<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sun, 06 May 2012 10:22:19 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.2</generator> <item><title>Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato</title><link>http://www.archeoguida.it/008878_iscrizione-di-cornelio-scipione-asiageno-comato.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008878_iscrizione-di-cornelio-scipione-asiageno-comato.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:34:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Serena Maria Assunta Sfameni</dc:creator> <category><![CDATA[Capolavori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8878</guid> <description><![CDATA[Elogio di Cornelio Scipione Asiageno Comato (Musei Vaticani) L&#8217;Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato I resti di un sarcofago in lastre di tufo dell’Aniene sono stati rinvenuti in una rientranza della parete sinistra della tomba di Scipione Barbato nel sepolcro degli Scipioni. L’iscrizione appartenente alla sepoltura ha permesso l’attribuzione a un Cornelio Scipione Asiageno ed [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang=""><em><img class="alignnone size-full wp-image-8879" title="Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato 1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Cornelio-Scipione-Asiageno-Comato-1.jpg" alt="Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato" width="514" height="366" /><br /> Elogio di Cornelio Scipione Asiageno Comato (Musei Vaticani)</em></p><h2>L&#8217;Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato</h2><p>I resti di un sarcofago in lastre di tufo dell’Aniene sono stati rinvenuti in una rientranza della parete sinistra della tomba di Scipione Barbato nel sepolcro degli Scipioni.</p><p>L’iscrizione appartenente alla sepoltura ha permesso l’attribuzione a un <strong>Cornelio Scipione Asiageno</strong> ed è la seguente:</p><blockquote><p>[Co]rnelius L. f. L. n.<br /> [Sci]pio Asiagenus<br /> Comatus annoru(m)<br /> Gnatus XVI</p></blockquote><p>“Cornelio Scipione Asiageno Comato figlio di Lucio, nipote di Lucio, morto a 16 anni”.</p><p>La tavola di tufo conserva solo la parte destra dell’elogio funebre.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-8880" title="Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato 2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Cornelio-Scipione-Asiageno-Comato-2.jpg" alt="Iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato" width="422" height="202" /></p><p>L’epitaffio di quattro versi ci dà poche informazioni sul defunto, di cui ignoriamo il prenome. Tuttavia il nome del padre e del nonno in aggiunta al soprannome Asiageno ci consentono l’identificazione con il <strong>figlio di Lucio Cornelio Scipione</strong>, questore nel 167 a.C., <strong>nipote di Scipione Asiatico</strong> (vincitore di Antioco). Il cognome <em>Asiagenus</em> o <em>Asiagenes</em> (1) portato dal nostro Cornelio e da un pronipote (Lucio Cornelio Scipione, console nell’83) avrebbe il significato di “discendente dall’Asiatico”, si tratterebbe di una forma antica del più noto <em>Asiaticus</em>.</p><p>L’altro <em>cognomen</em><em>Comatus</em> è una derivazione greca tradotta in latino con il termine <em>capillatus</em> (dalla folta capigliatura), era il soprannome attribuito agli adolescenti fino all’età di 17 anni.</p><p>È possibile collocare questo epitaffio nella <strong>metà del II sec. a.C.</strong>, più precisamente tra il <strong>160-145 a.C.</strong>, non solo per la tipologia del sarcofago (a lastre e in tufo dell’Aniene) ma anche in base all’analisi paleografica dei caratteri.</p><p>Sappiamo che Scipione Asiatico morì poco prima del 160 a.C., di conseguenza la morte del figlio non può essere avvenuta dopo il 145 a.C., probabilmente si verificò qualche anno prima (intorno al 150 a.C.).</p><p>La particolare collocazione della tomba indica che ormai si era esaurito lo spazio a disposizione all’interno dell’ipogeo più antico, si tratta di una delle ultime deposizioni prima dell’apertura della nuova galleria del sepolcro e quindi utilizzarono i pochi spazi rimasti liberi.</p><h3>Note</h3><ul><li>1 Livio, XXXIX, 44; Diodoro, XXXIV, 33, 1.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>F. Coarelli, <em>Il sepolcro degli Scipioni</em>, in “Revixit ars, arte e ideologia a Roma, dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana”, Roma 1996, pp. 179-238.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008878_iscrizione-di-cornelio-scipione-asiageno-comato.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione</title><link>http://www.archeoguida.it/008867_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008867_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:29:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Serena Maria Assunta Sfameni</dc:creator> <category><![CDATA[Capolavori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8867</guid> <description><![CDATA[Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo (Musei Vaticani). Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo Tra le iscrizioni rinvenute nel sepolcro degli Scipioni a Roma ci soffermiamo sull’elogio di Lucio Cornelio Scipione, probabilmente figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo e di Paulla Cornelia, la cui tomba (indicata in pianta con [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-8869" title="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione 2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Lucio-Cornelio-Scipione-2.jpg" alt="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo" width="600" height="265" /></em><br /> <em>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo (Musei Vaticani).</em></p><h2>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo</h2><p>Tra le iscrizioni rinvenute nel sepolcro degli Scipioni a Roma ci soffermiamo sull’elogio di <strong>Lucio Cornelio Scipione</strong>, probabilmente figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo e di Paulla Cornelia, la cui tomba (indicata in pianta con la lettera D) si trova nel corridoio centrale dell’ipogeo (galleria 7-8) che porta alla sepoltura di Scipione Barbato.</p><p>Il sarcofago è monolitico e in pietra gabina, ed è collocato proprio di fronte a quello di Barbato, capostipite della famiglia romana. La tipologia consente di datarlo tra il <strong>180 e il 170 a.C.</strong> come vedremo in seguito. Gli scavi hanno riportato alla luce la pietra con l’iscrizione elogiativa del defunto, probabilmente incisa sulla cassa del sarcofago, di cui rimangano solo i resti.</p><p>L’epitaffio in versi saturni è il seguente:</p><blockquote><p>L. Cornelius Cn. f. Cn. n. Scipio. Magna sapientia<br /> multasque virtutes aetate quom parva<br /> posidet hoc saxsum. Quoiei vita defecit, non<br /> honos honore, is hic situs, quei nunquam<br /> victus est virtutei. Annos gnatus (viginti) is<br /> l[oc]eis m[an]datus. Ne quairatis honore<br /> quei minus sit mand[atus].(1)</p></blockquote><p>“Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo, nipote di Gneo. Questa pietra racchiude una grande sapienza e molte virtù, insieme ad una giovane età. A costui venne meno la vita, non l’onore. Qui è sepolto uno che mai fu vinto in valore. All’età di venti anni fu seppellito in questa tomba. Non cercate quali cariche rivestì: non ne ebbe.”</p><p>Il testo in analogia con gli altri elogi scipionici mette in luce le <em>virtutes</em> del defunto, evidenziando un’abitudine tipica della <em>nobilitas</em> romana: esaltare i valori socio-politici dei <em>viri boni</em>.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-8872" title="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione 3" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Lucio-Cornelio-Scipione-3.jpg" alt="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione" width="600" height="207" /></p><p>Prima di esaminare il contenuto dell’iscrizione, analizziamola da un punto di vista grammaticale e paleografico. Iniziando da quest’ultimo notiamo chiari indizi di una grafia tarda: la scomparsa della L a uncino e ormai ad angolo retto, la Q con la coda nettamente più allungata, la E e la F con le asticelle orizzontali della stessa lunghezza. Nell’analisi delle forme grammaticali evidenziamo l’uso del normale nominativo della seconda declinazione in –<em>us</em>. Vi sono però delle forme ancora antiche: <em>magna sapientia</em> priva della –<em>m</em> finale caratteristica dell’accusativo latino; <em>quom</em> sta per <em>cum</em>; anche la costruzione della frase <em>quoiei vita defecit non honos honore</em> appare arcaica, la forma corretta sarebbe <em>cuius vita, non honos, defecit honorem</em>. In virtù di queste annotazioni appare plausibile collocare l’elogio poco <strong>dopo il 170 a.C.</strong>, questa datazione è compatibile con la posizione del sarcofago nel corridoio centrale vicino ai due più antichi del sepolcro e la considerazione che si tratti di un sarcofago monolitico (come i più antichi dell’ipogeo).</p><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/008867_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione.html/iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-1" rel="attachment wp-att-8870"><img class="alignnone size-large wp-image-8870" title="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione 1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Lucio-Cornelio-Scipione-1-600x509.jpg" alt="Sepolcro degli Scipioni" width="600" height="509" /></a><br /> Sepolcro degli Scipioni (pianta di Gismondi)</em></p><p>La formula onomastica del primo verso con la menzione del padre e del nonno permette di identificarlo con un <strong>figlio dell’Ispallo</strong> (console nel 176 a.C.), <strong>fratello di Gneo Cornelio Scipione Ispano</strong> (pretore nel 139 a.C., di cui rimane l’iscrizione H). È stato anche supposto che potesse trattarsi di un figlio di quest’ultimo, ma questo appare altamente improbabile per diversi motivi. L’iscrizione in versi saturni è più antica di quella dell’Ispano che è invece in distici elegiaci e quindi successiva. Inoltre il sarcofago di quest’ultimo si trova nella galleria della tomba aperta in seguito; mentre il giovane Scipione fu sepolto nell’ipogeo più antico e probabilmente vicino alla madre Paulla Cornelia (I).</p><p>Lucio Cornelio Scipione è morto negli stessi anni del padre (intorno al 176 a.C.) o anche prima. Il padre Scipione Ispallo fu pretore nel 179 e console nel 176 a.C., in base alla teoria dell’Astin la <em>Lex Villia</em> avrebbe previsto fin dall’inizio un’età di almeno 42 anni per l’assunzione del consolato (2). Il nonno del nostro Scipione, Gneo Cornelio Scipione Calvo, era morto in Spagna, dove si trovava fin dal 216, nel 212 a.C. Ispallo sarà nato quindi non dopo il 216 a.C. come ipotizza lo studioso Filippo Coarelli.</p><p>La tipologia del sepolcro e la lingua dell’epitaffio ancora piuttosto arcaica fanno propendere per una datazione <strong>intorno al 170</strong>, non è improbabile che Lucio sia morto negli stessi anni del padre.</p><p>L’elogio ha lo scopo di celebrare il figlio dell’Ispallo, grande <em>sapientia</em> e molte <em>virtutes</em> gli vengono attribuite nonostante la giovane età. La breve vita non gli ha concesso di raggiungere le magistrature, ma non per questo gli è mancato l’<em>honos</em>, infatti mai è stato vinto nella <em>virtus</em>. Ancora una volta è evidente la concezione della <em>virtus</em> come sapienza-avvedutezza, allude a un tipo di vita finalizzato ad agire moderatamente e sapientemente per il bene della patria, dei parenti e infine propri (3). Lo scopo di Lucio Cornelio Scipione in qualità di <em>vir optimum</em> proprio come i suoi predecessori è di difendere i <em>mores maiorum</em>, considerati fondamentali per il mantenimento della <em>pax deorum</em> e della <em>res publica</em>. Nel rispetto di questo ideale il nostro Lucio riuscì come testimonia l’epitaffio ad assolvere il compito almeno in parte. La morte precoce gli ha impedito di usare la <em>virtus</em> in funzione di una vita pubblica e privata che sarebbe stata improntata sui valori della romanità.</p><h3>Ennio: possibile autore dell’elogio?</h3><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/008867_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione.html/iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-ennio" rel="attachment wp-att-8871"><img class="alignnone size-full wp-image-8871" title="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione ennio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Lucio-Cornelio-Scipione-ennio.jpg" alt="" width="350" height="543" /></a><br /> Testa c.d. di Ennio (Musei Vaticani).</em></p><p>Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Ennio possa essere considerato l’autore di alcuni elogi scipionici tra cui quello di Lucio, figlio dell’Ispallo (4). Del poeta latino ci giungono per via indiretta i frammenti di alcuni epigrammi in distici elegiaci: due dedicati a Scipione Africano e due allo stesso Ennio. La breve analisi dei primi ha permesso di evidenziare analogie con alcuni elogi dell’ipogeo. <strong>Cicerone</strong> ritiene che sia stato Ennio l’autore dell’iscrizione presente sulla tomba stessa dell’Africano e riporta l’<em>incipit </em>(5): “<em>Hic est ille situs</em>” (“qui è sepolto”). <strong>Seneca</strong> restituisce in una sua lettera il seguito dell’epigramma (6), traendolo come egli stesso afferma dal <em>De re publica</em> di Cicerone: “<em>cui nemo civis neque hostis quivit pro factis reddere opis pretium</em>” (“colui al quale nessun concittadino o nessun straniero poté mai degnamente ricambiare i suoi servigi”). Poco più avanti Seneca riporta altri due versi enniani, forse appartenenti allo stesso epigramma e tratti dalla stessa fonte: “<em>Si fas endo plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet</em>” (Se a un mortale è concesso di salire alle regioni dei celesti, per me solo è spalancata l’immensa porta del cielo”).</p><p>Infine lo stesso <strong>Cicerone</strong> attesta altri due versi (7): “<em>A sole ex oriente supra Maeotis paludes nemo est qui factis aequiperare queat</em>” (“Sin da dove sorge il sole sopra le paludi della Meotide non vi è alcuno che possa eguagliare le sue imprese”). Se il testo ci è stato trasmesso nella sua completezza, la lunghezza di sei versi corrisponde a quella degli altri elogi attribuiti a Ennio. Inoltre se confrontiamo il quarto verso dell’iscrizione di Lucio Cornelio (“<em>is hic situs quei numquam victus est virtutei</em>”) con il primo del poeta latino (“<em>Hic est ille situs, cui nemo civis neque hostis</em>”) notiamo che in entrambi emerge la forza espressiva dell’<em>incipit</em>, finalizzata a porre l’attenzione sul valore del defunto (Lucio Cornelio e l’Africano), la cui <em>virtus</em> non può essere eguagliata. Accanto a somiglianze di questo tipo un altro elemento in favore della paternità enniana è il dato cronologico, l’iscrizione del figlio dell’Ispallo è stata realizzata intorno al 170 a.C., quindi contemporanea a Ennio.</p><p>Tuttavia la questione è ancora aperta, anche perché non dobbiamo dimenticare che noi possediamo solo una minima parte degli elogi dell’ipogeo, quelli mancanti avrebbero potuto chiarire tutti i dubbi.</p><h3>Note</h3><ul><li>1 In epigrafia latina le parentesi tonde si usano per indicare lo scioglimento di sigle o di abbreviazioni del testo latino, le quadre invece per integrare parti del testo mancanti.</li><li>2 A. E. Astin, <em>The lex Annalis before Sulla</em>, in “Latomus” XVII, Bruxelles 1958, pp. 41-64.</li><li>3 M. Pani, <em>La politica in Roma antica, cultura e prassi</em>, Roma 1997, p. 47.</li><li>4 Gli altri due elogi attribuiti a Ennio sono: l’epitaffio del figlio dell’Africano (iscrizione C) e quello per l’Ispano (H).</li><li>5 Cic., <em>de legibus</em>, II, 22, 56 sgg.</li><li>6 Seneca, <em>Epist.</em>, 108, 33.</li><li>7 Cic., <em>Tusc. disp.,</em> V, 17, 49.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>F. Coarelli, <em>Il sepolcro degli Scipioni</em>, in “Guide di monumenti”, Roma 1972, pp. 5-34.</li><li>F. Coarelli, <em>Guida archeologica di Roma</em>, Roma 1984.</li><li>F. Coarelli, <em>Il sepolcro degli Scipioni</em>, in “Revixit ars, arte e ideologia a Roma, dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana”, Roma 1996, pp. 179-238.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008867_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, questore</title><link>http://www.archeoguida.it/008862_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-questore.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008862_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-questore.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:21:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Serena Maria Assunta Sfameni</dc:creator> <category><![CDATA[Capolavori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8862</guid> <description><![CDATA[Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Asiatico (Musei Vaticani). Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, questore nel 167 a.C. Nella parte sinistra dell’ingresso principale al sepolcro degli Scipioni si trovano i resti di un sarcofago in lastre di tufo dell’Aniene, scoperto in occasione della campagna di scavi del 1780-1782. L’iscrizione proveniente dalla tomba ha permesso l’identificazione [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-8863" title="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Iscrizione-di-Lucio-Cornelio-Scipione.jpg" alt="Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, questore" width="500" height="538" /><br /> <em>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Asiatico (Musei Vaticani).</em></p><h2>Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, questore nel 167 a.C.</h2><p>Nella parte sinistra dell’ingresso principale al sepolcro degli Scipioni si trovano i resti di un sarcofago in lastre di tufo dell’Aniene, scoperto in occasione della campagna di scavi del 1780-1782. L’iscrizione proveniente dalla tomba ha permesso l’identificazione del defunto, si tratta quasi certamente di <strong>Lucio Cornelio Scipione, figlio di Scipione Asiatico, </strong>quindi <strong>nipote dell’Africano e cugino di Publio Cornelio Scipione</strong>, di cui rimane un iscrizione nel sepolcro.</p><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/008862_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-questore.html/scipioni" rel="attachment wp-att-8864"><img class="alignnone size-large wp-image-8864" title="scipioni" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/scipioni-600x321.jpg" alt="scipioni" width="600" height="321" /></a><br /> Albero genealogico degli Scipioni.</em></p><p>Riportiamo di seguito l’elogio:</p><blockquote><p>L. Corneli(us) L. f. P. [n.]<br /> Scipio quasi(or)<br /> tr(ibunus) mil(itum) annos<br /> gnatus XXXIII<br /> mortuos Pater<br /> regem Antioco(m)<br /> subegit</p></blockquote><p>“L. Cornelio Scipione, figlio di Lucio, nipote di Publio, questore, tribuno militare, morto a 33 anni. Suo padre vinse il re Antioco”.</p><p>Il testo inciso sulla pietra risulta meno curato rispetto agli altri elogi scipionici. Le lettere del primo e del secondo rigo sono di dimensioni maggiori e con un andamento regolare diversamente dalle altre linee, in particolare la terza e la settima che sono rivolte verso l’alto. La pietra scheggiata ai bordi è di forma quadrata, la perdita di alcune lettere del primo, del secondo e del sesto rigo non impediscono la comprensione del testo.</p><p>Da un punto di vista paleografico e grammaticale la morfologia dei caratteri e la tipologia del sarcofago (a lastre e in tufo dell’Aniene) consentono di datare l’elogio nella <strong>metà del II sec. a.C.</strong> L’impiego di questo materiale è attestato per la prima volta a Roma nelle arcuazioni dell’<em>aqua Marcia</em> (144 a.C.) e successivamente nel ponte Milvio, nel tempio B e A (2<sup>a</sup> fase) di largo Argentina (ultimi anni del II sec. a.C.). È da notare che questa qualità di tufo, adoperata anche per altre sepolture del sepolcro: quello di Scipione Asiageno Comato, di Paulla Cornelia e per il sarcofago G, è stata utilizzata anche nell’arco d’ingresso all’ipogeo costruito successivamente alla fase originaria.</p><p>A queste informazioni si aggiungono quelle ricavate dalla formula onomastica che consentono non solo l’identificazione del defunto ma di risalire a dati storici certi. I primi due versi contengono il nome per esteso con l’indicazione del padre e del nonno (“<em>L. Corneli(us) L. f. P. [n]. Scipio</em>”). Come già anticipato in precedenza la persona elogiata è Lucio Cornelio Scipione, figlio di Scipione Asiatico, gli ultimi due versi lo confermano. Infatti nell’anno del consolato il padre fu vincitore di Antioco, re di Siria, a Magnesia nel 190 a.C. proprio come ricorda l’iscrizione. Nel 186 a.C. celebrò solenni ludi in onore di questa vittoria, in seguito alla quale ottenne il <em>cognomen Asiaticus</em> datogli dai Fasti consolari e trionfali.</p><p>Lucio morì giovane, all’età di 33 anni in base al dato epigrafico, questo spiega l’interruzione delle cariche con la questura. Questa fu esercitata certamente nel 167 a.C., quando come ricorda Livio il giovane questore fu incaricato di accogliere il re Prusia di Bitinia, sbarcato a Brindisi per congratularsi con il Senato romano della vittoria di Pidna (Livio, XLV, 44). Ciò fu forse dovuto anche alla sua particolare conoscenza del greco, favorita dall’essere membro di una famiglia profondamente imbevuta di cultura ellenica.</p><p>La data di morte di questo personaggio si può fissare con una certa precisione. La <em>Lex Villia Annalis</em> del 180 a.C. (Livio, XL, 44, 1) fissava i limiti di età necessari per accedere alle singole magistrature. Per la questura lo studioso Mommsen stabiliva l’età di 27 anni sulla base del noto passo di Polibio (VI, 19, 4), secondo il quale si poteva iniziare la carriera di magistrato solo dopo dieci anni di servizio militare (che aveva inizio come è noto a 17 anni). Astin notava come in alcuni casi, in particolare quello dei Gracchi, il servizio militare poteva iniziare prima dell’età prevista e quindi anche la questura. Tuttavia lo studioso accettava come regola generale l’età di 27 anni per ricoprire la carica (1).</p><p>Lucio Cornelio fu questore nel 167 a.C. e morì a 33 anni, dunque intorno al <strong>161 a.C.</strong> Il sarcofago è collocabile tra le ultime deposizioni del sepolcro più antico (160-145 a.C.), la tomba dovette essere già satura se fu necessario utilizzare lo spazio sulla sinistra del breve corridoio di accesso.</p><p>L’iscrizione anche nella sua brevità ci lascia il ricordo di un uomo che riuscì pur in poco tempo a ricoprire un ruolo importante nella società romana come dimostra il passo di Livio.</p><h3>Note</h3><ul><li>A. E. Astin, <em>The lex Annalis before Sulla</em>, in “Latomus” XVII, Bruxelles 1958, pp. 41-64.</li></ul><h3 lang="en-US">Bibliografia</h3><ul><li>F. Coarelli, <em>Il sepolcro degli Scipioni</em>, in “Guide di monumenti”, Roma 1972, pp. 5-34.</li><li>F. Coarelli, <em>Guida archeologica di Roma</em>, Roma 1984.</li><li>F. Coarelli, <em>Il sepolcro degli Scipioni</em>, in “Revixit ars, arte e ideologia a Roma, dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana”, Roma 1996, pp. 179-238.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008862_iscrizione-di-lucio-cornelio-scipione-questore.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Livorno e l’acqua</title><link>http://www.archeoguida.it/008853_livorno-e-lacqua.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008853_livorno-e-lacqua.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:13:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Lischi</dc:creator> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Toscana]]></category> <category><![CDATA[Livorno]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8853</guid> <description><![CDATA[Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città Viste le condizioni ambientali del territorio livornese, a sud del Sinus Pisanus (1), ove si aveva la presenza di numerosi corsi d’acqua, ci fu un susseguirsi di numerosi insediamenti sin dal III – II sec. a.C. concentrati nella zona portuale del Sinus (3) e di Pian di Porto (3), [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-8854" title="Livorno e l’acqua 1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Livorno-e-l’acqua-1.jpg" alt="Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città" width="600" height="425" /></strong></p><h2>Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città</h2><p>Viste le condizioni ambientali del territorio livornese, a sud del <em>Sinus Pisanus (1)</em>, ove si aveva la presenza di numerosi corsi d’acqua, ci fu un susseguirsi di numerosi insediamenti sin dal III – II sec. a.C. concentrati nella zona portuale del <em>Sinus (3)</em> e di Pian di Porto (3), più a sud.</p><p>Si pensa risalga al I sec. a.C. il considerevole aumento di popolazione avvenuto in queste aree, a questo periodo quindi risale anche l’aumento della richiesta d’acqua potabile(4). Nella pianura infatti, l’acqua disponibile non dava garanzie di potabilità e le acque sotterranee non bastavano per soddisfare la crescente richiesta(5). Si avvertì quindi la necessità di trasportare in quest’area l’acqua potabile, prelevandola da sorgenti più lontane.</p><p>Già Rutilio Namaziano, nei suoi scritti, menziona un insediamento romano con il nome di Turrita o Triturrita, ubicato nell’area portuale ai margini dell’antico <em>Sinus</em> presso la “Gronda dei Lupi”(6). Fra il Settecento e l’Ottocento tre illustri figure livornesi: Giovanni Targioni Tozzetti(7), Giuseppe Vivoli(8) e Enrico Chiellini(9) cominciarono a rinvenire in quest’area molti reperti ceramici, resti di edifici, sepolture e come ultime ma non di meno importanza, canalizzazioni relative a impianti idraulici. Questo fu un ritrovamento molto importante per lo studio dell’approvvigionamento idrico degli antichi abitati, è conosciuta infatti l’ubicazione di una sorgente nelle vicinanze detta Fonte di Santo Stefano ai Lupi(10); ciò confermerebbe l’esistenza di impianti idraulici per la distribuzione d’acqua potabile sia all’abitato che al vicino porto romano.</p><p>Ulteriore testimonianza della presenza d’impianti idraulici nel territorio è stata data dal ritrovamento, compiuto dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana, nella Fortezza Vecchia(11), del rifiuto ad arco di una cloaca e alcuni tratti di canalizzazioni idrauliche ricavate direttamente nella panchina(12).</p><p>Nel 1991-92 nei pressi della località di S. Martino di Collinaia(13), durante un sopralluogo della Soprintendenza Archeologica nei pressi di un cantiere stradale, vennero alla luce testimonianze di una necropoli e di un vasto insediamento risalente all’epoca etrusco-romana.</p><p>Nell’abitato era presente un ampio impianto idraulico, con condutture necessarie sia all’approvvigionamento dell’acqua potabile sia al drenaggio delle acque reflue. I condotti erano costituiti da canali e tubature; l’impianto comprendeva anche due cisterne per la raccolta dell’acqua, una rettangolare e l’altra quadrata. Queste <em>piscinae limariae</em> erano comuni negli impianti idraulici; servivano infatti a far decantare l’acqua per purificarla. Vi precipitavano tutte le sostanze eterogenee e le impurità sospese in essa.</p><p>Da non molti anni è stato scoperto il tracciato di un lungo acquedotto romano, in località Sorgenti di Limone(14), costituito da elementi fittili sia in tubo sia a sezione rettangolare(15). Un ritrovamento di notevole importanza, visto che si tratta dell’unica testimonianza del genere nell’intero territorio livornese. Il suo tracciato serpeggia nella zona limitrofa alla città per circa 6 Km dalle sorgenti di Limone verso S. Stefano ai Lupi(16).</p><h3>Dal Medioevo ai giorni nostri</h3><p>Le prime fonti documentarie che menzionano la sorgente di S. Stefano ai Lupi risalgono al XIII sec., questa sorgente doveva servire verosimilmente al rifornimento dell’area del <em>Portus Pisanus</em> di età romana e del <em>Porto Pisano</em> durante il Medioevo. Fu costruito anche un acquedotto per allacciare la sorgente di S. Stefano alla Fonte della Bastia, da cui dipartiva un condotto che attraverso un molo posto in mare conduceva l’acqua direttamente sulla torre di Torretta(17).</p><p>Durante il Medioevo, come già detto, la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico che causò un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero. In questo periodo l’approvvigionamento d’acqua avveniva tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne, e dal prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti, per soddisfare al fabbisogno idrico si prelevava l’acqua potabile da fonti sempre più lontane; gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli(18).</p><p>Con la costruzione della Fortezza Vecchia (1530 circa) ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone; si cominciò di nuovo a sentire l’emergenza idrica ed iniziarono a diffondersi le prime emergenze di salute pubblica.</p><p>Sotto il governo di Francesco I de’ Medici si realizzò il primo acquedotto; esso allacciava la Fonte del Riseccoli con l’abitato apportando circa 30 barili(19) d’acqua potabile l’ora. Esso oltre ad approvvigionare la città in costante crescità aveva il compito di approvvigionare i lavatoi pubblici, la Fonte del Villano e la Fonte Reale. La polla da cui dipartiva quest’acquedotto era ubicata presso il Cisternone, e correva in un cunicolo interrato composto da doccioni in terracotta; testimonianze di quest’antico acquedotto furono ritrovate nei primi dell’Ottocento durante gli scavi per le fondamenta dell’attuale struttura detta Cisternone.</p><p>Di ciò abbiamo testimonianza negli scritti del Vivoli: «[...] Abbiamo già altrove avvertito come si trovasse il condotto dell’Antica Fonte del Villano nello scavarsi che si faceva il terreno per le fondamenta dell’attuale Cisternone; mentre fu rilevato quel piccolo canale per ricevere forse l’acqua da un qualche pozzo, o polla dei vicini contorni [...]»(20).</p><p>Con l’inizio della costruzione della Fortezza Nuova(21) ed il conseguente ampliamento del villaggio, all’acquedotto, sopra descritto, furono allacciati altri condotti per alimentare: la Fonte del Lavatoio Pubblico, il Palazzo Granducale, il Bagno Penale, la Biscotteria, l’Ospedale di S. Antonio, i Magazzini delle Galere e la Fortezza Nuova.</p><p>Nel 1577(22) Livorno raggiunse i 5.000 individui, ci fu una nuova carenza idrica che determinò difficili casi di salute pubblica; per rimediare a questa difficile situazione si aprirono nuovi pozzi e si realizzarono nuove cisterne per la raccolta dell’acqua piovana(23).</p><p>Agli inizi del 1600, con la costruzione dei fossi(24), il problema dell’approvvigionamento dell’acqua s’intensificò ulteriormente, poiché con i lavori furono interrotte numerose falde freatiche(25)<br /> e si manifestò la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti più lontane dalla città e più precisamente, a quelle di Limone ubicate sul Monte la Poggia.</p><p>Il Granduca Ferdinando I(26) ordinò quindi la costruzione di un nuovo acquedotto che entrò in attività nel 1611 con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne(27). Quest’acquedotto permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti; dopodichè si ritornò ad avere problemi d’approvvigionamento idrico che non trovarono soluzione neppure con l’aggiunta di nuove sorgenti(28) all’Acquedotto di Limone.</p><p>Nel 1732, l’acqua proveniente da quest’acquedotto non era sufficiente ed era poco salubre per la popolazione, che ormai contava 24.000 persone. Per la distribuzione dell’acqua nei vari quartieri si allacciarono tre nuovi condotti in grado di servire le piazze principali mentre per il resto si usavano ancora i condotti delle fonti più antiche.</p><p>Nel nuovo quartiere della Venezia, il rifornimento d’acqua potabile era assicurato da un breve acquedotto(29), realizzato dopo la scoperta nel 1660 di una fonte.</p><p>Nel 1757 Giuseppe Ruggieri(30) realizza una pianta, dove sono rappresentate le fonti cittadine alimentate dall’acquedotto di Limone, ed il quartiere Venezia alimentato dall’Acquedotto della Palla al Maglio(31); la descrizione di quest’ultimo acquedotto è resa in questo modo:</p><blockquote><p>«[...] al Pozzo detto Palla al Maglio segnato di lettera A sono le trombe per introdurre l’acqua nel condotto (si noti bene del tutto indipendente dai precedenti) quale passando per i bottini segnati 60, 61 arriva al bottino segnato 62 che passa per gli spalti e per quello 63 attraversa il Ponte del Fosso dei Navicelli, arriva al bottino 64, e di qui attraversando il Fosso Reale portava l’acqua alla conserva del Rivellino segnata 65 e passando di nuovo l’altro fosso, e di sotto le mura della città, passa lungo la strada dietro la chiesa dei Padri Domenicani arriva al bottino 66 vicino alla Casa Setticelli, e che è a piè alle fonti del Lavatoio in Venezia segnato 69, dove si divide in due rami che uno porta l’acqua alle fonti del Lavatoio suddetto, e l’altro alla fonte e lavatoio della Casa Pia segnata 70.</p></blockquote><p>Si noti che nel bottino 66 vi è un ramo, che porta una porzione d’acqua alla Casa del Setticelli. [...]»</p><p>Altri acquedotti ad uso, diciamo di quartiere, si avevano in giro per tutta la città. A sud di Livorno, nei pressi di S. Jacopo in Acquaviva, c’era una fonte d’acqua potabile, ma vista la sua vicinanza al mare, quando si entrava in periodi di siccità essa diveniva salata(32). Sempre nei pressi di S. Jacopo vi erano altre polle che approvvigionavano la Fonte della Grotta, la Fonte del Porticciolo, la Fonte dei Cavalli e la Fonte dello Scalo o Fonte Cosima. Da esse si riusciva a trarre al massimo 300 barili d’acqua l’ora; questa veniva utilizzata oltre che per il fabbisogno della zona, anche per il rifornimento delle navi e per l’approvvigionamento della vicina città.<br /> Di questo piccolo acquedotto, restano alcune testimonianze nell’area ad oggi occupata dall’Accademia Navale.</p><p>Un altro breve acquedotto, dipartiva da una polla presente nell’area adesso occupata dal Museo di Storia Naturale, per poi giungere nei pressi del Cantiere Navale attraverso un condotto interrato a cassetta.</p><p>Nel 1757 poi, in zona Antignano, venne avviata dal Marchese Pasquale Sampieri la costruzione di un nuovo acquedotto, che permettesse di sfruttare le due sorgenti scoperte nei pressi della villa del Sampieri(33). Nel 1789 venne anche valutata la possibilità di annetterle al condotto del Limone così da aumentarne la portata, ma l’opera non venne poi effettuata poiché durante il sopralluogo ci si accorse che non erano molto abbondanti e che la distanza era considerevole. Queste sorgenti quindi, servirono al solo approvvigionamento del villaggio di Antignano e per i lavatoi pubblici.</p><p>Per cercare di arginare il crescente ed onnipresente problema dell’approvvigionamento idrico della città, si costruirono numerose cisterne e pozzi privati. La maggior parte delle case signorili e delle ville periferiche erano munite di cisterne per la raccolta dell’acqua, essa però non era potabile veniva quindi utilizzata per altri scopi.</p><p>Tra il 1769 ed il 1770 l’acqua venne a mancare, le condizioni dell’acquedotto del Limone erano peggiorate infatti, e ciò comportò la riapertura di numerosi pozzi che erano stati chiusi per problemi d’igiene e salubrità delle acque. Il ceto abbiente non aveva troppi problemi, visto che in qualche modo riusciva a procurarsi l’acqua proveniente dall’Acquedotto di Pisa(34). Negli anni 1772-1789 si apportarono importanti modifiche ed ammodernamenti dell’Acquedotto di Limone, ma nonostante tutto non si riuscì ad accrescerne l’apporto idrico per la città che ormai aveva raggiunto le 45.000 persone.</p><p>Nell’anno 1791 la città di Livorno poteva avvalersi solo dei condotti di Limone, della Palla al Maglio e di S. Jacopo coadiuvata, per usi non potabili, da quella di numerose cisterne che raccoglievano l’acqua piovana durante l’anno.</p><p>Nel 1789 con la nomina a Gonfaloniere di Livorno del cav. Francesco Seratti si ebbe una riesamina degli studi precedentemente compiuti riguardo all’approvvigionamento idrico della città. L’Ingegner Francesco Salvetti incaricato dal Gonfaloniere di sondare i vari progetti, propose di realizzare un nuovo acquedotto col compito di condurre a Livorno le acque delle sorgenti di Colognole; il sovrano Ferdinando III approvò il progetto nell’anno 1792. L’acquedotto entrò parzialmente in funzione solo nel 1816, ma la vera inaugurazione dell’Acquedotto di Colognole avvenne nel 1842 sotto la guida dell’Ingegnere Pasquale Poccianti, succeduto a Salvetti.</p><p>Sul finire del XIX sec. l’acqua condotta in città dall’Acquedotto di Colognole cominciò a risultare insufficiente per il fabbisogno della città, fu potenziato quindi allacciandovi le sorgenti di Limone, del Savolano e delle Vallore. L’acqua però risultava sempre insufficiente, quindi si cominciarono a cercare fuori del comprensorio di Livorno altre fonti di approvvigionamento. Funaro(35) nel 1900, presenta così la difficile situazione di Livorno nei confronti dell’acqua:</p><blockquote><p>«Ma allora mi direte, in che consiste la questione così viva dell’acqua a Livorno?</p></blockquote><p>In due parole è presto detto: principalmente nella insufficienza, per cui non solo in estate, ma in ogni tempo dell’anno quando interviene un periodo qualunque, anche breve, di siccità, scarseggia l’acqua; e questo, mentre si fa sentire sempre più il bisogno di quantità maggiori, e per la popolazione che è raddoppiata e per l’igiene progredita che ha esigenze sempre più grandi e per le industrie che si sono insediate e che tendono a svilupparsi fra noi. Sono state riallacciate, è vero, negli ultimi anni le vecchie polle di Limone, pure oggi si allacciano quelle del Savolano. Ma lasciatemelo dire e se lo lascino dire i nostri amministratori passati e presenti (che, non ne dubito, han portato e portano vero amore a questa questione): tutto questo è irrisorio! Sono vere goccie d’acqua versate in un ampio mare, ma elemosine di centesimi dati per un solo giorno ad un padre di numerosa famiglia che ha fame e sete tutto l’anno.</p><p>Livorno con la popolazione che ha attualmente (100.000 abitanti), dispone di 7,8 litri di acqua per abitante al giorno, mentre tutti sanno che Lucca ne ha 25, Parigi 50, Berlino 55, Torino 95, Napoli 200, Roma 700. Le acque che si sono aggiunte negli ultimi tempi per quanto non peggiori di quelle delle sorgenti di Colognole, non sono neppur tali da migliorarle. In conclusione abbiamo: acque scarse e non ottime, che hanno tendenza a peggiorare; che in 50 anni sono state poco accresciute e non migliorate [...]. Quindi è necessario provvedere; non tanto per sostituire le nostre acque, ma per accrescerle e molto; triplicarne, duplicarne la quantità. »</p><p>Anche nella città di Pisa cominciò a presentarsi il medesimo problema, così entrambi i centri si fusero formando un consorzio, per realizzare un progetto che contemplasse lo sfruttamento delle acque del Serchio. Così, nel 1910-1912 si dette l’avvio alla costruzione dell’Acquedotto di Filettole, esso era costruito in ghisa ed era lungo 32 km; la sua portata totale doveva essere 160 l/sec. ed alla città di Livorno dovevano toccarne 100 l/sec. Dopo un’accurata analisi l’acqua di quest’acquedotto fu classificata potabile e di ottima qualità. Si pensò così d’aver risolto l’ormai centenario problema dell’approvvigionamento idrico; dopo i primi decenni del XX secolo però si manifestò un nuovo aumento demografico, che fece riemergere nuovamente il problema dell’acqua. In questo periodo l’unico acquedotto in funzione era quello di Filettole, quello di Colognole infatti era ormai in disuso; ciò portò alla decisione di costruire un nuovo acquedotto, quello di Stagno, che consisteva in un condotto di ghisa lungo circa 3 km che portava l’acqua ad un impianto di potabilizzazione situato presso l’omonima località.</p><p>Intorno alla metà del 1900, sondando i territori intorno alla città di Livorno si decise di costruire un ulteriore acquedotto in località Mortaiolo; i lavori iniziarono nel 1948 e terminarono una decina di anni dopo. Era fatto di ferro e misurava circa 17 km, la portata non superava gli 80 l/sec.</p><p>Nel 1960 si ripresentò il problema dell’approvvigionamento dell’acqua, le soluzioni erano poche: o si raddoppiava la potenza della centrale di depurazione di stagno oppure bisognava incrementare il trasporto dell’Acquedotto di Filettole. Ci si predispose per quest’ultimo intervento, che venne attuato negli anni 1961-1965, accompagnato da una migliore ripartizione delle risorse idriche nella città. Ciò comportò la definitiva scomparsa dell’emergenza idrica nel Livornese, almeno fino ad oggi.</p><h3>Immagini</h3><p>Foto di apertura:<em> Pianta del territorio livornese che riporta gli antichi tracciati degli acquedotti del territorio livornese. 1. Acquedotto romano di Limone, 2.Acquedotto di Limone del 1600, 3.Condotto di Villa Corridi, 4. Acquedotto di Colognole, 5.Condotto del Savolano, 6. Acquedotto delle fontanelle, 7. Acquedotto delle Pollace, 8. Acquedotto della Palla al Maglio (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8855" title="Livorno e l’acqua 2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Livorno-e-l’acqua-2.jpg" alt="Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città" width="600" height="410" /><br /> Scavi archeologici del 1991, in località S. Martino di Collinaia. Resti di canalizzazioni interrate (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8856" title="Livorno e l’acqua 3" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Livorno-e-l’acqua-3.jpg" alt="Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città" width="600" height="461" /><br /> Carta del villaggio di Livorno del 1540 – Si possono notare la fonte di S. Stefano, la Bastia ed il collegamento con la Torretta (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8857" title="Livorno e l’acqua 4" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Livorno-e-l’acqua-4.jpg" alt="Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città" width="600" height="931" /><br /> Reperti archeologici dell’Età del Ferro ritrovati presso Limone alla fine dell’ottocento (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8858" title="Livorno e l’acqua 5" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Livorno-e-l’acqua-5.jpg" alt="Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città" width="600" height="431" /><br /> Resti di un’antica fornace di calce nei pressi delle sorgenti di Limone (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).</em></p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>MAZZANTI R., TADDEI M. e CAULI L., 2006, <em>Gli antichi acquedotti e le acque minerali di </em><em>Livorno e dintorni</em>, Pacini Editore, Pisa.</li><li>TOLLE E KASTENBEIN, 1993, <em>Archeologia dell’acqua, cultura idraulica nel mondo classico</em>, Milano.</li><li>INGHIRAMI F., 1884, <em>Storia della Toscana</em>, Poligrafia fiesolana, Fiesole.</li></ul><h3>Note</h3><ul><li>1 Golfo Pisano, dove sorgerà poi il più famoso Portus Pisanus.</li><li>2 Come la Triturrita, il Vallin Buio, Campacci.</li><li>3 Salviano, Ardenza, Antignano.</li><li>4 Questo termine non è utilizzato a caso, gli antichi infatti ritenevano che l’acqua sorgiva fosse la migliore, prelevarla direttamente alla polla comportava meno rischi d’inquinamento.</li><li>5 Non era infatti diretto l’uso delle acque sotterranee, prima di scavare un pozzo si doveva acquisire delle conoscenze riguardo alla natura del terreno e del comportamento dell’acqua di falda.</li><li>6 E’ il nome con cui in letteratura si definisce il bordo superiore del Terrazzo di Livorno in prossimità dell’area cimiteriale. Non è altro che una specie di falesia medio-bassa,<br /> che in certi periodi della storia di questo territorio, ha assunto anche il limite fra la terra ferma e le aree sommerse o palustri.</li><li>7 1712-1783.</li><li>8 1789-1853.</li><li>9 1822-1892.</li><li>10 Nei pressi dell’omonima chiesa.</li><li>11 Iniziata nel 1521 e terminata nel 1534 su progetto di Antonio da Sangallo.</li><li>12 Caratteristica roccia affiorante della zona.</li><li>13 Vedi fig.2, p.19.</li><li>14 Sul monte la Poggia.</li><li>15 Vedi fig.8, p.22.</li><li>16 In direzione quindi dell’area portuale del <em>Portus Pisanus</em>.</li><li>17 Vedi fig.3, p.20.</li><li>18 Erano persone addette al trasporto ed allo smercio dell’acqua potabile, proveniente anche da luoghi piuttosto lontani.</li><li>19 Un barile corrisponde mediamente a circa 45,5 – 46 litri d’acqua.</li><li>20 Vivoli 1842-1846, tomo II, p.64.</li><li>21 Iniziata nel 1590 su disegno di Giovanni de’ Medici.</li><li>22 Anno in cui divenne città medicea.</li><li>23 Essa era generalmente utilizzata per uso comune e non come acqua potabile. Per essere bevuta, anche gli antichi, consigliavano di bollirla precedentemente.</li><li>241601-1607.</li><li>25 E’ un tipo di falda acquifera da cui si può attingere l’acqua tramite pozzi più o meno profondi.</li><li>26 Granduca di toscana dal 1587-1609.</li><li>27 Vedi cap.2, p.15.</li><li>28 Allacciate dal Colonnello Meyer alla fine del 1600.</li><li>29 Detto Acquedotto della Palla al Maglio.</li><li>30 Architetto di S.A.R..</li><li>31 Vedi fig.11, p.23.</li><li>32 Padre Magri, 1638.</li><li>33 Detta anche “del Giardino”; si tratta di una villa medicea fatta costruire da Cosimo I nel XVI sec.</li><li>34 Merito dei già citati <em>acquaioli</em>.</li><li>35 Era un noto chimico del Laboratorio Comunale, lesse questo scritto al Circolo Filologico nel 1900.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008853_livorno-e-lacqua.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nocera Superiore. Cinta muraria</title><link>http://www.archeoguida.it/008850_nocera-superiore-cinta-muraria.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008850_nocera-superiore-cinta-muraria.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:04:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator> <category><![CDATA[Campania]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8850</guid> <description><![CDATA[La cinta muraria di Nocera Superiore (Sa) Il mito racconta che Nuceria Alfaterna fu fondata dalla popolazione dei Sarrasti, mentre la storia ci dice che i fondatori di questo importante centro furono gli Etruschi che, sul finire del VII sec. a. C., unirono tutti i villaggi di capanne sparsi nell’agro nocerino-sarnese per contrastare l’espansione greca, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-8851" title="Nuceria Alfaterna" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Nuceria-Alfaterna.jpg" alt="Nocera Superiore. Cinta muraria" width="500" height="356" /></p><h2 align="JUSTIFY">La cinta muraria di Nocera Superiore (Sa)</h2><p align="JUSTIFY">Il mito racconta che <strong>Nuceria Alfaterna</strong> fu fondata dalla popolazione dei <strong>Sarrasti, </strong>mentre la storia ci dice che i fondatori di questo importante centro furono gli <strong>Etruschi </strong>che, sul finire del VII sec. a. C., unirono tutti i villaggi di capanne sparsi nell’<strong>agro nocerino-sarnese</strong> per contrastare l’espansione greca, formando una dodecapoli con a capo proprio <strong>Nuceria</strong>. La città fu così un importante centro dell’entroterra campano per molti secoli anche grazie al controllo sulle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città di <strong>Stabia, Pompei, Capua e Reggio Calabria. </strong>Nel V sec. a. C., accanto all’antico toponimo <em>Nuvkrinum, </em>si aggiunse quello di <em>Alfaternum</em>, dal nome della tribù sannitica degli <strong>Alfaterni. </strong></p><p align="JUSTIFY">Nuceria fu quindi a capo della <strong>Lega Sannitica</strong> di cui facevano parte altre importanti città come Pompei e Stabia. Per questo notevole ruolo ospitava la presenza di un magistrato supremo, il <em>meddix tuticus</em> e batteva moneta propria. Dopo la seconda guerra sannitica la città divenne alleata di <strong>Roma </strong>e per questo fu distrutta da <strong>Annibale </strong>nel 216 a. C. Durante la ricostruzione patrocinata da Roma, molti abitanti scelsero di trasferirsi ad <strong>Avella. </strong>Con <strong>Augusto </strong>divenne colonia con il titolo di <em>Nuceria Constantia </em>e iscritta alla tribù <strong>Menenia. </strong></p><p align="JUSTIFY">Nuceria Alfaterna si trovava tra i moderni comuni di Nocera Superiore e <strong>Nocera Inferiore.</strong> Tra le tante testimonianze archeologiche, degna di nota è sicuramente la <strong>cinta</strong> <strong>muraria</strong>, scavata e restaurata di recente. Questa è ancora parzialmente visibile in località <strong>Pareti </strong>e risale al II sec. a. C. Il tratto in questione è quello meridionale e faceva parte della cortina esterna. Nella fortificazione è anche inglobata una torre con tre feritoie sulla parete esterna e due su quelle laterali. Questa torre non era ovviamente l’unica , ma è sicuramente la meglio conservata.</p><p align="JUSTIFY">Da un ambiente inferiore, attraverso una scala di legno, si raggiungeva il piano di calpestio dove sono visibili blocchi e tracce della scala in muratura che conduceva al piano superiore dove furono trovati materiali di reimpiego per la costruzione di una struttura d’età medievale. Tra i pezzi rinvenuti vi era una sima con testa leonina oggi conservata nei depositi del comune di Nocera. Davanti alla torre lo scavo ha rivelato la presenza di una cisterna e di tre piccole vasche non comunicanti tra loro e ascrivibili all’età medievale. Una seconda torre si trovava sul lato orientale ed è oggi nota con il nome di <strong>Cantina Vecchia.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008850_nocera-superiore-cinta-muraria.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Altavilla Irpina. Museo Civico della Gente Senza Storia</title><link>http://www.archeoguida.it/008847_altavilla-irpina-museo-civico-della-gente-senza-storia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008847_altavilla-irpina-museo-civico-della-gente-senza-storia.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 13:00:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator> <category><![CDATA[Campania]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8847</guid> <description><![CDATA[Altavilla Irpina (Av), il Museo Civico della Gente Senza Storia Altavilla Irpina è stata abitata fin dalla preistoria come testimoniano i reperti recuperati in località Tufara. Probabilmente la sua posizione geografica, tra l’antica Beneventum e Abellinum, ha favorito il suo sviluppo, particolarmente in età romana, facendo di Altavilla il centro più importante della valle del [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-8848" title="Museo Civico della Gente Senza Storia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Museo-Civico-della-Gente-Senza-Storia.jpg" alt="Altavilla Irpina. Museo Civico della Gente Senza Storia" width="600" height="388" /></p><h2>Altavilla Irpina (Av), il Museo Civico della Gente Senza Storia</h2><p><strong>Altavilla Irpina</strong> è stata abitata fin dalla preistoria come testimoniano i reperti recuperati in località Tufara. Probabilmente la sua posizione geografica, tra l’antica Beneventum e Abellinum, ha favorito il suo sviluppo, particolarmente in età romana, facendo di Altavilla il centro più importante della valle del Sabato. Si ritiene perciò, in virtù della sua importanza, che la città sia stata menzionata da Virgilio nell’Eneide con il nome di Poetilia.</p><p>Il nome moderno della città deriverebbe, invece, dal centro medievale di Altacauda. Con questo nome è menzionato un feudo nelle cronache di Falcone Beneventano, quando la città fu conquistata dall’esercito del normanno Ruggiero I. Nel 1799, all’atto della costituzione della Repubblica Partenopea, Altavilla è saccheggiata dalle truppe francesi.</p><p>Dopo l’annessione al Regno d’Italia è vittima di briganti, ma è in tempi più recenti che Altavilla ha pagato un pesante dazio: la partenza di un grosso numero di abitanti in cerca di fortuna in altri paesi.</p><p>La più importante area archeologica che oggi la città può offrire al visitatore moderno, è una zona industriale d’età romana datata tra il III e il IV sec. d. C. La struttura messa in luce, un ambiente pavimentato con lastre di tegoloni, è costituita da due fornaci che dovevano servire alla cottura delle tegole e dei mattoni, una vasca in cocciopesto e un pozzo di forma circolare.</p><p>Purtroppo, a oggi, bisogna registrare l’assoluto degrado in cui versano i suddetti resti. Degno di nota è anche il Palazzo Comitale di epoca aragonese.</p><h3>Museo Civico della Gente Senza Storia</h3><p>Grande attrattore turistico è però il <strong>Museo Civico della Gente Senza Storia</strong> che ha sede nel Palazzo Caruso.</p><p>Il Museo fu inaugurato nel 1997 ed è costituito da quattro sale. Nella prima sala sono raccolti i reperti archeologici che furono ritrovati all’indomani del disastroso terremoto del 1980 quando furono iniziati i lavori per il passaggio del gasdotto Italia- Algeria. Tra tutti sono particolarmente interessanti quelli che testimoniano la presenza umana ad Altavilla già in età preistorica.</p><p>Nella seconda sala sono conservati i reperti che sono il vanto del Museo. Si tratta di abiti ritrovati nel cimitero dei poveri, la cosiddetta Terra Santa, che si trovava nella cripta della Chiesa Collegiata.</p><p>Gli abiti appartenevano a corpi mummificati naturalmente di cui non si conosce il nome e quindi nemmeno la storia. Grazie alla prof.ssa Portoghesi e alla sua equipe, furono recuperati circa cinquanta abiti appartenuti ad adulti e bambini deceduti tra il 1790 e il 1840, periodo durante il quale fu usata la cripta della chiesa come luogo di sepoltura.</p><p>Il sensazionale di questa scoperta sta nel fatto che gli abiti sono perfettamente conservati, al contrario di quello che ci si aspettava visti i danni irreparabili che di solito causano gli acidi della decomposizione di un corpo umano. Insieme agli abiti furono ritrovati anche medaglie votive, bottoni e monete.</p><p>L’unico personaggio di chi si sa qualcosa è un soldato morto nel 1815 durante la battaglia di Tolentino e di cui il Museo espone la divisa in tela bianca e blu.</p><p>Nella terza sala sono esposti reperti medievali, come elementi lapidei provenienti per lo più da collezioni private, e rinascimentali come un dipinto su tavola di Donato Bruno che rappresenta la deposizione del Cristo e che si data al 1595. Nella quarta e ultima sala, infine, sono esposti i paramenti sacri del clero indossati tra il XVI e il XVIII secolo. Oltre a questi si possono vedere anche gli abiti degli adepti delle varie confraternite religiose.</p><p><em>Foto da museodellagentesenzastoria.it</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008847_altavilla-irpina-museo-civico-della-gente-senza-storia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mirabella Eclano. Aeclanum</title><link>http://www.archeoguida.it/008844_mirabella-eclano-aeclanum.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008844_mirabella-eclano-aeclanum.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:56:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator> <category><![CDATA[Campania]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8844</guid> <description><![CDATA[Mirabella Eclano (Av). Storia e archeologia. I primi ad abitare il pianoro rettangolare di Aeclanum, fu una popolazione di stirpe osca nel V sec. a. C. A questa si aggiunsero gli Irpini che, in cerca di terreni fertili da coltivare, durante una primavera sacra si mossero dal Molise sotto la guida di un lupo sacro. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-8845" title="Aeclanum" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/Aeclanum.jpg" alt="Mirabella Eclano. Aeclanum" width="600" height="490" /></p><h2>Mirabella Eclano (Av). Storia e archeologia.</h2><p>I primi ad abitare il pianoro rettangolare di Aeclanum, fu una popolazione di stirpe osca nel V sec. a. C. A questa si aggiunsero gli Irpini che, in cerca di terreni fertili da coltivare, durante una primavera sacra si mossero dal Molise sotto la guida di un lupo sacro.</p><p>Al periodo osco si riferiscono epigrafi, dove si citano Mamers (Marte), una costruzione voluta da Magio Falcio e il dio Fauno. Inoltre dello stesso periodo sono un’ara di tufo dedicata alla dea Mefite pertinente a tempio che doveva trovarsi sulla Via Appia.</p><p>Aeclanum divenne quindi un importante centro dell’Irpinia, se Silla durante la guerra sociale e dopo aver conquistato Pompei, mosse direttamente verso Aeclanum ignorando città come Nola e Abellinum. Siamo nell’89 a. C. e la città viene presa e saccheggiata non solo per aver parteggiato per gli insorti e non essersi arresa subito, ma anche per dare un esempio alle altre città irpine.</p><p>Conquistata, quindi dai Romani divenne municipium con diritto di voto, e in seguito a questo la sua fama e la sua importanza crebbero enormemente soprattutto perché si trovava tra strade importanti come la Via Herdonitana che portava in Apulia e la Via Aeclanensis che invece portava verso la vicina Ariano Irpino.</p><p>Primo patrono della colonia fu Quinzio Valgo, antenato dello scrittore Velleio Patercolo, il cui figlio si occupò del restauro delle mura.</p><p>Nel II sec. d. C., sotto l’impero di Adriano, Aeclanum diventa colonia con il titolo di Colonia Aelia Augusta Aeclanum e divenne ancora di più centro di smistamento di bestiame e prodotti agricoli.</p><p>Aeclanum era difesa da mura intervallate da torri quadrate e semicircolari in cui si aprivano tre porte. Dalla porta occidentale entrava la Via Appia proveniente da Benevento e poi usciva da quella orientale.</p><p>La città, in località <strong>Passo di Mirabella</strong>, ha restituito importanti testimonianze archeologiche del suo glorioso passato. Importante struttura era quella delle terme con il tepidarium, il calidarium, l’apodyterium, il frigidarium, una piscina e un belvedere che doveva aprirsi sul fiume Calore. Gli scavi delle terme hanno anche restituito una statua di Niobide e un frammento di una statua di Arpocrate datata al II sec. d. C. e che doveva rappresentare il dio bambino con il corno dell’abbondanza.</p><p>Risale all’età adrianea il Macellum che doveva trovarsi nelle immediate vicinanze del foro. Alla struttura si accedeva attraverso delle tabernae e al centro si ergeva una tholos con pilastri in opus vittatum e pavimento di marmo.</p><p>Per quanto riguarda invece le abitazioni private si segnala la presenza di una grande domus datata al I sec. d. C. nel suo impianto originario. Si presenta a più piani forse per sfruttare la naturale pendenza del suolo. La domus sembra poi in seguito acquisire una connotazione più rustica a giudicare dalla sistemazione della parte orientale dell’edificio e del peristilio.</p><p>Di un’altra grande struttura si sa invece veramente poco. Doveva essere un edificio pubblico di cui sono state individuate due importanti fasi edilizie. Gli ambienti individuati sono tre. I maggiori hanno forma quadrangolare, mentre il minore ha un aspetto più allungato. I muri sono realizzati in opera mista e restano gli stessi anche quando, nella seconda fase edilizia, gli ambienti più grandi diventano uno solo con l’abbattimento dei tramezzi.</p><p>Interessante è anche una basilica paleocristiana a tre navate. In quella centrale vi è un coro absidato con pavimento mosaicato. Sotto la basilica, a circa 4 metri di profondità, si sono rinvenuti tre ambienti pertinenti a una domus del I sec. d. C. di cui uno serviva alla raccolta delle derrate alimentari.</p><p>Ai lati della Via Appia si è invece trovato un cippo con epigrafe, dove un liberto della gens dei Fannii rivendica la proprietà di quella porzione di suolo per la costruzione del suo sepolcro.</p><p>La datazione è al I sec. a. C. In località Madonna delle Grazie, lungo la strada che conduceva a Taurasi, si sono rinvenute tombe appartenenti alla Cultura del Gaudo (III millennio a. C.). Le camere sepolcrali, scavate nel tufo, si presentano ipogee e raggiungibili attraverso un vestibolo.</p><p>L’ingresso era chiuso da un lastrone disposto verticalmente. Nelle sepolture, che potevano essere anche multiple, sono statti rinvenuti importanti corredi funebri costituiti da: punte di frecce, pugnali, vasellame.</p><p>Nella tomba di quello che doveva essere una sorta di capo tribù, si sono invece rinvenute brocche con anse a nastro e pugnali di rame.</p><p>In località Passo si è rinvenuta invece la necropoli romana datata tra il II e il III sec. d. C., ma utilizzata fino al IV secolo.</p><p>Rilevante è un sarcofago in calcare con coperchio a doppio spiovente. Reperti provenienti dai corredi sono oggetti di carattere personale e monete di bronzo dell’ultimo periodo di utilizzo della zona sepolcrale.</p><p><em>Foto da archeosa.beniculturali.it</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008844_mirabella-eclano-aeclanum.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Seconda guerra servile</title><link>http://www.archeoguida.it/008841_seconda-guerra-servile.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008841_seconda-guerra-servile.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:53:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Guerre]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8841</guid> <description><![CDATA[Cartina della Sicilia romana La Seconda guerra servile (104-99 a.C.) Alcuni primi moti servili si ebbero nel 105 a.C. quando duecento servi da Capua e trenta da Nuceria Alfaterna fuggirono ma vennero giustiziati. Un terzo episodio è narrato da Diodoro Siculo: a Capua il cavaliere romano Tito Vezio si innamorò di una schiava di un [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8842" title="secondaservile01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/secondaservile01.jpg" alt="Seconda guerra servile" width="600" height="404" /><br /> Cartina della Sicilia romana</em></p><h2>La Seconda guerra servile (104-99 a.C.)</h2><p>Alcuni primi moti servili si ebbero nel 105 a.C. quando duecento servi da Capua e trenta da <em>Nuceria Alfaterna</em> fuggirono ma vennero giustiziati.</p><p>Un terzo episodio è narrato da Diodoro Siculo: a Capua il cavaliere romano Tito Vezio si innamorò di una schiava di un ricco padrone. Concupita la fanciulla, volle riscattarla per una cifra enorme e, ottenendo una dilazione per il pagamento andò a vivere con lei. Una nuova proroga nella riscossione del denaro permise a Tito Vezio di comprarsi cinquecento armature da far indossare ai suoi schiavi. Il cavaliere si proclamò sovrano con le insegne del potere e fece decapitare gli uomini incaricati di recuperare il denaro per affrancare l’ancella.</p><p>La rivolta si propagò nei dintorni e da circa settecento servi Tito Vezio poté contare su 3.500 uomini che tennero in scacco il pretore locale, Lucio Lucullo, inviato da Senato di Roma per sedarli. Solo corrompendo il comandante degli schiavi, Apollonio, Lucullo annientò i ribelli.</p><h3>Lo scontro</h3><p>La Sicilia fu di nuovo teatro degli scontri più accesi di questo secondo episodio bellico tra Roma e la classe servile.</p><p>Mentre Mario combatteva i Cimbri a nord, il Senato gli concesse il diritto di richiedere aiuti a oriente, a Nicomede re di Bitinia. Questo negò gli aiuti poiché già molti liberi bitini erano diventati schiavi di padroni romani. Il Senato istituì dei processi per liberare li alleati schiavizzati illegalmente e, in Sicilia, fece lo stesso il governatore Licinio Nerva il quale però fu corrotto dai possidenti terrieri e dai nobili e lasciò cadere nel dimenticatoio la vicenda.</p><p>A Siracusa, trenta schiavi capeggiati da un certo Vario, uccisero i padroni e fuggirono liberando altri schiavi per un totale di duecento. Uno schiavo di nome Gaio Titinio, corrotto dai romani consegnò la fortezza di questi ribelli.</p><p>Altre ribellioni ripresero dopo questo episodio. Nerva non diede troppo peso alle vicende. Duemila servi si arroccarono a Eraclea Minoa e sconfissero una guarnigione romana. Salvio divenne loro re col nome di Trifone e assediò Morgantina che resistette. Gli eserciti regolari intanto venivano nuovamente sconfitti.</p><p>A Segesta e Lilibeo intanto si accendeva la rivolta di Antenione, un cilicio che radunò mille uomini. La Sicilia era in preda all’anarchia e alla violenza. Salvio e Atenione presero Triocala; il primo fece imprigionare il secondo ma poi lo liberò e la città divenne la base delle rivolte, fortificata e munita di forti mura.</p><p>Lucio Licinio Lucullo fu inviato in Sicilia con 14.000 soldati contro 40.000 rivoltosi. La battaglia di Scirtea fu una vittoria romana in campo aperto ma Lucullo non ne approfittò e fu sostituito da Caio Servilio ma invano. Il console Caio Aquilio combattette i ribelli e affrontò Atenione (Salvio era morto nel frattempo) e lo uccise.</p><p>Rimasti 10.000 fuggitivi, Aquilio li stanò e catturò. Gli ultimi mille rimasti, al comando di Satiro, vennero inviati contro le bestie negli anfiteatri di Roma ma decisero di sgozzarsi a vicenda.</p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>DIODORO SICULO, <em>Bibliotheca historica</em>, XXXVI</li><li>FLORO, <em>Epitome</em>, II, 7</li><li>DOGLIANI M. 1997, <em>Spartaco. La ribellione degli schiavi</em>. Milano</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008841_seconda-guerra-servile.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Prima guerra servile</title><link>http://www.archeoguida.it/008837_prima-guerra-servile.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008837_prima-guerra-servile.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:48:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Guerre]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8837</guid> <description><![CDATA[Statua di Euno al castello di Lombardia, Enna La prima guerra servile (136-132 a.C.) Il termine “guerra servile” indica uno scontro fra Roma e la massa di schiavi ribellatisi alle condizioni disumane in cui si trovavano gli schiavi tra II e I secolo a.C. Prima della guerra che ha dato il nome alle successive due [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8838" title="primaservile01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/primaservile01.jpg" alt="Prima guerra servile" width="432" height="600" /><br /> Statua di Euno al castello di Lombardia, Enna</em></p><h2><strong>La prima guerra servile (136-132 a.C.)</strong></h2><p>Il termine “<strong>guerra servile</strong>” indica uno scontro fra Roma e la massa di schiavi ribellatisi alle condizioni disumane in cui si trovavano gli schiavi tra II e I secolo a.C.</p><p>Prima della guerra che ha dato il nome alle successive due rivolte servili ci sono stati altri scontri sociali a <em>Setia</em> (oggi Sezze, Lt) e in Etruria tra 198 e 196 a.C. e non sono mancate tensioni, in seguito al senatoconsulto che abolì i Baccanali nel 186 a.C., ed episodi di sommosse rurali soprattutto in Puglia nel 185-184 a.C.</p><p>Il terreno di scontro della prima guerra servile fu la Sicilia: la miccia si accese nel 136 a.C.</p><p>Le terre organizzate a latifondo erano gestite per la maggior parte da ricchi proprietari di cittadinanza romana. I piccoli contadini erano invece vessati dalle tasse e spesso diventavano schiavi per debiti.</p><p>Lo <strong>schiavo Euno</strong> (o Eunòo), d’origine siriaca, organizzò una rivolta uccidendo il proprio padrone Damofilo, noto per i suoi metodi spietati e ferrei. Euno adunò molti compatrioti, resi schiavi durante le vittoriose guerre orientali di Roma contro il regno seleucide, nel teatro di Enna e qui venne proclamato re col nome di Antioco sotto la miracolosa protezione della <em>Magna Mater</em> orientale. Cleone di Cilicia fu uno degli schiavi di spicco nelle vicende, generale alla testa di circa 14.000 fuggitivi.</p><p>La rivolta dilagò anche nelle città dove si registrano gli episodi più cruenti: la plebe uccise indiscriminatamente molti ricchi e nobili proprietari terrieri greci e romani.</p><p>I ribelli occuparono Agrigento, Catania, Morgantina e Taormina aumentando di numero forse fino ad arrivare a 200.000.</p><p>Dopo quattro anni di scontri e brigantaggi (132 a.C.) il console Publio Rupilio sbarcò a Messina. Circa 8.000 ribelli morirono e altrettanti furono crocifissi. La roccaforte di Taormina, posizionata strategicamente sulle alture, resistette fino all’assedio per fame. Il console promise un salvacondotto ai rivoltosi in cambio dell’armistizio ma non mantenne la parola data e fece gettare i nemici dalla cima della rupe. Gli ultimi scontri si registrarono a Enna dove 20.000 uomini morirono negli scontri; Euno fu imprigionato e morì nel carcere di Morgantina.</p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>DIODORO SICULO, <em>Bibliotheca historica</em>, XXXIV e XXXV</li><li>TITO LIVIO, <em>Periochae &#8211; Ab Urbe condita</em>, LVI, 9</li><li>DOGLIANI M. 1997, <em>Spartaco. La ribellione degli schiavi</em>. Milano</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008837_prima-guerra-servile.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Phersu</title><link>http://www.archeoguida.it/008827_phersu.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008827_phersu.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:44:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - P]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8827</guid> <description><![CDATA[Il phersu nella lotta nella Tomba degli Auguri Phersu Phersu è il nome di un personaggio che compare sugli affreschi parietali di cinque tombe etrusche, quattro a Tarquinia e una a Chiusi. Un personaggio analogo è presente anche su una scena di danza bellica: un uomo con clava e scudo si trova su un’anfora realizzata [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8828" title="phersu01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu01.jpg" alt="Phersu" width="600" height="256" /><br /> Il phersu nella lotta nella Tomba degli Auguri</em></p><h2>Phersu</h2><p><em>Phersu</em> è il nome di un personaggio che compare sugli affreschi parietali di cinque tombe etrusche, quattro a Tarquinia e una a Chiusi. Un personaggio analogo è presente anche su una scena di danza bellica: un uomo con clava e scudo si trova su un’anfora realizzata dal Pittore dei Satiri danzanti, oggi a Karlsruhe.</p><p>Il <em>phersu</em> è associato a contesti legati al mondo agonistico, inserito in scene di combattimenti tra uomini o tra uomini e bestie, e al rito dell’ordalia e dello scontro cruento ma anche correlato alla danza e al suono del flauto in funzione di accompagnamento di guerrieri.</p><p>Probabile adattamento del greco <em>pròsopon, -ou</em> (προσωπον = volto, faccia, maschera teatrale, persona, personaggio), la parola <em>phersu</em> potrebbe contenere la stessa radice da deriverebbe la parola latina <em>persona, -ae</em> (nel significato di maschera ma anche di personaggio/personalità): se così fosse ci troveremmo di fronte alla prima rappresentazione di un inserviente (una sorta di vespillone) mascherato che ha il compito di accertarsi che il lottatore sconfitto sia realmente morto, come avveniva nei combattimenti fra gladiatori nelle quali un uomo con la maschera e il martello di Caronte doveva constatare l’avvenuto decesso.</p><p>La funzione psicopompa del <em>phersu</em> però lo nobilita in senso ultraterreno: un accompagnatore del combattente defunto comunque assimilabile ai demoni Charu e Vanth delle pitture funerarie delle tombe etrusche ma non rientrante nella categoria di tali figure mostruose (1).</p><p>Infatti, secondo l’autore Ateneo, i giochi gladiatorii in voga presso i romani discendevano da una tradizione agonistica presente nella società etrusca (2).</p><p>L’iconologia del <em>phersu</em> non è univoca. Egli compare così nelle seguenti tombe:</p><ul><li>Tomba deli Auguri (530-520 a.C.), Tarquinia – doppia rappresentazione: uomo con maschera barbata, berretto stretto, giubba maculata e scritta etrusca (<em>phersu</em>). Tiene per il guinzaglio un grosso cane, forse un molosso, che addenta un uomo armato di clava, vestito solo con un perizoma e col capo avvolto in un sacco. La seconda raffigurazione del <em>phersu</em> lo mostra isolato in un ambiente floreale e con anatre mentre danza. La maschera è la stessa del precedente ma la giubba che indossa è color porpora. In entrambi i casi il nome è presente vicino al personaggio.</li><li>Tomba delle Olimpiadi (520-500 a.C.), Tarquinia – la scena risulta lacunosa ma comprensibile: il phersu mascherato ha un giubbetto a scacchiera bianca e blu e si trova in dietro a un uomo che tiene in mano un’arma di cui si vede solo il manico. L’uomo ha la testa chiusa in un sacco come nella precedente tomba.</li><li>Tomba del Pulcinella (510-500 a.C.), Tarquinia – scena di danza del <em>phersu</em> che da il nome alla tomba per la somiglianza con la maschera.</li><li>Tomba della Scimmia (490-470 a.C.), Chiusi – il <em>phersu</em> suona il flauto e accompagna la danza di un guerriero.</li><li>Tomba del Gallo (400-390 a.C.), Tarquinia – il <em>phersu</em> è dipinto in una scena di danza.</li></ul><p>Altra interpretazione del <em>phersu</em> è quella di una cruenta sfida riservata ai prigionieri di guerra e ai rei condannati a morte.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8829" title="phersu02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu02.jpg" alt="Phersu" width="600" height="383" /><br /> Ricostruzione della scena dalla Tomba degli Auguri.</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8830" title="phersu03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu03.jpg" alt="Phersu" width="330" height="425" /><br /> Phersu danzante dalla Tomba degli Auguri.</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8831" title="phersu04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu04.jpg" alt="Phersu" width="500" height="250" /><br /> Phersu nella Tomba delle Olimpiadi.</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8832" title="phersu05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu05.jpg" alt="Phersu" width="500" height="358" /><br /> Phersu danzante nella Tomba del Pulcinella.</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8833" title="phersu06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/phersu06.jpg" alt="Phersu" width="500" height="445" /><br /> Uomo con la maschera del phersu nella Tomba del Gallo.</em></p><h3>Note</h3><ul><li>(1) PALLOTTINO, p. 392.</li><li>(2) ATENEO, IV, 153 f.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>DI CAPUA G. 2007, <em>Tarquinia</em>.</li><li>PALLOTTINO M. 1984, <em>Etruscologia</em>. (VII edizione).</li><li>STEINGRÄBER S. 2006, <em>Affreschi etruschi. Dal periodo geometrico all’ellenismo.</em></li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008827_phersu.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Riso sardonico e maschere ghignanti</title><link>http://www.archeoguida.it/008819_riso-sardonico-e-maschere-ghignanti.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008819_riso-sardonico-e-maschere-ghignanti.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:38:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8819</guid> <description><![CDATA[Il riso sardonico e le maschere ghignanti Gli antichi greci utilizzavano l’aggettivo “sardoni(c)o” (sia σαρδάνιος sia σαρδόνιος) con l’accezione di “amaro, beffardo”. La prima citazione risale a Omero, nel passo in cui Ctèsippo offende Odisseo, travestito da mendicante nella propria casa, lanciandogli una zampa di bue: “…prendendola da un canestro; Odisseo l’evitò piegando il capo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-8820" title="riso sardonico e maschere ghignanti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/riso01.jpg" alt="riso sardonico e maschere ghignanti" width="600" height="647" /></p><h2>Il riso sardonico e le maschere ghignanti</h2><p>Gli antichi greci utilizzavano l’aggettivo “sardoni(c)o” (sia σαρδάνιος sia σαρδόνιος) con l’accezione di “amaro, beffardo”. La prima citazione risale a Omero, nel passo in cui Ctèsippo offende Odisseo, travestito da mendicante nella propria casa, lanciandogli una zampa di bue:</p><blockquote><p>“…<em>prendendola da un canestro; Odisseo l’evitò<br /> </em><em>piegando il capo appena, e nel cuore sorrise<br /> </em><em>amaro assai;…”</em></p></blockquote><p>(trad. di Rosa Calzecchi Onesti) (1)</p><p>L’espressione omerica originale “sorrise amaro” è in greco “μείδησε […] σαρδάνιον”.</p><p>Il <strong>riso sardonico</strong> (σαρδόνιος γέλως) è presente nell’arte delle maschere fittili nell’area influenzata dalla presenza cartaginese.</p><p>Esemplari di maschere ghignanti sono stati rinvenuti nelle Baleari, a Cartagine, in Sardegna e a Mozia (nella Sicilia punica). Tharros è uno dei centri sardo-cartaginesi con maggiore presenza di questi manufatti artistici (2).</p><p>Caratteristica comune di queste maschere è il sorriso, fortemente accentuato, che talvolta mostra la dentatura dell’individuo e porta sempre allo stiramento degli occhi in una sorta di mezza luna. Spesso sono presenti anche solchi simili alle increspature tipiche dell’aggrottamento e riportate sulle guance e sulla fronte la quale, in alcuni casi, è attraversata verticalmente da una striscia decorata a roselline, a soli e a fiori.</p><p>È possibile che la leggenda sull’eutanasia praticata dagli antichi sardi (una sorta di rito simile a quello dell’accabadora) fosse in parte veritiera: gli anziani sardi, all’età di 70 anni, avrebbero ricevuto l’esecuzione per mano dei famigliari mentre il loro viso si contraeva in un ghigno. (3)</p><p>Se ciò fosse vero allora ci troveremmo di fronte a un raro caso di “influenza culturale inversa” cioè di una pratica presa in prestito dai Sardi (rimasti autonomi fino alla creazione delle provincia romana di <em>Sardinia et Corsica</em> nel 238-236 a.C.) e giunta a influenzare la cultura artistica cartaginese e diffusasi, per riverbero, in aree colonizzate dai fenici nel Mediterraneo occidentale.</p><p>Le attestazioni più antiche di questa arte risalgono al VII-VI secolo a.C. con esemplari sardi e la maschera di Mozia mentre quelli cartaginesi e balearici oscillano tra V e II secolo a.C. (4)</p><p>Inoltre le maschere non sono sempre in relazione alla grandezza di un viso umano ma si trovano anche in dimensioni minori, miniaturistiche, forse in funzione apotropaica o forse dedicate a giovani non ancora adulti (i bambini piccoli però presso i cartaginesi venivano seppelliti in apposite necropoli dette <em>tophet</em>). I ritrovamenti indicano posizionamenti non collegabili alla pratica di mascherare i defunti.</p><p>Si deduce che molto probabilmente il loro scopo fosse propiziatorio e cultuale se non addirittura profilattico per proteggere dalle presenze me. Anche nelle tombe etrusche compare talvolta il personaggio mascherato chiamato <em>phersu</em>, forse etruschizzazione del greco <em>pròsopon</em> (volto, maschera, personaggio).</p><p>I fori che alcune di esse presentano potevano indicare i punti di allaccio di una corda che fissava la maschera a un palo durante le processioni e i funerali.</p><p>Rimane viva la connessione tra maschera e morte: Odisseo medita la morte dei Proci che lo hanno deriso, i sardi praticano l’eutanasia col riso sardonico, la maschera funeraria è utilizzata spesso nelle culture antiche, il culto celtico di Samhain – All hallows Eve (Halloween) è collegato alle maschere apposte fuori dalle dimore per allontanare i defunti. Il <em>phersu</em> etrusco e le maschere ghignanti sarebbero altri aspetti delle civiltà etrusca e sarda che relazionano morte e maschere.</p><p><em>Foto di apertura: Maschera punica al museo Whitaker di Mozia (foto Stefano Todisco)</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8821" title="riso sardonico e maschere ghignanti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/riso02.jpg" alt="riso sardonico e maschere ghignanti" width="220" height="268" /></em><br /> <em>Maschera ghignante dal Museo del Bardo, Cartagine.</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8822" title="riso sardonico e maschere ghignanti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/riso03.jpg" alt="riso sardonico e maschere ghignanti" width="444" height="557" /></em><br /> <em>Maschera da San Sperate, museo di Cagliari (da www.tharros.info)</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8823" title="riso sardonico e maschere ghignanti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/riso04.jpg" alt="riso sardonico e maschere ghignanti" width="304" height="358" /></em><br /> <em>Maschera da Tharros (da www.3dsardegna.it)</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-8824" title="riso sardonico e maschere ghignanti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/riso05.jpg" alt="riso sardonico e maschere ghignanti" width="204" height="303" /></em><br /> <em>Maschera da Tharros, British Museum di Londra (da sardolog.com)</em></p><h4>Possibile spiegazione: una neurotossina vegetale</h4><p>Il Dipartimento di Botanica dell’Università di Cagliari, guidato dal prof. Mauro Ballero, ha recentemente provato che la neurotossina presente nel sedano acquatico (<em>Oenanthe fistulosa</em>) porterebbe all’intossicazione e persino alla morte in molti casi. L’ingestione della pianta fresca (se essiccata perderebbe la carica neurotossica) provocherebbe il trisma mimico ovvero una contrazione di alcuni muscoli facciali, come nel caso dell’infezione da tetano, che ricorda molto il “riso sardonico”. (5)</p><h3>Note bibliografiche</h3><ul><li>(1) OMERO,<em> Odissea</em>, XX, 300-302.</li><li>(2) PARROT A., CHEHAB M. H., MOSCATI S. 1982, <em>I</em><em>Fenici: l’espansione fenicia di Cartagine.</em> (cap. “I fenici in Sardegna”).</li><li>(3) DIDU I. 2003, <em>I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia, </em>passim.</li><li>(4) MOSCATI S. 1988, <em>I Fenici</em>, p. 565.</li><li>(5) <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=114485&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1" target="_blank">http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=114485&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1</a></li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008819_riso-sardonico-e-maschere-ghignanti.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ombra della Sera</title><link>http://www.archeoguida.it/008814_ombra-della-sera.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/008814_ombra-della-sera.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 12:32:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Capolavori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=8814</guid> <description><![CDATA[&#8220;Ombra della sera&#8221;, statuetta etrusca in bronzo, III secolo a.C., Volterra, Museo Guarnacci La statuetta dell&#8217;Ombra della Sera Questo nome così misterioso venne coniato dal poeta e vate Gabriele D’Annunzio: “Ombra della Sera” è da allora il nome della celebre statuetta bronzea proveniente dall‘antica Volterra, l’etrusca città di Velathri. Proprio la conformazione oblunga di questo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-8815" title="ombrasera01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/ombrasera01.jpg" alt="Ombra della sera" width="600" height="703" /></em><br /> <em>&#8220;Ombra della sera&#8221;, statuetta etrusca in bronzo, III secolo a.C., Volterra, Museo Guarnacci</em></p><h2 align="JUSTIFY">La statuetta dell&#8217;Ombra della Sera</h2><p align="JUSTIFY">Questo nome così misterioso venne coniato dal poeta e vate <strong>Gabriele D’Annunzio</strong>: “<strong>Ombra della Sera</strong>” è da allora il nome della celebre statuetta bronzea proveniente dall‘antica <strong>Volterra</strong>, l’etrusca città di <em>Velathri</em>. Proprio la conformazione oblunga di questo manufatto suscita sensazioni collegate alle ombre, all’allungarsi dei profili umani sul fare della sera.</p><p align="JUSTIFY">Volterra era nota nel mondo antico per le proprie potenzialità artistiche e produttive sia nel campo della lavorazione del bronzo (toreutica) sia nella produzione di artefatti in alabastro.</p><p align="JUSTIFY">Datata tra III e II secolo a.C., nella fase in cui il dominio di Roma aveva da poco raggiunto anche il nord dell’Etruria, la statuetta votiva ricorda lo stile di alcune opere dell’artista moderno Giacometti.</p><p align="JUSTIFY">Quella attualmente esposta al museo etrusco Guarnacci di Volterra è una copia poiché l’originale è custodita nel deposito di una banca.</p><p align="JUSTIFY">La statua è stata rinvenuta al di fuori di un preciso contesto di scavo e il primo proprietario, un contadino, la utilizzò come utensile per smuovere la legna nel proprio camino. Tale uso improprio si riscontra da alcune tracce lasciate sui piedi.</p><h3 align="JUSTIFY">L’ipotesi di Piero Airaghi</h3><p align="JUSTIFY">Ex ispettore onorario della Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, Piero Airaghi è uno storico dell’arte che ha studiato l’Ombra della Sera a partire dall’idea dannunziana del nome: Airaghi vede nel bronzetto affusolato una reale raffigurazione dell’ombra di una statua dedicata a un fanciullo.</p><p align="JUSTIFY">Secondo alcuni studi avvalorati dall’esperienza del prof. Franco Gatto, direttore dell’Istituto Sperimentale dei Metalli Leggeri di Novara, l’ex voto etrusco avrebbe subito una piegatura a S</p><p align="JUSTIFY">Le proporzioni esatte della statua (che mostra i piedi e la testa non allungati quindi nelle loro dimensioni originali) indicherebbero un’altezza di circa 22 cm. La luce solare al tramonto farebbe sì che l’ombra divenga di circa 60 cm; l’altezza dell’Ombra della Sera è di 57,5 cm.</p><p align="JUSTIFY">Inoltre i piedi, la testa e le natiche mostrano una maggiore consunzione, tipica della posizione orizzontale del manufatto che, molto probabilmente era stato creato dall’artista etrusco affinché rimanesse supino e non verticale.</p><p align="JUSTIFY">Restano due le principali interpretazioni: l’immagine bronzea di un’anima di fanciullo che vola verso il cielo? È difficile crederlo poiché l’inclinazione del volto tende leggermente verso il basso e non verso l’alto.</p><p align="JUSTIFY">È plausibile credere che l’Ombra della Sera fosse la riproduzione della sagoma che una statuetta di efebo (forse legato da vincoli di parentela con l’artigiano) produceva con la luce solare mattutina e/o serotina.</p><h3 align="JUSTIFY">Altri esemplari simili</h3><p align="JUSTIFY">Questa non è l’unica statuetta affusolata riscontrabile nell’arte etrusca. Esistono almeno altri sette casi accertati e ben noti: si tratta di un bronzetto di uomo togato con braccia aperte e della cosiddetta “Dama etrusca del Louvre” raffigurante una donna con caratteri sessuali accentuati, pettinatura e tratti fisiognomici accurati, entrambi custoditi nell’omonimo museo parigino.</p><p align="JUSTIFY">A Roma, al Museo Nazionale di Villa Giulia, si conservano altre cinque statuette allungate: due aruspici, riconoscibili dall’abito (tunica) e dal cappello appuntito; anche qui, come al Louvre, le statuette maschili presentano braccia sporgenti in atto tipicamente liturgico (preghiera o offerta).</p><p align="JUSTIFY">Due offerenti, uno coronato e uno giovane con capigliatura a ciocche regolari: entrambi presentano un accenno di vestito e portano doni.</p><p align="JUSTIFY">Una donna (dea?) con un serpente in mano è l’ultimo bronzetto della serie.</p><p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-8816" title="ombrasera02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/ombrasera02.jpg" alt="Ombra della Sera" width="400" height="616" /><br /> <em>La statuetta femminile del Louvre con il togato</em></p><p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone  wp-image-8817" title="Ombra della Sera" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/04/ombrasera03.jpg" alt="Ombra della Sera" width="600" height="770" /></em><br /> <em>I bronzetti al museo di Villa Giulia</em></p><h3 align="JUSTIFY">Bibliografia</h3><ul><li><div align="JUSTIFY">AIRAGHI P. 2009, <em>La scultura dell’Ombra della Sera mi suggerisce l’emozione di questa ombra che diventa una presenza impalpabile e silenziosa che arriva al mattino con la prima luce e a sera se ne va</em>, in “Rassegna Volterrana”, anno LXXXVI. Volterra</div></li><li><div align="JUSTIFY">PALLOTTINO M. 1984, <em>Etruscologia</em>, tavola LXXVI. Milano</div></li></ul><h3 align="JUSTIFY">Nota</h3><p align="JUSTIFY">si ringrazia il dott. Piero Airaghi per le informazioni fornite.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/008814_ombra-della-sera.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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