<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Personaggi &#8211; A</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/personaggi/personaggi-a/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Annibale: il condottiero che giurò eterno odio a Roma</title><link>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 Nov 2011 14:59:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Annibale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6400</guid> <description><![CDATA[Annibale Quando si nomina Annibale, ancora oggi, si ha la visione e l’idea di un uomo di grande ingegno e soprattutto di grandi doti militari che ebbe la capacità in soli due anni, dal 218 a.C. al 216 a.C., cioè da quando iniziò la sua discesa in Italia fino alla vittoriosa battaglia di Canne, di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-6401" title="annibale" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/annibale.jpg" alt="annibale" width="600" height="434" /></p><h2>Annibale</h2><p>Quando si nomina Annibale, ancora oggi, si ha la visione e l’idea di un uomo di grande ingegno e soprattutto di grandi doti militari che ebbe la capacità in soli due anni, dal 218 a.C. al 216 a.C., cioè da quando iniziò la sua discesa in Italia fino alla vittoriosa battaglia di Canne, di entrare a far parte del gruppo dei grandi della storia dell’umanità.</p><p>Purtroppo, o per fortuna di Roma, la dea fortuna non è stata così tanto a lungo dalla sua parte, infatti sono ben noti gli esiti della seconda guerra punica, che portò definitivamente al successo dei Romani e all’eclissarsi di questo astro cartaginese.•</p><h3>Annibale nelle fonti: Cornelio Nepote e Tito Livio</h3><p>Sono numerosissime le testimonianze antiche riguardanti questo grande condottiero, sulla sua impressionante genialità militare e soprattutto riguardo la campagna militare condotta nella penisola italica. Fu però <strong>Cornelio Nepote</strong> l’unico a scrivere una biografia completa di questo uomo.</p><p>Il testo di Nepote, nel primo capitolo, ha la capacità di riassumere in pochissime righe le qualità del condottiero e i motivi per cui si ebbe la sua definitiva caduta: “Annibale, figlio di Amilcare, (era) cartaginese. Se è vero, cosa di cui nessuno dubita, che il popolo romano superò in valore tutti i popoli, è innegabile (lett.: non si deve negare) che Annibale di tanto superò in accortezza gli altri comandanti, di quanto il popolo romano supera in forza tutte le altre genti.</p><p>Infatti tutte le volte che (Annibale) si scontrò con esso in Italia, sempre (ne) uscì vincitore. E se non fosse stato indebolito dal malanimo dei suoi concittadini in patria, sembra che avrebbe potuto sconfiggere (definitivamente) i Romani. Ma la malignità di molti annientò il valore di uno solo. Costui però conservò l’odio paterno contro i Romani, lasciato(gli) come in eredità, a tal punto che depose prima di quello la vita, visto che egli, pur essendo stato scacciato dalla patria e pur essendo bisognoso degli aiuti altrui, non smise mai nel (suo) animo di combattere contro i Romani.”</p><p>Più avanti nel testo quando si appresta a raccontare della fine della presenza di Annibale in Italia, per richiesta esplicita di Cartagine, Cornelio Nepote renderà ancora più manifesti i motivi della sua profonda ammirazione per un uomo, che, sebbene fosse vissuto prima dello storico, era stato giurato nemico dell’Urbe; lo scrittore romano ci dice: “Basterà alludere ad una sola cosa, grazie alla quale si può facilmente comprendere la grandezza di quell’uomo: mentre era in Italia, nessuno poteva resistergli nel campo da combattimento e dopo la battaglia di Canne (216 a.C., Annibale annienta l’esercito guidato da Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo) nessuno si arrischiava a collocare il proprio campo di fronte al suo in un terreno pianeggiante.”</p><p>A quel punto fu richiamato in patria, per difenderla direttamente su suolo africano e fino a quel momento, stando sempre allo storico, “non aveva patito alcuna sconfitta”: ciò è indice del fatto che, nel corso della seconda guerra punica, si fosse diffusa un’idea di estrema ed indiscussa superiorità di quest’uomo.</p><p>Però è, con molta probabilità, lo storico Tito Livio a riconoscere il grande valore militare del cartaginese, ricordando il tributo che ricevette da parte del dittatore e suo acerrimo nemico Quinto Fabio Massimo che, durante un tragico ed accorato discorso tenuto in assemblea in occasione delle sue elezioni a console nel 215 a.C., pare abbia incoraggiato Roma ad adoperarsi per scegliere i capi migliori: “Come in questa guerra e con questo nemico, nessun generale commise mai un errore senza prevederne un grave disastro per noi, è opportuno che riflettiate sul voto per l’elezione dei consoli con la stessa attenzione che avete avuto quando siete partiti in armi per combattere, in modo tale che ognuno si rivolga a se stesso pensando di votare per un console che abbia la stessa grandezza di Annibale”.•</p><h3>Annibale, cresciuto nell’odio</h3><p>Nel XXI libro della Storia di Roma<strong> Tito Livio</strong> ci ripropone un ritratto di Annibale da adolescente, raccontando di come fosse il migliore soldato, sia in fanteria che in cavalleria, e di come nessuno fosse in grado di euguagliarlo. Annibale era nato a Cartagine nel 247 a.C. dal generale punico <strong>Amilcare Barca</strong> (Barak in cartaginese significa “fulmine”).</p><p>Crebbe, militarmente parlando, prima agli ordini del padre e poi fu sottoposto al cognato <strong>Asdrubale</strong>, ma ebbe comunque la grande capacità di dimostrare le proprie doti in armi, seppe conquistare la fiducia dei suoi uomini e ad avere l’appoggio delle popolazioni locali. Così, raggiunti i trent’anni, si armò e partì per quello che sarebbe sempre stato lo scopo principale della sua vita: distruggere Roma per vendicare la sua patria e la sconfitta del padre durante la prima guerra punica (264 a.C.-241 a.C.).</p><p>Poteva contare, senza ombra di dubbio, sull’appoggio indiscusso del Consiglio di Cartagine che gli lasciò grande libertà d’azione e soprattutto aveva ai suoi ordini un esercito ben addestrato e composto da elementi sia ispanici che africani. Ma più di tutto ciò che lo spingeva con grande ardore e fermezza erano certamente la sua forza interiore e psicologica alimentate dall’odio inestinguibile verso i romani, inculcatogli sin da bambino.</p><p>Tutti gli storici, che in modo più o meno prolisso, si occuparono del generale ci tramandano l’episodio del famoso giuramento tenuto presso l’altare di Cartagine.</p><p>Esistono diverse varianti dell’episodio: per Appiano non avrebbe mai smesso “di cospirare” contro Roma, per Valerio Massimo che avrebbe combattuto fino a che le forze gliel’avrebbero permesso, per Polibio che non sarebbe mai stato amico dei Romani. Quest’ultimo autore, inoltre, ci racconta che Amilcare fece odiare profondamente i romani sia al cognato Asdrubale sia al figlio Annibale, ma che il primo morì prematuramente senza poter mettere in pratica i suoi insegnamenti, mentre il giovane figlio ebbe tempo e modo di dimostrare pienamente come il suo unico scopo fosse la distruzione di Roma.</p><p>Il racconto, però, più completo dell’episodio del giuramento lo abbiamo da Cornelio Nepote; qui è lo stesso Annibale che lo racconta, al termine della propria vita, al re Antioco, dubbioso del suo sentimento avverso a Roma, inoltre il cartaginese assicura che mai e poi mai avrebbe disatteso la sua promessa al padre. Proclamato generale dell’esercito in Spagna, dopo la morte del cognato Asdrubale, mise in atto il suo piano, tanto atteso e desiderato, di conquista dell’Italia. Provocò la città iberica di Sagunto, alleata di Roma, con il pretesto che si trovasse a Sud del fiume Ebro e perciò non rientrasse nel territorio di pertinenza della città italica; il tutto si risolse con l’occupazione della città nel 219 a.C.</p><p>A questo punto nel 218 a.C. Annibale partì alla volta dell’Italia con un esercito di 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti; i cartaginesi superarono i Pirenei, evitarono uno scontro con i romani a Massalia (Marsiglia), risalirono il Rodano e valicarono le Alpi all’altezza di Moncenisio, stando a quanto riporta Tito Livio.</p><p>Il suo arrivo annunciato, ma non previsto con così grande rapidità, ebbe come effetto l’appoggio delle popolazioni celtiche della<strong> Gallia Cisalpina</strong> (Nord della penisola italiana), in precedenza alleate di Roma. Ovviamente il Senato ed il popolo romano si mostrarono attoniti e sbigottiti di fronte all’evento e alla prospettiva di un futuro attacco nella propria terra; il timore e la paura si impadronirono della città tanto che Tito Livio ci dice che “i Romani si trovarono a dover fare la guerra contro il mondo intero in Italia”.</p><p>Le arringhe ed i discorsi dei generali insistevano sul coraggio, sull’eroismo e sul patriottismo e sul fatto che i soldati, uscendo vittoriosi dalle battaglie, avrebbero garantito salvezza alle proprie famiglie; ma man mano che il nemico avanzava, riportando schiaccianti vittorie (<strong>Ticino</strong> e <strong>Trebbia</strong> nel 218 a.C., <strong>Trasimeno</strong> 217 a.C.) e soprattutto l’importantissima vittoria di <strong>Canne</strong> nel 216 a.C., il timore divenne vero e proprio terrore e l’angoscia dilagò in tutta Roma.</p><p>Mai fu tanto sentito il panico entro le mura di Roma “senza che la città fosse stata conquistata”, così ci testimonia Livio; infatti in breve tempo l’Urbe aveva visto spazzare via il grosso del suo esercito ed il fior fiore della classe dirigente che lo guidava.</p><p>Poi però Annibale si trovò bloccato in Campania senza poter effettuare l’attacco finale e decisivo contro i romani, nel frattempo in Spagna <strong>Publio Scipione Africano</strong> riportava una serie di successi e in Italia i consoli <strong>Livio Salinatore</strong> e <strong>Gaio Claudio Nerone</strong> sconfissero nel 207 a.C. a Metauro, nelle Marche, <strong>Asdrubale</strong>, fratello del generale punico, mentre stava giungendo con dei rinforzi.</p><h3>La fine di un grande condottiero</h3><p>Fu a questo punto che le sorti della guerra mutarono radicalmente e Roma tornò a prendere in mano le redini della situazione bellica, infatti la vittoria finale era solo questione di tempo. Nel 202 a.C. la battaglia di Zama, su suolo africano, in cui l’esercito punico di Annibale fu annientato da <strong>Scipione l’Africano</strong>, segnò la fine delle pretese imperialiste del partito più propenso alla guerra di Cartagine, guidato dai Barca.</p><p>Ma Roma non voleva e non poteva dimenticare i gravi abusi subiti e ovviamente la sua vittima fu Annibale; dopo <strong>Zama</strong> il generale punico tentò in ogni modo di convincere il Consiglio della città ad accettare le condizione imposte dal Senato romano per evitare guai molto più grandi.</p><p>Non fu più al comando dell’esercito, come era stato imposto dall’Urbe, fu però eletto cinque anni più tardi come suffeto, massima autorità civile cittadina; ma a Roma questo non bastava voleva la sua testa. Per circa dodici anni vagò per le corti dei sovrano orientali: prima in Siria da re Antioco, poi, dopo un breve soggiorno a Creta, giunse in Armenia da re Artassia, infine si diresse nella lontana <strong>Bitinia</strong> (attuale <strong>Anatolia</strong>), dove lo accolse <strong>re Prusia</strong>.</p><p>Il Senato di Roma lo raggiunse fin lì; infatti furono inviati degli emissari con l’esplicito intento di catturarlo, ma Annibale piuttosto che arrendersi preferì il suicidio. Era il 183 a.C.: caso sorprendente nella storia, fu anche l’anno di morte del suo più grande nemico, Scipione l’Africano, con il quale nonostante l’avversione, mantenne sempre una relazione di reciproco rispetto.</p><h3>Annibale: il giudizio della storia</h3><p>È noto che i vincitori scrivono la storia e generalmente essi risultano sempre migliori rispetto al proprio nemico, che viene volontariamente screditato; di solito ciò accade ma non viene manifestato come fu fatto invece, volontariamente, nei confronti di Annibale. Poiché i suoi meriti militari erano del tutto indiscutibili, la propaganda e la storiografia romana non hanno fatto altro che acuire ed ingigantire i tratti della nota crudeltà cartaginese, esasperandola in Annibale.</p><p>L’unica eccezione è quella di Cornelio Nepote che, nel suo Vite di uomini illustri, traccia un profilo del generale obiettivo e a volte sembra quasi mostrare una certa simpatia per lui. Però il giudizio più noto, perciò più decisivo, è quello di Tito Livio che afferma che le grandi doti di questo personaggio erano si eccezionali, ma allo stesso tempo controbilanciate da altrettante cattive qualità: perfidia, crudeltà disumana, mancanza di franchezza ed onestà, nessun timore e rispetto verso gli dei.</p><p>Diventati suoi tratti caratteristici, nei secoli fu marchiato d’infamia, tanto che anche gli storiografi moderni, riconoscendo le sue grandissime doti di combattente, non si sono mai esposti eccessivamente nel giudizio della sua persona: “un grande uomo nel vero senso della parola” fu il giudizio di Theodor Mommsen nell’Ottocento.Comunque sia stata l’effettiva indole di Annibale è insindacabile la sua capacità di essere entrato a pieno diritto nel numero dei grandi uomini della storia delle civiltà.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html" data-text="Annibale: il condottiero che giurò eterno odio a Roma" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Aureliano</title><link>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 18:41:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6193</guid> <description><![CDATA[Carta d&#8217;identità Nome: Lucio Domizio Aureliano &#8211; Lucius Domitius Aurelianus Nascita: Sirmio, 9 settembre 214 o 215 Morte: vicino Bisanzio, 25 settembre 275 Famiglia: moglie Ulpia Severina L’ imperatore Aureliano: Sol Dominus Imperi Romani Lucio Domizio Aureliano non era originario di Sirmium, come molti hanno pensato, basandosi su di una falsa tradizione, ma proveniva da [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6195" title="Aureliano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Aureliano.jpg" alt="" width="400" height="338" /></strong></p><p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p><ul><li><strong>Nome</strong>: Lucio Domizio Aureliano &#8211; Lucius Domitius Aurelianus</li><li><strong>Nascita</strong>: Sirmio, 9 settembre 214 o 215</li><li><strong>Morte</strong>: vicino Bisanzio, 25 settembre 275</li><li><strong>Famiglia</strong>: moglie Ulpia Severina</li></ul><h2>L’ imperatore Aureliano: Sol Dominus Imperi Romani</h2><p>Lucio Domizio Aureliano non era originario di <em>Sirmium</em>, come molti hanno pensato, basandosi su di una falsa tradizione, ma proveniva da un’area ancora più ad Est, precisamente dalla Mesia Inferiore. Le sue origini erano molto umili, nato da due poveri genitori nel 214 d.C., non sappiamo come e a che età abbia iniziato la sua attività nell’esercito di Roma; le poche informazioni che abbiamo provengono quasi tutte dalla <em>Storia Augusta</em>, ma sono una serie di favole fantasiose senza alcun fondamento reale e storico.</p><p>Per certo sappiamo che nel 268 d.C. comandò una cavalleria dell’esercito romano in Italia Settentrionale, quando ci fu la rivolta capeggiata da Aureolo contro l’imperatore <strong>Gallieno</strong>. Aureliano riuscì a domare i ribelli e a porre fine alle loro scorribande e guerriglie, grazie anche all’aiuto del suo compatriota <strong>Claudio Gotico</strong>.</p><p>Claudio, con la collaborazione dell’amico Aureliano, congiurò contro lo stesso Gallieno e lo sostituì al soglio imperiale: questo intervento portò Aureliano a ricevere la nomina di <em>Maestro della Cavalleria</em>, un’alta carica onorifica per l’epoca.</p><p>Quando Claudio, nel 270 d.C., morì per la peste, il non più giovanissimo Aureliano si affrettò a concludere la guerra contro le popolazioni gotiche, ponendo fine agli assedi delle città di <strong>Nicopolis</strong> e <strong>Anchialus</strong>.</p><p>Dovette fronteggiare Quintillo, fratello del defunto imperatore, che rivendicava la legittimità al trono dato il legame di parentela con Claudio, ma Aureliano riuscì a dimostrare che era lui stesso che Claudio aveva designato come suo successore: ottenne di essere elevato al trono a Sirmium, ma mancava l’ approvazione del Senato, era dunque necessario andare a Roma.</p><h3>Arrivo in Italia e nomina a Imperator</h3><p>Gli Iutungi, che dopo aver attraversato il Brennero, contavano di dilagare in Italia, non appena seppero dell’imminente arrivo del nuovo imperatore cominciarono a ritirarsi, contando almeno di poter portare via un ricco bottino.</p><p>Aureliano, però, ne intercettò il passaggio e, mentre stavano per attraversare il Danubio, gli inflisse una durissima e sonora sconfitta tanto che i barbari si affrettarono ad inviare degli ambasciatori per stipulare una nuova pace, nuovi accordi con Roma e di poter, comunque, continuare a ricevere dei sussidi che l’impero fino a quel momento gli aveva concesso.</p><p>Desippo, uno storico, ci fornisce una dettagliate descrizione dell’incontro della delegazione con il nuovo <em>Augustus</em>: Aureliano stava seduto su di una piattaforma con indosso la porpora imperiale ed tutto intorno a lui si trovava l’esercito schierato, questo era lo spettacolo di magnificenza e di grandezza che gli emissari barbari si trovarono davanti agli occhi.</p><p>Ovviamente le richieste furono tutte respinte senza alcun spiraglio di speranza: gli fu solo concesso di ritornare alle proprie terre natie senza che venisse fatto nessuno prigioniero, dando comunque prova della magnanimità dell’imperatore verso gli insorti.</p><p>Dopo questo evento Aureliano giunse a Roma, dove il Senato, senza grande entusiasmo visto che la scelta del successore di Claudio si mostrava troppo forzata, lo accettò e confermò la sua nomina imperiale, che di fatto in questo modo era stata definitivamente legalizzata secondo lo <em>ius</em> romano.</p><h3>Guerre contro i barbari e rivolta di Roma</h3><p>Quasi subito dovette rimettersi in marcia verso le regioni settentrionali a causa di nuove rivolte dei popoli barbari, che stavano diventando sempre più pressanti e le loro ribellioni erano oramai all’ordine del giorno. Questa volta erano i Vandali, altra popolazione di stirpe germanica, a tentare l’opposizione al potere centrale di Roma. Per evitare che i nemici si approvvigionassero in qualche modo, l’imperatore ordinò ai governatori e ai generali della Pannonia Superiore ed Inferiore di portare entro le mura delle città tutte le vettovaglie.</p><p>Quando Aureliano arrivò inflisse ai suoi nemici una durissima sconfitta, tanto che i barbari addirittura implorarono la pace. Stando alle fonti, l’imperatore sottopose le richieste ai suoi soldati che decisero di accoglierle. I Vandali poterono tornare nelle loro terre, ma in cambio dovevano lasciare i loro figli in ostaggio e fornire duemila uomini alla cavalleria romana; pare, però, che cinquecento barbari si opposero e furono condannati a morte.</p><p>Non appena risolta questa minaccia, ecco che una nuova invasione era stata organizzata lungo il Danubio: questa volta si trattava dei Marcomanni, degli Alamanni e forse di nuovo degli Iutungi, che dilagarono nella penisola italica.</p><p>Aureliano dovette abbandonare in tutta fredda la Pannonia per tornare in Italia, dove si scontrò con i barbari a <strong>Placentia</strong>. Le linee nemiche cominciarono a ritirarsi in direzione delle Alpi, ma la sorte volle un capovolgimento della vicenda: l’imperatore fu sorpreso in un’imboscata e ciò causò la diffusione della paura che raggiunse anche Roma, dove ci furono disordini sanguinosi.</p><p>Sembra che la sommossa a Roma partì da un tale Felicissimo, <em>rationalis summae rei</em> (capo della zecca) o in seguito alla morte di questo: ad ogni modo i movimenti di rivolta sorsero all’interno della zecca, perché un alto numero di dipendenti era stato licenziato.</p><p>Apparentemente il motivo scatenante che portò al licenziamento in tronco era stato l’abbassamento del tenore della lega per proprio utile, senza nessuna concessione od ordine imperiale. La ribellione si diffuse molto rapidamente e, a quanto pare, sostenuta da alcuni esponenti del Senato, che volevano approfittare della situazione per indebolire la posizione dell’imperatore. Aureliano, frattanto, era riuscito a risollevare le sue sorti al frone, poichè i Germani si erano divisi in più gruppi compiendo continue scorribande in lungo ed in largo per avidità.</p><p>Questo giocò a favore dell’ imperatore, che li sconfisse ripetutamente in più luoghi, al fiume Metauro, al Fanum Fortunae e a Ticinum, tanto che. Secondo quanto tramandato, ben pochi furono i sopravvissuti che poterono fare ritorno a casa. L’imperatore non li inseguì oltre le Alpi visti i ben più gravi problemi che lo attendevano nell’Urbe, cuore pulsante del suo regno.</p><p>I dipendenti ed ex dipendenti della zecca, con tutti i loro sostenitori, si erano asserragliati sul Celio, dopo una serie di sconfitte; qui furono sconfitti ed un certo numero di senatori, che aveva sostenuto la rivolta, fu ucciso o, nella migliore delle ipotesi, subì la confisca di tutti i propri beni.</p><h3>Costruzione della nuova cinta muraria e scelte politiche di Aureliano</h3><p>L’intera vicenda, comunque, non era altro che un effetto collaterale delle continue pressioni dei barbari e delle loro pressanti minacce di continue invasioni entro il <em>limes</em> dell’impero. Proprio per questo motivo Aureliano decise, nel 271 d.C., di far costruire intorno al perimetro cittadino una nuova cinta muraria.</p><p>Snodandosi per dodici miglia (un’estensione di gran lunga superiore alla cinta muraria di Servio Tullio), la cinta aveva uno spessore di dodici piedi e un’altezza, in molti punti, di venti piedi; inoltre era munita di diciotto porte (semplici o doppie) sormontate da torri di guardia, munite di artiglieria pesante per la difesa.</p><p>Il muro di per sé non costituiva una fortificazione massiccia, in quanto doveva soltanto servire da tempestiva difesa per un attacco nemico, che tra l’altro non era provvisto di macchine d’assedio, ma era temibile nel corpo a corpo. A tale proposito era di fondamentale importanza la disposizione delle macchine da guerra che doveva essere la più semplice possibile, perciò per la costruzione si decise di usare manodopera civile anche perché i soldati erano di primaria importanza altrove.</p><p>Infatti oltre che dai barbari Aureliano era afflitto anche da una serie di usurpatori interni: Settimio in Dalmazia, Domiziano in Gallia Meridionale (probabilmente i generale vincitore sui Macriani all’epoca di Gallieno) e un tale Urbano.</p><p>Ma questi erano fuochi di paglia in confronto ad alcuni secessionisti in Oriente.</p><h3>Guerra contro la regina Zenobia e Tetrico</h3><p>Le province orientali erano governate, come se fossero uno stato indipendente, dalla regina Zenobia e dal figlio Vaballato Atenodoro, che avevano stabilito la capitale nella città di Palmira e proclamandosi <em>Augusti</em> nel 271 d.C. Nello stesso tempo un certo Tetrico governava uno  stato secessionista gallo-romano in prossimità del fiume Reno, instaurato da Postumo e ancora esistente anche se con dimensioni decisamente ridotte.</p><p>Aureliano aveva stabilito di eliminare entrambi i due regni e si mise subito in azione, organizzando le operazioni contro lo stato palmireno.</p><p>Nel 271 d.C. l’imperatore si mise in marcia verso l’Oriente: durante il suo tragitto si scontrò e sconfisse prima i predoni Traci sul Danubio, poi i Goti che razziavano le terre presso la sponda settentrionale sempre del Danubio: dopo questi importantissimi successi l’imperatore potè fregiarsi del titolo di Gotico Massimo, che fu ampliamente meritato visto che per molti anni a seguire questi popoli non tentarono più di opporsi a Roma.</p><p>Nonostante queste schiaccianti vittorie, Aureliano decise di lasciare ai Goti la Dacia che fu la prima provincia, insieme agli Agri Decumantes, in Germania, ad essere abbandonata.</p><p>Dopotutto la Dacia era sempre troppo esposta a rischiosi attacchi esterni per poter essere difesa, visto che una buona parte della guarnigione era stata ritirata; con questa intelligente mossa Aureliano arretrò la frontiera, evacuando gli abitanti oltre la riva destra dove creò due nuove province la <em>Dacia Ripendis</em> e la <em>Dacia Mediterranea</em>, ricavate dai territori della Moesia e della Tracia.</p><p>Fatto ciò, l’imperatore continuò la sua avanzata verso Palmira: recuperò senza ostacoli l’Asia Minore, ad eccezione dell’opposizione della città di Tyana, che fu saccheggiata dai soldati romani.</p><p>Questo suo atteggiamento moderato spinse molte altre città ad aprire spontaneamente le loro porte ed anche l’Egitto si arrese senza opporre resistenza al generale Probo. In Siria, presso l’Oronte, l’imperatore affrontò l’esercito condotto dal generale Zabdas, la cui cavalleria pesante nulla potè contro la forte e agile cavalleria romana. Nei mesi successivi fu acclamato ad Antiochia e riportò una nuova vittoria ad Emesa, dopo aver ricevuto rinforzi da varie regioni orientali.</p><p>Inseguì Zenobia fino alla città di Palmira, dove la regina si preparava a difendersi dall’attacco, ma fu catturata mentre cercava di chiedere il sostegno dei Persiani. Fu sottoposta ad un processo, durante il quale addossò la colpa della sua ascesa politica al suo consigliere Cassio Longino, che per questo fu condannato a morte, mentre la regina non fu destituita dietro la solenne promessa di non ribellarsi più.</p><p>Ovviamente le cose non andarono così: non appena Aureliano fece il suo ritorno in Occidente, Zenobia insieme a Firmo, proveniente dall’Egitto, si apprestò a muovere guerra contro Marcellino, generale preposto dall’imperatore al controllo dell’Oriente.</p><p>Aureliano tornò in tutta fretta in Oriente, dove mise a ferro e a fuoco <strong>Palmira</strong> e Firmo, per non essere catturato, si suicidò.</p><p>Nel frattempo, in Occidente, Tetrico nel corso di una battaglia ai <strong>Campi Catalaunici</strong> (274 d.C.) passò inaspettatamente dalla parte dell’imperatore disertando i suoi stessi soldati. Oramai, caduti tutti i suoi nemici, Aureliano poteva dire di aver riunificato così l’impero; celebrò a Roma un grande trionfo, che fu ornato dal mostrare al popolo gli sconfitti Tetrico, Zenobia e il figlio di lei.</p><p>Tuttavia vennero risparmiati: Tetrico fu nominato <em>corrector</em> (governatore) della Lucania in Italia Meridionale, Zenobia fu mandata a Tibur, nel Lazio, e data in sposa ad un senatore romano.</p><p>Questa è la sorte beffarda toccata alla donna definita da Edward Gibbons “l’unica eroina del mondo antico”.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-6197" title="Aureliano2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Aureliano2.jpg" alt="Aureliano" width="280" height="420" /></p><h3>Riorganizzazione monetaria e religiosa</h3><p>Al termine delle grandi guerre, Aureliano dovette affrontare il grave cruccio della crisi economica, a tal proposito studiò una riorganizzazione monetaria. La terribile inflazione che aveva colpito i prezzi di tutti i beni di consumo, anche quelli di prima necessità, era dovuta allo scadimento della lega utilizzata nelle coniazioni.</p><p>La ripresa dei commerci sarebbe stata possibile solo con la coniazioni di monete di vero argento o di monete auree ampie e di giusto peso; purtroppo non era possibile praticare nessuna delle due opzioni in quanto non era facile reperire metallo prezioso in quantità adeguate.</p><p>Tuttavia le monete introdotte nel mercato dall’imperatore, èer quanto non di ottimo metallo, avevano un aspetto migliore delle vecchie e portavano impresso il valore nominale, fissato con riferimento all’oro. Queste misure sono state possibili grazie al completo recupero dell’Oriente, che assicurava entrate più solide nelle casse imperiali: in questo modo Aureliano riuscì a ristabilizzare la situazione economica dell’impero.</p><p>Nell’Urbe furono introdotti provvedimenti per evitare che si speculasse sul prezzo del pane, furono riorganizzate le distribuzioni aggiungendo sale, olio e carne di maiale. Per assicurare l’arrivo delle provviste a Roma furono risistemate le banchine e fu ripulito il letto del fiume Tevere, mentre in altre terre d’Italia furono coltivati nuovamente appezzamenti da tempo abbandonati, cercando di abbassare anche il prezzo del vino.</p><p>Anche in ambito religioso l’imperatore apportò una grande innovazione. Da molto tempo in tutto l’impero si stava diffondendo il culto del sole, in relazione alla sempre più grande diffusione di religioni monoteistiche, che si stavano facendo sempre più spazio nell’ideologia pagana.</p><p>A tal proposito un passo importante fu fatto da Aureliano, che introdusse il ufficialmente il culto del <em>Sol Invictus</em>, dotandolo di un grandissimo tempio a Roma e di un collegio sacerdotale.</p><p>La regione danubiana, che aveva dato i natali ad Aureliano, già da tempo era dedita al culto solare e nel corso delle campagne orientali, ad Emesa e a Palmira, centri di teologia solare, l’imperatore era entrato nuovamente in contatto con questo culto. Già Eliogabalo aveva tentato, senza successo, di sostituire i vecchi e tradizionali culti pagani di Roma con la religione del sole originaria di Emesa; Aureliano ebbe il buon senso di non cancellare la religione tradizionale, ma di aggiungere a questa il nuovo culto e ponendo il dio Sole a “capo” di tutto il pantheon romano.</p><p>Per la prima volta il sole apparve sul rovescio delle monete bronzee con l’ incisione <em>Sol Dominus Imperi Romani</em> e lo stesso imperatore fu sacerdote del dio. Il culto del <em>Sol Invictus </em>fu prescritto nell’esercito ed il suo simbolo assunto su tutte le insegne militari.</p><h3>Fine del regno di Aureliano</h3><p>Nel 274 d.C. Aureliano dovette muovere verso Lugdunum (Lione) per sedare dei disordini e per scacciare i barbari, che avevano invaso la Rezia. Le ambizioni però lo spingevano, nel corso del 275 d.C., di nuovo in Oriente, desiderando riconquistare la Mesopotamia, allora sotto il dominio dei Parti.</p><p>Quando giunse in Tracia però avvenne qualcosa di inaspettato: Eros, il suo segretario, gli aveva mentito su una questione importante, perciò stava per subire una dura punizione.</p><p>Per difendersi Eros disse ad alcuni pretoriani che i loro nomi comparivano su di una lista nera con l’intento di condannarli a morte: così accadde che gli ufficiali, per paura e forse con la coscienza non proprio pulita, tennero conto dell’avvertimento ed uno di loro, il trace Mucapor, assassinò Aureliano.</p><p>Il suo regno era durato solo cinque anni, ma molti erano stati i risultati: aveva riorganizzato e riunificato un impero che si era ormai spinto sulla via della distruzione.</p><p>La <em>Storia Augusta </em>ci tramanda che era stato definito <em>manu ad ferrum</em> (mano alla spada) e lo indica come u imperatore più che buono necessario per quei tempi bui e di continui disordini.</p><p>I senatori pare che ne fossero terrorizzati e per questo lo rispettavano, ma non lo amavano; addirittura una delle fonti ci informa che una volta abbia umiliato la moglie Ulpia Severina, perché una volta che gli chiese in dono della seta purpurea, le abbia risposto “Dio proibì che un tessuto valesse quanto il suo peso in oro”.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html" data-text="Aureliano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006193_aureliano.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Augusto</title><link>http://www.archeoguida.it/004830_augusto.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004830_augusto.html#comments</comments> <pubDate>Thu, 21 Apr 2011 12:15:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Ilaria Basciani</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Augusto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4830</guid> <description><![CDATA[Svetonio racconta che Augusto nacque nel 63 a.C. a Roma in quella parte del Palatino (fattore che evoca le origini di Roma con Romolo), chiamata ad capita bubula (1). Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, lo stesso del padre e, ancora fanciullo gli fu dato il soprannome di Turino forse perché nacque poco [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4832" title="augusto-4" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/augusto-4.jpg" alt="Augusto" width="660" height="664" /></p><p>Svetonio racconta che Augusto nacque nel 63 a.C. a Roma in quella parte del Palatino (fattore che evoca le origini di Roma con Romolo), chiamata <em>ad capita bubula</em> (1). Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, lo stesso del padre e, ancora fanciullo gli fu dato il soprannome di Turino forse perché nacque poco dopo che il genitore, allora propretore, aveva riportato in una località con questo nome una vittoria sugli ultimi seguaci di Spartaco e Catilina. Il padre, morto quando suo figlio aveva appena 4 anni, proveniva da una facoltosa e ricca famiglia equestre di Velletri vicino Roma, la <em>gens Octavia</em>, e fu il primo in essa a essere eletto senatore. La madre, Azia minore, era nipote di Giulio Cesare in quanto figlia della sorella Giulia minore.</p><h3><strong>Gli inizi</strong></h3><p>La straordinaria carriera politica di Ottavio iniziò con la morte di Cesare. Infatti nel 44 a.C. venne resa nota la decisione del dittatore di adottare come figlio il giovane che, in quel momento, si trovava lontano da Roma nel territorio dei Parti, insieme all’amico Marco Vipsanio Agrippa, di origine non nobile ma destinato ad una carriera straordinaria. Appresa la notizia della morte del prozio e della relativa adozione, tornò subito in Italia dove accettò la pericolosa eredità politica di Cesare, proponendosi di vendicarne la morte e assumendone il nome che diventò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.</p><p>Cercò subito consensi presso i veterani del padre adottivo in Campania ma capì che per contrastare Marco Antonio, console e capo della fazione cesariana che vedeva in lui un pericoloso concorrente alla guida del partito, doveva avere anche l’appoggio del popolo tanto che pagò a proprie spese la somma sufficiente a dare esecuzione alla volontà paterna di donare trecento sesterzi ad ogni cittadino romano, azione che riscosse ampio successo presso il popolo e che dimostrò il proposito di voler ereditare da Cesare, non tanto i beni materiali quanto la grandezza e il prestigio in politica.</p><p>Il Senato, in particolar modo Marco Tullio Cicerone, che seguiva con attenzione le manovre di Antonio, non diede, invece, molto credito al giovane tanto che fu legittimato il testamento di Cesare ed egli dichiarato suo legittimo erede. Per rafforzare la sua posizione Ottaviano, grazie all’aiuto dei veterani del padre, costituì un proprio esercito con un gesto di suprema audacia, visto che mancava dell’autorità per farlo, mentre Antonio decise di marciare contro Decimo Bruto, uno dei Cesaricidi, che aveva preso possesso, per volontà dello stesso Cesare, della Gallia Cisalpina, territorio nelle mire di Antonio. Decimo Bruto si rinchiuse a Modena e, all’inizio del 43 a.C., a difesa dei suoi diritti accorse Ottaviano a cui venne eccezionalmente conferita la carica di pretore per legalizzare la condizione del suo esercito privato. Antonio venne sconfitto e questa guerra dimostrò quanto la situazione fosse paradossale: infatti, per combattere il suo avversario nel controllo del partito cesariano, il figlio adottivo di Cesare, astutissimo e spregiudicato, non solo si alleò con le forze del senato ma accorse a difendere i diritti di uno degli uccisori del padre, uscendone alla fine come unico vincitore. Forte di questa vittoria e del suo esercito, Ottaviano tornò a Roma e riuscì a farsi nominare console con Quinto Pedio che propose subito la <em>Lex Pedia</em> con la quale gli uccisori di Cesare venivano condannati all’esilio, compiendo così quell’atto supremo che lo stesso Antonio non aveva avuto il coraggio di compiere.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4833" title="augusto-2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/augusto-2.jpg" alt="Augusto" width="600" height="718" /></p><h3><strong>Il Triumvirato</strong></h3><p>Pur avendo dato l’idea di aver sostenuto gli uccisori di Cesare, l’intento di Ottaviano era ben altro. Infatti, sulla base di intese diplomatiche portate avanti soprattutto attraverso la mediazione di Lepido, pontefice massimo e sostenitore di Antonio, si avvicinò a quest’ultimo e nel 43 a.C., incontratisi nei pressi di Bologna, strinsero un accordo a tre, noto come II triumvirato, della durata di cinque anni. All’accordo di Bologna seguirono le liste di proscrizione degli avversari politici la cui vittima più illustre fu Cicerone, ucciso dai sicari inviati da Antonio. La prima azione che i tre fecero fu di volgersi verso Oriente dove si erano rifugiati i cesaricidi Bruto e Cassio che già si erano impadroniti rispettivamente della Macedonia e della Siria: nell’ottobre del 42, questi furono sconfitti in due battaglie presso Filippi e si suicidarono. In seguito i triumviri si divisero le rispettive zone di influenza: ad Antonio andò l’Oriente, dove maggiori erano le esigenze militari con l’incarico di pacificarlo; ad Ottaviano l’Occidente, dove erano prevalenti le esigenze politiche e a Lepido l’Africa. Così Ottaviano aveva portato a compimento la doverosa vendetta per l’assassinio di suo padre, nella nobiltà romana un gesto considerato doveroso e imprescindibile. Sul piano militare, però, il vero vincitore di quella battaglia, anche a causa del cagionevole stato di salute di Ottaviano, afflitto nella vita da numerose malattie, era stato Antonio che godeva tra i soldati di un enorme prestigio e che agli occhi dell’opinione pubblica desiderava sempre più apparire come il continuatore della politica di Cesare.</p><p>Di ritorno in Italia, Ottaviano si scontrò con il problema dell’assegnazione delle terre in Italia ai soldati reduci da Filippi. Il console del 41 a.C. Lucio Antonio, fratello di Marco, pretendendo che le distribuzioni ai veterani del fratello fossero affidate a suoi seguaci, appoggiato dalla moglie di Antonio, Fulvia, si scontrò con Ottaviano: i due furono assediati a Perugia che fu poi conquistata ed essi ebbero salva la vita ma la guerra civile aveva di nuovo insanguinato l’Italia.</p><p>Nel frattempo Sesto Pompeo, figlio di Pompeo il Grande, occupava la Sicilia dal 43 a.C. dominando il mare e impedendo che da essa giungesse grano a Roma. Allo scopo di guadagnare spazio e conciliarsi questo potenziale avversario, Ottaviano divorziò dalla moglie Claudia, figliastra di Antonio e sposò una parente di Sesto di nome Scribonia da cui ebbe l’unica e amata figlia Giulia. In realtà né l’intesa né il matrimonio durarono a lungo tanto che fu necessario un nuovo accordo tra Ottaviano e Antonio che avvenne nel 40 a.C. a Brindisi. Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulvia era morta da poco e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo il trattato di Brindisi, Ottaviano ruppe l’alleanza con Sesto Pompeo, ripudiò Scribonia e invaghitosi dell’aristocratica Livia Drusilla, la fece divorziare dal marito Tiberio Claudio Nerone, sebbene fosse già madre di Tiberio e incinta di Druso maggiore (2). Livia fu sua compagna per tutta la vita. Rotta l’alleanza con Sesto Pompeo, Ottaviano si dedicò alla riconquista della Sicilia. La campagna venne affidata nel complesso all’amico Agrippa che costruì una nuova flotta e riuscì a sconfiggere definitivamente il nemico nel 36 a.C. nella battaglia navale di Nauloco: Sesto fuggì in Oriente dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio.</p><p>Prendendo a pretesto la volontà di Lepido di impossessarsi della Sicilia tanto da rompere il patto a tre rinnovato solo nel 38 e da marciare per impossessarsene, Ottaviano lo destituì dalla magistratura triumvirale e lo accusò di tradimento. Essendo pontefice massimo non poté essere ucciso ma fu relegato al Circeo dove visse fino al 13 a.C., morendo di morte naturale grazie alla protezione esercitata dalla sua alta carica sacerdotale.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4834" title="augusto-1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/augusto-1.jpg" alt="Augusto" width="500" height="786" /></p><h3><strong>La battaglia di Azio</strong></h3><p>Dopo anni di scontri, gli unici due contendenti rimasti erano Ottaviano e Antonio. Quest’ultimo nel 42 a.C. aveva rivisto a Tarso Cleopatra, già conosciuta a Roma quando essa vi aveva soggiornato con Cesarione, il figlio nato da Cesare. Dopo quest’incontro Antonio continuò a vederla nonostante il matrimonio con Ottavia e dalla loro unione ne nacquero tre figli: Alessandro Helios, Cleopatra Selene e Tolomeo Filadelfo. Il motivo di tensione nacque dalla volontà di Antonio di pensare a Cleopatra e ai suoi figli nella sistemazione dei territori d’Oriente. Ottaviano avvertì la minaccia di vedere sul trono il figlio naturale del suo stesso padre adottivo e con ciò il triumvirato ebbe ufficialmente termine: Antonio ripudiò Ottavia e Ottaviano si impossessò del testamento dell’uomo per far conoscere al pubblico le pregiudizievoli concessioni fatte alla regina d’Egitto e la sua volontà di essere sepolto ad Alessandria insieme alla compagna. La situazione precipitò nel 32 in una vera e propria guerra civile nella quale Ottaviano, da bravo e furbo politico qual era, si presentò come il difensore di Roma e dell’Italia contro i pericoli rappresentati da una regina d’Egitto corrotta e infida che aveva allontanato Antonio dalla moglie legittima, dalla patria e dai concittadini, trasformandolo in un despota orientale. Lo scontro culminò nella battaglia navale di Azio nel 31 in cui Ottaviano, sostenuto dal senato, sconfisse i due amanti che riparatisi in Egitto si suicidarono quando egli occupò Alessandria: poco dopo fece giustiziare Cesarione e affidò i figli di Antonio e Cleopatra paradossalmente a Ottavia. Decise inoltre di annettere l’Egitto sotto il dominio di Roma facendo di esso la prima provincia imperiale governata da un prefetto romano sul posto, mettendo così fine al regno dei Tolomei, l’ultimo ancora esistente tra quelli fondati dai successori di Alessandro Magno.</p><p>La battaglia di Azio fu in realtà una battaglia mediocre, nonostante il gran numero di navi impiegate. La grande importanza che le si attribuisce da sempre sta nel ruolo che Ottaviano le attribuì mitizzandola e facendosi chiamare da allora <em>Imperator Caesar divi Filius</em>. In realtà il valore di questo scontro sta nel fatto che segnò la fine di un’età che aveva iniziato la sua crisi circa un secolo prima: un’età che aveva avuto la sua stretta finale nel 44 a.C. con l’uccisione di Cesare.</p><h3><strong>Il titolo di Augusto e il Principato</strong></h3><p>I poteri triumvirali erano scaduti alla fine del 33 a.C. Dal 32, perciò, Ottaviano si era mosso unicamente in base al “consenso di tutti” (3), un consenso che rivendicava orgogliosamente ponendolo a fondamento del proprio operato, ma che era però privo di ogni base che potesse legalmente giustificare quelle azioni. Negli anni successivi, perciò, a partire dal 31 a.C., per dare una parvenza di legittimità al suo potere assoluto, Ottaviano ricoprì di continuo il consolato fino al 23 a.C. Le tristi esperienze dell’epoca sillana e lo stesso assassinio di Cesare lo avevano dissuaso dall’assumere la dittatura che pure gli fu offerta ma che doveva apparirgli come una carica ormai troppo invisa e odiosa. Egli, almeno apparentemente, dichiarava di muoversi nel più rigoroso rispetto delle antiche tradizioni repubblicane. Nel 27 a.C. restituì simbolicamente la <em>Res Publica</em> (lo Stato) al Senato e al popolo di Roma e gli venne offerto l’<em>imperium</em> per le province non sottomesse, che conferiva a chi ne era titolare il comando militare.</p><p>La svolta fondamentale nella storia di Ottaviano e di Roma avvenne proprio all’inizio del 27 a.C. quando il Senato decise di conferirgli il titolo di Augusto, termine “astuto” e “complesso” in quanto “<em>Augustus</em>” era colui che provvedeva ad aumentare (<em>augere</em>) il bene e la potenza dello Stato e allo stesso tempo era “aumentato” egli stesso rispetto agli altri cittadini, a qualsiasi ceto appartenessero, ponendosi come “<em>princeps</em>” ovvero “<em>primus inter pares</em>”<strong> </strong>(primo tra individui di pari dignità), sanzionando in questo modo contemporaneamente la sua posizione di privilegio<em> </em>rispetto agli altri senatori, ma anche la sua condizione d&#8217;eguaglianza rispetto a essi dal punto di vista costituzionale. Il termine “<em>Augustus</em>”, inoltre, inteso letteralmente come “venerato” si collegava direttamente all’<em>augurium</em> (auspicio) sulla base del quale, secondo la leggenda, era stata fondata Roma e si legava anche all’antico concetto di ”<em>auctoritas</em>” (autorità), in origine di competenza senatoria. Il Principato instaurato nel 27 a.C.  segnò il passaggio dalla forma repubblicana all&#8217;Impero e nelle <em>Res Gestae divi Augusti</em>, autobiografia celebrativa dell’imperatore, scoperta alla lettura del suo testamento e scritta affinché fosse incisa su tavole di bronzo, oggi perdute, collocate a memoria perenne davanti al Mausoleo in cui fu sepolto a Roma, la svolta era sottolineata con forza (4).</p><p>L’autorità di Augusto possedeva innegabilmente anche caratteristiche religiose, sottolineate dall’insistenza con cui in quello stesso periodo i poeti e gli storici ripresero il mito della venuta di Enea in Italia. Infatti, se Augusto era figlio adottivo di Cesare e suo nipote effettivo, allora anche Augusto, come Cesare, appartenendo alla <em>Gens</em> Giulia, discendeva da Ascanio e quindi da Enea e, attraverso Enea, dalla dea Venere. L’Eneide di Virgilio in questo periodo descrisse e propose al pubblico le avventure dell’eroe troiano fino al suo arrivo in Italia. Poeti come Properzio, Orazio, Livio e Ovidio appartenenti al circolo di Mecenate, abile uomo politico di origini etrusca e amico di Augusto<strong>,</strong> si mossero in direzione analoga, rielaborando il mito delle origini di Roma e la prefigurazione di una nuova età dell’oro.</p><p>Come ulteriore manifestazione dell’inizio di una nuova era e del rinnovarsi di Roma dopo l’oscuro periodo delle guerre civili, vennero chiuse le porte del tempio di Giano Quirino, segno del nuovo periodo di pace, e nel 17 a.C. Augusto celebrò i <em>Ludi Saecolares</em>, festeggiamenti religiosi che generalmente si svolgevano a Roma per delimitare la fine di un secolo e l’inizio del successivo. Iniziò così il periodo della cosiddetta <em>Pax Augusta</em>. Questa non segnò per i Romani il raggiungimento di uno scopo per il quale si era a lungo combattuto, ma la fine di un periodo di angosce, di pericoli e di continuo mutamento della situazione.</p><p>Alla morte di Lepido, nel 12 a.C. Augusto fu eletto anche pontefice massimo, mentre nel 2 a.C., per volere del popolo e del Senato, gli fu attribuito il titolo di “P<em>ater Patria</em>”. Dopo questi onori, la sua operazione dimostrava di essere completamente riuscita ed egli poteva sentirsi in effetti padre di tutti i cittadini. Con sapienza e con prudenza, Augusto aveva stravolto le strutture dello stato repubblicano e di questo stravolgimento aveva cercato che nessuno si accorgesse.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4836" title="augusto-3" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/augusto-31.jpg" alt="Augusto" width="600" height="662" /></p><h3><strong>Amministrazione, politica sociale e opere pubbliche</strong></h3><p>Dopo aver soffocato diverse congiure, in particolare quella ad opera del collega console Varrone Murena nel 23 a.C., Augusto comprese che la carica di console era insufficiente: in quello stesso anno, perciò, rinunciò apparentemente ai poteri formali del consolato e si fece conferire dal senato sia la <em><strong>tribunicia potestas</strong></em> a vita che l’<em><strong>imperium proconsolare maius et infinitum</strong></em>, due titoli fondamentali che da Augusto in poi rappresenteranno per molti secoli le fonti stesse della legittimazione del potere degli imperatori. La prima carica era propria dei tribuni della plebe e attribuiva la facoltà di veto nei riguardi di tutte le iniziative del senato<strong> </strong>considerate pericolose per la propria autorità ma era circoscritta praticamente e tradizionalmente alla sola città di Roma. La seconda servì ad Augusto per governare l’intero mondo sottomesso ai Romani con poteri maggiori rispetto a quello di ogni altro governatore di provincia.</p><p>Cominciò così a riordinare e riformare lo stato e la società romana che durante il periodo delle guerre civili erano profondamente cambiati. Per prima cosa si occupò del senato che volle ridotto a soli seicento membri come in antico, ma a cui continuò a riconoscere un ruolo primario nella guida di Roma. Ci fu una nuova divisione delle province fra quelle senatorie<strong>, </strong>amministrate da governatori scelti dal senato,<strong> </strong>e quelle imperiali governate direttamente da luogotenenti designati in prima persona dal principe, uomini d’affari e funzionari appartenenti soprattutto all’ordine equestre. Si giustificò questa bipartizione adducendo ragioni di carattere militare. Di fatto Augusto riservò il comando delle legioni a uomini di sua piena fiducia e non a emissari del senato, per evitare focolai di eventuali rivolte. All’ordine equestre, in particolare, vennero riservate nell’ambito dell’amministrazione delle province imperiali, la prefettura dell’Egitto, considerato proprietà personale del <em>princeps</em> e, nell’ambito di Roma, la prefettura al pretorio ovvero il comando delle guardie addette alla difesa personale del principe.</p><p>La divisione delle province ebbe importanza anche per l’ordinamento finanziario. Fu mantenuto l’<em>aerarium</em>, la cassa repubblicana dello stato in cui affluivano i redditi provenienti dalle province senatorie e fu costituito il <em>fiscus</em> sia per la cassa privata del principe (<em>patrimonium</em>) che per le entrate delle altre province imperiali; venne, inoltre, creato un erario militare per le pensioni dei veterani dell’esercito imperiale.</p><p>Nella sua attività riformatrice non trascurò l’esercito che dipendeva esclusivamente da lui ed era stanziato permanentemente nelle province imperiali. Anche la Marina fu riordinata su base permanente con i comandi delle flotte stanziati a Ravenna e a Miseno. Con la burocrazia e l’esercito, Augusto si procurò due strumenti essenziali per il controllo dello stato romano che gli consentirono di governare direttamente il suo impero pur nel rispetto formale del Senato di Roma.</p><p>La diminuzione del numero di cittadini romani dovuta alla scarsa natalità costituì per Augusto un grosso pericolo per la preservazione della romanità. Per questo promosse la <em>Lex Julia de maritandis ordinibus</em> del 18 a.C. e la <em>Lex Papia Poppaea</em> del 9 d.C., che incidevano sul diritto familiare, frenando il diffondersi del celibato e incoraggiando la natalità.</p><p>Nell’organizzazione dell’Impero Augusto tenne molto a conservare la posizione di privilegio dell’Italia che venne riordinata e divisa territorialmente in undici <em>regiones</em>, mantenenti una propria autonomia amministrativa. La penisola era ormai tutta pacificata nei diritti e anche per questo fu molto parsimonioso nel concedere la cittadinanza romana ai sudditi delle province, a differenza di ciò che fece Cesare. Sempre in Italia furono costruiti nuovi centri abitati e fu creata una fitta rete stradale, per la cui manutenzione furono istituiti i <em>curatores viarum</em>.</p><p>Anche la città di Roma passò, nel 7 a.C., da una vecchia divisione topografica nelle quattro regioni cosiddette serviane, ad una in quattordici. Ciascuna di esse era divisa in <em>vici</em> (piccoli quartieri) ad ognuno dei quali era preposto un gruppo di caporioni che esercitavano un potente e capillare controllo sociale e a cui competevano anche attività religiose e di culto facenti perno intorno alla figura del principe e della sua famiglia, ovvero i Lari di Augusto, le divinità che ne proteggevano la casa e il focolare domestico. Il <em>princeps</em>, infatti, non potendo diventare dio a Roma fece astutamente diventare divinità la sua famiglia e il suo “genio”, ovvero il suo spirito.</p><p>La divisione permise la definizione di un piano regolatore per lo sviluppo edilizio dell’Urbe, al quale aveva già pensato anche Cesare. Augusto procedette alla riorganizzazione urbanistica e architettonica della capitale, dedicando molte sue energie all’opera pubblica. Il marmo lunense sostituì il tufo e il travertino, tanto che l’imperatore poté gloriarsi di aver trovato una città di mattoni (la Roma repubblicana) e di averla lasciata di marmo. Simboli del suo operato sono soprattutto l’<em>Ara Pacis</em>, decretata nel 13 a.C. e inaugurata nel 9 a.C. per celebrare la pacificazione dell’impero con l’esaltazione delle leggende di Roma, che molto contribuì all’instaurazione del culto dell’imperatore, qui celebrato come custode e difensore della pace; il Foro, votato nel 42 a.C. dopo la battaglia di Filippi nel quale, attraverso il Tempio di Marte Ultore, si testimoniava l’avvenuta vendetta per l’uccisione di Cesare; infine il Mausoleo, grandiosa tomba di famiglia iniziata nel 28 a.C. e realizzata sullo stile di quelle ellenistiche. Sempre a Roma aumentò l’approvvigionamento idrico con la costruzione di nuovi acquedotti e incrementò il livello di sicurezza cittadina istituendo la <em>praefectura vigilum</em> affidata a un prefetto di rango equestre a capo di sette coorti di vigili per far fronte ai frequenti incendi della città.</p><h3><strong>Politica estera</strong></h3><p>In Oriente Augusto preferì evitare la guerra contro i Parti, riuscendo a stabilizzare la frontiera grazie alla definizione di relazioni con essi, tentando così di limitare la loro sfera di influenza sui paesi vicini. Nel 20 a.C. una spedizione di Tiberio portò alla restituzione delle insegne militari che i Parti avevano sottratto a Crasso nella battaglia di Charrae del 53 a.C. e contro cui si era scontrato, senza successo, anche lo stesso Antonio. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal regno di Armenia, oggetto di contesa tra Roma e la Partia, a causa della sua posizione geografica. Una spedizione fu compiuta da Gaio Cesare, figlio adottivo del principe nel 1 a.C., in cui il re Partico riconobbe la preminenza romana tanto che l’Armenia rimase uno stato-cuscinetto filoromano. Anche la Palestina, invasa nel 40 a.C. dai Parti e riconquistata nel 37 da Erode grazie ad Antonio, fu da Erode stesso organizzata come un baluardo filoromano e, dopo la sua morte nel 6 d.C., divenne una provincia affidata a un governatore di rango equestre.</p><p>Diversa era invece la situazione in Occidente in cui si tentò di ridurre notevolmente i confini esterni dell’impero. Le operazioni vennero affidate ai due figliastri di Augusto, Tiberio e Druso. Quest’ultimo a partire dal 12 a.C. oltrepassò il Reno alla conquista della Germania ma nel 9, quando stava per oltrepassare l’Elba, gli venne predetta la morte imminente che infatti avvenne di lì a poco una volta ritornato a Roma. Tiberio prese il posto del fratello nel comando e più di una volta riuscì a spingersi fino all’Elba ma il fiume non divenne mai una linea stabile di demarcazione tra il mondo conquistato dai Romani e quello dei barbari. Nel 9 d.C. una sconfitta subita a Teutoburgo da Publio Quintilio Varo rese per sempre irrealizzabile il dominio romano sulla libera Germania.</p><h3><strong>La successione</strong></h3><p>L’unica maniera che il principe avesse per programmare la propria successione, non essendo la dignità imperiale sentita a Roma come un privilegio dinastico, era quella di scegliere in anticipo il proprio erede in modo che al momento della morte il successore designato fosse già in possesso delle prerogative necessarie per assumere il governo. Per alcuni anni Augusto sperò di avere trovato il suo erede nel nipote Marcello e marito della figlia Giulia, morto, però, nel 23 a.C. In seguito fece sposare Giulia con Agrippa che associò nella potestà tribunizia e nell’imperio proconsolare, anche se il Senato non avrebbe mai accettato la sua sovranità in quanto, sebbene meritevole, non era nobile. Dopo la morte di quest’ultimo nel 12 a.C., Augusto scelse due dei figli di Agrippa e Giulia, Gaio e Lucio, nati rispettivamente nel 20 e nel 17 a.C., lì adottò e diede loro il nome di Cesare. Giulia fu fatta sposare con Tiberio ma il matrimonio non si rivelò felice tanto che egli andò in volontario esilio a Rodi nel 6 a.C. Il comportamento di Giulia, rimasta libera per la lontananza del marito, non conobbe più freni e il padre la esiliò sull’isola di Ventotene dove morì. Complice la morte prematura dei giovani nipoti e figli adottivi nel 2 e nel 4 d.C., Augusto richiamò Tiberio e lo adottò nel 4 d.C. associandolo nella conduzione dell’impero.</p><p>Nel 14 d.C. Augustò morì a Nola fra le braccia della moglie all’età di settantasei anni. Secondo Svetonio (5) le sue ultime parole furono “<em>Acta est fabula, plaudite!</em>” (La commedia è finita, applaudite!), un finale proprio delle commedie di teatro di Roma antica. Con calcolata modestia, durante la vita non permise mai che gli fossero innalzati templi, se non in Oriente. Dopo la sua morte il senato, invece, rendendogli gli onori dell’apoteosi, lo divinizzò e il suo culto, associato a quello della dea Roma, divenne il legame morale e politico di tutto l’Impero.</p><p><strong>Per saperne di più</strong></p><ul><li>A. FRASCHETTI<strong>,</strong><strong> </strong> Augusto, Roma 1998.</li><li><strong>A. SPINOSA</strong><strong>, </strong>Augusto, Cinisello Balsamo 2001.</li><li>W. ECK, Augusto e il suo tempo, Bologna 2000.</li><li><strong>C. PARAIN</strong><strong>, </strong>Augusto : la nascita di un potere personale , Roma 1993.</li><li>CAIO SVETONIO TRANQUILLO, <em>De vita Caesarum</em>, <em>Augustus</em>.</li></ul><p><strong>Note</strong></p><ul><li>1) Svetonio, <em>De vita Caesarum</em>, II, 5.</li><li>2) Svetonio, <em>De vita Caesarum</em>, V, 1: Svetonio afferma che si sospettava che Druso, partorito tre mesi dopo il matrimonio, fosse in realtà figlio di Ottaviano.</li><li>3) Quello che egli avrebbe definito nel resoconto delle sue imprese come “<em>consensus universorum</em>”: <em>Res Gestae</em>, 34; Cornelio Tacito, <em>Annales</em>, III, 56.</li><li>4) <em>Res Gestae</em>, 34. L’unica copia rimasta, fra tutte quelle presenti sui templi a lui dedicati nelle varie province dell’impero è quella incisa sulle pareti del tempio, dedicato a Roma e ad Augusto, situato ad <em>Ancyra</em> (l&#8217;odierna Ankara, capitale della Turchia) e rinvenuta nel 1555. Il testo è stato trascritto in giganti lettere di bronzo infisse nel travertino sulla teca di Morpurgo che conteneva l’<em>Ara Pacis </em>ma sulla nuova realizzata da Meier la trascrizione non compare più.</li><li>5) Svetonio, <em>De vita Caesarum</em>, II, 97-99.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004830_augusto.html" data-text="Augusto" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004830_augusto.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004830_augusto.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Sant&#8217;Agostino: attualità del pensiero</title><link>http://www.archeoguida.it/003892_santagostino-attualita-del-pensiero.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003892_santagostino-attualita-del-pensiero.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 22 Jan 2011 15:02:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Sant'Agostino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3892</guid> <description><![CDATA[Nella sua Lettera Apostolica Augustinum Hipponensem, Giovanni Paolo II rileva che la conversione di sant&#8217;Agostino, dominata dal bisogno di trovare la verità, ha molto da insegnare agli uomini d&#8217;oggi così spesso smarriti di fronte al grande problema della vita. Infatti, la vita di questo grande Santo fu interamente dominata dall&#8217;assillo per la ricerca della verità, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3900" title="sant-agostino" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/01/sant-agostino3.jpg" alt="Sant'Agostino" width="600" height="756" /></p><p>Nella sua Lettera Apostolica <em>Augustinum Hipponensem</em>, Giovanni Paolo II rileva che</p><blockquote><p>la conversione di sant&#8217;Agostino, dominata dal bisogno di trovare la verità, ha molto da insegnare agli uomini d&#8217;oggi così spesso smarriti di fronte al grande problema della vita.</p></blockquote><p>Infatti, la vita di questo grande Santo fu interamente dominata dall&#8217;assillo per la ricerca della verità, del senso profondo di tutto ciò che esiste e, in ultima analisi, del senso dell&#8217;esistenza umana medesima. Come Agostino, però, anche ognuno di noi può andare incontro al rischio di perdersi in tale ricerca, di sbandare, di abbracciare idee o convinzioni che non sono consoni.</p><p>Per tale motivo, allora, si deve disperare? No, dice il Papa, perchè Agostino</p><blockquote><p>si convinse che non è possibile che alla mente umana sia chiusa la via della verità; se non la trova, è perchè ignora e disprezza il metodo per cercarla. Confortato da questa convinzione, egli disse a se stesso: <em>«</em>Ma no, cerchiamo con maggior diligenza anzichè disperare»; continuò quindi a cercare e, qusta volta, guidato dalla grazia divina che la madre implorava con preghiere e lacrime, raggiunse il porto.</p></blockquote><p>Ragione e fede, Dio e l&#8217;uomo, Cristo e la Chiesa, libertà e grazia sono alcuni tra i nodi fondamentali intorno ai quali si dispiega la straordinaria ricchezza del pensiero agostiniano.</p><p>Agostino “ascoltò la fede, ma non esaltò meno la ragione, dando a ciascuna il suo primato, o di tempo o di importanza. Disse a tutti il «crede ut intelligas», ma ripeté anche l&#8217;«intellige ut credas». Scrisse un&#8217;opera, sempre attuale, sull&#8217;utilità della fede e spiegò che è la fede la medicina destinata a sanare l&#8217;occhio dello spirito, la fortezza inespugnabile per la difesa di tutti, particolarmente dei deboli, contro l&#8217;errore, il nido in cui si mettono le penne per gli alti voli dello spirito, la via breve che permette di conoscere presto, con sicurezza e senza errori, le verità che conducono l&#8217;uomo alla sapienza. Ma sostenne anche che la fede non è mai senza ragione, perché è la ragione che dimostra «a chi si debba credere». Pertanto, «anche la fede ha i suoi occhi con i quali vede in qualche modo che è vero quello che ancora non vede». «Nessuno dunque crede se prima non ha pensato di dover credere», poiché «credere altro non è che pensare con assenso (&#8220;cum assentione cogitare&#8221;)&#8230;» tanto che «la fede che non sia pensata non è fede» ( <a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm" target="_blank">http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm</a>). In Agostino, in definitiva, non c&#8217;è posto per una posizione di tipo irrazionale: egli si fa assertore della piena complementarietà della ragione e della fede, in quanto l&#8217;anelito al vero, proprio dell&#8217;intelletto, viene ampiamente appagato dall&#8217;incontro con la Rivelazione divina che, sola, può fornire risposta ad ogni più profondo interrogativo dell&#8217;uomo.</p><p>Dio, per Agostino, è “essere da cui procede, per creazione dal nulla, ogni essere, verità che illumina la mente umana perchè possa conoscere con certezza la verità, amore da cui procede e a cui tende ogni vero amore” e l&#8217;uomo, unica fra tutte le creature, è fatto a Sua immagine e somiglianza: di qui ne deriva un “rapporto costituzionale dell&#8217;uomo con Dio”, tale per cui “l&#8217;uomo non s&#8217;intende se non in ordine a Dio” (<a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm" target="_blank">http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm</a> Nell&#8217;animo umano si riflettono l&#8217;Unità e la Trinità di Dio, in particolare nelle facoltà di “essere”, “conoscere” ed “amare” che, in modo specifico, contraddistinguono la persona rispetto ad ogni altra creatura vivente. Ecco perchè, conoscendo se stesso, l&#8217;uomo scopre dentro di sè un abisso che solo Dio può colmare.</p><p>“Totus Deus et totus homo”, “colui che è uomo quello stesso è Dio e colui che è Dio quello stesso è uomo, non per la confusione della natura, ma per l&#8217;unità della persona” sono le mirabili definizioni con le quali Agostino fissa la sua “ferma visione dell&#8217;unità della persona in Cristo”, Verbo del Padre e, insieme, uomo-Dio, “unico mediatore tra Dio giusto e immortale e gli uomini mortali e peccatori, perchè mortale e giusto insieme”. Di qui scaturisce la dottrina del Cristo totale, dell&#8217;unità tra Capo e membra nell&#8217;unico Corpo mistico che è la Chiesa, vivificata dall&#8217;azione dello Spirito Santo tanto che, secondo Agostino, «la comunione dell&#8217;unità della Chiesa o la &#8220;societas unitatis&#8221;, fuori della quale non c&#8217;è perdono dei peccati, è l&#8217;opera propria dello Spirito Santo con il quale operano insieme il Padre e il Figlio, poiché in certo modo lo stesso Spirito Santo è il legame o la &#8220;societas&#8221; che unisce il Padre e il Figlio» (<a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm" target="_blank">http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm</a><a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm">).</a></p><p>Creatura di Dio unica fra tutte le altre, l&#8217;uomo sperimenta non di rado gli ostacoli dell&#8217; “ignoranza e della debolezza” lungo la strada del compimento del bene e della fuga dal male: di qui l&#8217;insistenza di Agostino “sulla necessità della grazia, che è insieme necessità della preghiera”, per rafforzare la volontà e sospingerla a compiere con amore ciò che è giusto. L&#8217;amore per Dio e per il prossimo “rende facile tutto quanto è difficile, muove ciò che è abituale, insopprimibile il movimento verso il Bene sommo, poiché qui in terra la carità non è mai piena, libera da ogni interesse che non sia Dio, è inseparabile dall&#8217;umiltà &#8211; «dove c&#8217;è l&#8217;umiltà, ivi c&#8217;è la carità» &#8211; è l&#8217;essenza d&#8217;ogni virtù &#8211; la virtù infatti non è che amore ordinato -, dono di Dio” ( <a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm" target="_blank">http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm</a><a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm">).</a> </p><p>Verità, amore, libertà è il trinomio che sintetizza la cifra del messaggio lasciato in eredità da Agostino agli uomini di ogni tempo e, come rileva Giovanni Paolo II, in modo del tutto speciale ai giovani, a cui il grande Santo rivolge l&#8217;invito “ad amare la bellezza interiore della virtù e soprattutto la bellezza eterna di Dio, da cui la bellezza dei corpi, dell&#8217;arte e della virtù discende” (<a href="http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm" target="_blank">http://www.augustinus.it/attualita/lettera_apostolica.htm</a>).</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003892_santagostino-attualita-del-pensiero.html" data-text="Sant&#8217;Agostino: attualità del pensiero" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003892_santagostino-attualita-del-pensiero.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003892_santagostino-attualita-del-pensiero.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Atanasio di Alessandria</title><link>http://www.archeoguida.it/003882_atanasio-di-alessandria.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003882_atanasio-di-alessandria.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 22 Jan 2011 14:49:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3882</guid> <description><![CDATA[nome: Atanasio (295-373) Dio è buono, o piuttosto la fonte della bontà; e chi è buono non può avere invidia di nulla. Perciò, non invidiando l&#8217;esistenza di nessuna cosa, ha creato dal nulla tutte le cose mediante il suo proprio Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. (dal De Incarnatione Verbi) “Campione” del Concilio di Nicea [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3883" title="Atanasio di Alessandria" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/01/Atanasio-di-Alessandria.jpg" alt="Atanasio di Alessandria" width="600" height="698" /></p><p><strong>nome: Atanasio (295-373)</strong></p><blockquote><p>Dio è buono, o piuttosto la fonte della bontà;<br /> e chi è buono non può avere invidia di nulla.<br /> Perciò,<br /> non invidiando l&#8217;esistenza di nessuna cosa,<br /> ha creato dal nulla tutte le cose<br /> mediante il suo proprio Verbo,<br /> il nostro Signore Gesù Cristo.</p></blockquote><p><em>(</em>dal <em>De Incarnatione Verbi)</em></p><p>“Campione” del<strong> Concilio di Nice</strong>a e uno dei più strenui assertori della vera fede di contro alla diffusione della <strong>dottrina ariana</strong>, Atanasio di Alessandria occupa senza dubbio un posto d&#8217;onore nel novero dei Padri della Chiesa.</p><p>La sua vita fu eloquente testimonianza di dedizione totale alla causa di Cristo, le Cui prerogative egli difese strenuamente dai molteplici attacchi e negazioni, caratterizzanti le dottrine eterodosse ampiamente attestate nei primi secoli dell&#8217;era cristiana. Tra di esse spicca l&#8217;arianesimo, così detto dal nome del prete, Ario, che se ne fece assertore, contraddistinto dalla negazione della consustanzialità del Figlio rispetto al Padre: secondo Ario, Gesù Cristo era da ritenersi non tanto Dio della stessa sostanza del Padre, ma una sorta di “creatura superiore”, generata (nel senso di “creata”, “costituita”) dal Padre e, quindi, di natura inferiore.</p><p>La dottrina ariana, fatta propria e sostenuta anche da non pochi imperatori, venne ripetutamente condannata nel contesto dei primi Concili ecumenici e, in particolare, contro di essa fu solennemente formulato nell&#8217;assise di Nicea del 325, e perfezionato nel Concilio di Costantinopoli del 381, il “Simbolo” della fede cattolica, in base al quale il Padre e il Figlio sono da ritenersi della stessa sostanza, “Dio da Dio”. La posizione atanasiana, secondo il quale il Figlio è <em>homooúsios</em> rispetto al Padre si affermò, comunque, con notevoli difficoltà, pagate a caro prezzo dallo stesso Atanasio, che dovette affrontare non poche persecuzioni da parte di alti esponenti del ceto ecclesiastico ed imperiale.</p><p>Durante il periodo delle angherie scatenate dall&#8217;imperatore <strong>Diocleziano</strong> a partire dal 303 nei confronti dei cristiani, ad Alessandria si era aperto il doloroso scisma di Melezio di Licopoli: di contro all&#8217;autorità del vescovo legittimo, <strong>Pietro I</strong>, Melezio sosteneva la necessità di un doppio battesimo per coloro i quali, durante le persecuzioni, non si fossero mantenuti fedeli e arrivò ad ordinare, in modo chiaramente insubordinato e provocatorio, alcuni vescovi, tra cui lo stesso Ario, promotore dell&#8217;orientamento teologico eterodosso che da lui prese il nome. Quando Atanasio si insediò sulla cattedra vescovile di Alessandria, iniziò un lungo e tormentato periodo di intrighi e calunnie, ordite dagli ariani e dai seguaci di Melezio, allo scopo di destituirlo.</p><p>Ancora, durante il regno dell&#8217;imperatore Flavio Giulio Costanzo (317-361), figlio di Costantino, Atanasio fu accusato apertamente di eresia – nella sua affermazione della consustanzialità, infatti, veniva intravista una chiara influenza della dottrina sabelliana (o monarchianismo modalista), difesa dal vescovo greco Marcello d&#8217;Ancyra, che sosteneva l&#8217;unità di Dio, sostenendo che le Persone della Trinità non erano da considerarsi altro che “modi” di manifestazione della divinità – e vari concili, promossi dal sovrano medesimo, proposero altri termini in luogo di quello atanasiano: alcuni sostenevano che Cristo fosse <em>anómoios</em> (“dissimile” rispetto al Padre), altri propendevano per la formula <em>homoioúsios</em> (“simile nella sostanza” al Padre, altri ancora avevano coniato il termine <em>homoios</em> (“simile” al Padre). Come si può facilmente notare, la Trinità, in quanto dogma fondamentale della fede cristiana, era il punto maggiormente oggetto di contesa.</p><p>Soltanto nell&#8217;anno 362, con il<strong> Concilio di Alessandria</strong>, organizzato su iniziativa di Atanasio, la formula dell&#8217;<em>homooúsios</em> venne pienamente ribadita, con la messa in secondo piano di tutte le altre. Il Martirologio Romano, nel giorno della sua memoria, fissata per il 2 maggio, recita molto opportunamente che Atanasio fu “vescovo e dottore della Chiesa, di insigne santità e dottrina” e che “ad Alessandria d&#8217;Egitto dai tempi di Costantino fino a quelli dell&#8217;imperatore Valente combattè strenuamente per la retta fede e, subite molte congiure da parte degli ariani, fu più volte mandato in esilio; tornato infine alla Chiesa a lui affidata, dopo aver lottato e sofferto molto con eroica pazienza, nel quarantaseiesimo anno del suo sacerdozio riposò nella pace di Cristo”.</p><p>Davvero non si contano le ingiuste condanne e i periodi di esilio a cui fu relegato il coraggioso vescovo di Alessandria: per poterli ricostruire nel dettaglio, il lettore può fare riferimento ai links e ai testi suggeriti più avanti a titolo di approfondimento.</p><p>La sua produzione teologica è di importanza immensa nella storia della Chiesa: si pensi, ad esempio, al trattato <em>De Incarnatione Verbi</em>, noto per la celebre asserzione secondo cui il Verbo “si è fatto uomo perchè noi diventassimo Dio”, o alle quattro <em>Lettere a Serapione</em>, nelle quali Atanasio asserisce la divinità dello Spirito Santo. Ma un&#8217;influenza rilevantissima ebbe pure la <em>Vita Antonii</em>, dedicata alla ricostruzione delle vicende biografiche del monaco del deserto Antonio, padre del monachesimo orientale e figura di singolare santità, molto amata dal popolo cristiano.</p><p>Altri rilevanti scritti sono il <em>Contra gentes</em>, il <em>De decretis</em> e l&#8217;<em>Expositio fidei</em>, l&#8217;<em>Apologia contra arianos</em>. Non c&#8217;è punto dottrinale su cui Atanasio non abbia lasciato il suo contributo, anche se tema privilegiato della sua considerazione è, senza dubbio, la tematica cristologica, da cui discendono importanti conseguenze sul piano dell&#8217;antropologia: come ampiamente rilevato da B. Morriconi e G.Iammarrone nella loro opera “Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura” (1), nella visione atanasiana “l&#8217;uomo <em>loghikós</em> è discendente di Adamo, quindi segnato dalla disobbedienza: ciò, se significa che in lui si è offuscata la relazione con il <em>Lógos</em> fino a renderlo irrazionale, <em>àlogos</em>, e a ottenebrare la sua immagine divina, non va però inteso nel senso di una perdita della sua stessa natura, perchè egli non viene scardinato nel suo essere immagine, <em>kat&#8217;eikóna</em>, besnì stravolto nel suo dinamismo: «essi erano stati spogliati della contemplazione di Dio». Questa condizione spiega i comportamenti umani immorali, che sono prettamente irrazionali. In questa cornice, l&#8217;azione redentrice di Cristo mira a ristabilire la relazione con il <em>Lógos</em>”.</p><p>Cogliamo direttamente dalla lettura di alcuni passaggi delle opere di Atanasio la straordinaria<strong> </strong>ricchezza del suo pensiero e la lucida, sicura esposizione dei contenuti basilari della fede in Cristo: Egli “se avesse voluto soltanto apparire, certamente avrebbe potuto assumere un corpo più eccellente, invece prese il nostro, ma puro e per nulla contaminato da unione maritale. Lo assunse da una Vergine inviolata, pura, senza che conoscesse uomo. Infatti, essendo egli potente e creatore di tutte le cose, egli si edificò nella Vergine un tempio, cioè il suo corpo. […] Ed infatti, osservando che un corpo esce da una sola Vergine, chi non riflette che colui che appare in esso è artefice e signore anche degli altri corpi?” (<em>De Incarnatione Verbi</em>, 8; 18).</p><p>La posizione atanasiana è, dunque, chiara: “Come pretendono di essere chiamati cristiani quelli che dicono che il Verbo è entrato in un uomo santo, come in uno dei profeti, e che non è diventato uomo assumendo il corpo da Maria, ma dicono che altro è il Cristo e altro il Verbo di Dio che era del Padre prima di Maria e prima dei secoli? […] I Padri convenuti a Nicea hanno affermato che non il corpo ma lo stesso Figlio è consostanziale al Padre; e sempre in conformità con le Scritture hanno dichiarato che il Figlio è dalla stessa sostanza del Padre, mentre il corpo proviene da Maria […]. Per questo, dunque, fondamentale è la presenza di Maria: affinché Egli assumesse da essa il corpo e, come proprio, lo offrisse a noi” (<em>Lettera ad Epitteto</em>, 2; 4-5). Infatti, “se Dio inviò suo Figlio nato da donna, la cosa certamente non ci disonora, anzi è per noi piuttosto un fatto di gloria e di grande onore. Infatti divenne uomo affinché ci deificasse in sé; fu fatto da donna e fu generato dalla Vergine, per trasferire in sé l&#8217;errante nostra natura” (<em>Lettera ad Adelfio</em>, 4).</p><p>L&#8217;eccelsa argomentazione di Atanasio intorno all&#8217;Incarnazione, dunque, non può non prendere in esame il ruolo di Maria quale vera Madre di Dio, nonchè “esempio e aspetto esteriore della vita celeste” (<em>Sulla verginità</em>, 151). Preoccupazione costante dell&#8217;autore è che “nessuno pensi alla venuta del Verbo come ad una apparenza” (Lettera a Marcellino, 6): nell&#8217;Annunciazione a Maria, infatti, “Gabriele con prudenza le dava la buona notizia dicendo non semplicemente: «Colui che nascerà in te», affinché non si credesse che il corpo le fosse indotto dal di fuori; ma dicendole «da te», affinché si credesse che il generato provenisse per natura da lei” (<em>Lettera ad Epitteto</em>, 4-5). Come efficacemente sintetizza Georges Gharib nel suo volume “Testi mariani del primo Millennio: Padri e altri autori greci” (2), da cui sono state tratte le citazioni dagli scritti atanasiani, “Atanasio si colloca anche nella disputa mariana che lo vede convinto assertore della triplice maternità di Maria. Maternità reale, perché in lei Cristo ha assunto natura umana; verginale perché ella è divenuta madre senza il concorso del seme virile e solo per inabitazione dello Spirito Santo; infine unica perché perseverò fino alla fine nella verginità, come testimonia il fatto che Gesù sulla croce affidò sua Madre a Giovanni”.</p><p>Atanasio di Alessandria venne proclamato Dottore della Chiesa nel 1568, in piena epoca controriformistica, da papa Pio V.</p><p class="aaa4">Note</p><ul><li>1 Il testo, da cui è riportata la citazione, si può reperire e leggere su Google Books.</li><li>2 Il testo di Gharib si può reperire e leggere su Google Books.</li></ul><p class="aaa4">Approfondimenti</p><p>Per opportuni approfondimenti sulla figura di questo Padre della Chiesa, si veda il link <a href="http://www.santiebeati.it/dettaglio/23100" target="_blank">http://www.santiebeati.it/dettaglio/23100</a><a href="http://www.santiebeati.it/dettaglio/23100">, </a><a href="http://www.santiebeati.it/dettaglio/23100">che propone pure un significativo repertorio bibliografico di riferimento. </a></p><p>All&#8217;indirizzo web <a href="http://www.documentacatholicaomnia.eu/20_30_0295-0373-_Athanasius,_Sanctus.html" target="_blank">http://www.documentacatholicaomnia.eu/20_30_0295-0373-_Athanasius,_Sanctus.html</a> è possibile reperire e consultare, con traduzione in molte lingue europee, la maggior parte delle opere di Sant&#8217;Atanasio.</p><p>Un sito davvero indispensabile per l&#8217;approfondimento dei contenuti propri delle eresie cristiane, dai primi secoli sino all&#8217;età contemporanea, è indubbiamente <a href="http://www.eresie.it/it/Home.htm" target="_blank">http://www.eresie.it/it/Home.htm</a>, che propone un repertorio in ordine alfabetico delle posizioni eterodosse, nonché un ricco apparato bibliografico.</p><p>Il sito <a href="http://www.monasterovirtuale.it/home/patristica.html" target="_blank">http://www.monasterovirtuale.it/home/patristica.html</a> mette, infine, a disposizione uno straordinario repertorio bio-bibliografico sui Padri della Chiesa.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003882_atanasio-di-alessandria.html" data-text="Atanasio di Alessandria" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003882_atanasio-di-alessandria.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003882_atanasio-di-alessandria.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Apollonio Rodio</title><link>http://www.archeoguida.it/003499_apollonio-rodio.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003499_apollonio-rodio.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 14 Nov 2010 23:19:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Rodi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3499</guid> <description><![CDATA[Le notizie biografiche su Apollonio Rodio sono piuttosto scarse e contraddittorie. Sappiamo che nacque ad Alessandria e che il padre fu un certo Silleus. Il soprannome “Rodio” gli deriverebbe dall’isola di Rodi, dove forse si recò in esilio dopo una presentazione fallimentare del suo poema ad Alessandria. Alcuni critici ritengono che fosse originario di Rodi, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3500" href="http://www.archeoguida.it/003499_apollonio-rodio.html/apollonio-rodio"><img class="alignnone size-full wp-image-3500" title="Apollonio Rodio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Apollonio-Rodio.jpg" alt="argonauti" width="500" height="422" /></a></p><p>Le notizie biografiche su <strong>Apollonio Rodio</strong> sono piuttosto scarse e contraddittorie. Sappiamo che nacque ad Alessandria e che il padre fu un certo Silleus. Il soprannome “Rodio” gli deriverebbe dall’isola di <strong>Rodi</strong>, dove forse si recò in esilio dopo una presentazione fallimentare del suo poema ad Alessandria. Alcuni critici ritengono che fosse originario di Rodi, ma è più verosimile che a Rodi il poeta ottenne quel successo che non aveva avuto ad Alessandria e che poi i cittadini di Rodi gli concessero la cittadinanza. Apollonio, dopo un certo periodo di tempo, tornò ad Alessandria, dove riscosse, dopo aver rinnovato il poema, ampi consensi. Visse nel III sec. a.C. e fu direttore della biblioteca di Alessandria dopo Zenodoto: in questo periodo fu anche precettore dell’Evergete.</p><p class="aaa3">Opere</p><p>Apollonio Rodio è ricordato soprattutto per le <em><strong>Argonautiche</strong>, </em>un poema epico in esametri, diviso in quattro libri sulla saga degli Argonauti. Scrisse anche altri poemi riguardanti la fondazione di città:</p><ul><li><em>La fondazione di Cauno</em></li><li><em>La fondazione di Alessandria</em></li><li><em>La fondazione di Naucrati</em></li><li><em>La fondazione di Rodi</em></li><li><em>La fondazione di Cnido</em></li></ul><p>Probabilmente compose un’opera in coliambi, il <em>Canobo</em> ed ebbe interessi eruditi e filologici: le fonti, infatti, gli attribuiscono un’opera in prosa dal titolo <em>Contro Zenodoto</em> e gli attribuiscono anche un’attività esegetica su Archiloco ed Esiodo.</p><p><em class="aaa3">Argonautiche</em></p><p>In questo poema si narra l’antichissima leggenda di <strong>Giasone</strong> e dei suoi compagni, che avevano raggiunto la <strong>Colchide</strong>, una regione sulla riva orientale dell’odierno Mar Nero, con la nave Argo, la prima costruita da mani umane. Il loro scopo era quello di recuperare il vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia al lontano Oriente, che allora si trovava in possesso di Eeta, re dei Colchi. La spedizione era stata imposta a Giasone da Pelia, re di Iolco in Tessaglia, da cui egli pretendeva la restituzione del trono, usurpato da Pelia a Esone, suo fratellastro e padre di Giasone. Questa tematica rispondeva alle intenzioni artistiche di Apollonio, poiché il motivo del viaggio era fecondo di implicazioni geografiche, etnologiche, religiose e cultuali, consentendo un largo sfoggio di notizie erudite, in particolare a sfondo eziologico, come piaceva al gusto alessandrino. Il poema presentava dunque una struttura molto complessa: la disposizione lineare degli avvenimenti corrisponde alla sequenza cronologica e spaziale delle tappe del viaggio, ma si fraziona in una serie di episodi in forma chiusa che, spesso, hanno il tono della digressione, poiché vogliono spiegare l’origine di un nome o di una leggenda.</p><p>Dopo un proemio alla maniera omerica, che espone brevemente gli antefatti, l’inizio del poema racconta i preparativi della spedizione. Un’ampia sezione è dedicata al catalogo dei 53 eroi che vi parteciperanno. Viene esposto dettagliatamente l’episodio della partenza in cui si insiste sullo sgomento che affligge gli eroi ad intraprendere un viaggio per mare così rischioso. La prima fermata della nave è nell’isola di Lemno, dove le donne del luogo, che avevano ucciso tutti i loro mariti, chiedono agli eroi di prendere il loro posto. Dopo aver trascorso qualche giorno sul posto, riprendono tuttavia il viaggio. Dopo varie avventure, approdano in Misia, dove Ila, giovinetto amato da Eracle, ispira una forte passione ad una ninfa di una fonte, che lo trascina con sé nelle acque; in preda ad un forte dolore, Eracle rinuncia a proseguire l’impresa per ritrovarlo. <em> </em></p><p>Nel II libro è narrato il seguito del viaggio fino alla Colchide: gli Argonauti incontrano dapprima Amico, re dei Bebrici, che li sfida a pugilato e viene ucciso da Polluce, uno dei Dioscuri; riescono poi a liberare il vecchio Fineo dalle Arpie, esseri mostruosi che gli rubano e insudiciano il cibo, il quale, in segno di gratitudine, predice loro le avventure che li attendono e gli espedienti per superarle. La nave può così superare il passaggio delle Simplegadi, rupi mobili che stringono in una morsa chiunque si inoltri in mezzo a loro; il viaggio poi prosegue tra molte peripezie, finchè gli eroi approdano, finalmente, in Colchide.</p><p>Il III libro introduce la figura di Medea, figlia di Eeta, un personaggio di tale rilievo che finisce per assumere il ruolo di protagonista. Era e Atena, protettrici di Giasone e dei suoi compagni, chiedono ad Afrodite di indurre il figlio Eros a suscitare nel cuore di Medea l’amore per Giasone. Questo accade e la fanciulla, inesperta di questo nuovo sentimento nei confronti dello straniero sventurato e misterioso, viene colta nell’animo da un forte conflitto interiore tra la fedeltà familiare e l’emozione che prova. All’inizio è disperata, al punto di pensare al suicidio, ma alla fine decide di aiutare Giasone nella terribile impresa che gli ha imposto Eeta: il re pretende che l’eroe aggioghi due tori che spirano fuoco e dai piedi di bronzo, per arare con essi un campo in cui seminerà i denti di un drago; poi dovrà uccidere i guerrieri nati da quella seminazione prodigiosa. Medea, dotata di poteri magici, fornisce a Giasone i filtri necessari per riuscire nell’impresa e confessa all’eroe il suo amore: egli promette di portarla con sé in Grecia e combatte contro i tori, riesce a domarli e annienta i magici guerrieri sorti dal solco.</p><p>Il IV libro contiene il compimento della missione e il ritorno in Grecia. Eeta scopre che Medea ha aiutato Giasone ed è furioso. Durante la notte Medea si sveglia per un’angosciosa premonizione, ispiratale da Era e si rifugia da Giasone, esortandolo a prendere il vello e a partire immediatamente. Il vello è custodito da un terribile drago, ma la maga lo addormenta e Giasone riesce finalmente a conquistare l’aureo manto. La nave può ora salpare e iniziare il viaggio di ritorno per la patria: l’itinerario è diverso rispetto a quello dell’andata. La nave risale il Danubio, passa dal Po al Rodano e da questo giunge nel mare Tirreno. Nel corso del viaggio Giasone, con l’aiuto di Medea, uccide Aspirto, fratello della fanciulla, mandato da Eeta per inseguirlo; gli Argonauti giungono poi nei luoghi che nel corso del suo viaggio visitò, secondo la tradizione, Odisseo e rivisitano luoghi e personaggi del poema omerico: Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’Isola dei Feaci. Qui incontrano la seconda spedizione inviata da Eeta alla ricerca della figlia: il re Alcinoo dichiara che la consegnerà ai messi del padre solo se non avrà ancora consumato il matrimonio; perciò Giasone e Medea sono forzati ad affrettare la prima notte di nozze. Una tempesta, in seguito, costringe i naviganti sulle rive dell’Africa, dove devono affrontare una serie di avventure e pericoli e dove sono costretti a trasportare per dodici giorni la nave a braccia sulla terraferma. Infine, dopo una tappa a Creta, dove grazie agli incantesimi di Medea riescono a vincere il gigante Talos, il viaggio degli Argonauti si conclude con l’arrivo in patria.</p><p>Ciò che si nota, innanzitutto, è il fatto che Apollonio pone al centro dell’epos una vicenda d’amore, tematica innovativa per questo genere letterario. Medea assume un ruolo di primo piano, costruendo il personaggio in maniera estremamente coerente e di estrema profondità psicologica, avvalendosi anche delle novità apportate dalla tragedia euripidea. Medea è infatti un personaggio dinamico, che si evolve nel corso della narrazione: dalla negazione dell’eros, infatti, passa gradualmente all’accettazione del suo sentimento, fino ad arrivare a conseguenze estreme con l’assassinio del fratello. Giasone, invece, risulta un personaggio eroicamente inadeguato e il suo valore non è in grado di produrre lo scioglimento della vicenda: egli non è sostenuto né da motivazioni ideali, né da passione per l’azione poiché è incapace di agire e di decidere.</p><p>Gli dei nelle <em>Argonautiche </em>non intervengono nelle vicende umane, ma accompagnano l’azione quando questa si è già determinata: essi sono soprattutto spettatori delle vicende umane. Il fato ha, invece, un ruolo molto importante: esso è visto come un potere oscuro e minaccioso che offusca la lucidità umana e produce azioni di cui gli uomini sono inconsapevoli.</p><p>La lingua di Apollonio si può definire omerica ma con particolarità morfologiche e sintattiche estremamente diverse rispetto alla tradizione: rispetto ad Omero il periodo è più complesso e l’ipotassi prevale sulla paratassi; inoltre un verso che in Omero è sempre formulare in Apollonio è diverso ogni volta o è sostituito da più versi di carattere descrittivo e gli epiteti vengono variati o si usano spesso sinonimi al posto del nome.</p><p>Le <em>Argonautiche</em> sono state tradotte da Varrone Atacino in 4 libri e sono state un modello importante in tema di eros per il carme 64 di Catullo e, soprattutto, per l’episodio di Enea e Didone nell’Eneide di Virgilio.</p><p class="aaa4">Per saperne di più</p><ul><li>L. Rossi, R. Nicolai, <em>Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, </em>Roma 2003.</li><li>D. Del Corno, <em>Letteratura greca. Dall’età arcaica alla letteratura dell’età imperiale, </em>Milano 1995.</li><li>G. Padano, <em>Studi su Apollonio Rodio</em>, Roma 1972.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003499_apollonio-rodio.html" data-text="Apollonio Rodio" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003499_apollonio-rodio.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003499_apollonio-rodio.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Arriano di Nicomedia</title><link>http://www.archeoguida.it/003218_arriano-di-nicomedia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003218_arriano-di-nicomedia.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 20 Oct 2010 17:33:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Arriano di Nicomedia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3218</guid> <description><![CDATA[Lucio Flavio Arriano nacque a Nicomedia, in Bitinia, verso il 90, fu allievo del filosofo Epitteto e ricoprì incarichi importanti nell’ambito dell’amministrazione romana; trascorse l’ultima parte della sua vita ad Atene, dove ricoprì la carica di Arconte nel 145/146. La sua produzione fu prevalentemente storiografica. Fra le opere perdute bisogna ricordare i Bithyniakà, la Storia [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lucio Flavio Arriano</strong> nacque a <strong>Nicomedia</strong>, in <strong>Bitinia</strong>, verso il 90, fu allievo del filosofo Epitteto e ricoprì incarichi importanti nell’ambito dell’amministrazione romana; trascorse l’ultima parte della sua vita ad <strong>Atene</strong>, dove ricoprì la carica di <strong>Arconte</strong> nel 145/146.</p><p>La sua produzione fu prevalentemente storiografica. Fra le opere perdute bisogna ricordare i <em>Bithyniakà</em>, la <em>Storia dopo Alessandro</em> e i <em>Parthikà</em>. Inoltre ci sono pervenuti un <em>Periplo del Mar Nero </em>e lo <em>Schieramento di battaglia contro gli Alani</em> e l’<em>Anabasi di Alessandro</em>, opere molto importanti come fonte storica.</p><p>Arriano si considerava il nuovo Senofonte, anche per le sue esperienze personali nell’area anatomica e si ispira costantemente a Senofonte in molte delle sue opere, come l’<em>Anabasi </em>e il <em>Cinegetico</em>, ma suoi punti di riferimento sono anche Erodoto e Tucidide. Arriano condivide il filellenismo nostalgico dell’imperatore Adriano, come dimostra anche la sua scelta di risiedere ad Atene, dove è stata rinvenuta un’erma bifronte che rappresenta da un lato Senofonte e dall’altra, molto probabilmente, Arriano.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003218_arriano-di-nicomedia.html" data-text="Arriano di Nicomedia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003218_arriano-di-nicomedia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003218_arriano-di-nicomedia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Arato di Soli</title><link>http://www.archeoguida.it/002966_arato-di-soli.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002966_arato-di-soli.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Jul 2010 09:48:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Arato]]></category> <category><![CDATA[Nicandro di Colofone]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=2966</guid> <description><![CDATA[Arato fu uno dei massimi rappresentanti della poesia didascalica di età ellenistica. La poesia didascalica, il cui archetipo e modello fu Esiodo, autore molto amato dagli alessandrini, aveva per scopo quello di insegnare una disciplina senza rinunciare all’eleganza letteraria e, in epoca ellenistica, presentava una varietà di livelli: Il manuale scolastico composto con il solo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Arato fu uno dei massimi rappresentanti della poesia didascalica di età ellenistica. La poesia didascalica, il cui archetipo e modello fu Esiodo, autore molto amato dagli alessandrini, aveva per scopo quello di insegnare una disciplina senza rinunciare all’eleganza letteraria e, in epoca ellenistica, presentava una varietà di livelli:</p><ol><li>Il manuale scolastico composto con il solo intento di facilitare la memorizzazione</li><li>Il poema che unisce il contenuto didattico agli intenti artistici (e questo è il caso di Arato)</li><li>L’opera solo apparentemente didattica che esibisce la forma poetica adattata a contenuti peregrini (Nicandro di Colofone)</li></ol><p>Secondo la tradizione, il re <strong>Antigono</strong> di <strong>Macedonia</strong> avrebbe incaricato Arato, dotto in medicina, di scrivere un poeta astronomico e <strong>Nicandro di Colofone</strong>, astrologo, di comporre un’opera sui veleni e sui loro antidoti. Questo dimostra che gli antichi si erano accorti che i due autori non erano esperti nelle discipline che trattavano e che ponevano in forma poetica. Arato, comunque, riesce a fornire una sintesi discreta di astronomia, a differenza di Nicandro, in cui prevale la ricercatezza dello stile.</p><p class="aaa3">Vita</p><p>Arato nacque a <strong>Soli</strong>, in Cilicia, alla fine del IV sec. a.C. Fu forse allievo di <strong>Menecrate di Efeso</strong>, grammatico e autore di poemi didascalici ed ebbe rapporti con <strong>Meneremo</strong> di Eretria e <strong>Timone</strong> di Fliunte. L’unico riferimento cronologico assoluto è il 276 a.C., l’anno in cui entrò nella corte di <strong>Pella</strong> presso <strong>Antigono Gonata</strong>. Arato fu poeta di corte e celebrò le nozze di Antigono con Fila, figlia del re Antioco I di Siria, con un <em>Inno a Pan</em>; divise la sua esistenza tra la corte macedone e quella di Antiochia. Morì intorno al 240 a.C.</p><p><em class="aaa4">Fenomeni</em></p><p>L’unica opera di Arato che ci è pervenuta sono i <em>Fenomeni</em>, poema didascalico in 1154 esametri. La sua datazione è incerta: forse fu composta tra il 275 e il 270 a.C.</p><p>L’opera si apre con una sorta di proemio, un <em>Inno a Zeus</em> (vv. 1-18) e, in antico, venne suddivisa in due parti: la prima, strutturata in varie sezioni, contiene la descrizione della volta celeste (vv. 19-732); la seconda descrive i segni utili per prevedere le variazioni metereologiche (vv. 733-1154).</p><p>Il poema, in realtà, risulta ripartito in questo modo:</p><ol><li>Proemio (vv 1-18)</li><li>Descrizione della carta del cielo (vv. 19-558)</li><li>Il calendario (vv. 559-757)</li><li>Segni per prevedere il buono e il cattivo tempo (vv. 758-1154)</li></ol><p>Il proemio è un inno a Zeus, la cui presenza è sentita da tutti e a cui tutti fanno ricorso. Zeus guida gli uomini nel loro lavoro attraverso segni celesti, indicando il momento migliore per le varie attività agricole. Negli ultimi quattro versi del proemio l’autore si rivolge direttamente alla divinità e alle Muse, affinché lo guidino nel suo canto. Nell’opera sono numerosi gli <em>excursus </em>mitologici e, di particolare rilevanza, è quello su Dike (la Giustizia), in cui l’autore, sulla scia di Esiodo, ripropone, rinnovandolo, il mito delle cinque generazioni: Dike frequentò gli uomini nel periodo della generazione dell’oro, insegnando loro le leggi della convivenza; dopo la degenerazione delle due età successive (dell’argento e del bronzo) abbandonò la terra e andò a stabilirsi in cielo, nella costellazione della Vergine. La fonte principale di Arato, per quanto riguarda la scienza astronomica, è Eudosso di Cnido, mentre la sezione sulle <em>Previsioni</em> si fonda sulla speculazione peripatetica e da, probabilmente, da un’opera di Teofrasto che non ci è pervenuta. Arato è di fede stoica, come dimostra la sua concezione di divinità che pervade l’universo e provvede ai bisogni degli uomini, governando e guidando ogni cosa attraverso i segni. La lingua di Arato è prevalentemente epica: l’autore infatti riprende parole omeriche e in qualche caso imita Parmenide ed Empedocle, superando le difficoltà di adattare lo stile epico alla materia astronomica utilizzando toni e livelli stilistici diversi.</p><p>L’opera di Arato ebbe grande fortuna: già Callimaco la elogiava. Tuttavia l’autore fu più volte rimproverato per la scarsa padronanza di astronomia e la completa dipendenza da Eudosso. Autori come Virgilio ne ripresero alcuni elementi e il poema di Arato fu per secoli il più diffuso manuale scolastico di Astronomia e la sua fama continuò per tutto il Medioevo e nel primo Rinascimento grazie alle numerose traduzioni latine.</p><p class="aaa4">Per saperne di più</p><p>L. Rossi, R. Nicolai, <em>Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, </em>Roma 2003.</p><p>J. Martin, <em>Histoire du texte de Phènomenès d’Aratos, </em>Paris 1956.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002966_arato-di-soli.html" data-text="Arato di Soli" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002966_arato-di-soli.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002966_arato-di-soli.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alcmane</title><link>http://www.archeoguida.it/002867_alcmane.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002867_alcmane.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Jul 2010 13:55:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Alcmane]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=2867</guid> <description><![CDATA[Alcmane è il primo esponente della lirica corale che sia giunta fino a noi in un corpus di frammenti. La tradizione del dialetto dorico per il canto corale si stabilì a Sparta, che ne fu un importante polo di attrazione. Alcmane è un poeta di difficile interpretazione, anche per il fatto che non abbiamo molte [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2868" href="http://www.archeoguida.it/002867_alcmane.html/alcmane"><img class="alignnone size-full wp-image-2868" title="Alcmane" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/07/Alcmane.jpg" alt="Alcmane" width="320" height="400" /></a></strong></p><p><strong>Alcmane </strong>è il primo esponente della <strong>lirica corale</strong> che sia giunta fino a noi in un <em>corpus </em>di frammenti. La tradizione del dialetto dorico per il canto corale si stabilì a Sparta, che ne fu un importante polo di attrazione. Alcmane è un poeta di difficile interpretazione, anche per il fatto che non abbiamo molte informazioni sull’ambiente spartano arcaico e sulle istituzioni religiose, specialmente femminili, per le quali egli compose i suoi parteni; possiamo notare anche qui come l’omoerotismo femminile appaia a noi nella sua fondamentale funzione educativa. I parteni sono canti sacri professionali, destinati a un’occasione religiosa e che hanno la funzione di accompagnare e in parte descrivere il rito.</p><p class="aaa3">Vita</p><p>Gli studiosi hanno a lungo dibattuto sulla provenienza di Alcmane. La Suda afferma che proveniva da <strong>Sardi</strong> (Lidia) o dalla <strong>Messoa</strong> (Laconia). Il poeta doveva essere assai legato alla comunità spartana, di cui condivide e celebra i valori fondamentali. L’<em>akmè </em>è collocata da Eusebio al 612-609 a.C. ed è confermata dal Pap. Oxy. 2390, in cui si dice che Alcmane menziona in un suo canto i figli di <strong>Leotichida</strong> <strong>I</strong>, re <strong>Euripontide</strong>, in carica alla fine del VII sec. a.C., insieme all’Agiade Euricrate. L’attività di Alcmane si può dunque collocare alla seconda metà del VII sec. a.C., ovvero il periodo successivo alla II guerra messenica.</p><p class="aaa3">Contesto socio- culturale: Sparta al tempo di Alcmane</p><p>Questo periodo è caratterizzato da forti tensioni sociali che modificano la struttura economica e politica della città. L’intervallo di tempo compreso tra la seconda metà del VII e l’inizio del VI sec. a.C. vede il consolidarsi della tattica oplitica e la ridistribuzione dei <em>klaroi</em> (lotti di terra del cittadino-soldato, affidati al lavoro agricolo degli iloti). L’ambiente culturale appare estremamente produttivo: infatti tra il VII e il VI sec. a.C. si trovano a Sparta poeti e musicisti importantissimi provenienti da varie località del mondo greco: <strong>Terpandro</strong>, inventore della lira a sette corde, <strong>Taleta</strong>, <strong>Senodamo</strong>, <strong>Senocrito</strong>, <strong>Polimnesto</strong> e <strong>Tirteo</strong>. Inoltre qui si svolgevano innumerevoli gare musicali e ginniche. La ricchezza della città è confermata anche dagli scavi archeologici del santuario di Artemide Orthia.</p><p class="aaa3">Opere</p><p>Un ritrovamento molto importante fu, alla metà del XIX sec., il papiro conservato al Louvre, in cui sono parecchie decine di versi di un partendo, destinato ad un coro di fanciulle. La prima parte superstite del carme, molto danneggiata, narra il mito degli Ippocoontidi, nel quale aveva un ruolo preminente la figura di Eracle; in una sezione mutila appare un altro mito di incerta identificazione e poi, con una <em>gnome </em>di passaggio, il canto descrive fino alla fine situazioni rituali che si svolgono durante una veglia notturna, connesse ad Aotis, una divinità a noi ignota, a cui delle fanciulle donano un oggetto incerto (un tessuto o un aratro votivo).</p><p>Nel rito hanno un ruolo importante le fanciulle nominate come le più belle, <strong>Agido</strong> e <strong>Agesicora</strong> e ne vengono elencate altre otto in una sorta di catalogo che ad alcune dà epiteti di seduzione e bellezza, che creano un’atmosfera decisamente erotica. Si tratta di un rito di passaggio delle fanciulle dalla verginità alla maturità (qualcosa di simile avveniva nel tiaso di Saffo a Lesbo). Lo scenario di bellezza e di luce delinea i rapporti tra le fanciulle attraverso paragoni ed immagini come il Sole, i cavalli veloci, l’oro e l’argento. Il tocco descrittivo è delicato e leggero, l’autore ricorre frequentemente ad apostrofi e a situazioni personali che fanno sentire questa poesia cultuale molto vicina ad origini popolari nonostante la cura formale. La costruzione formale prevede un programma con elementi fissi: il mito, la gnome (che rende espliciti i valori presenti nel mito e che serve da anello di passaggio da un tema all’altro), l’occasione, i cosiddetti “voli pindarici” (tecnica associativa), di cui è difficile ricostruire le origini. In un altro frammento papiraceo di partenio, pubblicato nel 1957, compare il nome di Astimelusa avvolto da un alone di ammirazione, rapimento erotico, soavi cori e immagini di luce e viene accennato il mito di Cinira, uno dei grandi amori di Afrodite. Famoso è anche il frammento in cui il poeta vecchio in prima persona si rivolge alle coreute: ormai le sue membra sono stanche, sogna di essere un cerilo e di volare al mare con le alcioni.</p><p>Un’altra tematica ricorrente nei carmi è quella metasimposiale: qui i cibi enumerati assumono un’importante valenza rituale. Alcmane compose numerosi canti per i sissizi (i conviti spartani, consistenti in una sorta di pasto in comune), in cui si intona il “peana” canto religioso in onore di un dio. Di un frammento papiraceo (fr. 125 C) è evidente il carattere dionisiaco e molto famoso è il fr. 159 in cui viene descritto un bellissimo paesaggio notturno che fa da sfondo ad un’epifania divina, forse di Artemide.</p><p>I canti rituali di Alcmane sono affascinanti e ricchi di eros, perciò ci si chiede quante volte Alcmane abbia cantato l’amore indipendentemente dall’occasione corale, nel corso di simposi laici. E’ testimoniato che l’autore compose anche cori maschili per le <strong>Gimnopedie</strong>, feste spartane.</p><p class="aaa3">Poetica</p><p>Alcmane invoca frequentemente la Musa secondo la tradizione epica, ma la sua coscienza di cantore è molto pronunciata: infatti parla spesso, nominandosi, in terza persona. La committenza di fatto gli consentiva di affermare in maniera forte e decisa la sua personalità. Alcmane pone sullo stesso piano la guerra e il “suono bello della cetra” ed è definibile come il poeta di una comunità, la Sparta del VII sec. a.C.</p><p class="aaa3">Lingua e stile</p><p>Alcmane scrive nel dialetto dorico della tradizione corale, con alcune forme eoliche, il cui numero è stato notevolmente ridimensionato dagli studiosi, in quanto si può trattare anche di forme laconiche. Su una sintassi linguistica e narrativa che appare arcaica, si innestano molte reminiscenze omeriche, facilitate dal ricorso all’esametro o, comunque, di metri dattilici. Lo stile è realista e immediato, aderente alla realtà. Ad Alcmane si deve l’introduzione della composizione strofica triadica, funzionale ad una poesia cantata da un coro e accompagnata da una danza. La metrica è semplice, vicina al canto lirico monodico: prevalgono metri giambico-trocaici e soprattutto dattilici nella forma dell’esametro e del tetrametro.</p><p class="aaa3">Fortuna</p><p>La fama di Alcmane come poeta erotico si diffonde in età alessandrina e la <strong>Suda</strong> lo definisce addirittura “inventore dei canti d’amore”. Nella trattatistica greca e latina viene chiamato “alcmanio” il tetrametro dattilico. La scarsità della sua fortuna si deve probabilmente al forte legame con le occasioni spartane.</p><p class="aaa3">Per saperne di più</p><p>L. E. Rossi, R. Nicolai, <em>Storia e testi della Letteratura Greca. L’età arcaica, </em>Firenze 2002.</p><p>A. Aloni, <em>Lirici greci. Alcmane, Stesicoro, Simonide, </em>Milano 1994.</p><p>M. Nafissi, <em>La nascita del kosmos. Studi sulla storia e la società di Sparta</em>, Perugina 1991.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002867_alcmane.html" data-text="Alcmane" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002867_alcmane.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002867_alcmane.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alessandro Magno</title><link>http://www.archeoguida.it/002772_alessandro-magno.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002772_alessandro-magno.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Jun 2010 14:57:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Aragona</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Alessandro Magno]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2772</guid> <description><![CDATA[ALESSANDRO III detto “ MAGNO” (Μέγας) Ἀλέξανδρος &#8220;protettore dell&#8217;uomo&#8220;. ( 356 a.C.- 323 a.C.) &#8211; Re macedone dal 336 a.C. condottiero, stratega. La figura di Alessandro (1) è legata a due importanti aspetti: quella di condottiero e geniale stratega e quella di “propugnatore” dell’ Ellenismo; ricordiamo, infatti, che riuscì a “importare”presso i popoli conquistati (Egitto, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2782" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/battaglia-gaugamela"></a><a rel="attachment wp-att-2774" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/alessandro-magno-busto"><img class="alignnone size-full wp-image-2774" title="alessandro-magno-busto" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/alessandro-magno-busto.jpg" alt="Alessandro Magno" width="400" height="570" /></a></strong></p><h2>ALESSANDRO III detto “ MAGNO”</h2><p><em>(</em><em>Μέγας</em><em>) </em><em><strong>Ἀ</strong></em><em><strong>λέξανδρος</strong></em><strong> </strong>&#8220;<em><strong>protettore dell&#8217;uomo</strong></em>&#8220;.</p><p><strong>( 356 a.C.- 323 a.C.)</strong> &#8211; <strong>Re macedone dal 336 a.C. condottiero, stratega.</strong></p><p>La figura di Alessandro (1) è legata a due importanti aspetti: quella di condottiero e geniale stratega e quella di “propugnatore” dell’ Ellenismo; ricordiamo, infatti, che riuscì a “importare”presso i popoli conquistati (Egitto, Afghanistan, India, Persia e Pakistan) la grecità integrandola alle tradizioni locali e dando l’avvio, a livello universale, ad un importante periodo non solo letterario ma anche artistico e scientifico. Non a caso fu il primo a cui venne dato l’appellativo di “<em>M</em><em>ag</em><em>nus</em>”.</p><p>Figlio del generale Filippo II (2) e della principessa epirota Olimpiade (3), ebbe come maestro di vita, educatore ed amico, Aristotele (dal 343 a.C.), per mezzo del quale fu indottrinato alla cultura antica, ad Omero (verso il quale aveva una particolare predilezione), alla mitologia, agli eroi (amava definirsi discendente di Achille) all’arte, alla scienza e al sapere in genere.</p><p>Nel <strong>340 a.C. </strong>fu <strong>reggente della Macedonia</strong>, mentre Filippo II era impegnato contro Bisanzio. Aveva solo sedici anni. Dal giugno del <strong>336 a.C</strong>., dopo l’assassinio del padre (tra le cause più probabili una congiura di corte), Alessandro, poco più che ventenne, venne proclamato dall’esercito <strong>re di Macedonia</strong>. Eliminati i probabili rivali e sedate le rivolte interne, si occupò dell’espansione dell’impero: <em>in primis</em> il grande progetto avviato dal padre, Filippo II: la conquista della Persia. Per fare ciò iniziò a creare alleanze con l’area dei Balcani, proclamandosi alleato e protettore di quest’ultimi contro i Persiani. Eletto <strong>capo dalla Lega Tessalica,</strong> e proclamato condottiero (contro i Persiani), di tutti gli stati facenti parte della Lega di Corinto ( esclusa Sparta), Alessandro iniziò la campagna vera e propria. La <strong>battaglia </strong>più importante e vittoriosa fu quella combattuta presso il monte<strong> Pelio. </strong>Credendo che Alessandro fosse morto, le <em>poleis</em> insorsero: raggiunta in breve tempo e rasa al suolo Tebe ( 335 a.C.), ottenne la definiva sottomissione di tutte le città tranne Sparta. Lasciato <strong>Antipatro </strong>come reggente<strong>, </strong>riprese la guerra d’espansione.</p><p class="aaa3">Battaglia del Granico</p><p><a rel="attachment wp-att-2778" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/battaglia-granico"><img class="alignnone size-full wp-image-2778" title="battaglia-granico" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/battaglia-granico.jpg" alt="Carlo Amadori, La battaglia del Granico, 1996, olio su tela" width="600" height="518" /></a><br /> <em>Carlo Amadori, La battaglia del Granico, 1996, olio su tela</em></p><ul><li><div lang="it-IT"><strong>data: 334 a.C. (maggio)</strong></div></li><li><strong>luogo: odierno fiume Big Sand Cay (Turchia, vicino all&#8217;omerica Troia)</strong></li><li><strong>eserciti: macedoni e alleati greci / persiani e mercenari greci</strong></li><li><strong>esito: assoggettamento Asia Minore</strong></li></ul><p lang="it-IT">La battaglia si svolse presso le rive del fiume Granico. L&#8217;esercito di Alessandro era costituito da circa 35mila soldati, 5.000 cavalieri e 30.000 fanti, mentre quello di Dario era costituito da 33mila, 15.000 cavalieri, 10.000 peltasti e 8.000 mercenari greci. </p><p lang="it-IT">La prima ad attaccare fu la cavalleria macedone che, portata una finta sul fianco sinistro dell&#8217;esercito persiano, con Parmenione (4) al comando, permise ad Alessandro ed alla sua <strong>formazione a cuneo </strong>di colpire Dario concentrato a respingere Parmenione. Grazie a questa manovra, i macedoni si insidiarono dentro l&#8217;esercito nemico e lo stesso re macedone fece incetta di vittime tra le file di nobili cavalieri che gli sbarrarono la strada.</p><p>Dario, visto il pericolo ordinò ai fanti di ingaggiare battaglia con i cavalli di Alessandro, lasciando scoperto il lato dove Parmenione aveva compiuto la finta. Il risultato fu un accerchiamento dei fanti persiani sia da parte di Parmenione sia da parte dei fanti macedoni. Dopo l&#8217; attacco molti persiani si diedero alla fuga, lasciando perire sul campo molti dei loro compagni. Tra le file persiane si contano 15.000 morti e 2.000 prigionieri, mentre l&#8217;assetto vincente, approntato da Alessandro, costò la vita a soli 150 macedoni.</p><p>Lo stesso Alessandro rischiò di perder la vita: fu grazie a Clito il Nero (5) che sopravvisse ad un colpo d&#8217;ascia.</p><p class="aaa3">Battaglia di Isso</p><p><strong><a rel="attachment wp-att-2779" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/alessandro-magno-mosaico"><img class="alignnone size-full wp-image-2779" title="alessandro-magno-mosaico" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/alessandro-magno-mosaico.jpg" alt="Mosaico pavimentale di Alessandro, inizi I sec. a.C." width="600" height="450" /></a><br /> </strong><em>Mosaico pavimentale di Alessandro, inizi I sec. a.C.</em></p><ul><li><strong>data: 333 a.C. (novembre)</strong></li><li><strong>luogo: </strong><strong>golfo di </strong><strong>Isso </strong><strong>(</strong><strong>odierna </strong><strong>Hatay</strong><strong>, provincia turca)</strong></li><li><strong>eserciti: macedoni / persiani</strong></li><li><strong>esito: assoggettamento Siria e Fenicia</strong></li></ul><p lang="it-IT">La battaglia si svolse in Anatolia meridionale. L&#8217;esercito di Alessandro era costituito da 30mila uomini, tra cui gli Hypaspistai (portatori di scudi) e gli Eteri (la cavalleria pesante del re), mentre quella di Dario era formato da 100mila, tra cui gli Immortali (fanteria scelta) e la cavalleria reale. Anche se ci sono diverse numerazioni riportate da svariati autori tra cui <strong>Plutarco, Arriano </strong>e<strong> Curzio Rufo </strong>(6).</p><p>Il terreno antistante al Golfo di Isso, era un appezzamento di dimensioni ridotte e facilitava un esercito meno numeroso come quello macedone. Alessandro, consigliato anche da Parmenione, optò per una tattica difensiva; i persiani dal canto loro, avrebbero dovuto attaccare per primi per evitare di arrivare all&#8217;inverno e finire i rifornimenti. Dario attaccò i fanti di Parmenione dopo aver disposto il suo esercito imitando loschiermento macedone della battaglia di Granico; Alessandro intanto, assieme ai cavalieri dell&#8217;elite macedone, prese d&#8217;assalto i cavalieri persiani ubicati nel lato opposto all&#8217;ingaggio tra Parmenione e l&#8217;elite persiana, spaccando in due lo schieramento e isolandolo in parte. La cavalleria fece subito una rapida sterzata per attaccare direttamente la guardia persiana, ormai molto vicino. Dario, sopreso dalla mossa, non fece altro che scappare; Parmenione stava però cedendo contro gli attaccanti e Alessandro invece di inseguire Dario ed ucciderlo, ripiegò dietro le linee nemiche chiudendo la cavalleria. L&#8217;esercito persiano, in seguito alla fuga del “Grande Re”, fu preso dal panico e cominciò a fuggire dal campo di battaglia. Nello scontro morirono più di 30.000 persiani mentre altri subirono la stessa fine nella rotta. Alessandro invece, grazie alla sua tattica difensiva, successivamente mirata a spezzare il fulcro, subì solo 500 perdite; rifiutata la proposta di pace del re persiano Dario, continuò la sua politica di conquista.</p><p>Nel 332 a.C. circa, Alessandro arrivato in Egitto (accolto come liberatore dei persiani), riordinò l&#8217;amministrazione conglobando indigeni del luogo, mentre affidò le cariche importanti ai suoi uomini fidati. L&#8217;umanità del re Macedone si vide anche nel rispetto delle tradizioni religiose egizie (lui stesso offrì sacrifici alle loro divinità più importanti). Ma l&#8217;evento più significativo che viene tutt&#8217;oggi ricordato, è la nascita della grande <strong>Alessandria d&#8217;Egitto, </strong>proprio davanti all&#8217;<strong>isola di Faro</strong> che custodiva una delle sette meraviglie del mondo.</p><p class="aaa3" lang="it-IT">Battaglia di Gaugamela/Arbela</p><p><strong></strong><strong><a rel="attachment wp-att-2782" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/battaglia-gaugamela"><img title="battaglia-gaugamela" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/battaglia-gaugamela.jpg" alt="Jan Brueghel il Vecchio, La battaglia di Gaugamela, 1602" width="600" height="378" /></a></strong> </p><ul><li><strong>data: 331 a.C.</strong></li><li><strong>luogo:</strong> <strong>Iraq, est di </strong><span style="text-decoration: underline;"><strong>Mossul</strong></span><strong> ( antica Ninive)</strong></li><li><strong>eserciti</strong><strong>: regno macedone / impero persiano</strong></li><li><strong>esito: vittoria definitiva su Dario III</strong> </li></ul><p>La battaglia si svolse ad est di Mussul (Iraq). L&#8217;esercito di Alessandro era costituito da 7.250 cavalieri e 40.000 fanti, quello di Dario da 35.000 cavalieri, 100 carri falcati sciti, 200.000 fanti, oltre a 15 elefanti da guerra. Alessandro adottò una strategia inusulale: l&#8217;idea era quella di attirare il maggior numero di persiani ai lati per colpire Dario al centro, facendolo attaccare per primo, ma ciò richiedeva tempismo ed affiatamento. Mentre i persiani cercavano di logorare i macedoni ai lati, nella parte presieduta da Parmenione, Alessandro si preparò all&#8217;attacco finale disponendo le sue unità a cuneo con lui stesso a capo. Attaccando i persiani al centro, avendo come obiettivo Dario stesso, fece ritirare il re persiano. Besso sul lato sinistro fece altrettanto ritirandosi ordinatamente. Alessandro cominciò l&#8217;inseguimento di Dario, ma Parmenione facendo fatica a contenere l&#8217;avanzata persiana, chiese aiuto al suo re. Alessandro accorsogli, mostrò un piccolo lato scoperto al centro dell&#8217;esercito. Dario e Besso vi si infilarono, procedendo fino ad arrivare all&#8217;accampamento per fare incetta di un lauto bottino invece di attaccare Alessandro sui lati. L&#8217;altro generale persiano Mazeo, ebbe quindi la peggio e ritirò anch&#8217;esso le sue truppe, ma in modo disordinato. La strage che ne seguì era scontata. La cavalleria semplice macedone uccise molti uomini in rotta e Dario riprese la fuga insieme ad un folto gruppo della sua guardia, sfuggendo all&#8217;inseguimento successivo di Alessandro.</p><p lang="it-IT">L&#8217;unica fonte, un diario astronomico babilonese, narra: </p><dl><blockquote><dd>“Il ventiquattresimo [giorno del mese lunare], nel mattino, il re del mondo [cioè, Alessandro] [ha instaurato il suo] ordine [lacuna]. Opposti l&#8217;uno all&#8217;altro, combatterono ed una pesante sconfitta delle truppe [del re fu inflitta da lui]. Il re [cioè, Dario], le sue truppe lo hanno abbandonato ed alle loro città [sono tornate]. Sono fuggite nella terra del Guti”</dd></blockquote></dl><p>Dario e Besso si ritrovarono quindi di nuovo uniti, ma l&#8217;esercito subì ingenti perdite: si contano infatti circa 53mila morti tra i persiani, mentre tra le file macedoni perirono solo 1200 soldati. Nel 330 a. C. il re macedone mise in fuga Dario marciando verso Ecbàtana (7). Deposto dal satrapo Besso, il “Grande Re” fu ucciso e seppellito successivamente con tutti gli onori del caso. Besso, invece, fu inseguito da Alessandro per le regioni dell&#8217;attuale Afghanistan e della catena montuosa dell&#8217;Hindu Kush (11); sconfitto, fu giustiziato presso Ecbàtana. Continuando la politica di assoggettamento, il condottiero macedone fondò nuove Alessandrie (vicino l&#8217;attuale Herat e Kandahar) spingendosi fino al Turkestan cinese.</p><p class="aaa3">Battaglia dell&#8217;Idaspe</p><p><strong><a rel="attachment wp-att-2785" href="http://guida.archart.it/002772_alessandro-magno.html/battaglia-idaspe"><img class="alignnone size-full wp-image-2785" title="battaglia-idaspe" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/battaglia-idaspe.jpg" alt="Battaglia dell'Idaspe" width="600" height="275" /></a></strong></p><ul><li><strong>data: 326 a.C.</strong></li><li><strong>luogo: fiume Idaspe (odierno Jhelum)</strong></li><li><strong>eserciti: macedoni / regno indiano</strong><strong> </strong></li><li><strong>esito: vittoria macedone;fondazione di Nicea e Bucefala</strong> </li></ul><p lang="it-IT">Nel 327 a.C. Alessandro si spinse fino ai confini dell&#8217;India arrivando a dare guerra al re <strong>Poro</strong> (8).  </p><p lang="it-IT">L&#8217;ultima battaglia del grande condottiero macedone si svolse nei pressi del fiume Idaspe (attuale Jelhum (9). L&#8217;esercito di Alessandro era costituito da 4mila cavalieri e 50mila fanti, quello di Poro da 45mila fanti, 2mila cavalieri e 200 elefanti da guerra che con il solo odore spaventarono al tal punto i cavalli macedoni, che Alessandro fu costretto a cambiare la sua invincibile strategia a cuneo. L&#8217;esercito macedone si divise in due parti: il primo distaccamento attraversò il passo di Khyber, il secondo, guidato da Alessandro in persona, andò ad occupare la fortezza presso Aornos. L&#8217;anno successivo, fu stretta alleanza con il re Taxiles (10).</p><p lang="it-IT">Alessandro riuscì a sbaragliare la cavalleria nemica così come aveva sperato, in modo da non avvicinarsi agli elefanti. Nel giorno della battaglia, una violenta pioggia rese i campi poco agibili. Sciti, Dai e il generale Perdicca attaccarono con i carri falcati il popolo degli Indi che si difesero in modo analogo; entrambi gli schieramenti subirono numerosi danni dovuti alla confusione che si era venuta a creare nella battaglia ormai accesa. Poro, incitati i soldati mostrando loro la statua di Eracle, che intanto era stata fatta portare davanti alla fanteria, al suono di tamburi, fece avanzare gli elefanti in mezzo ai soldati. Lo spettacolo era maestoso e imponente. Non a caso Alessandro così si espresse: </p><blockquote><p>«Finalmente vedo un pericolo pari al mio coraggio: il fatto è contemporaneamente con animali e uomini eccezionali».</p></blockquote><p lang="it-IT">Gli elefanti, fatti posizionare là dove la fanteria nemica attaccava, iniziarono a massacrare i soldati macedoni senza possibilità di scampo. Alessandro vedendo ciò che stava succedendo, si lanciò con il suo cavallo Bucefalo (12) contro Poro. Trafitto da numerose lance, il grande condottiero raggiunse ugualmente il re indiano. Poro, con il corpo martoriato da nove ferite, iniziava a vacillare sull&#8217;elefante. Alessandro lo aveva ormai avvicinato anche se Bucefalo, seriamente ferito, stramazzò a terra costringendo il suo re a proseguire a piedi. L&#8217;indo che aveva il compito di guidare il pachiderma, ordinò all&#8217;animale di inginocchiarsi vedendo Poro scivolare giù dal dorso. Quel gesto, interpretato erroneamente, provocò una reazione a catena: gli elefanti di tutto l&#8217;esercito addestrati a seguire l&#8217;elefante del re, si inginocchiarono a loro volta esponendo di fatto i soldati posizionati sulle schiene degli enormi animali. Poro, a causa di questa incomprensione, aveva ormai perso la battaglia. Alessandro ordinò ai suoi di ucciderlo ma, toccato dall&#8217;attaccamento dell&#8217;elefante al suo re, mentre lo stesso veniva afferrato dall&#8217;animale e posizionato sul suo dorso, decise di risparmiare la vita a Poro e a permettergli di governare l&#8217;Idaspe come suo satrapo.</p><p class="aaa3">Ultima fase </p><p>Nel 324 a.C., tornò a Susa. Qui per favorire l&#8217;unione tra Persia e Grecia, spinse a contrarre matrimonio i suoi uomini più fidati: in <em>primis</em> egli stesso prese in sposa la figlia di Dario, Statira, mentre sua sorella Diripeti andò in moglie ad Efestione che durante l&#8217;inverno morì ad Ecbatana. Per Alessandro fu una perdita incolmabile: messosi a lutto per circa sei mesi, in onore del suo amico rase al suolo e uccise un intero villaggio; aveva anche progettato un maestoso mausoleo da dedicare</p><p>al defunto, ma non venne mai portato a termine.Nel 323 a.C. Iniziò una spedizione contro i Cossei (13).La morte improvvisa lo colse il 10 giugno, a trentatrè anni. Stava progettando l&#8217;occupazione in Arabia.</p><p class="aaa4" lang="it-IT">Note</p><p>(1) Alessandro nacque a Pella nel 356 a.C. ,intorno al 20 luglio. <strong>Plutarco</strong> ci racconta così la nascita:“Alessandro nacque all&#8217;inizio del mese Ecatombeone, che i Macedoni chiamano Loo, e precisamente il 6, nel medesimo giorno in cui fu bruciato il tempio di Artemide ad Efeso (&#8230;)Filippo fu raggiunto invece a Potidea, dove aveva appena presa la città, da tre messaggi contemporaneamente: uno gli annunciava che gli Illiri erano stati sconfitti da Parmenione in una grande battaglia, il secondo che un suo cavallo aveva vinto la corsa ad Olimpia, e il terzo che gli era nato un figlio. Egli si rallegrò, com&#8217;è naturale , di queste notizie, ma ancor più lo esaltarono gli indovini, dichiarando che questo figlio, venuto al mondo insieme a tre vittorie, sarebbe stato invincibile&#8221;.</p><p>(2) <strong>Filippo</strong> (382- 336 a.C.), figlio di <strong>Aminta</strong> III ( 392-370 a.C.) ed <strong>Euridice</strong>, aveva per fratelli Alessandro e Perdicca. Fu re macedone dal 359 al 336 a.C.</p><p>(3) Secondo alcune leggende, Olimpiade (375 – 316 a-C.) avrebbe generato Alessandro con il padre degli dei: Zeus. Secondo la tradizione antica, invece, era nipote di Achille ( la madre sarebbe stata infatti figlia di Neottolemo e Andromaca) </p><p>(4) (400- 329 a.C.) Generale macedone, fu al servizio anche di Filippo II;combattè comandando il fianco sinistro come primo generale dell&#8217;esercito di Alessandro nelle battaglie di Granico, Isso e Gaugamela. Fu ucciso da Clito il Nero. </p><p lang="it-IT">(5) (375 &#8211; 328 a.C.) Ufficiale antico macedone, venne incaricato da Alessandro di uccidere Parmenione nel 330 a.C. Nel 328 a.C. fu ucciso dallo stesso re macedone a seguito di una lite scoppiata a Samarcanda. </p><p>(6) Plutarco ne “ <em>Vita Parallele”</em>, “V<em>ita di Alessandro Magno</em>” ; Arriano ne“<em>Anabasi di Alessandro</em>” Curzio Rufo ne “H<em>istoriae Alexandri Magni</em> ”</p><p>(7)<strong> </strong>letteralmente “luogo di riunione”. L&#8217;odierna Hamadan, fu capitale di Astiage, residenza estiva di re persiani e successivamente di re Parti. Fu qui che perse la vita l&#8217;amico/amante di Alessandro,Efestione nel 324 a.C. </p><p>(8) Il regno di Poro si trovava in una zona dell&#8217;antica India corrispondente all&#8217;odierno Pakistan</p><p>(9)<strong> </strong>Affluente dell&#8217; Indo, percorre circa 772 chilometri (Pakistan) </p><p>(10) Regnava nella&#8217;rea compresa tra l&#8217;Indo e L&#8217;Idaspe, presso il fiume Punjab </p><p>(11) Sposò Rossane, figlia di un satrapo del luogo, Oxiartes. </p><p>(12) si narra che all&#8217;età di tredici anni circa, Alessandro fu l&#8217;unico che riuscì a domare Bucefalo, un bellissimo cavallo che gli era stato regalato dal padre, capendo che il cavallo aveva paura della propria ombra. Una volta cavalcato divennero inseparabili. Morì nella battaglia contro Poro, avendo riportato ferite mortali. In suo onore fu fondata Alessandria Bucefala ( l&#8217;attuale Jehlum)</p><p>(13) popolo barbaro di origine iranica</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002772_alessandro-magno.html" data-text="Alessandro Magno" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002772_alessandro-magno.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002772_alessandro-magno.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Archiloco di Paro</title><link>http://www.archeoguida.it/002549_archiloco-di-paro.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002549_archiloco-di-paro.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 30 May 2010 22:18:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Emilia Panicali</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Archiloco]]></category> <category><![CDATA[lirici]]></category> <category><![CDATA[Paro]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2549</guid> <description><![CDATA[Archiloco fu il primo lirico della letteratura greca: egli fece entrare nella sua poesia elementi di vita che possono definirsi autobiografici e fu profondamente criticato da Crizia (fr. 295 W = test. 46 T) e da Pindaro (Pitica 2,54), per il fatto che parlò malissimo di sé stesso e che utilizzava un linguaggio troppo aggressivo. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Archiloco fu il primo lirico della letteratura greca: egli fece entrare nella sua poesia elementi di vita che possono definirsi autobiografici e fu profondamente criticato da <strong>Crizia</strong> (fr. 295 W = test. 46 T) e da <strong>Pindaro</strong> (Pitica 2,54), per il fatto che parlò malissimo di sé stesso e che utilizzava un linguaggio troppo aggressivo. Tuttavia proprio in queste tematiche e in questo linguaggio si può riconoscere l’originalità di un genere nuovo contrapposto all’epica, i cui massimi rappresentanti erano stati <strong>Omero</strong> ed <strong>Esiodo</strong>. Nella produzione di Archiloco compaiono una tecnica e un’etica militare del tutto nuova, la presenza di ambienti e situazioni che niente hanno di eroico e la rappresentazione dell’amore fisico e del sesso che in Omero era completamente bandita. Il poeta toccò anche una gamma assai vasta di reazioni umane, dall’amore, all’odio al dolore, riprendendo tematiche nobilitate dall’epos.</p><p class="aaa3">Vita</p><p>Non sappiamo molto sulla vita di <strong>Archiloco</strong>: le poche notizie che possediamo le ricaviamo dai suoi carmi. Il poeta nacque in una data imprecisata del VII sec. a.C. a <strong>Paro</strong>, una delle Cicladi. Il padre fu un tale Telesicle, la madre Enipò, una schiava tracia. La sua vita si svolse tra Paro, Taso e Nasso e fu soldato mercenario. Secondo la tradizione fu ucciso a <strong>Nasso</strong> da un certo Calonda: la sua vita deve essere stata piuttosto breve e la morte lo colse in servizio di guerra.</p><p class="aaa3">Tematiche trattate nei suoi carmi</p><p>Una parte dei suoi frammenti è dedicata a feroci invettive contro un certo Licambe e la figlia Neobule: il padre si sarebbe rifiutato di dare la figlia in matrimonio al poeta, pur avendogliela promessa e poi si sarebbe impiccato con le figlie per la disperazione indotta dai versi del poeta. Alcuni hanno voluto considerare questa vicenda biografica: più probabilmente si tratta di un <em>topos</em>, ovvero di una sorta di luogo comune che ritorna in altri poeti lirici, ad esempio in Ipponatte. L’amore viene visto in questi versi in maniera tormentata ed aggressiva; ma in altri casi il poeta scrive versi d’amore molto più delicati (fr. 25 T = 30 W; fr. 197 T. = 191 W). Le immagini forti, tuttavia rimangono frequenti e spesso rimandano al sesso.</p><p>Un&#8217;altra tematiche assai cara al poeta è quella della guerra. Archiloco fu un soldato mercenario e la sua vita fu estremamente dura, infatti ne descrive gli stenti e le difficoltà. Il suo mestiere viene visto con ironia e, soprattutto, con realismo. Molto importante è il rovesciamento dei valori tradizionali dell’epoca: il poeta rifiuta l’eroe omerico “bello e buono” e preferisce un guerriero più piccolo e con le gambe storte, ma pieno di coraggio (fr. 96 T. = 114 W.). L’autore stesso confessa di essersi liberato, durante una battaglia, dello scudo poiché questo era l’unico modo per salvarsi la vita: anche questo episodio è in contrapposizione ai valori tradizionali che vedono disonorevole l’abbandono delle armi e preferiscono la morte alla sconfitta in guerra. Molto importante è la valenza del vino che ha una triplice funzione: fisiologica (riscaldare il poeta durante le fredde notti di inverno); psicologica (consolarlo con la sua capacità di togliere i freni inibitori e rendere allegri); ispiratrice (spesso è fonte di ispirazione per il poeta che, nell’ebbrezza riesce a comporre versi più belli).</p><p>Ad Archiloco viene anche attribuito un epinicio (canto per la vittoria) a Eracle e diverse favole, come quelle della volpe e l’aquila e della volpe e la scimmia (frr. 188, 192 e 189 T. = 185-187 W.).</p><p class="aaa3">Rapporto con la divinità ed etica</p><p>Archiloco segue la religiosità dell’epos e nei suoi carmi si trovano molte invocazioni grandiose, seppure attribuite a personaggi fittizi, come quelle ad Apollo (fr. 30 T. = 26,5-6 W.) e a Zeus (fr. 174 T. = 177 W.). Il dolore in Archiloco è sempre presente, così come la forza che permette di sopportarlo: egli esorta a non esaltarsi nella buona sorte e a non deprimersi nella cattiva</p><p class="aaa3">Lingua e stile</p><p>La lingua utilizzata da Archiloco è quella omerica sia nei dattili, sia nei distici elegiaci; nei versi giambici invece utilizza espressioni più colloquiali (il giambo infatti si avvicinava come ritmo alla lingua parlata quotidianamente ed era usato dal poeta soprattutto per le invettive). Lo stile è funzionale alla tematica trattata che spazia molto dai momenti più alti ispirati all’epos, all’ironia e allo scherno propri del genere giambico.</p><p class="aaa3">Fortuna</p><p>Archiloco è stato uno dei poeti più popolari nel mondo antico, grazie all’ampiezza di tematiche e stili presente nella sua produzione. Era considerato il padre dell’elegia arcaica e del giambo già in epoca alessandrina e viene citato, criticato e commentato da autori quali Eraclito, Pindaro, Crizia, Platone e Aristotele, che lo contrapposero spesso ad Omero. Paro, la sua isola, lo onorò alla metà del III sec. a.C. con un santuario in suo nome. In epoca cristiana l’autore fu completamente ripudiato e nel mondo moderno è noto soprattutto per aver creato una poetica individualistica di stampo moderno, avente come centro l’Io.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002549_archiloco-di-paro.html" data-text="Archiloco di Paro" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002549_archiloco-di-paro.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002549_archiloco-di-paro.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Aristotele</title><link>http://www.archeoguida.it/002312_aristotele.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002312_aristotele.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Apr 2010 22:41:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Aristotele]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2312</guid> <description><![CDATA[  Aristotele (384 a.C. &#8211; 322 a.C.) Conviene, per quanto possibile, farsi immortale e far di tutto per vivere secondo quella parte che in noi è la più eccellente (Aristotele, Etica Nicomachea) “Non bisogna dar retta a coloro che consigliano all&#8217;uomo, perché è mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; anzi, al contrario, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2316" href="http://guida.archart.it/002312_aristotele.html/aristotele-raffaello"><img class="alignnone size-full wp-image-2316" title="aristotele-raffaello" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/04/aristotele-raffaello.jpg" alt="Aristotele" width="320" height="410" /></a> </strong></p><p><strong>Aristotele (384 a.C. &#8211; 322 a.C.)</strong></p><blockquote><p><em>Conviene, per quanto possibile, farsi immortale e far di tutto per vivere secondo quella parte che in noi è la più eccellente</em></p></blockquote><p>(Aristotele<em>, Etica Nicomachea</em>)<em> </em></p><blockquote><p>“Non bisogna dar retta a coloro che consigliano all&#8217;uomo, perché è mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; anzi, al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi”.</p></blockquote><p>Vivere secondo la parte più nobile propria dell&#8217;essere umano fu l&#8217;impegno costante di Aristotele, allievo dell&#8217;Accademia Platonica ove intuì e sviluppò la propria “via filosofica”, caratterizzata da un ripensamento, da una rimodulazione del pensiero di Platone verso nuove prospettive. Il percorso di vita e di ricerca di Aristotele, nato nel 384 a.C. circa a Stagira, località sul confine con la Macedonia, si snoda in alcune tappe fondamentali: una prima fase, apertasi dopo la scomparsa di Platone, coincise con la fondazione, insieme ad altri pensatori di fione platonico, di una scuola ad Asso e, successivamente, a Mitilene; fra 343 e 342 a.C. Aristotele entrò in contatto con la corte macedone di Filippo, il nuovo dominatore della Grecia, che lo elesse a pedagogo del proprio figlio Alessandro, il futuro generale le cui conquiste mutarono la cartina geografica del mondo allora conosciuto e inaugurarono un nuovo corso storico, l&#8217;età ellenistica. Intorno al 335-334 a.C., infine, Aristotele, al culmine del suo prestigio, aprì ad Atene, nei locali adiacenti al Tempio di Apollo Licio, una propria scuola denominata “Peripato”, cosiddetta per il fatto che il maestro soleva intrattenersi con i propri allievi, passeggiando. Agli anni trascorsi ad Atene risale la stesura della maggior parte degli scritti aristotelici che segnano, nella storia del pensiero occidentale, la prima, grande sistemazione del complesso del sapere.</p><p><a rel="attachment wp-att-2314" href="http://guida.archart.it/002312_aristotele.html/aristotele-palazzo-altemps"><img class="alignnone size-full wp-image-2314" title="aristotele-Palazzo-Altemps" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/04/aristotele-Palazzo-Altemps.jpg" alt="Aristotele" width="450" height="514" /></a></p><p>E&#8217; possibile delineare alcuni punti essenziali del pensiero dello Stagirita:</p><ul><li>a partire dalla distinzione delle scienze in teoretiche, pratiche e produttive, Aristotele indica nella “ricerca delle cause prime” lo scopo della metafisica o filosofia prima, il cui oggetto è l&#8217;essere o sostanza sopra-sensibile (ossia al di là di ciò che è sensibile o concreto), considerata nelle sue proprietà e nei suoi significati. La sostanza sopra-sensibile è una realtà eterna, completamente immobile; è il Principio supremo o Motore Immobile, da cui “dipendono il cielo e la natura. Ed il suo modo di vivere è il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo. E in quello stato Egli è sempre”</li><li>accanto alla metafisica, fra le scienze teoretiche Aristotele colloca la “filosofia seconda” o fisica, che si occupa della realtà sensibile, contraddistinta dal mutamento nelle sue varie accezioni (generazione, corruzione, alterazione, aumento, diminuzione, traslazione) e dall&#8217;inserimento nella dimensione spazio-temporale. Oggetto di interesse della fisica aristotelica non è, quindi, soltanto la struttura dell&#8217;universo, ma anche il complesso degli esseri dotati di anima, intesa come principio vitale ai livelli vegetativo, sensitivo e razionale. Altra scienza teoretica per eccellenza è, infine, la matematica, alla cui definizione Aristotele offrì un originale e prezioso contributo<br />  </li><li>le scienze pratiche consistono nell&#8217;etica e nella politica, ossia nello studio del comportamento umano considerato nelle sue ripercussioni per la vita del singolo individuo e della comunità in cui è inserito. Secondo Aristotele, l&#8217;uomo può realizzare pienamente se stesso soltanto nell&#8217;esercizio delle virtù che gli consentono di distinguere fra bene e male e di agire secondo ragione, la componente che lo connota rispetto agli altri esseri animati. Una condotta improntata alla virtù si riflette in un&#8217;organizzazione dello Stato all&#8217;insegna della pace e della felicità dei suoi membri<br />  </li><li>di importanza capitale è il contributo aristotelico per lo sviluppo del metodo logico o analitico, contraddistinto dalla definizione del <span style="text-decoration: underline;">sillogismo</span> quale schema per eccellenza di ragionamento deduttivo, in cui da premesse certe si perviene ad una conclusione altrettanto certa. Altro ambito nel quale Aristotele fornisce un apporto qualificante è quello dell&#8217;arte che, svalutata da Platone, viene ora innalzata ad attività in grado di ricreare, nella dimensione del “verosimile”, gli oggetti e le situazioni, allo scopo di conseguire la catarsi o “purificazione delle passioni”: pur non essendovi certezza assoluta sul significato che Aristotele attribuisce al concetto, lo si può ricondurre alla tipica sollecitazione emotiva associata alla fruizione artistica, che è in grado di elevare moralmente il soggetto.</li></ul><p>Del <em>corpus</em> degli scritti di Aristotele sono andati pressoché perduti quelli detti “essoterici”, destinati alla lettura da parte del pubblico, e si sono, invece, conservati quelli detti “esoterici”, elaborati ed utilizzati nell&#8217;ambito interno del Peripato.</p><p>Questi ultimi comprendono le opere di argomento <strong>logico</strong></p><ul><li>Categorie</li><li>De interpretatione</li><li>Analitici primi</li><li>Analitici secondi</li><li>Topici</li><li>Confutazioni sofistiche</li></ul><p> le opere di argomento <strong>fisico</strong></p><ul><li>Fisica</li><li>Cielo</li><li>La generazione e la corruzione</li><li>Meteorologia</li><li>le opere di psicologia</li><li>Sull&#8217;anima</li><li>Parva Naturalia</li></ul><p>i quattordici libri della “<strong><em>Metafisica</em></strong>”</p><p>le opere di <strong>morale</strong> e di <strong>politica</strong></p><ul><li>Etica Nicomachea</li><li>Grande Etica</li><li>Etica Eudemia</li><li>Politica</li></ul><p> le opere di argomento <strong>scientifico</strong></p><ul><li>Storia degli animali</li><li>Le parti degli animali</li><li>Il moto degli animali</li><li>La generazione degli animali</li></ul><p> nonché la “<strong><em>Poetica</em></strong>” e la “<strong><em>Retorica</em></strong>”</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002312_aristotele.html" data-text="Aristotele" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002312_aristotele.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002312_aristotele.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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