto da consigliarlo contro gli svenimenti e la debolezza.</p><p>Un ulteriore consiglio fornitoci dallo scrittore è quello di mischiare dello zafferano con tuorlo d&#8217;uovo e rose, formando un impacco da applicare sugli occhi arrossati, per alleviarne il fastidio. La scuola salernitana, infine, suggerisce l’uso dello zafferano per “confortare i membri”, alleviare la stanchezza i problemi del fegato. Oggi lo zafferano viene utilizzato nella preparazione di potenti antidolorifici come il laudano; è consigliato per le difficoltà digestive e il ciclo mestruale irregolare, nonché per la preparazione di bevande toniche e stimolanti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Salvia</title><link>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:14:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7745</guid> <description><![CDATA[Salvia Salvia officinalis È’ una pianta erbacea a base legnosa originaria del Mediterraneo che cresce nei luoghi aridi e calcarei, non troppo soleggiati. Si utilizzano le foglie e le sommità fiorite che vengono poi essiccate lentamente, per mantenerne intatto il profumo. La parola salvia deriva dal latino “salvus” che significa sano, salvo. Difatti la salvia [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7751" title="salvia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/salvia.jpg" alt="Salvia" width="450" height="541" /></p><h2>Salvia</h2><p><em>Salvia officinalis</em></p><p>È’ una pianta erbacea a base legnosa originaria del Mediterraneo che cresce nei luoghi aridi e calcarei, non troppo soleggiati. Si utilizzano le foglie e le sommità fiorite che vengono poi essiccate lentamente, per mantenerne intatto il profumo. La parola salvia deriva dal latino “salvus” che significa sano, salvo. Difatti la salvia veniva considerata un rimedio universale: “perché mai dovrebbe morire un uomo nel cui giardino cresce la salvia?” recita il poemetto che riassume la regola della Scuola Salernitana.</p><p>Tutti gli orti medievali che si rispettino dovevano avere della salvia, che, oltre che apprezzatissima come ingrediente culinario, era altrettanto utile per“confortare i nervi”, togliere “il tremore dalle mani”, scacciar via la febbre e rinvigorire la salute. Carlo Magno, nel capitolare “De Villis” si preoccupa di specificare, infatti, che ogni orto abbia della salvia. Anche la salvia, come il prezzemolo e la ruta, era una pianta legata al mondo femminile, e come queste piante, poteva risultare tanto benefica quanto fatale.</p><p>Utilizzata dalle donne per provocare e regolarizzare il ciclo mestruale, assunta in grosse quantità avrebbe provocato l’aborto, espellendo il feto prematuramente. Le donne utilizzavano la salvia anche per tingere i capelli: pare che applicata sulla chioma ed esposta questa al sole, ne avrebbe scurito il naturale colore.</p><p>Ildegarda riteneva la salvia capace di modificare l’umore di chi la assumeva:</p><blockquote><p>“ Chi è collerico prenda la rosa e un po’ meno di salvia, le triti in polvere e quando si accorge di diventare collerico si metta questa polvere sotto il naso e la si annusi, perché la salvia consola e la rosa rallegra”</p></blockquote><p>La salvia era anch’essa, con le altre erbe legate al mondo femminile, legata anche al mondo magico e in particolare ai rituali praticati la Notte di San Giovanni. Nel voler propiziare il solstizio d’estate e l’inizio della nuova stagione, la rinascita della vita, foglie di salvia venivano sparse sul terreno e lasciate li tutta la notte. Il giorno seguente, ne si interpretavano gli auspici: la forma assunta dalle varie forme aiutava nella predizione degli eventi futuri. Oggi la salvia è apprezzata molto per le sue proprietà toniche, stimolanti e digestive. Balsamica per l’apparato respiratorio, utile per calmare la tosse e alleviare gli attacchi di asma.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Ruta</title><link>http://www.archeoguida.it/007744_curarsi-nel-medioevo-ruta.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007744_curarsi-nel-medioevo-ruta.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:13:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7744</guid> <description><![CDATA[Ruta Ruta graveolens È una pianta erbacea perenne dall’aspetto cespuglioso. Cresce in genere nelle zone molto assolate, anche se non manca a mezz’ombra. Ne vengono utilizzate le foglie, i petali e i semi. La ruta, a causa del suo odore pungente, veniva considerata in antichità una pianta protettiva: amuleto fondamentale contro streghe e spiriti maligni [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7748" title="ruta" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/ruta.jpg" alt="Ruta" width="450" height="558" /></p><h2>Ruta</h2><p><em>Ruta graveolens</em></p><p>È una pianta erbacea perenne dall’aspetto cespuglioso. Cresce in genere nelle zone molto assolate, anche se non manca a mezz’ombra. Ne vengono utilizzate le foglie, i petali e i semi. La ruta, a causa del suo odore pungente, veniva considerata in antichità una pianta protettiva: amuleto fondamentale contro streghe e spiriti maligni nonché erba benedetta per eccellenza nella notte di San Giovanni. La ruta era anche ritenuta una delle piante cosiddetti “femminili” come la menta e il prezzemolo, in quanto aiutavano le donne nella regolarizzazione del ciclo mestruale.</p><p>Le proprietà che le venivano riconosciute erano quelle di eliminare i gonfiori all’utero, provocare il ciclo e facilitare il parto, ma anche di provocare l’aborto, causando la fuoriuscita del feto. La ruta poteva altresì aiutare una donna durante il periodo mestruale affievolendo i dolori e i sintomi che spesso lo accompagnavano: Ildegarda suggerisce foglie di ruta fresche come ottimo rimedio contro i dolori addominali, ma anche gli sbalzi di umore e i sudori improvvisi tipici del climaterio. Un altro metodo con cui utilizzare la ruta era sotto forma di pomata: olio di rose e grasso animale venivano mescolati insieme a pura di foglie di ruta, formando un unguento corposo.</p><p>Questo veniva utilizzato per massaggiare i reni in caso di insufficienza renale: il massaggio avrebbe stimolato il surrene a produrre gli ormoni necessari a regolarizzare la pressione. Oggi la ruta viene apprezzata per le sue proprietà antispasmodiche e digestive ma le sue applicazioni vengono severamente controllate a causa della sua tossicità. Può essere molto utile, inoltre, come rimedio casalingo contro gli insetti, a causa del suo odore pungente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007744_curarsi-nel-medioevo-ruta.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Rosmarino</title><link>http://www.archeoguida.it/007743_curarsi-nel-medioevo-rosmarino.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007743_curarsi-nel-medioevo-rosmarino.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:11:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7743</guid> <description><![CDATA[Rosmarino Rosmarinus officinalis È un arbusto sempreverde che cresce allo stato spontaneo in tutto il Mediterraneo, di cui si utilizzano le foglioline e i fiori. Questi si colgono dai rami che non sono ancora lignificati, in primavera. I rametti, invece, si possono raccogliere tutto l’anno, si lasciano essiccare all’ombra e si conservano in recipienti di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7746" title="rosmarino" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/rosmarino.jpg" alt="Rosmarino" width="450" height="559" /></p><h2>Rosmarino</h2><p><em>Rosmarinus officinalis</em></p><p>È un arbusto sempreverde che cresce allo stato spontaneo in tutto il Mediterraneo, di cui si utilizzano le foglioline e i fiori. Questi si colgono dai rami che non sono ancora lignificati, in primavera. I rametti, invece, si possono raccogliere tutto l’anno, si lasciano essiccare all’ombra e si conservano in recipienti di vetro o ceramica. Nel Medioevo la scuola Salernitana ricordava il rosmarino come un ottimo rimedio per attenuare il mal di stomaco, ma questo era anche molto apprezzato come elisir di giovinezza: la regina Isabella di Ungheria, vissuta nel XIV secolo, soleva fare lavaggi quotidianamente con un distillato di fiori di rosmarino, non solo per sconfiggere la gotta, ma anche per acquisire una seconda giovinezza.</p><p>Insieme alla salvia, alla ruta, alla menta, anche il rosmarino faceva parte delle erbe utilizzate per l’ acqua di S. Giovanni: secondo la tradizione, queste erbe venivano poste in una bacinella piena di acqua la notte di S. Giovanni e venivano esposte alla luna. La rugiada si mescolava all’acqua trasmettendo le proprietà di quella magica notte alle erbe che vi erano immerse. Un rametto di rosmarino si era era soliti esporre dietro porte e finestre per proteggere la propria casa da streghe e spiriti maligni. Il suo legno era inoltre considerato molto potente: vi si intagliavano talismani, cucchiai speciali che proteggevano dall’avvelenamento e addirittura pettini contro la calvizie. Il rosmarino veniva considerato una pianta sacra: nell’antica Roma si usava bruciarlo presso i templi o vi si ornavano le statue dei Lari, le divinità familiari, mentre, ancora oggi, tappeti di rosmarino si adagiano per le vie della Spagna al passare delle statue di Madonne e Santi, durante le feste religiose.</p><p>I fedeli si apprestano a raccoglierne in quantità, portandone la benedizione all’interno delle loro case. Era una pianta che simboleggiava anche l’amore eterno: nel medioevo un rametto di rosmarino non poteva mai mancare nei bouquet di nozze o all’occhiello dello sposo. Oggi l’infuso di rosmarino viene considerato un ottimo digestivo, ha proprietà diuretiche e calmanti per la tosse. L’olio essenziale di rosmarino inoltre viene utilizzato per alleviare dolori articolari, contusioni, dolori muscolari e reumatismi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007743_curarsi-nel-medioevo-rosmarino.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Prezzemolo</title><link>http://www.archeoguida.it/007734_curarsi-nel-medioevo-prezzemolo.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007734_curarsi-nel-medioevo-prezzemolo.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:06:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7734</guid> <description><![CDATA[Prezzemolo Petroselium hortense Il prezzemolo fa parte della famiglia delle ombrellifere, è originario della Sardegna e conosciuto da tempi antichissimi. Le parti utilizzate di questa pianta sono le foglie, la radice, i fiori e i frutti. Il prezzemolo nel medioevo aveva una grandissima valenza officinale pur essendo fortemente tossico: bisognava assumerlo con attenzione in quanto [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7740" title="pianta_prezzemolo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/pianta_prezzemolo.jpg" alt="Prezzemolo" width="450" height="645" /></p><h2>Prezzemolo</h2><p><em>Petroselium hortense</em></p><p>Il prezzemolo fa parte della famiglia delle ombrellifere, è originario della Sardegna e conosciuto da tempi antichissimi. Le parti utilizzate di questa pianta sono le foglie, la radice, i fiori e i frutti. Il prezzemolo nel medioevo aveva una grandissima valenza officinale pur essendo fortemente tossico: bisognava assumerlo con attenzione in quanto avrebbe potuto addirittura causare la morte di chi lo utilizzava. L’agronomo duecentesco Pier de Crescenzi, oltre a ricordare le proprietà diuretiche della pianta, poneva l’attenzione sulla capacità del prezzemolo di poter provocare il mestruo, come anche, in dosi eccessive, la fuoriuscita della placenta e del feto.</p><p>L’aborto veniva causato dagli spasmi violenti della muscolatura uterina procurati dal veleno. Ancora nel secolo scorso, ma probabilmente anche oggi, molte donne hanno utilizzato rimedio per porre fine a gravidanze indesiderate, mettendo a rischio, insieme alla vita del feto, anche la loro esistenza. Nel suo trattato di botanica, Ildegarda lo considerava la base di un rimedio universale, il cosiddetto “vino di prezzemolo”, una bevanda composta da miele, aceto, vino e prezzemolo bolliti assieme utilizzati spesso per accompagnare misture o pillole. Si credeva, infatti, che la bevanda potenziasse le proprietà dei farmaci ingeriti e per questo velocizzasse la guarigione. Lo stesso accadeva per tutte le altre tinture vinose o con lo stesso vino. Il prezzemolo era famoso anche per il suo valore “magico” e simbolico: nel mondo classico, greci e romani usavano scolpirlo sulle lastre tombali come quanto simbolo dell’Aldilà.</p><p>Il legame del prezzemolo con la morte e la vita ultraterrena continua nel mondo medievale: nella notte di S. Giovanni il prezzemolo era utilizzato come erba divinatoria per conoscere la sorte dei defunti. I rametti venivano bruciati nel camino del defunto di cui si voleva conoscere la destinazione ultraterrena e, se sviluppavano fumo bianco, l’anima era giunta in paradiso, al contrario se il fumo era grigio o nero, l’anima si trovava in purgatorio o all’inferno.</p><p>Le proprietà “magiche” del prezzemolo non si esauriscono soltanto nell’ambito della divinazione, difatti, questa pianta, insieme alla mandragora, al giusquiamio e alla belladonna, era considerata un ingrediente indispensabile per preparare un unguento capace di provocare il “volo magico”: si mescolavano le tre piante con grasso animale e fuliggine e una volta cosparso sul corpo, era capace di provocare vertigini e allucinazioni, che davano, a chi le assumeva, sensazione di volare. Oggi i preparati a base di prezzemolo, compresi gli unguenti, sono da assumere sotto stretta prescrizione medica poiché potenzialmente letali. Tra le sue proprietà, il prezzemolo viene oggi apprezzato per quelle diuretiche e depurative. È infatti indicato per la gotta, i reumatismi, gli edemi e le ritenzioni urinarie.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007734_curarsi-nel-medioevo-prezzemolo.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Pepe</title><link>http://www.archeoguida.it/007733_curarsi-nel-medioevo-pepe.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007733_curarsi-nel-medioevo-pepe.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:04:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7733</guid> <description><![CDATA[Pepe Piper nigrum E’ una pianta rampicante, perenne e sempreverde originaria delle regioni tropicali asiatiche. Del pepe si usano le bacche, che si colgono quando sono un bel colore rosso, segno di maturazione. Vengono infine essiccate al sole, dove prendono il caratteristico aspetto nero rugoso e il pungente e aromatico profumo speziato. In antico il [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7738" title="pianta pepe" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/pianta-pepe.jpg" alt="Pepe " width="450" height="533" /></p><p>Pepe</p><p><em>Piper nigrum</em></p><p>E’ una pianta rampicante, perenne e sempreverde originaria delle regioni tropicali asiatiche. Del pepe si usano le bacche, che si colgono quando sono un bel colore rosso, segno di maturazione. Vengono infine essiccate al sole, dove prendono il caratteristico aspetto nero rugoso e il pungente e aromatico profumo speziato. In antico il pepe era una delle spezie più pregiate e più costose, tant’è che veniva utilizzato come merce di scambio, come il sale o come l’ambra.</p><p>Un detto romano, per indicare un prodotto molto costoso, diceva che era “caro come il pepe”. Possedere del pepe, inoltre, era simbolo di virilità e potenza: versare pepe come tributo era infatti simbolo di sottomissione e di umiliazione. Divenne col tempo addirittura un dono obbligatorio, da parte di un uomo, da offrire alla famiglia della propria innamorata come richiesta di nozze o, ancora, rappresentava una vera e propria tangente per magistrati non troppo onesti. Il valore economico e simbolico del pepe era spiegato per lo più dalle storie terribili che giravano intorno alla sua raccolta e alle terre in cui cresceva, come, del resto, molte altre preziose spezie.</p><p>Secondo leggende popolari il pepe cresceva in un’isola completamente ricoperta da foreste e foreste di alberi di pepe, che però era infestata da serpenti malvagi, capaci di pietrificare un uomo con il sol sguardo. I mercanti che si addentravano in queste foreste erano costretti ad incendiarle per scacciare tutti i serpenti, ma una volta incendiate, raccoglievano bacche di pepe nere e rugose, ridotte così per via del fuoco. Così, giustificavano gli alti costi. In campo medico il pepe veniva utilizzato per calmare la tosse, per i dolori allo stomaco, la spossatezza e l’inappatenza. La Regola Sanitaria Salernitana, inoltre, lo consiglia nel caso di febbre e per combattere in freddo, in quanto spezia “calda”.</p><p>Anche lo studioso medievale Pier De Crescenzi (1233-1321), nel suo corposo trattato &#8220;De Agricultura&#8221;, consiglia il pepe come rimedio contro la tosse e l’asma: consiglia infatti di assumere vino a base di pepe e fichi secchi, mentre, utilizzare del pepe macinato mescolato di nuovo con i fichi secchi, avrebbe favorito la digestione. Egli tuttavia lo sconsigliava ai tipi &#8220;fegatosi&#8221; in quanto, essendo caldo, il pepe poteva causare, in detti tipi, stati di palpitazione. Oggi sono state effettivamente confermate alcune proprietà attribuite al pepe, come quelle termogenetiche, stimolanti del metabolismo, digestive ed espettoranti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007733_curarsi-nel-medioevo-pepe.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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