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	<title>ArcheoGuida</title>
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	<description>Guida online su archeologia, storia e arte antica</description>
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		<title>Batavia</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 14:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Secci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Relitti]]></category>
		<category><![CDATA[Batavia]]></category>

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La ‘retourship’ Batavia (1628-1629): storia di un relitto e del suo equipaggio
Le vicende del naufragio e dello scavo archeologico relativi al relitto del Batavia risultano degli esempi chiarificatori delle potenzialità insite nella ricerca archeologica, sia per quanto riguarda la ricerca vera e propria che per quanto concerne la tutela e valorizzazione dei siti sommersi. Questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3066" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia-00"><img class="alignnone size-full wp-image-3066" title="batavia-00" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia-00.jpg" alt="Batavia" width="502" height="447" /></a></p>
<h2>La ‘retourship’ Batavia (1628-1629): storia di un relitto e del suo equipaggio</h2>
<p>Le vicende del naufragio e dello scavo archeologico relativi al relitto del Batavia risultano degli esempi chiarificatori delle potenzialità insite nella ricerca archeologica, sia per quanto riguarda la ricerca vera e propria che per quanto concerne la tutela e valorizzazione dei siti sommersi. Questo breve contributo intende sottolineare queste potenzialità, ma anche i precetti e le pratiche che costituiscono la base sia metodologica che concettuale dell’archeologia subacquea presentandone degli esempi pratici seppure specifici e limitati al caso studio in esame.</p>
<p class="aaa3">Introduzione</p>
<p>Come brevemente accennato in un precedente contributo pubblicato in questa stessa collana, l’esperienza prodotta sul sito del relitto del <em>Batavia</em> rappresenta un caso particolarmente compiuto della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia (<a href="http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html" target="_blank">leggi il nostro articolo al riguardo)</a>. Come risulterà evidente dalla esposizione che segue, il sito subacqueo e i siti terrestri collegati al relitto del <em>Batavia</em> sono stati oggetto di studio particolareggiato e i risultati delle ricerche oltre ai rinvenimenti sono stati attentamente protetti, valorizzati e pubblicati sia scientificamente che a livello divulgativo, e resi fruibili attraverso l’esposizione museale. Le tre fasi di studio, attraverso le attività di scavo, la protezione/conservazione e la valorizzazione della cultura materiale relativa al relitto rappresentano, coincidono perfettamente con i tre punti cardine dell’attività archeologico &#8211; subacquea intesa nella sua accezione più generale e inclusiva.</p>
<p class="aaa3">Storia del naufragio</p>
<p>La vicenda del <em>Batavia</em> risulta particolarmente interessante grazie anche alla sua storia caratterizzata dall’ammutinamento della ciurma capeggiato dal capo mercante Jeronimus Cornelisz e dal timoniere Ariaen Jacobsz. L’ammutinamento influenzò notevolmente sia la storia precedente che quella successiva al naufragio, caratterizzando inoltre il sito dal punto di vista della ricostruzione storico &#8211; archeologica. La scoperta del <em>Batavia</em>, datata 1963, si deve ad alcuni subacquei sportivi che rinvennero i resti del relitto nelle acque antistanti la Beacon Island nel arcipelago denominato Houtman Abrolhos al largo delle coste del Western Australia. Come accennato nel precedente contributo, questa scoperta stimolò una notevole attenzione nell’opinione pubblica che portò all’avvio di un programma strutturato per la protezione dei relitti e per lo sviluppo della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia (1).</p>
<p>Nel 1628 il <em>Batavia</em> prese il largo dal porto dell’isola di Texel nel nord dell’Olanda, diretto a Batavia (odierna Jakarta, Indonesia), sotto il commando di Francisco Pelsaert. La nave, costruita l’anno precedente, compiva il suo viaggio inaugurale trasportando un carico di oro e argento utile all’acquisto di spezie nella colonia della Compagnia delle Indie Orientali Olandese (<em>Verenigde Oostindische Compagnie &#8211; </em>VOC). Lasciata Città del Capo in Sud Africa, ove l’imbarcazione aveva fatto sosta per il rifornimento delle provviste necessarie per il proseguimento del viaggio, i due cospiranti diedero inizio al loro piano. Preso il commando della nave cambiarono rotta con l’intenzione di iniziare una nuova vita grazie anche al cospicuo e ricco carico trasportato. E’ noto come Jacobsz ebbe attriti personali con Pelsaert in India, anni prima, mentre Cornelisz si trovava in fuga dalle Netherlands, dove era stato accusato di bancarotta, e dov’era a rischio di arrestato per alcune accuse di eresia.</p>
<p>Il viaggio terminò il 4 giugno 1629 allorché l’imbarcazione urtò il Morning Reef nel Wallabi Group dell’Houtman Abrolhos, un gruppo di isolotti e barriere coralline al largo di Geraldton nel Western Australia (2). Delle 322 persone a bordo, 40 perirono nel tentativo di raggiungere la terraferma, mentre i sopravvissuti organizzarono un campo di sopravvivenza nella Beacon Island. La mancanza di acqua potabile e di approvvigionamenti nell’isola obbligarono il comandante Pelsaert, il timoniere Jacobsz, alcuni membri dell’equipaggio e alcuni passeggeri a compiere un disperato viaggio, a bordo di una scialuppa di salvataggio (9.1 metri di lunghezza), in direzione di Batavia alla ricerca di soccorsi (3). Dopo 33 giorni di navigazione il comandante e gli altri a bordo (non vi fu’ alcuna perdita!) riuscirono a raggiungere l’Indonesia e, ottenuta un altra imbarcazione – la <em>Sardam</em> – ripresero il largo in direzione dell’Houtman Abrolhos.</p>
<p>Intanto nel campo dei sopravvissuti, durante l’assenza del comandante, Cornelisz continuò a portare avanti il suo piano. Egli era infatti cosciente di essere a rischio di giudizio in caso il comandante fosse riuscito a ritornare con i soccorsi. A questo proposito, progettò addirittura di dirottare eventuali imbarcazioni di soccorso, prendendone possesso, per poter così completare il suo piano e stabilirsi da qualche parte ad iniziare una nuova vita grazie al carico di oro e argento (4). Cornelisz era comunque cosciente di dover eliminare qualsiasi ostacolo che potesse frapporsi tra lui ed il successo del suo piano. A questo riguardo, il primo provvedimento che attuò fu di ottenere che tutte le armi e le provviste fossero poste sotto il suo diretto controllo. Ordinò inoltre al gruppo di soldati, posti a guarnigione del prezioso carico, di andare a cercare provviste d’acqua in uno dei vicini isolotti e, convinto dell’impossibilita’ di successo, li lasciò al loro destino (5). A questo punto, sicuri di aver ottenuto il completo controllo dei sopravvissuti, Cornelisz e gli altri ammutinati si lasciarono ad atti di barbarie (Fig. 1).</p>
<p>Cornelisz in effetti non commise mai alcun omicidio anche se tentò, senza successo, di strangolare un bambino. Convinse tuttavia i suoi sottoposti a commettere gli atti di barbarie per lui, accusando le vittime di crimini quali il furto. Il suo piano era quello di ridurre i sopravvissuti a circa 45 unità, cosi che le provviste potessero durare a lungo. Il tragico risultato fu che gli ammutinati uccisero almeno 125 persone tra uomini, donne e bambini (6). Nel frattempo, le guarnigioni inviate nell’adiacente West Wallabi Island, all’oscuro di quanto stesse succedendo sulla Beacon Island, riuscirono effettivamente a trovare fonti di approvvigionamento d’acqua e cibo. Le notizie di ciò che Cornelius e gli ammutinati portavano avanti indisturbati li raggiunse grazie alla fuga di alcuni sopravvissuti (7).</p>
<p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3051" title="batavia01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia01.jpg" alt="Batavia" width="600" height="418" /></em><br />
<em>Incisione rappresentante il massacro dei sopravvissuti al naufragio del Batavia nella Beacon Island dalla pubblicazione di Jan Jansz ‘Ongeluckige Voyagie van’t Schip Batavia’ pubblicata poco dopo il naufragio (Jansz 1647; tratto da Paterson &amp; Franklin 2004, p. 82)</em></p>
<p>Allo stesso tempo Cornelisz, sulla Beacon Island, venne a conoscenza del fatto che i soldati erano effettivamente sopravvissuti. Affinché il suo piano avesse successo, ‘ovviamente’, i soldati dovevano essere eliminati. A questo fine Cornelisz e alcuni ammutinati cercarono di sopraffare i soldati con la forza, non riuscendovi, fino a ché l’arrivo del comandante Pelsaert, con i soccorsi a bordo della <em>Sardam</em>, pose fine alle crudeli e folli vicende dell’Houtman Abrolhos (8). Lo stesso comandante Pelsaert, condizionato anche dalla limitata capacità della <em>Sardam</em> di ospitare passeggeri, decise di procedere al giudizio degli ammutinati direttamente sull’isola. Jeronimus Cornelisz e i principali ammutinati vennero giudicati colpevoli. Per punire gli atti di barbarie gli vennero prima tagliate entrambe le mani e successivamente vennero impiccati come era usanza a quel tempo con i colpevoli di ammutinamento.</p>
<p class="aaa3">Ricerca archeologica relativa al <em>Batavia</em>: ricerche subacquee e terrestri</p>
<p>La scoperta del relitto del <em>Batavia</em>, avvenuta nel 1963, fu accompagnata da una grande attenzione dell’opinione pubblica e dall’interesse del Western Australian Maritime Museum (WAMM), nella persona di Jeremy Green – Curatore Capo del Western Australian Maritime Museum – che indagò e documentò il sito durante quattro stagioni di scavo (Fig. 2).</p>
<p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3052" title="batavia02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia02.jpg" alt="Batavia" width="600" height="404" /></em><br />
<em>Archeologo subacqueo del WAMM all&#8217;opera sul relitto del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p>
<p>Durante la prima stagione di scavo venne mappata e scavata l’area compresa tra la poppa del relitto e un gruppo molto incrostato di oggetti metallici situato a mezza via, comprendente 3 cannoni ed un ancora (Fig. 3).</p>
<p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3055" title="batavia03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia03.jpg" alt="Batavia" width="600" height="448" /></em><br />
<em>Ancora del relitto del Batavia nella sua posizione in situ (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p>
<p>Lo scavo venne prodotto con il metodo <em>stratigrafico</em>, rimuovendo sistematicamente le formazioni coralline e i sedimenti fino a scoprire gli strati più ricchi di manufatti. La rimozione dei manufatti, particolarmente di uno dei cannoni, mise in luce la struttura lignea del relitto, ora alla completa mercé degli elementi naturali (correnti e mareggiate). (rischio e necessità di protezione) Per questa ragione, venne deciso di recuperare i materiali dello scafo dopo una attenta mappatura e una completa documentazione fotografica. (necessità di un attenta mappatura dei siti) La seconda stagione di scavo andò molto a rilento a causa della quantità di corallo e concrezioni da rimuovere nella zona poppiera del relitto. Durante questa stagione vennero recuperati altri due cannoni, numeroso fasciame, concrezioni contenenti proiettili da cannone e una rilevante quantità di ceramiche e vasellame (Fig. 4).</p>
<p lang="en-AU"><a rel="attachment wp-att-3056" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia04"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3056" title="batavia04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia04.jpg" alt="Batavia" width="413" height="600" /></em></a><br />
<em>Esempio di ceramica rinvenuta nel sito del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p>
<p>Durante la terza stagione, invece, le ultime parti del fasciame di poppa vennero recuperati e lo scavo si spostò nella zona prodiera, nella quale vennero rinvenute una gran quantità di monete, un astrolabio in buono stato di conservazione oltre a un gran numero di blocchi in pietra da costruzione (9) . La quarta stagione di scavo fu infine caratterizzata da condizioni meteorologiche avverse e fu possibile spendere solo 10 giorni di lavoro sul sito. Durante questo periodo vennero recuperate alcune concrezioni contenenti proiettili per cannoni e altri manufatti di vario tipo. Al termine dello scavo integrale del sito fu possibile recuperare, scomponendolo, il fasciame della parte poppiera dello scafo, l’unico preservatosi integro (Fig. 5). Tutti i materiali hanno subito il processo di conservazione grazie allo staff del WAMM prima di venire esposti nella galleria appositamente approntata per ospitare la collezione archeologica.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3059" title="batavia05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia05.jpg" alt="Batavia" width="600" height="402" /></em><br />
<em>Musealizzazione dei resti dello scafo, di un cannone e del portico a seguito del restauro conservativo (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p>
<p class="aaa3">Valorizzazione dei resti archeologici del Batavia: la loro musealizzazione</p>
<p>A seguito delle ricerche archeologiche sviluppate negli anni ’70 del ventesimo secolo ed alla grande quantità di materiale rinvenuto sui vari siti, il WAMM – depositario dei rinvenimenti relativi ai relitti storici per lo stato del Western Australia – istituì, un’area dedicata al relitto del <em>Batavia</em> (all’interno della c.d. Shipwreck Gallery), che costituisce ora la colonna portante del museo. In accordo con questi termini, tutti i materiali recuperati dal sito subacqueo e dai siti terrestri associati al <em>Batavia</em> sono ora esposti nella Shipwreck Gallery all’interno del WAMM (10). Notevole importanza assunse, per l’apertura della nuova sede del museo nel 2002 nella città di Geraldton, il lavoro sviluppato dal gruppo guidato da Geoff Kimpton che replicò il portico costituito da blocchi di pietra originariamente diretti a Batavia e rinvenuti nel sito subacqueo (11). A questa replica venne affiancata la ricostruzione della parte poppiera dello scafo del <em>Batavia</em> con il fasciame originale dopo un attento procedimento conservativo prodotto dai tecnici del WAMM. La sala dedicata al relitto del Batavia include inoltre un cannone originale propriamente restaurato e la ricostruzione della sepoltura di una vittima del massacro così come rinvenuta nella Beacon Island (Fig. 5).</p>
<p class="aaa3">Archeologia sperimentale: la ricostruzione in scala 1:1 del relitto</p>
<p>E’ importante mettere in risalto un progetto di archeologia sperimentale sviluppato, tra il 1985 e il 1994, in uno sforzo congiunto del governo olandese e del Western Australian Maritime Museum al fine di ricostruire il <em>Batavia</em> in scala 1:1 (Fig. 6; 12). Nell’idea di Robert Parthesius (13), l’archeologo olandese che diresse i lavori, il progetto aveva due principali obbiettivi: mantenere viva la tradizione dei maestri d’ascia e fornire, ai giovani interessati, un addestramento nelle tecniche di costruzione e restauro navale. Questo progetto sperimentale permise inoltre di verificare, attraverso la sperimentazione appunto, le tecniche e le metodologie della costruzione navale nel XVII secolo, tramite l’utilizzo di materiali e strumenti del mestiere tipici di quel periodo (14).</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3060" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia05-2"></a><a rel="attachment wp-att-3061" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia06"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3061" title="batavia06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia06.jpg" alt="Batavia" width="600" height="471" /></em></a><br />
<em>La ricostruzione della ‘retourship’ Batavia all’ormeggio presso il Bataviawerf a Lelystad nei Paesi Bassi</em></p>
<p class="aaa3">Conclusioni</p>
<p>Come si può notare da questo breve sommario delle vicende e della ricerca prodotta sul relitto del <em>Batavia</em>, questo può ben dirsi un esempio compiuto di quello che la ricerca archeologico subacquea può e dovrebbe rappresentare e portare a termine. La vicenda di questo relitto sviluppa molte di quelle sezioni che vanno a costituire una ricerca archeologica ampia, coerente e all’altezza dei più moderni standard della scienza archeologica. Lo scavo venne difatti preceduto da una lunga ricerca negli archivi storici della VOC nel tentativo di ottenere il maggior numero di notizie sul possibile stato di conservazione del relitto e costituire un piano di scavo adatto alle caratteristiche del sito, ma sarebbe meglio dire dei siti (subacqueo e terrestre). Lo scavo venne portato avanti inoltre con minuzia e con, come detto, altissimi standard di ricerca. Ma i punti forse più notevoli sono rappresentati dal periodo post scavo, momento nel quale i materiali sono stati ampiamente conservati e stabilizzati, consentendo la ricerca sperimentale che ha contribuito così tanto alla comprensione dell’arte navale della VOC per il XVII secolo.</p>
<p class="aaa4">Note</p>
<ol>
<li>Vedi: (link al primo contributo sull’archeologia subacquea in Australia)</li>
<li>Paterson A. &amp; Franklin D. 2004, The 1629 mass grave for Batavia victims, Beacon Island, Houtman Abrolhos Islands, Western Australia. In <em>Australasian Historical Archaeology</em>, 22, pp. 71-78.</li>
<li>Ibidem</li>
<li>Bevaqua R. 1974, Archaeological Survey of Sites relating to the<em> Batavia</em> shipwreck. Unpublished Report prepared for the Western Australian Museum, no. 81.</li>
<li>
<div lang="en-US"> Ibidem</div>
</li>
<li>Ibidem</li>
<li>Ibidem</li>
<li>Ibidem</li>
<li>Green J. &amp; Henderson G. 1974, Marine Archaeology at the Western Australian Museum. In <em>Australian Archaeology</em>, 1, pp. 15-17.</li>
<li>Il Western Australian Museum venne istituito nel 1891. A partire dagli anni ’60 del XX secolo il ruolo del museo si espanse ad includere ricerche ed esposizioni nei campi disparati dell’antropologia, dell’archeologia marittima, storia sociale e culturale. Una prima sede del WAMM venne approntata nei locali del Commisariato (Commissariat Store) a partire dal 1977 ed aperta al pubblico nel 1979. Vedi Hosty K. 2006, Maritime Museums and Maritime Archaeological Exhibitions. In Staniforth M. &amp; Nash M. (eds.), <em>Maritime Archaeology: Australian Approaches</em>, Springer, New York, NY, pp. 151-162.</li>
<li>
<div lang="en-US"> Curtin A. (ed) 2002, <em>Western Australian Museum – Annual Report 2002</em>, Western Australian Museum, Perth.</div>
</li>
<li>
<div lang="en-US"> Corioli S. (ed.) 2007, Report on the 2007 Western Australian Museum, Department of Maritime Archaeology, <em>Batavia</em> Survivor Camps Area, National Heritage Listing, Archaeological Fieldwork. Report &#8211; Department of Maritime Archaeology, Western Australian Museum, No. 224 Special Publication No. 12, Australian National Centre of Excellence for Maritime Archaeology.</div>
</li>
<li>
<div lang="en-US"> Parthesius R. 1994, The <em>Batavia</em> Project: an experimental reconstruction of a 17<sup>th</sup> century East Indiaman. In <em>The Bulletin of the Australian Institute for Maritime Archaeology</em>, 18 (2), pp. 25-32.</div>
</li>
<li>
<div lang="en-US"> Ibidem </div>
</li>
</ol>
<p class="aaa4">Bibliografia Supplementare</p>
<p lang="en-US">Curtin A. (ed) 2002, Western Australian Museum – Annual Report 2002. Western Australian Museum, Perth.</p>
<p lang="en-US">Ingelman-Sundberg C. 1975, The V.O. C. Ship Batavia 1629 Report on the Third Season of Excavation. In <em>Australian Archaeology</em>, 3, pp. 45-53</p>
<p lang="en-US"><strong>Foto di apertura</strong></p>
<p lang="en-US">La foto di apertura è una raffigurazione pittorica del Batavia, opera del pittore australiano <strong>John</strong> <strong>Cornwell</strong>, <a href="http://www.johncornwell.com.au/index.html" target="_blank">http://www.johncornwell.com.au/index.html</a></p>
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		<title>Eos (Aurora &#8211; Thesan)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 14:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Germana Perani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Divinita - A]]></category>
		<category><![CDATA[Divinita - E]]></category>
		<category><![CDATA[Aurora]]></category>
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Eos sul carro trainato da Lampo e Fetonte, cratere, Berlino Staatliche Antikensammlungen.
Genealogia di Eos
Figlia dei Titani Iperione e Tia, o di Iperione ed Eurifessa, o di Pallade e Stige, così come riferiscono molte fonti poetiche o mitografiche (1), è sorella di Helios, di Selene, di Aer e di Aether. Annuncia l’arrivo di Helios e lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3028" title="Eos-sul-carro-trainato-da-Lampo-e-Fetonte" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/Eos-sul-carro-trainato-da-Lampo-e-Fetonte.jpg" alt="Eos" width="600" height="437" /></em><br />
<em>Eos sul carro trainato da Lampo e Fetonte, cratere, Berlino Staatliche Antikensammlungen.</em></p>
<p class="aaa3">Genealogia di Eos</p>
<p>Figlia dei <strong>Titani</strong> <em><strong>Iperione</strong></em> e <em><strong>Tia</strong></em>, o di <em>Iperione</em> ed <em>Eurifessa</em>, o di <em><strong>Pallade</strong></em> e <em><strong>Stige</strong></em>, così come riferiscono molte fonti poetiche o mitografiche (1), è sorella di <em><strong>Helios</strong></em>, di <em><strong>Selene</strong></em>, di <em><strong>Aer</strong> </em>e di <em><strong>Aether</strong>. </em>Annuncia l’arrivo di <em>Helios</em> e lo accompagna nel suo quotidiano percorso sul cocchio trainato dai <strong>cavalli</strong> <strong>Lampo</strong> e <strong>Fetonte</strong>, finchè non arriva sulle spiagge occidentali dell’Oceano.</p>
<p class="aaa3">Amori di Eos</p>
<p>Sposa <em>Astreo</em>, discendente dei Titani, al quale genera come figli i <em>Venti </em>(<em>Anemoi</em>), Fosforo e tutte le altre stelle del cielo (2). Tuttavia dopo che Afrodite la sorprende a giacersi con Ares, la condanna ad un perenne ardore amoroso verso giovani mortali. Così seduce <em>Orione, Clito</em> e <em>Cefalo</em>. Rapisce infine <em>Ganimede</em> e <em>Titono</em>, figli di Troo.</p>
<p>Ma anche Zeus non rimane insensibile al fascino del giovane Ganimede, che viene sottratto alle attenzioni di Eos. Allora la dea supplica Zeus di rendere Titono immortale, ma si dimentica di chiedere per il giovane amato anche l’eterna giovinezza, cosicchè egli diviene ogni giorno più vecchio e grinzoso e con la voce sempre più stridula. Alla fine Eos, stanca di badare a Lui, dopo avergli generato due figli, <em>Ematione</em> e <em>Memnone</em>, lo abbandona chiudendolo nella stanza da letto e Titono si trasforma in cicala (3).</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3029" href="http://www.archeoguida.it/003025_eos-aurora-thesan.html/eos-cefalo"><img class="alignnone size-full wp-image-3029" title="Eos-Cefalo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/Eos-Cefalo.jpg" alt="Eos Cefalo" width="375" height="600" /></a><br />
<em>Eos e Cefalo, Parigi, Louvre, n. inv. G438</em></p>
<p class="aaa3">Culto di Eos</p>
<p class="aaa4">In Grecia</p>
<p>Non è attestato in Grecia un culto specifico di <em>Eos</em>. Alcune fonti letterarie riportano la notizia di libagioni offerte in Atene ad <em>Eos, Helios</em> e <em>Selene</em>. Non sembra siano stati edificati templi a questa divinità (4). In Magna Grecia il suo culto sembra collegato a quello di divinità femminili, quali la <em>Malophoros</em>. A Selinunte, infatti, un’arula fittile documenta la conoscenza del mito di Eos che rapisce Cefalo, mentre dal tempio della <em>Malophoros</em> proviene, appunto, una lastra con questa stessa raffigurazione. Anche in area etrusca tirrenica alcuni reperti provengono da simili contesti cultuali.</p>
<p class="aaa4">In Etruria</p>
<p>Diversa è invece la situazione in area etrusca, dove il culto di <em>Thesan</em>, la divinità che corrisponde alla Eos greca, è ben documentato. Certo, si tratta di una divinità minore del pantheon etrusco, ma attestata su documenti epigrafici fin dal VII secolo a.C. Il suo nome ricorre inoltre sul <em>liber linteus</em> della mummia di Zagabria, un libro liturgico con prescrizioni rituali disposte in forma di calendario, prodotto in un’area geografica situabile fra Cortona, Perugia e il lago Trasimeno tra il III e il II secolo a.C. (5)</p>
<p>Da contesti religiosi provengono raffigurazioni di <em>Thesan</em> che ne ribadiscono il significato cultuale e ne definiscono la sfera di azione. Da Pyrgi proviene infatti una lamina bronzea con una raffigurazione di <em>Thesan</em>, mentre da Caere proviene l’acroterio che raffigura <em>Thesan</em> nell’atto di rapire un fanciullo.</p>
<p>Da <strong>Capua</strong>, dal Fondo Patturelli di Curti, sul limite orientale della città, provengono due antefisse, raffiguranti <em>Thesan</em> con in braccio un giovinetto. Il santuario di Pyrgi era dedicato ad <em>Eilythia</em>, corrispondente e alla latina <em>Iuno Lucina</em> e all’etrusca <em>Uni</em> e a <em>Leukothea</em>, cui corrispondeva nel mondo latino la <em>Mater Matuta</em> e forse proprio la <em>Thesan</em> etrusca.</p>
<p>Il contesto cultuale di Pyrgi suggerisce dunque di attribuire a <em>Thesan </em>il valore di divinità celeste, legata alla nascita del nuovo giorno, ma anche di divinità collegata alle nascite, albe di nuova vita. A Capua, il rinvenimento nel santuario del Fondo Patturelli anche di centosessanta sculture femminili in tufo, raffiguranti madri con bambini in fasce in grembo, note come <em>Matres Matutae</em>, sottolinea ancora una volta come al carattere celeste della divintà si associ anche quello di divinità legata all’ambito femminile della maternità e della fertilità. <strong> </strong></p>
<p>Tali raffigurazioni infatti ripropongono l’iconografia della <em>kouroptophos</em>, e sottolineano la funzione della figura femminile come nutrice, che riassume una simbologia di fertilità. Esse sembrano rappresentare l’immagini delle devote offerenti.</p>
<p class="aaa4">A Roma</p>
<p>Alla <em>Eos</em> greca corrisponde la latina <em>Aurora</em>. A Roma essa viene associata nel culto a <em>Matuta</em>, successivamente nota come <em>Mater Matuta</em>, associata ai porti. Le viene dedicato un tempio nel Foro Boario e l’11 giugno si celebravano in quel tempio le <em>Matralia</em>, feste in onore di <em>Mater Matuta</em>, cui potevano partecipare solo donne appena sposate.</p>
<p class="aaa3">Miti legati ad Eos/Thesan</p>
<p>Vengono frequentemente rappresentati gli amori di Eos soprattutto a partire dal V secolo a.C., quando il tema dell’amore delle divinità per i mortali acquista enorme popolarità divenendo spesso soggetto delle raffigurazioni vascolari.</p>
<p>Oltre all’amore per <em>Clito </em>e <em>Titono,</em> viene frequentemente rappresentato l’amore per <em>Cefalo</em>, un eroe ateniese. La frequenza con cui quest’ultimo mito viene rappresentato proprio a partire proprio dal V secolo a.C va letto in parallelo con l’affermarsi dell’importanza politica di Atene. Non è infrequente che nelle pitture vascolari il mito di Cefalo sia associato alla rappresentazione di racconti relativi ad altri eroi ateniesi. Molto spesso questo mito si trova associato alla rappresentazione delle imprese di Teseo.</p>
<p class="aaa3">Iconografia di Eos e monumenti antichi collegati</p>
<p class="aaa4">In Grecia</p>
<p>Sui vasi greci <em>Eos</em> appare sempre alata, spesso vestita con un lungo chitone. Con riferimento alla punizione infertale da Afrodite, viene rappresentata mentre rapisce un fanciullo, di cui si è invaghita o mentre insegue un giovinetto. Le scene di rapimento ricorrono più di frequente sui manufatti di epoca arcaica, mentre le scene di inseguimento sono più frequenti a partire dal V secolo a.C.</p>
<p class="aaa4">In Etruria</p>
<p>Più variegata è l’iconografia della <em><strong>Thesan</strong></em> etrusca. Essa è raffigurata sia alata, con uno o due paia di ali, sia aptera. <em>La Thesan</em> con due paia d’ali è caratteristica dell’epoca tardo- arcaica. Nel V secolo prevale l’iconografia con un solo paio di ali, mentre la dea aptera diventa comune nell’arte etrusca del IV secolo a.C. In questo periodo la dea viene spesso rappresentata anche nuda, con monili che le ornano il collo e le orecchie.</p>
<p>Spesso è raffigurata con diadema, corona radiata o con un <em>tutulus</em>. Veste un corto chitone e i calzari alati. Tale abbigliamento ha riscontro su materiale ceramico della fine del VI secolo a.C. Nel corso del V secolo il corto chitone viene sostituito da un chitone lungo con maniche e l’abbigliamento viene completato da un <em>himation</em>. Talvolta nelle raffigurazioni accompagna Usil, il dio del Sole, a riprova della perfetta corrispondenza tra l’etrusca <em>Thesan</em> e la <em>Eos </em>greca, così come le fonti letterarie greche raccontano (6).</p>
<p>L’aspetto astrale della dea è sottolineato anche da alcune raffigurazioni su specchi, in cui è rappresentata su un carro decorato da una stella e trainato da cavalli alati, mentre tiene nella mano sinistra una fiaccola. In un altro caso la dea è raffigurata sempre su un carro, vestita solo con un mantello leggermente gonfiato dal vento. Tali raffigurazioni rappresentano l’esatta traduzione dei versi omerici in cui si descrive il suo viaggio al seguito del fratello <em>Helios</em>. La presenza della stella e del mantello gonfiato dal vento alludono chiaramente a <em>Thesan</em> come madre delle stelle e dei venti, confermando ulteriormente sia l’identità tra la Eos greca e la Thesan etrusca, sia la profonda conoscenza dei miti greci in ambito etrusco.</p>
<p>E’ interessante il fatto che lo schema iconografico della dea sul carro, che la identifica come divinità celeste, venga utilizzato sul cratere falisco del Pittore dell’Aurora per raffigurare il rapimento di Cefalo da parte di Eos.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3030" href="http://www.archeoguida.it/003025_eos-aurora-thesan.html/cratere-falisco-pittore-aurora"><img class="alignnone size-full wp-image-3030" title="Cratere-falisco-Pittore-Aurora" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/Cratere-falisco-Pittore-Aurora.jpg" alt="pittore dell'Aurora" width="266" height="400" /></a><br />
<em>Cratere falisco del Pittore dell’Aurora. Roma, Museo di Villa Giulia (n.inv.2491)</em></p>
<p>Anche in ambito etrusco è raffigurata nell’atto di rapire o di inseguire un giovinetto. Lo schema iconografico adottato è nel primo caso quello della corsa. Nel secondo caso è quello dell’inseguimento con corsa da destra verso sinistra. Le raffigurazioni di Eos che rapisce Cefalo sono presenti in ambito etrusco sia su materiale di produzione locale, sia su materiale di importazione greca, con varianti significative del mito che provano la consapevole ricezione da parte degli Etruschi dei miti greci nel loro complesso, compresi anche quelli cosiddetti “minori”, come si deve senza dubbio considerare quello di Cefalo. Come inoltre emerge dalla documentazione archeologica di ambito etrusco vi era una conoscenza anche delle singole varianti del mito, tràdite dalle varie fonti letterarie.</p>
<p>Le aree in cui risulta particolarmente attestato sono il territorio di Vulci, di Capua, e di Felsina. Quindi sia L’Etruria terrenica, sia l’Etruria padana hanno restituito testimonianze di questo mito. Oltre ai già citati reperti provenienti da contesti cultuali (7), il mito è frequentemente raffigurato sugli specchi (8). Su questi oggetti, così legati al mundus muliebris, vengono frequentemente rappresentate divinità legate alla cerchia di Afrodite o di Dioniso e vengono privilegiati temi erotici, tra cui si colloca il rapimento per amore. Gli specchi sono per lo più di provenienza vulcente (9).</p>
<p>Da Vulci provengono anche molte anfore nolane, vasi destinati esclusivamente al mercato etrusco. Lo schema iconografico prevalente in questi vasi è quello dell’inseguimento. Nel territorio di Capua, oltrecchè sulle antefisse, questo mito ricorre anche su stamnoi e pelikai di importazione. Lo schema iconografico adottato è quello dell’inseguimento. A Felsina il mito di Eos e Cefalo ricorre su materiali d’importazione, tutti databili tra il 470 e il 430-20 a.C. in particolare su crateri a colonnette. Lo schema iconografico utilizzato è quello dell’inseguimento.</p>
<p class="aaa4">Bibliografia</p>
<p>Conti, M.C., <em>&#8221;Il mito di Eos e Kephalos in un pinax da Selinunte&#8221;</em>, <em>Bollettino di Archeologia, </em>1998</p>
<p>R. Graves, <em>I miti greci</em> (trad. it.), Milano 1988, pp. 133-135.</p>
<p>S. Kaempf-Dimitriadou, <em>Der Liebe der Götter</em>, in <em>Antike Kunst</em>, Beiheft 11, 1979</p>
<p>Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, (LIMC) vol. III. s.v. <em>Eos/Thesan</em></p>
<p><em class="aaa4">Note</em></p>
<p>1 Esiodo, <em>Teogonia</em>, vs 371; Apollodoro, <em>Bibliotheca</em> I, 8; Ovidio, <em>Fasti</em>, V, 159 e IV, 373; Omero, <em>Inno a Helios</em> vs 31;</p>
<p><em>2 Apollodoro, Bibliotheca, I, 4,4; Omero, Odissea XV, 250; Esiodo, Teogonia</em>, vs 378-382</p>
<p>3 Ovidio, <em>Fasti,</em> I, vs 461</p>
<p>4 Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, XIII, 567 <em>“…rarissima templa per orbem</em>….”</p>
<p>5 Sul <em>liber linteus</em> si veda F. Roncalli in <em>Scrivere etrusco</em>, catalogo della mostra, Perugia 1985, pp. 17-52.</p>
<p>6 Omero, <em>Odissea</em> V, 1 e XXIII, 244-46: Teocrito <em>Idillio</em> II, 148.</p>
<p>7 Acroterio n. inv. TC6681, Berlino, Staatliche Museen; Antefissa da Curti (Capua) Berlino, Antiquarium n. inv. 7320; Antefissa da Capua, Capua, Museo Nazionale Campano, senza inventario.</p>
<p>8 Questo mito risulta anche raffigurato su un’idria ceretana conservata al Louvre, datata al 525 a.C (n. inv. E702), su un’anfora a figure nere del Gruppo La Tolfa, conservata a Ginevra nel Musée d’Art et d’Hìstoire, datata al 530-520 a.C. (n. inv. 140), su 2 bronzetti conservati al British Museum e datati al 450-425 a.C. (n. inv. BM Br 480 e 481) e su un attacco di oinochoe conservata al Museo Etrusco Gregoriano , datato al 460-40 a.C. (n. inv. 12798) e sul cratere del Pittore dell’Aurora datato al 360-340 a.C., Roma, Museo di Villa Giulia (n. inv. 2491)</p>
<p>9 Si tratta degli specchi Gerhard ES II, 179, 180; IV, 362, 363,1; V, 74.</p>
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		<title>Pan</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 10:36:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Divinita - P]]></category>
		<category><![CDATA[Fauno]]></category>
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Pan, la vita e il mito
Divinità greca legata al mondo pastorale, originaria dell’Arcadia, era ritenuto figlio di Hermes e di una figlia di Driope (1). La madre, spaventata dall’orribile aspetto del neonato, lo abbandonò ed Hermes lo prese con sé per portarlo sull’Olimpo al cospetto di tutti gli dei.
Il suo nome è messo in relazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3016" href="http://www.archeoguida.it/003015_pan.html/pan"><img class="alignnone size-large wp-image-3016" title="pan" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/pan-501x400.jpg" alt="il dio Pan" width="501" height="400" /></a></p>
<h2>Pan, la vita e il mito</h2>
<p>Divinità greca legata al mondo pastorale, originaria <strong>dell’Arcadia</strong>, era ritenuto figlio di Hermes e di una figlia di <strong>Driope</strong> (1). La madre, spaventata dall’orribile aspetto del neonato, lo abbandonò ed Hermes lo prese con sé per portarlo sull’Olimpo al cospetto di tutti gli dei.</p>
<p>Il suo nome è messo in relazione col verbo greco “pascolare” (il termine greco significa “io pascolo”) ma anche col &#8220;tutto&#8221; (in greco appunto “pan”), forse in riferimento alla sua natura che assommava uomo e bestia, anche se l’inno pseudo-omerico rimanda all’episodio sull’Olimpo in cui rallegrò tutte le divinità (2).</p>
<p>Dio dei boschi, del pascolo, del bestiame e degli animali selvatici, estendeva la propria tutela anche sui pastori e sui cacciatori. Inventò la siringa, flauto di legno con più canne usato dai pastori, per intrattenere ninfe e animali. Compagno assiduo di <strong>Dioniso</strong> e del suo corteo (tiaso), partecipava ai loro festeggiamenti lascivi, anche con entità multiple (<em>panìskoi</em> che significa “piccoli Pan”) molto simili ai satiri.</p>
<p>Una sua dote era il vaticinio che insegnò ad <strong>Apollo</strong>. Altra sua temibile caratteristica era quella di terrorizzare i nemici col suo urlo agghiacciante, lanciato dalle grotte e dai boschi (3): la sensazione di paura di chi sentiva tale verso era detto “timore di Pan” o “panico” (da cui il termine). Numerosi furono gli scenari dei suoi amori, non corrisposti, tipicamente violenti e con protagoniste le <strong>Ninfe</strong>: con <strong>Eco</strong> che poi fu tramutata in voce, con Siringa che per sfuggirgli divenne una canna (4), con la quale il dio costruì lo strumento musicale. <strong>Pitis</strong> invece divenne un pino. <strong>Eufeme</strong>, nutrice delle muse gli generò <strong>Croto</strong>, il sagittario.</p>
<p>Vantava pure accoppiamenti con le <strong>Menadi</strong> ubriache (5). <strong>Selene</strong> fu sedotta con l’inganno del travestimento: Pan coprì il suo pelo nero con un vello bianco e trasportò la dea lunare ottenendo in cambio i suoi favori. (6) In epoca storica, <strong>Plutarco</strong> riferisce l’aneddoto sulla voce che ne annunciò la morte, infatti sotto il principato di Augusto, dalla costa dell’Epiro, una voce gridò a un passeggero di una nave, chiamato <strong>Thamos</strong>:</p>
<blockquote><p>“Tamo,</p>
<p>quando arriverai a Palodi,</p>
<p>annuncia a tutti che il grande Pan è morto” (7)</p></blockquote>
<p class="aaa3">Culto</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3018" href="http://www.archeoguida.it/003015_pan.html/pan-louvre"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3018" title="pan-louvre" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/pan-louvre.jpg" alt="il dio Pan" width="414" height="500" /></em></a><br />
<em>Statua del dio Pan esposta al Louvre di Parigi</em></p>
<p>Il culto di Pan nacque in Arcadia e si diffuse in tutta la Grecia. Ad Atene gli fu dedicato un santuario rupestre <strong>sull’Acropoli</strong>, dopo la battaglia di <strong>Maratona</strong> (490 a.C.), come ringraziamento per il suo aiuto. Ogni anno infatti si teneva in suo onore una corsa con le fiaccole (8). I vari luoghi del suo culto contribuirono ad attribuirgli altrettanti epiteti come <em><strong>Lycaeus</strong></em>, <em><strong>Tegeaeus</strong></em>, <em><strong>Maenalius</strong></em>. A Roma fu assimilato a <strong>Fauno</strong> e <strong>Silvano</strong>.</p>
<p class="aaa3">Iconografia</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3017" href="http://www.archeoguida.it/003015_pan.html/pan-incisione"><img class="alignnone size-full wp-image-3017" title="pan-incisione" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/pan-incisione.jpg" alt="il dio Pan" width="353" height="600" /></a><a rel="attachment wp-att-3017" href="http://www.archeoguida.it/003015_pan.html/pan-incisione"></a></p>
<p>L’aspetto di Pan è quello di un uomo dai piedi caprini, barbuto e peloso, con corna di capra (9). Suoi attributi sono la <strong>siringa</strong> (10) e talvolta un <strong>corto</strong> <strong>mantello</strong>. È rappresentato in atteggiamenti fallici, in rapporto con l’orgia dionisiaca e con gli aspetti più istintivi della natura, a metà tra l’umano e l’animale. Molto presente nell’arte greca e romana, è associato spesso a <strong>satiri</strong>, <strong>sileni</strong>, e <strong>fauni</strong> nelle scene erotiche e pastorali.</p>
<p class="aaa4">Riferimenti bibliografici</p>
<p>AA.VV., <em>Dizionario di antichità classica</em>.</p>
<p>Erodoto, <em>Storie</em>, VI.</p>
<p>A. Ferrari, <em>Dizionario di mitologia classica</em>.</p>
<p>R. Graves, <em>I miti greci</em>.</p>
<p>F. Lübker, <em>Lessico ragionato dell’antichità classica</em>.</p>
<p>Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, I, III.</p>
<p>Pseudo-Omero, <em>Inno a Pan</em>.</p>
<p>Virgilio, <em>Georgiche</em>, III.</p>
<p class="aaa4">Note</p>
<p>(1) Pseudo-Omero, <em>Inno a Pan</em>, 27-34.</p>
<p>(2) <em>Ibidem</em>, 47.</p>
<p>(3) R. Graves, <em>I miti greci</em>, 89.</p>
<p>(4) Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, I, 691.</p>
<p>(5) <em>Ibidem</em>, III, 356-401.</p>
<p>(6) Virgilio, <em>Georgiche</em>, III, 391.</p>
<p>(7) Plutarco, <em>Il tramonto degli oracoli</em>, 17, in <em>Dialoghi delfici</em>.</p>
<p>(8) Erodoto, <em>Storie</em>, VI, 105</p>
<p>(9) Pseudo-Omero, <em>Inno a Pan</em>, 1-2, 37.</p>
<p>(10) <em>Ibidem</em>, 15.</p>
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		<title>Battaglia delle Termopili</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:49:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Battaglie]]></category>
		<category><![CDATA[Atene]]></category>
		<category><![CDATA[Leonida]]></category>
		<category><![CDATA[Salamina]]></category>
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Luogo: passaggio delle Termopili, unico accesso tra Tessaglia e Focide. Grecia.
Data: agosto 480 a.C.
Eserciti in campo: per i greci 300 opliti da Sparta, 500 da Tegea, 500 da Mantinea, 120 da Orcomeno, 1000 dall’Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Fliunte, 80 da Micene, 700 da Tespie, 700 da Tebe, 1000 dalla Focide più un numero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li>Luogo: passaggio delle <strong>Termopili</strong>, unico accesso tra <strong>Tessaglia</strong> e <strong>Focide</strong>. Grecia.</li>
<li>Data: <strong>agosto 480 a.C.</strong></li>
<li>Eserciti in campo: per i <strong>greci</strong> 300 opliti da Sparta, 500 da Tegea, 500 da Mantinea, 120 da Orcomeno, 1000 dall’Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Fliunte, 80 da Micene, 700 da Tespie, 700 da Tebe, 1000 dalla Focide più un numero indeterminato dalla Locride Opunzia per un totale di circa 6000 uomini; per i <strong>persiani</strong> Erodoto riferisce 300 miriadi (3 milioni) di soldati, compresi gli alleati medi, assiri, battriani, indi, arii, caspi, patti, utii, arabi, etiopi, libici, anatolici, traci e mari (1).</li>
<li>Comandanti: <strong>Leonida</strong> per i greci, <strong>Serse I</strong>, <strong>Mardonio</strong> e <strong>Idarne</strong> per i persiani.</li>
<li>Esito: <strong>vittoria persiana</strong></li>
</ul>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3007" href="http://www.archeoguida.it/003005_battaglia-delle-termopili.html/battaglia-termopili"><img class="alignnone size-full wp-image-3007" title="battaglia-termopili" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/battaglia-termopili.jpg" alt="Battaglia delle Termopili" width="600" height="375" /></a></strong></p>
<p class="aaa3">L’antefatto</p>
<p>Questo fu il primo scontro militare tra greci e persiani, nella seconda guerra persiana, voluta da <strong>Serse I</strong>, figlio di <strong>Dario I</strong> il quale dieci anni prima mosse guerra all’Ellade venendo però sconfitto a <strong>Maratona</strong>. Erodoto scrive che questa fu la spedizione più imponente mai conosciuta, tanto da adombrare quella precedente e persino quella a Troia (2). Serse guidò la sua enorme macchina da guerra, radunata presso la città di <strong>Critallo</strong> in Cappadocia, attraverso le regioni anatoliche fino a <strong>Sardi</strong>, da dove inviò araldi alle città greche affinchè si piegassero a lui.</p>
<p>Solo ad <strong>Atene</strong> e a <strong>Sparta</strong> non ne inviò perché quando suo padre lo fece gli ambasciatori vennero gettati in una voragine nel primo caso e in un pozzo nel secondo (3). Fece gettare due ponti di barche sull’Ellesponto per far transitare il suo esercito (4). Qui divise le forze in due tronconi, uno per mare e l’altro per terra. Anziché circumnavigare il tanto insidioso promontorio del monte Athos, o traghettarne le navi dall’altra parte, il re di Persia aveva fatto tagliare, tempo prima, il lembo di roccia che congiungeva il monte al continente (5).</p>
<p>Erodoto riferisce episodi di efferata violenza a malvagità nel descrivere l’indole di Serse, come prova che la civiltà greca considerava piena barbarie il despotismo orientale (6). Seminando soggezione tra le popolazioni settentrionali della Grecia, le quali si piegarono al suo dominio despotico e anzi lo adularono, anche la Tessaglia dovette accettare il giogo persiano (7). Pure la <em>polis</em> di <strong>Argo</strong> rimase neutrale.</p>
<p class="aaa3">Lo scontro</p>
<p><a href="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/cartina-Termopili.jpg"><em><img class="alignnone size-large wp-image-3008" title="cartina-Termopili" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/cartina-Termopili-493x400.jpg" alt="Battaglia delle Termopili" width="493" height="400" /></em></a><br />
<em>Clicca per ingrandire la mappa</em></p>
<p>I greci decisero di difendere le proprie città bloccando lo strettissimo passo delle <strong>Termopili</strong> (<em>Thermopylai</em> significa “porte calde”, così chiamate perché in prossimità di sorgenti calde), unico accesso dal territorio costiero della <strong>Tessaglia</strong> per giungere in Grecia. Questa strettoia rocciosa si gettava nel mare sul lato orientale. Qui l’esercito persiano non avrebbe potuto sfruttare la propria superiorità perché il passaggio era largo quanto un carro (8).</p>
<p>Anticamente i focesi costruirono un muro contro le invasioni dei tessali e gli alleati greci lo restaurarono, difendendolo come avamposto. Il villaggio di <strong>Alpeni</strong> garantiva loro l’approvvigionamento. Mentre Serse si trovava con l’esercito a pochi chilometri dal passo, i greci si erano attestati alle Termopili, attendendo altri rinforzi e protetti dal mare dalle flotte di Atene e di Egina.</p>
<p>Ogni reparto aveva un proprio comandante ma su tutti aveva la maggiore autorità Leonida, re di Sparta, che guidava personalmente la sua guardia di 300 uomini scelti. Anche i Tebani erano sotto i suoi ordini perché sospettati di collusione coi persiani. Il modico numero delle avanguardie greche era dovuto a causa del divieto di scontri bellici nel periodo degli imminenti giochi olimpici (75° olimpiade) e delle <strong>feste Carnee</strong> a Sparta (9).</p>
<p>Alla vista dell’esercito avversario molti reparti greci pensarono di fortificare <strong>l’istmo di Corinto</strong> e attendere di rimpinguare le proprie fila ma la scelta finale fu di resistere e Leonida diede l’esempio ponendosi alla testa dell’ avanguardia. Serse incredulo per quella che giudicava folle ardimento degli spartani, e non conoscendo il reale numero dei partigiani asserragliati alle Termopili, inviò suoi soldati medi che vennero ricacciati indietro. Il giorno seguente fu il turno dei diecimila Immortali, guardia personale del re, alla guida di <strong>Idarne</strong>: l’esito fu lo stesso a causa della superiorità tattica degli spartani che, simulando ritirate, effettuavano poi conversioni compatte abbattendo così moltissimi nemici nel disordine dell’inseguimento (10).</p>
<p>Gli scontri si ripeterono con lo stesso esito finchè un abitante del luogo, <strong>Efialte</strong>, tradì la causa greca per arricchirsi presso Serse svelando l’esistenza di un passaggio che conduceva al di là della strettoia, dalla parte presidiata dai focesi (11). Questi furono colti alla sprovvista, tra le selve montuose, dagli uomini di Idarne. Messi in fuga dalle frecce persiane, i focesi fuggirono lasciando il passo al nemico che si diresse alle spalle dei custodi delle Termopili. Nella notte alcuni greci, avvertiti dell’imboscata imminente ritornarono nelle proprie città ma Leonida rimase coi suoi fedeli. Egli, memore della profezia della Pizia delfica (12), congedò tutti gli alleati trattenendo i tebani.</p>
<p>Solo i tespiesi di <strong>Demofilo</strong> rimasero con lui. Nell’ultimo giorno di combattimenti Serse forzava il suo esercito verso il passo, gli Immortali chiudevano alle spalle i pochi valorosi rimasti lì. Molti persiani caddero in mare dalle scogliere. Due fratelli di Serse perirono negli scontri; i greci, sapendo di andare incontro alla morte, si batterono con ogni mezzo, fino a restare con poche armi, per l’urto della mischia. Schiacciati e respinti dal nugolo di frecce avversarie, i greci si batterono per salvare il corpo di Leonida, ormai caduto, e coraggiosamente rimasero al proprio posto fino all’ultimo. Al cadavere di <strong>Leonida</strong>, Serse fece tagliare la testa per porla su un palo. I <strong>tebani</strong> che tradirono la causa greca si arresero ai persiani ma vennero marchiati a fuoco per la loro scelta tardiva.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3009" href="http://www.archeoguida.it/003005_battaglia-delle-termopili.html/leonida"><img class="alignnone size-large wp-image-3009" title="leonida" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/leonida-238x400.jpg" alt="" width="238" height="400" /></a><br />
<em>Leonida</em></p>
<p><a rel="attachment wp-att-3010" href="http://www.archeoguida.it/003005_battaglia-delle-termopili.html/serse-i"><img class="alignnone size-large wp-image-3010" title="serse-I" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/serse-I-285x400.jpg" alt="" width="285" height="400" /></a><em><br />
Serse I</em></p>
<p>Un’epigrafe, posta dagli <strong>Anfizioni</strong>, commemorava il gesto coraggioso:</p>
<blockquote><p>“<em>Qui, un giorno, </em></p>
<p><em>4000 uomini del Peloponneso </em></p>
<p><em>ne impegnarono in battaglia 300 miriadi</em>”.</p></blockquote>
<p>Mentre per gli <strong>spartani</strong>, rimasti fino all’ultimo, venne scritto:</p>
<blockquote><p>“<em>O straniero, </em></p>
<p><em>annuncia agli abitanti di Sparta </em></p>
<p><em>che qui noi giacciamo in ossequio alle leggi</em>” (13)</p></blockquote>
<p class="aaa3">Le conseguenze</p>
<p>L’armata persiana giunse sino in <strong>Attica</strong>, distruggendo <strong>Atene</strong> ma lo scontro alle Termopili servì a rallentare l’invasione in modo che le truppe di terra e di mare si potessero organizzare per la riscossa che giunse a breve, con le battaglie vittoriose di <strong>Salamina</strong> e <strong>Platea</strong>.</p>
<p class="aaa4">Riferimenti bibliografici</p>
<p>Erodoto, <em>Storie</em>, VII</p>
<p>E. Rosati, A. M. Carassiti, <em>Dizionario delle battaglie</em></p>
<p class="aaa4">Note</p>
<p>1 In realtà è più probabile che il numero fosse di un decimo rispetto a quello indicato da Erodoto (<em>Erodoto, le Storie</em>, a cura di L. Annibaletto, p. 636)</p>
<p>2 Erodoto, <em>Storie</em>, VII, 20.</p>
<p>3 <em>Ibidem</em>, 133.</p>
<p>4 <em>Ibidem</em>, 34-36.</p>
<p>5 <em>Ibidem</em>, 22-24.</p>
<p>6 <em>Ibidem</em>, per l’episodio della decapitazione degli schiavi si veda VII, 35. Per l’episodio del figlio di Pitio, segato in due, si veda VII, 38. Per la sepoltura dei fanciulli edoni da vivi si veda VII, 114.</p>
<p>7 Erodoto, <em>Storie</em>, VII, 132.</p>
<p>8 <em>Ibidem</em>, 176.</p>
<p>9 <em>Ibidem</em>, 205-206.</p>
<p>10 <em>Ibidem</em>, 210-211.</p>
<p>11 <em>Ibidem</em>, 213-214.</p>
<p>12 “<em>A voi, o spartani dalle larghe piazze, o la vostra città sarà distrutta dai discendenti di Perseo o ciò non avverrà ma Sparta piangerà la morte di un re della stirpe di Eracle: infatti né tori né leoni lo potranno trattenere poiché egli ha la potenza di Zeus: e non si arresterà prima di aver fatto strazio di degli uni e degli altri.</em>” (VII, 220). Gli spartani, avvertiti dei piani di conquista di Serse da Demarato, un greco alla corte del re persiano, interrogarono l’oracolo ricevendo tale responso. (VII, 239).</p>
<p>13 Erodoto, <em>Storie</em>, VII, 228.</p>
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		<title>Minturno, Minturnae</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 11:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaella Bucolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Minturnae]]></category>
		<category><![CDATA[Minturno]]></category>

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		<description><![CDATA[
L’antica città di Minturnae si trova lungo la via Appia al km 156, oggi presso la frazione di Marina, non lontana dall’odierna Minturno. Alcuni degli edifici più importanti del centro romano sono stati portati alla luce e sono visitabili nell’area archeologica appositamente realizzata.
Storia di Minturnae e topografia antica
Le più antiche fonti relative alla città di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2991" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno01"><img class="alignnone size-full wp-image-2991" title="minturnae-minturno01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno01.jpg" alt="Minturno, Minturnae" width="600" height="400" /></a></p>
<p>L’antica città di <em>Minturnae</em> si trova lungo la <strong>via Appia</strong> al km 156, oggi presso la frazione di Marina, non lontana dall’odierna Minturno. Alcuni degli edifici più importanti del centro romano sono stati portati alla luce e sono visitabili nell’a<strong>rea archeologica</strong> appositamente realizzata.</p>
<p class="aaa3">Storia di <em>Minturnae </em>e topografia antica</p>
<p>Le più antiche fonti relative alla città di <em>Minturnae</em> la ricordano come uno dei maggiori centri della popolazione <strong>Aurunca</strong>, stanziata nella zona di confine tra il <strong>Lazio</strong> e la <strong>Campania</strong>. Le notizie storiche riguardano principalmente il conflitto che portò all’assoggetamento di tale popolazione da parte dei Romani: gli Aurunci si erano infatti alleati con i Sanniti e per questa ragione subirono una violenta repressione nel 314 a.C..</p>
<p><em>Minturnae</em>, insieme ad <strong>Ausonia</strong> e <strong>Vescia</strong>, le città aurunche più importanti, vennero cancellate e sostituite in breve da nuovi insediamenti. La colonia romana di <em>Minturnae</em> venne fondata, infatti, nel 296 a.C.. Della precedente città pre-romana non si possiede alcuna testimonianza archeologica e per tanto la sua localizzazione non è del tutto certa: poteva trovarsi sul medesimo sito dove sorse la <em>Minturnae</em> romana, oppure, secondo una teoria più accreditata, era sulla stessa collina dove è oggi il moderno centro di Minturno, in una zona più elevata e quindi facilmente difendibile.</p>
<p>La città occupava in ogni caso una posizione strategica, poichè era vicina alla foce del fiume Garigliano, l’antico <em>Liris</em>, e si trovava anche in corrispondenza di un percorso litoraneo, in seguito ricalcato dalla via Appia. Proprio per la presenza di questa importante via di collegamento <em>Minturae</em> godette di una forte centralità; la via Appia, infatti, entrava all’interno della città, attraversando il nucleo urbano, quindi oltrepassava il Garigliano tramite un ponte, il <em>pons Tirrenus</em>, ricordato da Cicerone in una lettera indirizzata all’amico Attico (XVI, 13 a, I).</p>
<p>Il primo impianto romano si collocava in un’area quadrata, delimitata da <strong>mura in opera poligonale</strong>, ritrovate in gran parte del settore occidentale, con gli innesti dei lati nord e sud. Delle strutture difensive originarie è stata individuata anche una <strong>torre quadrata</strong> nello spigolo nord-ovest (nei pressi del teatro), ma altre torri dovevano trovarsi negli ulteriori angoli. L’impianto urbano era tagliato in due dalla <strong>via Appia</strong>, che costituiva il decumano della città, mentre un’altra strada perpendicolare, il cardo, usciva dalla porta nord verso Arpino. Due porte nelle mura, una ad ovest ed un’altra ad est, permettevano il passaggio dell’Appia.</p>
<p>Nel III secolo a.C. il centro urbano conosce un certo ampliamento, dilatandosi verso ovest, ovvero oltre le mura poligonali. La città si sviluppa, dunque, secondo un perimetro irregolare e si aggiungono nuove <strong>mura in opera quadrata</strong>, scavate solo in alcuni tratti, ma riconosciute nel loro percorso attraverso foto aeree. Anche in questo secondo impianto allargato l’Appia rimane il principale attraversamento urbano, entrando in città dalla <strong>porta Gemina</strong>, detta anche Roma o Appia. Notizie di <em>Minturnae</em> si hanno ancora nelle fonti a proposito della fuga di Caio Mario nel 88 a.C., che lì si nascose, in seguito alle proscrizioni di Silla (Plut., <em>Mar.</em>, 37-39).</p>
<p>Il console venne fatto imbarcare proprio dal vicino porto fluviale, prima per Ischia e quindi per l’Africa. Il porto dovette, infatti, avere una grande importanza e diverse sono le testimonianze relative a strutture per l’approdo lungo le rive del fiume. Sono inoltre numerosi i reperti rinvenuti nel letto e sulle sponde del Garigliano, a testimonianza dell’esistenza degli intensi traffici commerciali. In età cesariana e poi augustea vi furono nuovi invii di coloni, con una conseguente ridistribuzione delle terre ed una riorganizzazione del territorio.</p>
<p>Fu soprattutto durante l’età imperiale che si ebbe un ulteriore incremento edilizio, con la realizzazione dei principali edifici pubblici, il <strong>teatro</strong>, l’<strong>acquedotto</strong> ed una generale risistemazione monumentale del <strong>Foro</strong>. La città di <em>Minturnae</em> possedeva anche un <strong>anfiteatro</strong>, purtoppo non ancora scavato. La città ebbe grande importanza dal punto di vista economico, principalmente per la sua favorevole posizione, e con tale prerogativa vi se fino alla metà del VI secolo d.C..</p>
<p><em>Minturnae</em> venne abbandonata intorno al 580 d.C., probabilmente in seguito al taglio dell’acquedotto da parte dei Longobardi. La posizione doveva essere poco sicura, ma anche l’avanzamento delle paludi contribuì a convincere gli abitanti a spostarsi sulla collina più vicina, dove oggi, infatti, sorge la moderna <strong>Minturno</strong>. Il nuovo borgo, fondato all’incirca nel VI secolo d.C., assunse più tardi il nome di <em>Civitas ad Trajectum</em>, divenuto inseguito <strong>Traetto</strong>, per la sua vicinanza al traghetto sul fiume, poichè non c’era un ponte per attraversarlo. Traetto conservò questo nome fino al 1879, quando la città venne nuovamente battezzata con l’antico nome di Minturno.</p>
<p class="aaa3">I monumenti dell’Area Archeologica di <em>Minturnae</em></p>
<p>Numerosi sono gli edifici monumentali dell&#8217;antica <em>Minturnae</em> visibili ancora oggi nel comprensorio dell&#8217;area archeologica, o a breve distanza da essa.</p>
<ul>
<li>Fori</li>
<li>Teatro</li>
<li>Templi</li>
<li>Macellum</li>
<li>Terme</li>
<li>Via Appia</li>
<li>Antiquarium</li>
<li>Acquedotto</li>
<li>Santuario della dea Marica</li>
</ul>
<p class="aaa4">Foro Repubblicano</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2998" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno-foro"><img class="alignnone size-full wp-image-2998" title="minturnae-minturno-foro" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno-foro.jpg" alt="Minturno, Minturnae, foro" width="600" height="400" /></a></strong></p>
<p>L’area a nord della via Appia risulta delimitata su tre lati da un portico datato al II secolo a.C., di cui si conservano le fondazioni delle colonne ed il muro perimetrale esterno. Alle due estremità del portico si trovano due fontane non pertinenti alla prima sistemazione dell’area, ma aggiunte in età imperiale. Al centro dell’area forense si trovano le fondazioni di due diversi templi, uno dei quali, quello a sinistra, era l’edificio religioso principale, ovvero il <em><strong>Capitolium</strong></em>, dedicato alla Triade, Giove, Giunone e Minerva.</p>
<p>Il tempio doveva essere del tipo detto tuscanico, diviso in due parti, una anteriore, con una o forse due file di colonne, e una parte posteriore con le tre celle, di cui quella centrale più grande, destinate ad ospitare le immagini delle divinità. Durante gli scavi vennero recuperati numerosi frammenti della originaria decorazione in terracotta. Nella piazza del Foro, questa volta a destra, si conserva anche l’alto podio del <strong>c.d. Tempio A</strong>, che sembra venne realizzato all’inizio dell’età imperiale, in quella fase di monumentalizzazione della città.</p>
<p>Lungo i tratti dello zoccolo di base vennero rinvenuti 29 cippi iscritti reimpiegati, originariamente collocati nel Foro. I cippi sono stati datati tra il II e la metà del I secolo a.C. e tramandano liste con nomi di mercanti greci e mediorientali, che evidentemente avevano i loro commerci anche a <em>Mintunae</em>. Tra i due tempi, il <em>Capitolium</em> ed il c.d. tempio A, si trova il <em><strong>bidental</strong></em>, un pozzo sacro dove venivano gettati gli oggetti colpiti da un fulmine. Il <em>Capitolium</em> era in effetti stato colpito da un fulmine nel 207 a.C. e le sue strutture lignee si erano incendiate (Liv., XXVII, 37); l’edifico venne restaurato solo dopo aver sepolto i materiali recuperati, secondo il rito del <em>fulgur conditum</em>.</p>
<p>All’interno di questo pozzo, rara testimonanza del particolare rituale, vennero, infatti, ritrovati frammenti di materiali architettonici ed anche un blocco di calcare proprio con l’iscrizione <em>fulgur</em>. Le due fontane monumentali alle estremità del portico, di cui si è detto, sono state datate al I secolo a.C. ed origiariamente erano costituite solo di un vano rettangolare, modificato in un secondo momento sul lato prospicente la via Appia, mediante l’aggiunta di una nicchia rettangolare e di una semicircolare.</p>
<p class="aaa4">Foro imperiale</p>
<p>La zona antistante il portico del c.d. Foro Repubblicano, aperta a sud dell’Appia, venne probabilmente utilizzata come Foro in età imperale. La piazza era formata da un’ampia area lastricata, delimitata da canalette per la raccolta dell’acqua. Alcuni saggi di scavo sul lato orientale hanno messo in luce edifici pubblici di epoca imperiale: proprio verso l’Appia è stato individuato un ambiente absidato, le cui strutture poggiano su un mosaico preesistente, datato all’età augustea. A sud di questo edificio si trova un ampio settore con basi di colonne diposte su tutti i lati e resti di mosaico, generalmente riconosciuto come l’area dove sorgeva una basilica.</p>
<p class="aaa4">Teatro</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2999" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno-teatro"><img class="alignnone size-full wp-image-2999" title="minturnae-minturno-teatro" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno-teatro.jpg" alt="Minturno, Minturnae, teatro" width="600" height="400" /></a></strong></p>
<p>Il teatro venne costruito all’inizio del I secolo d.C., nel settore a nord del c.d. Foro Repubblicano, eliminando un tratto delle più antiche mura poligonali. Nel corso del II secolo d.C. subì alcune modifiche che portarono ad inglobare la parte posteriore del portico del Foro Repubblicano; l’ampliamento consentì di ricavare quattordici ambienti utilizzati come locali di vario genere. L’impostazione del teatro è quella consueta con una distinzione dello spazio in tre parti, la <em>scaena</em>, l’orchestra e la <em>cavea</em>. La <em>cavea</em> ha gradini realizzati per mezzo di muri radiali, che formano gli ambulacri, utilizzati anche come spazi di servizio. E’ stata calcolata una capienza totale di 4600 posti a sedere. Il proscenio era decorato con nicchie rettangolari e curve, mentre lo sfondo presentava tre porte. Inseguito ai restaurato degli anni ’40 parte delle gradinate fu ricostruita e vennero ripristinati anche gli ambulacri sottostanti per l’allestimento di un <strong>Antiquarium</strong>.</p>
<p class="aaa4">Templi B e H</p>
<p>Altri due templi si trovano in un’area aperta direttamente sulla via Appia e circondata su gli altri tre lati da un portico, di cui si conservano il muro esterno e le fondazioni delle colonne. Al centro si riconosce l’alto podio del <strong>tempio</strong> detto <strong>B</strong>, datato tra la metà del I secolo a.C. e la metà del I d.C., in opera reticolata, su cui doveva essere impostata una cella unica. Il tempio presenta ad ovest una vasca, stretta e lunga. Ad est sono gli scarsi resti di un altro tempio o sacello posteriore, il c.d. <strong>Tempio H</strong>, adiacente al B, ma di dimensioni inferiori. Nell’area vennero ritrovate numerose statue di divinità e membri della <em>gens</em> Giulio-Claudia, che hanno fatto avanzare delle ipotesi sulla destinazione dei templi.</p>
<p class="aaa4"><em>Macellum</em> (cosiddetto)</p>
<p>Dal portico si accede ad un articolato complesso edilizio che comprende, in successione, un quadriportico sui cui lati si aprono degli ambienti di piccole dimensioni e, addossato al lato sud, un grande <strong>impianto termale</strong>. Si tratta certamente di una serie di edifici pubblici, la cui funzione però è ancora discussa. Il quadriportico con le piccole sale è identificato generalmente come area di mercato, ma potrebbe anche essere stata una zona aperta che costituiva un passaggio verso le adiacenti terme. Della fronte del portico antistante l’Appia sono state rialzate due colonne, mentre delle altre restano le basi <em>in situ</em>.</p>
<p>Superato un dislivello di tre gradini si accede dalla via al marciapiede porticato, che correva parallelo all’Appia e costituiva un percorso pedonale coperto fiancheggiato da <em><strong>tabernae</strong></em>. Mediante un corridoio si passa nell’area del quadriportico, sui cui lati si affacciano i piccoli ambienti in opera reticolata. Il quadriportico era pavimentato con lastre marmoree, di cui rimangono ancora numerose tracce. Nella parte nord sono state rialzate alcune colonne e su due di queste è stato ricostruito un arco. Proseguendo verso sud si raggiunge l’area termale.</p>
<p class="aaa4">Terme</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3000" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno-terme"><img class="alignnone size-full wp-image-3000" title="minturnae-minturno-terme" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno-terme.jpg" alt="Minturno, Minturnae, terme" width="600" height="400" /></a></strong></p>
<p>Le Terme vennero realizzate in piena età imperiale, intorno al II sec. d.C., forse in relazione alla fase di ristrutturazione di altri edifici pubblici, come il foro e il teatro. Nella parte occidentale si trovano una serie di piccoli ambienti intercomunicanti, in alcuni dei quali si conservano ancora resti dei pavimenti a mosaico bianco e nero, con motivi fitomorfi; in particolare di notevole interesse è un pavimento con raffigurati dei puttini vendemmianti, nell’atto di pigiare l’uva. Sul lato orientale sono i resti del vero e proprio impianto termale con la sequenza del <em>frigidarium</em>, del <em>tepidarium</em> e del <em>calidarium</em>. In due ambienti addossati alla recinzione ed in uno, piuttosto grande e absidato, sono presenti le <em>pilae</em> e le <em>suspensurae</em>, chiari indizi del sistema di riscaldamento del pavimento. Il settore orientale è completato a sud da un’ampia vasca divisa in due parti e rivestita di lastre marmoree, fornita di gradini. Nell’angolo sud-orientale dell’intero impianto sono due strutture in laterizio, conservate per una certa altezza, che costituiscono i resti dei pilastri che sorreggevano le grandi volte di copertura del complesso termale.</p>
<p class="aaa4">Tempio L (cosiddetto)</p>
<p>Il tempio insiste su una delle due torri angolari della prima cinta fortificata in opera poligonale. L’edificio, internamente diviso in tre celle, su podio voltato, è datato alla fine del I secolo d.C..</p>
<p class="aaa4">Via Appia</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3001" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno-via-appia"><img class="alignnone size-full wp-image-3001" title="minturnae-minturno-via-appia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno-via-appia.jpg" alt="Minturno, Minturnae, via appia" width="600" height="400" /></a></strong></p>
<p>Alla fine del IV sec. a.C., dopo le vittorie sui Sanniti e sulla Lega Latina, i Romani poterono avere un più ampio controllo territoriale. Nel 312 a.C., per iniziativa del censore Appio Claudio, fu costruito il primo tratto della via Appia la quale, partendo da porta Capena a Roma, giungeva fino a Capua. Successivamente la via fu prolungata fino a Taranto e quindi fino a Brindisi. L’imperatore Traiano fece, inoltre, costruire una variante che da Benevento giungeva più rapidamente a Brindisi, la c.d. <em>Appia traianea</em>. La via Appia entrava a <em>Minturnae </em>dalla porta Gemina e attraversava, con direzione est-ovest, l’intero abitato, di cui costituiva il Decumano Massimo. La nota via consolare era dunque la spina dorsale della città antica ed intorno ad essa gravitavano i principali edifici pubblici. Il tratto di strada che è ancora oggi visibile è molto ben conservato, costituito da basoli di calcare o di lava basaltica sui quali sono impressi i solchi dei carri. L’Appia oltrepassava anche il Garigliano attraverso un ponte, ricordato da Cicerone, chiamato <em><strong>pons Tirrenus</strong></em>. Di questo ponte, originariamente ligneo, rimangono solo i resti di un successivo rifacimento in opera cementizia.</p>
<p><em class="aaa4">Antiquarium</em></p>
<p>Il piccolo museo, allestito negli ambulacri dell&#8217;anfiteatro romano, raccoglie materiale archeologico proveniente dal territorio di <em>Minturnae</em>. Qui sono esposti frammenti marmorei, ceramiche, statue, mentre l’ambulacro sinistro è organizzato come <em>lapidarium</em>, ed ospita una raccolta di decorazioni architettoniche marmoree ed una serie di togati. Diverse sono le statue, le sculture, gli <em>ex voto</em>, le epigrafi, le monete (in grande quantità rinvenute nel letto del fiume) ed altri numerosi reperti venuti alla luce nel secolo scorso a <em>Minturnae</em>, ma anche nelle zone limitrofe, come <strong>Scauri</strong> e <strong>Castelforte</strong>. Altro materiale archeologico sempre proveniente da <em>Minturnae</em> si trova, oggi, presso il Musei Archeologici di <strong>Zagabria</strong>, di <strong>Philadelphia</strong> (USA) e quello di <strong>Napoli</strong>.</p>
<p class="aaa4">Acquedotto</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3002" href="http://www.archeoguida.it/002988_minturno-minturnae.html/minturnae-minturno-acquedotto"><img class="alignnone size-full wp-image-3002" title="minturnae-minturno-acquedotto" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/minturnae-minturno-acquedotto.jpg" alt="Minturno, Minturnae, acquedotto" width="600" height="400" /></a></strong></p>
<p>Dell’antico acquedotto che riforniva <em>Minturnae</em> si conservano ampi tratti visibili lungo la via Appia ed in particolare nell’area prossima al centro antico ed in zona Archi-Virilassi, dove si seguono una serie ininterrotta di ben 120 arcate. L’acquedotto partiva dalle sorgenti di Capodacqua e, dopo circa 11 km, raggiungeva l’abitato attraverso la porta <strong>Gemina</strong>.</p>
<p>La struttura è ad ampie arcate su pilastri, realizzata in opera cementizia interna e parametro in opera reticolata. I pilastri sono rinforzati con un ulteriore strato di laterizi, mentre gli spazi tra la linea degli archi e lo <em>specus</em> sono decorati con motivi bicromi dalle forme geometriche. L’acquedotto fu realizzato in età imperiale, stando alle caratteristiche delle tecniche costruttive, tra il I ed il II secolo d.C..</p>
<p class="aaa4">Santuario della dea Marica</p>
<p>Il Santuario non si trovava all’interno del’area archeologica, ma tra la città ed il mare, lungo la sponda destra del Liri, in una zona paludosa. Sulla riva sinistra del fiume vi era anche un <em>lucus</em>, il bosco sacro (oggi la pineta di Baia Domizia), sempre dedicato alla dea. Il luogo di culto era, dunque, extra-urbano e consacrato alla dea aurunca Marica, divinità italica legata all’acqua. Il tempio, già noto dalle fonti, venne scavato nel 1926 e si presenta come uno dei tipici santuari portuensi arcaici che costeggiavano il Tirreno.</p>
<p>La costruzione ebbe varie fasi fino al VII secolo d.C.. La prima fase monumentale risale alla fine del VI secolo a.C.: i ruderi del tempio sono in blocchi di tufo nero e ad esso vanno riferite numerose terracotte architettoniche, datate tra la fine del VII ed il II secolo a.C., raccolte nel terreno. Il luogo di culto era, inoltre, ancora più antico, già in funzione dall’VIII sec. a.C., come risulta dal materiale della stipe votiva: vasi, statuette arcaiche, statuette fittili in terracotta, ceramica etrusco-campana, fino alle suppellettili di età ellenistica e romana. Nella prima metà del I secolo al culto italico della dea Marica si sostituì quello egizio di Iside e Serapide. L’edificio era affiancato da un più ampio tempio in conglomerato cementizio dedicato ad Afrodite Pontia, ovvero marina.</p>
<p class="aaa3">Immagini</p>
<p>Scopri tutte le foto dell&#8217;area archeologica di <strong>Minturnae</strong> su Archart.it<br />
<a href="http://archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Latina/Minturno/index.html" target="_blank">http://archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Latina/Minturno/index.html</a></p>
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		<title>Roma, Chiesa di Santa Balbina</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 10:09:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lazio - Roma]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Balbina]]></category>

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		<description><![CDATA[La chiesa di Santa Balbina è situata sull’omonima piazza all’Aventino, sopra le Terme di Caracalla ed è dedicata alla martire romana Balbina (II sec.). Il titulus, risalente al 595, fu eretto, come risulta da alcune iscrizioni, sulla Domus Cilonis, palazzo donato da Settimio Severo a Lucio Fabio Cilone, console suffectus nel 193; di questo edificio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La chiesa di <strong>Santa Balbina</strong> è situata sull’omonima piazza <strong>all’Aventino</strong>, sopra le <strong>Terme di Caracalla</strong> ed è dedicata alla martire romana Balbina (II sec.). Il <em>titulus, </em>risalente al 595, fu eretto, come risulta da alcune iscrizioni, sulla <em>Domus Cilonis</em>, palazzo donato da <strong>Settimio Severo</strong> a <strong>Lucio Fabio Cilone</strong>, console <em>suffectus </em>nel 193; di questo edificio ci sono pervenuti muri inclusi nel convento e sotto di esso. Inoltre, sotto l’ala settentrionale del convento, si trovano avanzi delle mura serviane e, dentro le mura delle ali E ed O, sono stati rinvenuti i resti di una grande costruzione in <em>opus reticolatum</em>, alternato a larghe fasce di mattoni.</p>
<p>La chiesa, nel corso del tempo, non ha subito gravi alterazioni: restauri ben documentati sono quelli del 1489 e del 1577-1588. Nel 1928 la chiesa venne restaurata da A. Muñoz: questo restauro fece riaprire le finestre superiori, abbassare il pavimento al livello originario e richiudere una serie di aperture relativamente recenti; furono anche scoperti degli affreschi medievali nelle cappelle laterali e vennero alla luce una serie di costruzioni in <em>opus mixtum</em> sotto il portico e la facciata, strutture che non potevano appartenere alla <em>Domus Cilonis</em>.</p>
<p>Non sappiamo se S. Balbina sia stata eretta come edificio profano o ecclesiastico. Le prime notizie che la riguardano come edificio ecclesiastico sono del 595: quelle precedenti al VI secolo sono frammentarie ed incerte. La struttura è identica a quella delle chiese di <strong>S. Clemente</strong> e <strong>S. Pudenziana</strong>, risalenti alla fine del IV sec. Tuttavia, lo strato di malta meno alto farebbe propendere al 370, datazione non confermabile con i bolli laterizi, risalenti ad un periodo tra il 120 e il 180.</p>
<p class="aaa3">Struttura</p>
<p>Il corpo principale della chiesa è formato da una grande aula (m. 24,18 x 14,67) con una fila di sei nicchie in entrambi i lati, separate le une dalle altre da pilastri. Le nicchie sono di forma alternativamente rettangolare e semicircolare prolungata (h. 5,45 m; largh. 2,95 m; prof. 2,20 m) e tutte coperte da volte, sia a catino che a botte. Sopra le loro aperture si alza il muro superiore con finestre che sovrastano ogni nicchia; sui muri superiori poggia la travatura del tetto dell’aula. All’esterno, le nicchie laterali si proiettano come una fila continua di cappelle e, nella parte più alta del muro, si vedono le grandi finestre, separate l’una dall’altra da una lesena larga 95 cm. L’abside, larga 9,30 m e profonda 5,85 m , è situata sul lato minore opposto dell’ingresso e contiene sul fondo il trono episcopale.</p>
<p>Molto interessante è la struttura murale della chiesa, di tre differenti tipi:</p>
<ol>
<li>Struttura usata nel muro di fondazione, visibile a sinistra e sotto l’abside</li>
<li><em>Opus mixtum</em> (parte inferiore della cappella ai due lati dell’abside)</li>
<li>Costruzione in mattoni che forma la maggior parte dell’edificio (parte superiore delle cappelle esterne, complesso dei muri interni, tutti i muri superiori della navata con le sue finestre e la zona centrale dell’abside)</li>
</ol>
<p><em>Opus mixtum </em>e costruzione in mattoni sono ovunque ben connessi e l’edificio è del tutto uniforme. Solo due gruppi di muri non si connettono omogeneamente con questi due sistemi costruttivi:</p>
<p><strong>Gruppo 1</strong> &#8211; muri aggiunti in epoca posteriore</p>
<p><strong>Gruppo 2 </strong>- murature in <em>opus mixtum </em>e mattoni precedenti alla stessa chiesa</p>
<p>Per S. Balbina si possono dunque ipotizzare tre periodi differenti:</p>
<ol>
<li>Costruzioni sotto l’attuale portico e avanzi visibili alla sua destra e nella parte inferiore della facciata della chiesa, ai quali erano stati aggiunti, in origine, due piccole absidi concentriche. Si è ipotizzata la presenza, in epoca anteriore alla chiesa, di una costruzione piccola ma uniforme di m 20,65 x 11,50.</li>
<li>Avanzi incorporati nella costruzione dell’aula, di cui è determinabile solo la struttura dell’angolo SO.</li>
<li>Chiesa come la vediamo oggi. </li>
</ol>
<p class="aaa4">Per approfondire</p>
<p>Krautheimer R., <em>Corpus basilicarum christianarum Romae </em>(IV-IX sec.), Città del Vaticano 1937.</p>
<p>Flaminio R., <em>Testimonianze altomedievali a S. Balbina</em>, in “Ecclesiae Urbis”, I, pp. 473-501.</p>
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		<title>Terracina, Santuario di Giove Anxur</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 10:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Giove Anxur]]></category>
		<category><![CDATA[santuario]]></category>
		<category><![CDATA[Terracina]]></category>

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		<description><![CDATA[
Si tratta di un grande santuario scenografico che sorge sulla sommità dell’acropoli di Terracina, a picco sul mare (a circa 210 m). La datazione del complesso appare controversa e ricopre un arco cronologico che va dal II sec. a.C. alla piena età sillana (80-60 a.C.); tuttavia la tecnica edilizia in opera incerta, con soluzioni ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2977" href="http://www.archeoguida.it/002974_terracina-santuario-di-giove-anxur.html/terracina-tempio-giove-anxur02"></a><a rel="attachment wp-att-2975" href="http://www.archeoguida.it/002974_terracina-santuario-di-giove-anxur.html/terracina-tempio-giove-anxur03"><img class="alignnone size-full wp-image-2975" title="terracina-tempio-giove-anxur03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/terracina-tempio-giove-anxur03.jpg" alt="Terracina, Santuario di Giove Anxur" width="600" height="379" /></a></strong></p>
<p>Si tratta di un grande santuario scenografico che sorge sulla sommità dell’acropoli di Terracina, a picco sul mare (a circa 210 m). La datazione del complesso appare controversa e ricopre un arco cronologico che va dal II sec. a.C. alla piena età sillana (80-60 a.C.); tuttavia la tecnica edilizia in opera incerta, con soluzioni ancora contenute delle volte e le tracce di decorazione pittorica di I stile inducono a propendere per una cronologia anteriore all’epoca della guerra sociale. L’edificio è confrontabile con altri grandi santuari del Lazio di epoca repubblicana, come quello di Ercole a Tivoli e quello del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, realizzati con la nuova tecnica cementizia romana, che permetteva costruzioni più complesse e grazie ai fondi derivanti dai commerci con l’Oriente e dalle guerre di conquista.</p>
<p>Il santuario ebbe lunga vita: la sua decadenza ebbe inizio nel V secolo quando, dopo la promulgazione dell’editto di Teodosio (426), i Cristiani distrussero molti monumenti presenti nell’area. Intorno alla metà del VI secolo l’area fu occupata da un insediamento benedettino, legato alla diffusione di S. Michele Arcangelo, da cui il nome di Monte S. Angelo.</p>
<p class="aaa3">Scavi archeologici e problemi di attribuzione</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2977" href="http://www.archeoguida.it/002974_terracina-santuario-di-giove-anxur.html/terracina-tempio-giove-anxur02"><img title="terracina-tempio-giove-anxur02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/terracina-tempio-giove-anxur02-598x400.jpg" alt="Terracina, Santuario di Giove Anxur" width="598" height="400" /></a></strong></p>
<p>Nel <strong>1893</strong>, un cittadino di Terracina, <strong>Luigi Antonio Capponi</strong>, aveva scavato sulla sommità di <strong>Monte S. Angelo</strong> una buca di m 2&#215;2 tra i ruderi affioranti, per cercare un tesoretto e a 2,50 m si era imbattuto in una muratura con una cornice sovrapposta. Informate le autorità locali, nel 1894 ebbe luogo il primo scavo sistematico dell’area, piuttosto definibile come sterro, che ebbe una durata di 5 settimane. Furono scavate completamente le aree del tempio maggiore e dell’oracolo, vennero trovate poche monete e una stipe votiva con una serie di oggetti la cui analisi indicava la frequentazione del tempio per tutto il I secolo a.C., ma non offriva alcun elemento per periodi anteriori o posteriori.</p>
<p>Inizialmente il santuario era stato attribuito a <strong>Giove Fanciullo</strong>, a causa di un’errata interpretazione di alcuni passi liviani, e gli oggetti erano stati visti, in questa ottica, come giocattoli. Studi successivi e, in particolare, le testimonianze epigrafiche lo connettono al culto di Venere. L’architettura del complesso, d’altra parte, troverebbe riscontri evidenti con quella del tempio di <strong>Venere Ericina</strong> in Sicilia; inoltre, l’aspetto del santuario e il suo orientamento sono legati al porto e alla navigazione e il culto di <strong>Venere</strong>-<strong>Afrodite</strong> era spesso connesso alla protezione dei naviganti. Il <strong>Gullini</strong> identificò il tempio di Giove di cui parlano le fonti con un piccolo edificio adiacente di epoca arcaica, il cosiddetto “<strong>Piccolo tempio</strong>”, individuando così due fasi costruttive del complesso. Ma questa ipotesi non sembra accettabile e il dibattito resta aperto.</p>
<p class="aaa3">Struttura</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2976" href="http://www.archeoguida.it/002974_terracina-santuario-di-giove-anxur.html/terracina-tempio-giove-anxur01"><img class="alignnone size-large wp-image-2976" title="terracina-tempio-giove-anxur01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/terracina-tempio-giove-anxur01-598x400.jpg" alt="Terracina, Santuario di Giove Anxur" width="598" height="400" /></a></p>
<p>Il santuario consiste in una grande piattaforma con sostruzioni a fornici, percorse internamente da un corridoio perimetrale, fornito di una copertura a volta e aperto con finestre verso l’esterno. Alle spalle del tempio c’è una stoà, forse di stile dorico e ad E c’è un edificio secondario, probabilmente di epoca diversa, consistente in un ambulacro doppio, aperto con una serie di arcate, mentre accanto al tempio è collocata una cavità sotterranea, interpretata come un oracolo. Il tempio è un imponente edificio su grande podio modanato, orientato N/S e posto obliquamente sulla piattaforma: doveva essere pseudoperiptero, esastilo con un pronao molto profondo (lungo 12,80 m) con quattro colonne sui lati brevi; le altre, realizzate in muratura e stucco, vennero addossate lungo i margini lunghi della cella. Anche il lato posteriore presentava sei semicolonne, ma in questo caso quelle laterali, comuni ai lati lunghi, erano in realtà tre quarti di colonna. Delle colonne, tutte in alabastro del Circeo, lo scavo restituì solo un rocchio di 0,92 m di diametro.</p>
<p>Nell’area del pronao è stato rinvenuto un blocco tufaceo, provvisto al centro di un foro quadrangolare: forse era la base per un trofeo. L’accesso alla cella avveniva attraverso una porta con architrave ligneo, larga 5,15 m di cui rimangono i soli blocchetti di fondazione degli stipiti. La cella era, inizialmente, di forma quasi quadrata (m 16,52&#215;16,40); un restauro, forse di età augustea, ridusse lo spazio originario ad un rettangolo di m 14,10&#215;13,60. In questa occasione venne restaurata la base della statua di culto, che presenta una semplice modanatura a kyma riversa; inoltre, allo stesso periodo, risale il rivestimento della cella con doppio strato di intonaco. L’ambiente doveva essere pavimentato con un mosaico in tessere bianche limitato da una fascia costituita da tessere nere d’ardesia. Il mosaico non si è conservato e le ultime tessere furono viste nel 1981 dallo studioso locale P. Longo.</p>
<p class="aaa4">Per approfondire</p>
<p>R. Bianchi Bandinelli, <em>L’arte romana al centro del potere, </em>Roma 1960.</p>
<p>F. Coarelli, <em>I santuari del Lazio in età repubblicana, </em>Roma 1987.</p>
<p>P. Longo, <em>Studio all’area sacra di Monte S. Angelo</em>, Terracina 1991.</p>
<p class="aaa4">Immagini</p>
<p>Scopri tutte le foto di Terracina su Archart.it<br />
<a href="http://archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Latina/Terracina/index.html">http://archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Latina/Terracina/index.html</a></p>
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		<title>Licofrone di Calcide</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi - L]]></category>
		<category><![CDATA[Calcide]]></category>
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		<description><![CDATA[Licofrone di Calcide è autore dell’Alessandra, un’opera di difficile interpretazione, ma molto utile per la ricostruzione topografica del Mediterraneo antico, in quanto contiene numerose notizie geografiche.
Vita
Licofrone nacque intorno al 330 a.C. Sappiamo che fu adottato dallo storico Lico di Reggio e che si trasferì ad Alessandria sotto Tolemeo Filadelfo. Nella biblioteca di Alessandria ricevette l’incarico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Licofrone di Calcide </strong>è autore dell’<em>Alessandra</em>, un’opera di difficile interpretazione, ma molto utile per la ricostruzione topografica del Mediterraneo antico, in quanto contiene numerose notizie geografiche.</p>
<p class="aaa3">Vita</p>
<p>Licofrone nacque intorno al 330 a.C. Sappiamo che fu adottato dallo storico Lico di Reggio e che si trasferì ad Alessandria sotto Tolemeo Filadelfo. Nella biblioteca di Alessandria ricevette l’incarico di ordinare i testi dei commediografi. Licofrone fu uno dei poeti tragici inclusi nella Pleiade, cioè la costellazione dei sette migliori tragediografi del suo tempo, ma della sua vasta produzione rimangono solo pochi versi.</p>
<p><em class="aaa4">Alessandra</em></p>
<p>Si tratta di un poema in 1474 trimetri giambici. La voce narrante è un servitore che Priamo ha posto accanto alla figlia Alessandra (Cassandra) e che, quando Paride sta per partire verso Sparta, espone a Priamo le profezie della figlia, riguardanti la sorte di Troia, il ritorno dei Greci in patria, la persistenza della memoria di Troia attraverso il culto di Cassandra, di Ecuba e di Ettore, la rinascita di Troia attraverso l’espansione di Roma sul Mediterraneo, la lotta tra Asia ed Europa in seguito al ratto di Io.</p>
<p>Alcuni studiosi, inizialmente, ritennero che si trattasse di una tragedia, ma è sbagliato intenderla in questo modo, almeno secondo la tipologia classica. Si presenta come un racconto di messaggero (<em>rhesis</em>) di lunghezza spropositata: Giovanni Tzetzes (XII sec.) la considerava una monodia drammatica, mentre altri un prodotto di contaminazione tra contenuto epico, cornice drammatica e forma lirica. In realtà sembrerebbe un’opera al confine tra epica e tragedia: per svolgere un racconto epico viene adottato il punto di vista di un personaggio come avviene nella tragedia. Il punto di vista adottato è quello dei Troiani sconfitti: è, anche questa, un’innovazione, perché i successi degli eroi vengono svalutati, le loro gesta appaiono in una luce squallida e bizzarra, mentre vengono esaltate le loro disgrazie.</p>
<p>Licofrone sostituisce i nomi propri con metafore, secondo la tradizione oracolare; la lingua si fonda su quella della tragedia, in particolare quella di Eschilo, di cui Licofrone esagera le caratteristiche. L’autore, inoltre, utilizza molti elementi dialettali diversi, insieme a barbarismi ed arcaismi e anche parole rare, secondo il gusto per l’erudizione tipicamente alessandrino; egli ricorre frequentemente ad estese digressioni e il susseguirsi delle profezie è reso più vivace dall’attenzione per il dettaglio e da momenti di ricercato pathos.</p>
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		<title>Euforione di Calcide</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi - E]]></category>
		<category><![CDATA[Euforione di Calcide]]></category>

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		<description><![CDATA[Euforione di Calcide fu uno dei principali seguaci di Callimaco, di cui seguì in maniera pedissequa le orme, talvolta esasperandone dei tratti.
Vita
Secondo il lessico bizantino Suda Euforione nacque a Calcide in Eubea intorno al 270 a.C. e si formò ad Atene, dove frequentò l’Accademia e il Peritato. Non si recò mai ad Alessandria e in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Euforione di Calcide fu uno dei principali seguaci di Callimaco, di cui seguì in maniera pedissequa le orme, talvolta esasperandone dei tratti.</p>
<p class="aaa3">Vita</p>
<p>Secondo il lessico bizantino <em>Suda </em>Euforione nacque a <strong>Calcide</strong> in <strong>Eubea</strong> intorno al 270 a.C. e si formò ad Atene, dove frequentò l’Accademia e il Peritato. Non si recò mai ad Alessandria e in età avanzata fu invitato da re <strong>Antioco III</strong> il Grande per sovrintendere alla biblioteca di corte. Fu sepolto ad <strong>Apamea</strong> o ad <strong>Antiochia</strong>.</p>
<p class="aaa3">Opere</p>
<p>Ci sono pervenuti tre titoli certi di poemi epici: <em>Esiodo, Mopsopia </em>e <em>Chiliadi. </em>Tutti gli altri titoli appartengono ad autonomi epilli o costituiscono parti delle opere maggiori.</p>
<p>Le <em>Chiliadi, </em>in cinque libri, contenevano una raccolta di oracoli che si erano avverati nel corso di mille anni. La <em>Mopsopia</em> (antico nome dell’Attica) doveva essere una raccolta di leggende attiche. Quasi nulla sappiamo dell’<em>Esiodo. </em></p>
<p class="aaa3">Lingua e stile</p>
<p>Euforione appare un seguace della poetica di <strong>Callimaco</strong>: predilige la forma dell’epillio, evita la narrazione distesa e ricorre in maniera sistematica alla digressione. Si tratta di un poeta erudito, amante degli <em>aitia </em>(racconti che spiegano le cause e le origini di qualcosa)<em> </em>e dei <em>thaumata</em> (meraviglie, cose meravigliose); impiega largamente glosse, neoformazioni e ama la tecnica narrativa allusiva. La sintassi è piana, i periodi brevi e paratattici.</p>
<p class="aaa4">Per saperne di più</p>
<p>L. E. Rossi, R. Nicolai, <em>Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, </em>Roma 2003.</p>
<p>E. Magnelli, <em>Studi su Euforione, </em>Roma 2003.</p>
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		<title>Arato di Soli</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi - A]]></category>
		<category><![CDATA[Arato]]></category>
		<category><![CDATA[Nicandro di Colofone]]></category>

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		<description><![CDATA[Arato fu uno dei massimi rappresentanti della poesia didascalica di età ellenistica. La poesia didascalica, il cui archetipo e modello fu Esiodo, autore molto amato dagli alessandrini, aveva per scopo quello di insegnare una disciplina senza rinunciare all’eleganza letteraria e, in epoca ellenistica, presentava una varietà di livelli:

Il manuale scolastico composto con il solo intento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arato fu uno dei massimi rappresentanti della poesia didascalica di età ellenistica. La poesia didascalica, il cui archetipo e modello fu Esiodo, autore molto amato dagli alessandrini, aveva per scopo quello di insegnare una disciplina senza rinunciare all’eleganza letteraria e, in epoca ellenistica, presentava una varietà di livelli:</p>
<ol>
<li>Il manuale scolastico composto con il solo intento di facilitare la memorizzazione</li>
<li>Il poema che unisce il contenuto didattico agli intenti artistici (e questo è il caso di Arato)</li>
<li>L’opera solo apparentemente didattica che esibisce la forma poetica adattata a contenuti peregrini (Nicandro di Colofone)</li>
</ol>
<p>Secondo la tradizione, il re <strong>Antigono</strong> di <strong>Macedonia</strong> avrebbe incaricato Arato, dotto in medicina, di scrivere un poeta astronomico e <strong>Nicandro di Colofone</strong>, astrologo, di comporre un’opera sui veleni e sui loro antidoti. Questo dimostra che gli antichi si erano accorti che i due autori non erano esperti nelle discipline che trattavano e che ponevano in forma poetica. Arato, comunque, riesce a fornire una sintesi discreta di astronomia, a differenza di Nicandro, in cui prevale la ricercatezza dello stile.</p>
<p class="aaa3">Vita</p>
<p>Arato nacque a <strong>Soli</strong>, in Cilicia, alla fine del IV sec. a.C. Fu forse allievo di <strong>Menecrate di Efeso</strong>, grammatico e autore di poemi didascalici ed ebbe rapporti con <strong>Meneremo</strong> di Eretria e <strong>Timone</strong> di Fliunte. L’unico riferimento cronologico assoluto è il 276 a.C., l’anno in cui entrò nella corte di <strong>Pella</strong> presso <strong>Antigono Gonata</strong>. Arato fu poeta di corte e celebrò le nozze di Antigono con Fila, figlia del re Antioco I di Siria, con un <em>Inno a Pan</em>; divise la sua esistenza tra la corte macedone e quella di Antiochia. Morì intorno al 240 a.C.</p>
<p><em class="aaa4">Fenomeni</em></p>
<p>L’unica opera di Arato che ci è pervenuta sono i <em>Fenomeni</em>, poema didascalico in 1154 esametri. La sua datazione è incerta: forse fu composta tra il 275 e il 270 a.C.</p>
<p>L’opera si apre con una sorta di proemio, un <em>Inno a Zeus</em> (vv. 1-18) e, in antico, venne suddivisa in due parti: la prima, strutturata in varie sezioni, contiene la descrizione della volta celeste (vv. 19-732); la seconda descrive i segni utili per prevedere le variazioni metereologiche (vv. 733-1154).</p>
<p>Il poema, in realtà, risulta ripartito in questo modo:</p>
<ol>
<li>Proemio (vv 1-18)</li>
<li>Descrizione della carta del cielo (vv. 19-558)</li>
<li>Il calendario (vv. 559-757)</li>
<li>Segni per prevedere il buono e il cattivo tempo (vv. 758-1154)</li>
</ol>
<p>Il proemio è un inno a Zeus, la cui presenza è sentita da tutti e a cui tutti fanno ricorso. Zeus guida gli uomini nel loro lavoro attraverso segni celesti, indicando il momento migliore per le varie attività agricole. Negli ultimi quattro versi del proemio l’autore si rivolge direttamente alla divinità e alle Muse, affinché lo guidino nel suo canto. Nell’opera sono numerosi gli <em>excursus </em>mitologici e, di particolare rilevanza, è quello su Dike (la Giustizia), in cui l’autore, sulla scia di Esiodo, ripropone, rinnovandolo, il mito delle cinque generazioni: Dike frequentò gli uomini nel periodo della generazione dell’oro, insegnando loro le leggi della convivenza; dopo la degenerazione delle due età successive (dell’argento e del bronzo) abbandonò la terra e andò a stabilirsi in cielo, nella costellazione della Vergine. La fonte principale di Arato, per quanto riguarda la scienza astronomica, è Eudosso di Cnido, mentre la sezione sulle <em>Previsioni</em> si fonda sulla speculazione peripatetica e da, probabilmente, da un’opera di Teofrasto che non ci è pervenuta. Arato è di fede stoica, come dimostra la sua concezione di divinità che pervade l’universo e provvede ai bisogni degli uomini, governando e guidando ogni cosa attraverso i segni. La lingua di Arato è prevalentemente epica: l’autore infatti riprende parole omeriche e in qualche caso imita Parmenide ed Empedocle, superando le difficoltà di adattare lo stile epico alla materia astronomica utilizzando toni e livelli stilistici diversi.</p>
<p>L’opera di Arato ebbe grande fortuna: già Callimaco la elogiava. Tuttavia l’autore fu più volte rimproverato per la scarsa padronanza di astronomia e la completa dipendenza da Eudosso. Autori come Virgilio ne ripresero alcuni elementi e il poema di Arato fu per secoli il più diffuso manuale scolastico di Astronomia e la sua fama continuò per tutto il Medioevo e nel primo Rinascimento grazie alle numerose traduzioni latine.</p>
<p class="aaa4">Per saperne di più</p>
<p>L. Rossi, R. Nicolai, <em>Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, </em>Roma 2003.</p>
<p>J. Martin, <em>Histoire du texte de Phènomenès d’Aratos, </em>Paris 1956.</p>
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		<title>Palestrina, Santuario della Fortuna Primigenia</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:35:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Fortuna Primigenia]]></category>
		<category><![CDATA[Palestrina]]></category>
		<category><![CDATA[santuario]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, l’antica Praeneste, è uno dei più importanti complessi architettonici dell’Italia antica in epoca tardo-repubblicana e risale all’epoca sillana (II sec. a.C.). Fino a qualche decennio fa si ipotizzava l’esistenza di un santuario superiore e di uno inferiore; ma le ricerche archeologiche hanno mostrato che gli edifici del cosiddetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2962" title="Palestrina-Santuario-Fortuna-Primigenia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/Palestrina-Santuario-Fortuna-Primigenia.jpg" alt="Palestrina Santuario della Fortuna Primigenia" width="600" height="431" /></p>
<p>Il <strong>Santuario della Fortuna Primigenia</strong> a <strong>Palestrina</strong>, l’antica <em><strong>Praeneste</strong></em>, è uno dei più importanti complessi architettonici dell’Italia antica in epoca tardo-repubblicana e risale all’epoca sillana (II sec. a.C.). Fino a qualche decennio fa si ipotizzava l’esistenza di un santuario superiore e di uno inferiore; ma le ricerche archeologiche hanno mostrato che gli edifici del cosiddetto santuario inferiore, consistenti in una basilica, in un’aula absidata e in un ambiente detto “antro delle sorti”, appartenevano al foro civile di Preneste.</p>
<p>Il culto prenestino della Fortuna Primigenia si diffuse presto nel Mediterraneo orientale, ad opera dei mercanti italici: infatti già dal II sec. a.C. ne troviamo tracce evidenti a <strong>Creta</strong> e a <strong>Delo</strong>, dove strettissima era la sua connessione con le divinità egiziane, in particolare con <strong>Iside</strong>, assimilazione che ebbe successo anche nel mondo romano per l’affinità dei due culti.</p>
<p class="aaa3">Struttura</p>
<p>Il Santuario vero e proprio è un complesso articolato su una serie di sei terrazze artificiali, disposte su un ripido pendio roccioso. Le prime due terrazze, di cui la seconda è munita di un portico colonnato e di cinque ninfei ad emiciclo, sono delimitate da due massicci muri in opera poligonale; sulla terza terrazza si colloca una grande rampa, per metà scoperta e per metà colonnata, libera al centro, al fine di consentire una vista prospettica sul sistema di scale sovrastante e sostenuta da due archi ciechi sovrapposti. Ai lati della rampa ci sono, in una piccola esedra porticata, delle pitture di primo stile. La rampa, caratterizzata da capitelli dorici inclinati, conduceva alla quarta terrazza, detta “degli emicicli”, ornata da un porticato ionico, sormontato da un attico a semicolonne, con due grandi esedre simmetriche con volte anulari a cassettoni, le quali inquadrano una un basamento, forse pertinente ad un donario o, secondo alcuni studiosi, alla statua della Fortuna in atto di allattare Giove e Giunone ricordata da Cicerone; un’altra una piccola tholos, sovrapposta ad un pozzo profondo, che aveva un parapetto sormontato da un giro di colonne corinzie, decorato da fregi dorici e coperto da un tetto conico.</p>
<p>All’interno di questo pozzo sono state ritrovate le <em>sortes </em>della dea, che, sempre secondo Cicerone, erano state rinvenute dal nobile Numerio Sufficio: quello di Fortuna, infatti, era un culto oracolare. Al centro del portico iniziava una ripida scalinata che terminava al centro della sesta terrazza; la scala portava anche ad una quinta terrazza a semicolonne corinzie che inquadravano, in alternanza, una nicchia e una finta porta tra due targhe. La sesta terrazza consiste in un ampio piazzale ad U, circondato da un doppio portico corinzio che sul fondo presenta una cavea teatrale, al di sopra di una sostruzione ad archi, ornata da un portico corinzio doppio semicircolare e conclusa alla sommità da una tholos, dove era collocata la statua della divinità.</p>
<p>Il simulacro della dea ci è giunto quasi per intero: fu realizzato in <strong>marmo bigio asiatico</strong>, con le parti nude in <strong>marmo bianco</strong>.</p>
<p>Elemento fondamentale del complesso è lo straordinario impianto scenografico, ispirato ai santuari ellenistici a terrazze, come quello di <strong>Atena Lindia</strong> a <strong>Rodi</strong>. L’introduzione dell’opera cementizia ha permesso la realizzazione di un edificio imponente e di eccezionale livello tecnico, con volte, nicchie e numerosi elementi curvilinei, che cerca un equilibrio nella ricerca studiata dei pieni e dei vuoti. Un complesso di così eccezionale portata comportò grandi spese, che furono possibili in quanto finanziate da gruppi associati allo sfruttamento dell’imperialismo romano; inoltre le guerre e i traffici in Oriente avevano determinato un grande afflusso di manodopera. In questo periodo, infatti, furono realizzati altri santuari scenografici, come quelli di <strong>Ercole Vincitore</strong> a <strong>Tivoli</strong> e di <strong>Giove Anxur</strong> a <strong>Terracina</strong>.</p>
<p>Nel XII secolo, al di sopra del portico di fondo e della cavea teatrale sorse il palazzo Colonna Barberini, fatto costruire dalla famiglia dei Colonna. Questo edificio subì un importante restauro nel 1640 e dal 1956 divenne la sede del Museo nazionale archeologico prenestino, in cui si trova l’importantissimo mosaico nilotico.</p>
<p class="aaa3">Mosaico nilotico</p>
<p><a href="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/palestrina-mosaico.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2963" title="palestrina-mosaico" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/palestrina-mosaico-523x400.jpg" alt="mosaico nilotico di Palestrina" width="523" height="400" /></a><br />
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<p>Il mosaico nilotico proviene dall’abside della grande aula, attualmente occupata dal seminario di Palestrina, della quale costituiva, in origine, il pavimento. Questo edificio, inizialmente, era stato considerato pertinente al santuario; in realtà faceva parte del complesso civile, in quanto il santuario vero e proprio, come abbiamo visto, deve essere considerato quello correntemente denominato “santuario superiore”. La funzione precisa dell’aula absidata non ci è ancora nota, ma per la presenza, nell’area antistante, di due piccoli obelischi, si è pensato che contenesse un piccolo santuario di un culto egiziano.</p>
<p>La prima lettura di insieme del mosaico è stata effettuata da <strong>F. Coarelli</strong>: prima, infatti, non erano state fatte analisi sistematiche che ne abbiano affrontato la lettura, l’iconografia, la cronologia, lo stile e la funzione. La principale difficoltà è consistita nell’attribuire al mosaico la giusta datazione: per molto tempo è oscillata per un arco cronologico dal II sec. a.C. al III sec. d.C.; tuttavia il contesto di cui esso fa parte, il confronto con altre opere quali il mosaico pompeiano con la <strong>Battaglia di Alessandro</strong> o l’emblema scoperto in una villa repubblicana di <strong>Priverno</strong>, ha permesso di attribuire il mosaico al II sec. a.C.</p>
<p>Il tema complessivo della rappresentazione dell’opera è la visione prospettica e obliqua, da N a S, dell’Egitto, di cui si possono riconoscere le principali aree geografiche: dal Delta, al medio corso del Nilo, fino alle prime cateratte. La zona superiore rappresenta i territori selvaggi della Nubia e dell’Etiopia, abitate da fiere e da animali più o meno fantastici, che vengono cacciati da frotte di Etiopi. E’ da notare che le acque circondano ovunque le zone abitate, quindi siamo nel momento della piena del Nilo. Il corso del fiume è suddiviso in fasce successive, sovrapposte l’una all’altra: l’osservatore deve seguirne il corso alternativamente da sinistra a destra, quasi con una lettura bustrofedica. Il punto di partenza di questa scenografia è da identificare nell’angolo inferiore destro del mosaico, dove è rappresentata la città di Alessandria d’Egitto con il suo porto, secondo la visione di insieme che ci è stata tramandata da Strabone.</p>
<p>L’insieme del mosaico va letto come una vasta visione allegorica dell’Egitto sotto il dominio dei Tolomei: le scene di caccia in territori impervi e lontani vanno interpretate come le spedizioni geografiche promosse dai Lagidi, forse con riferimento a quella del 280, ordinata dal Filadelfo, che procurò molte fiere per lo zoo di Alessandria. Ogni animale nel mosaico viene identificato con una sorta di didascalia, segno dell’erudizione coltivata nel Museo. L’estensione del mosaico vuole alludere alla grandiosità dei possedimenti tolemaici: vengono rappresentati infatti vari momenti di operosità nella valle del Nilo che hanno come protagonisti pescatori, contadini, pastori e commercianti; la parte bassa del quadro invece esprime la forza del potere politico insidiato nella capitale del regno, tramite la rappresentazione di Alessandria, le scene di diporto e di caccia nelle lussuose “thalamegoi” e le feste sfrenate di Canopo.</p>
<p>Quindi le varie parti del mosaico, che ad una prima lettura possono sembrare sconnesse, vanno unitariamente interpretate come diversi aspetti della celebrazione della corte dei Tolomei.</p>
<p><a href="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/palestrina-mosaico-incisione.jpg"><em><img class="alignnone size-large wp-image-2964" title="palestrina-mosaico-incisione" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/palestrina-mosaico-incisione-465x400.jpg" alt="Palestrina, mosaico del Nilo in incisione" width="465" height="400" /></em></a><br />
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<p class="aaa4">Per approfondire</p>
<p>R. Bianchi Bandinelli, <em>L’arte romana al centro del potere, </em>Roma 1960.</p>
<p>F. Coarelli, <em>I santuari del Lazio in età repubblicana, </em>Roma 1987.</p>
<p>F. Coarelli (a cura di), <em>Revixit Ars. Arte e ideologia a Roma. Dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana, </em>Roma 1996.</p>
<p>S. Quilici Gigli, <em>Roma fuori le mura, </em>Roma 1988.</p>
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		<title>Battaglia di Sfacteria</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Battaglie]]></category>
		<category><![CDATA[Atene]]></category>
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Luogo: isola di Sfacteria (oggi detta anche Sfagia), Grecia ionica.
Data: 425 a.C.
Eserciti in campo: per gli spartani 420 opliti e un numero imprecisato di iloti; per gli ateniesi 70 triremi, 800 peltasti, 800 opliti, 800 arcieri e un numero imprecisato di ausiliari messeni
Comandanti: Epitada e Stifone per gli spartani, Demostene e Cleone per gli ateniesi
Esito: [...]]]></description>
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<li>Luogo: <strong>isola di Sfacteria</strong> (oggi detta anche Sfagia), Grecia ionica.</li>
<li>Data: <strong>425 a.C.</strong></li>
<li>Eserciti in campo: per gli <strong>spartani</strong> 420 opliti e un numero imprecisato di iloti; per gli <strong>ateniesi</strong> 70 triremi, 800 peltasti, 800 opliti, 800 arcieri e un numero imprecisato di ausiliari messeni</li>
<li>Comandanti: <strong>Epitada</strong> e <strong>Stifone</strong> per gli spartani, <strong>Demostene</strong> e <strong>Cleone</strong> per gli ateniesi</li>
<li>Esito: <strong>vittoria ateniese</strong> e resa della flotta spartana.</li>
</ul>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2948" href="http://www.archeoguida.it/002947_battaglia-di-sfacteria.html/battaglia-sfacteria"><img class="alignnone size-full wp-image-2948" title="Battaglia-Sfacteria" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/Battaglia-Sfacteria.jpg" alt="Battaglia di Sfacteria" width="381" height="600" /></a></strong></p>
<p class="aaa3">L’antefatto</p>
<p><strong>Sfacteria</strong> è un’isola oblunga che controlla il <strong>golfo di Navarino</strong> (l’antica <em>Pylos</em>). L’assedio che gli ateniesi condussero ai danni degli spartani fu solo un episodio della guerra del Peloponneso per il dominio della Grecia.</p>
<p class="aaa3">Lo scontro e l’esito</p>
<p>Dopo che gli ateniesi di <strong>Demostene</strong> occuparono rapidamente <strong>Pilo</strong>, per poter creare una testa di ponte per invadere il <strong>Peloponneso</strong>, Sparta decise di concentrare in quel luogo una parte delle proprie forze navali per riprendere il possesso della roccaforte e l’altra parte delle navi a Sfacteria per controllare il golfo. La superiorità tattica sul mare premiò gli ateniesi che riuscirono a circondare i nemici approdati sull’isola e a privarli della fuga via mare. Seguirono 72 giorni di assedio in cui gli spartani provarono a spezzare l’accerchiamento ma invano.</p>
<p>Una così lunga resistenza fu possibile, come ci dice <strong>Tucidide</strong> stesso, grazie al coraggio di alcuni iloti che, senza farsi intercettare dalle pattuglie ateniesi, nelle notti di mare mosso, portarono rifornimenti ai loro padroni assediati. Come premio era stata loro promessa la libertà.</p>
<p>Gli ateniesi erano arroccati a Pilo e assediavano per mare Sfacteria. Gli spartani assediavano Pilo ed erano bloccati sull’isola, ben al riparo nella fitta boscaglia ma con scarsi viveri. Le trattative tra gli ambasciatori di entrambe le città saltarono per le enormi richieste di resa, volute da <strong>Cleone</strong>. Nell’attesa, vana, che gli assediati cedessero, Cleone vedendo decadere la propria fama presso il popolo ateniese decise di associarsi Demostene nella strategia dell’assalto finale.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2949" href="http://www.archeoguida.it/002947_battaglia-di-sfacteria.html/elmo-etrusco-di-olimpia"></a></p>
<p>Attaccando dal mare aperto e dal golfo di Pilo, l’esercito di Atene prese le prime postazioni di guardia sull’isola, grazie alla superiorità numerica e ad un armamentario più leggero, adatto a luoghi così impraticabili. Tucidide spiega l’iniziale timore dei reparti ateniesi diretti su un’isola selvaggia e occupata dall’esercito nemico, reso tanto glorioso dalle vittorie nelle guerre persiane, soprattutto dopo le Termopili.</p>
<p>Gli spartani erano ormai arroccati sul promontorio roccioso verso il mare che guarda Pilo. La svolta si ebbe, proprio come alle <strong>Termopili</strong>, grazie all’accerchiamento, reso possibile dal coraggio del comandante dei messeni il quale, con arcieri e fanti leggeri, aggirò gli avversari per una via a picco sul mare.</p>
<p>Degli spartani, poco più di un centinaio morì, compreso <strong>Epitada</strong>, nelle varie operazioni militari mentre i restanti accettarono la resa proposta da Cleone e Demostene. Atene si impossessò di parte della flotta spartana e rinunciò all’alleanza proposta dai vinti. La guerra del Peloponneso sarebbe andata avanti per altri ventuno anni.</p>
<p class="aaa3">Conseguenze</p>
<p>A livello morale, diminuì l’alone di coraggio e invincibilità che contraddistingueva da decenni la potenza spartana. Atene rinvigorita dalle iniziali vittorie ipotizzò un esito positivo delle ostilità. Pilo venne occupata dai messeni, acerrimi nemici degli spartani, e questi ultimi dovettero fronteggiare disordini all’interno dei propri domini territoriali in Peloponneso.</p>
<p class="aaa4">Riferimenti bibliografici</p>
<p>E. Rosati, A. M. Carassiti, <em>Dizionario delle battaglie</em>.</p>
<p>Tucidide, <em>La guerra del Peloponneso</em>, IV, 14 &#8211; 41.</p>
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