<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Personaggi</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/personaggi/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 04 Feb 2012 13:03:47 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Costantino</title><link>http://www.archeoguida.it/007550_costantino.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007550_costantino.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 29 Jan 2012 12:54:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Cristina Cumbo</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - C]]></category> <category><![CDATA[Costantino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7550</guid> <description><![CDATA[Vita dell&#8217;imperatore Costantino Costantino era figlio di Costanzo Cloro (Cesare insieme a Massimiano e Augusto d&#8217;Occidente insieme a Galerio, Augusto d&#8217;Oriente) e di Elena, ricordata per aver ritrovato numerose reliquie (tra cui la S. Croce e i chiodi con cui venne crocefisso Gesù). Venne educato a Nicomedia, presso la corte imperiale, dove iniziò il suo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7552" title="costantino" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/costantino.jpg" alt="costantino" width="500" height="550" /></p><h2>Vita dell&#8217;imperatore Costantino</h2><p><strong>Costantino</strong> era figlio di Costanzo Cloro (Cesare insieme a Massimiano e Augusto d&#8217;Occidente insieme a Galerio, Augusto d&#8217;Oriente) e di Elena, ricordata per aver ritrovato numerose reliquie (tra cui la S. Croce e i chiodi con cui venne crocefisso Gesù). Venne educato a Nicomedia, presso la corte imperiale, dove iniziò il suo <em>cursus honorum</em>.</p><p>Nel 305 Diocleziano abdicò a favore di Galerio, mentre Massimiano a favore di Costanzo Cloro. Galerio nominò quindi suo Cesare il nipote Massimino Daia, mentre Costanzo Cloro scelse Flavio Severo.</p><p><strong>Costantino</strong> raggiunse il padre in Britannia, conducendo missioni militari nell’isola. Quando nel 306 Costanzo Cloro morì a York, Costantino venne proclamato Augusto d’Occidente dalla truppe. Il sistema della tetrarchia si era così venuto a destabilizzare. Per impedire che scoppiasse una guerra civile, Galerio concesse a Costantino la dignità di Cesare ed elesse Augusto Valerio Severo, salvando così il sistema tetrarchico. Costantino accettò e tornò ad <em>Augusta Treverorum</em>. Massenzio, figlio di Massimiano Erculeo, approfittando del malcontento di Roma cui Galerio aveva esteso l’imposta fondiaria, si fece proclamare imperatore dai pretoriani.</p><p>Galerio si rifiutò di riconoscere Massenzio e inviò a Roma Severo per deporlo. I soldati disertarono. Severo fuggì a Ravenna, dove fu catturato da Massimiano e ucciso.</p><p>Galerio riprovò a guidare un secondo esercito contro Massenzio, ma anche questa volta non riuscì a conquistare Roma. Massimiano si recò in Gallia per trattare con Costantino. L’accordo previde il matrimonio di Costantino con Fausta, figlia minore di Massimiano, in modo che potesse essere elevato Augusto durante il governo di Massenzio. Era il 307.</p><p>Massimiano sfidò Massenzio cercando di tornare ad avere le simpatie dei militari che invece si rivelarono fedeli al figlio, costringendolo a lasciare l’Italia.</p><p>Nel 308 a <em>Carnuntum</em> venne organizzata una nuova tetrarchia: Massimiano fu obbligato ad abdicare, mentre Costantino ritornò a livello di Cesare e Licinio, commilitone di Galerio, venne nominato Augusto d&#8217;Occidente.</p><p>Nel 309 Massimiano tornò alla corte di Costantino, ribellandosi a quest’ultimo nel 310 mentre il figlio di Costanzo Cloro era impegnato contro i Franchi. Ad <em>Arelate</em> (Arles) Massimiano mentì, proclamando la morte di Costantino e assumendo la porpora imperiale. Gran parte dell&#8217;esercito rimase leale a Costantino, costringendo alla fuga Massimiano. Costantino, venuto a conoscenza del tradimento in sua assenza, raggiunse Massimiano a <em>Massilia </em>(Marsiglia), catturandolo e costringendolo al suicidio.</p><p>Nel 311 Galerio morì e Massimino Daia successe al soglio dell’Impero d’Oriente, lasciando a Licinio il governo sull’Illirico. L’Impero era diviso: Massimino Daia e Licinio per l’Oriente, Costantino e Massenzio per l’Occidente. Quella della tetrarchia era in realtà solo apparenza, infatti Costantino, Massimino e Licinio si coalizzarono per eliminare Massenzio, primo degli Augusti.</p><p>Costantino quindi riunì un grande esercito e si mosse verso l’Italia.</p><p>Dopo aver sconfitto per due volte l’esercito di Massenzio, assediò Verona, sottomettendo la città e battendo ancora le forze armate di Massenzio. L’ultimo scontro con l’Augusto avvenne a Roma, nei pressi di <em>Saxa Rubra</em>, prima del definitivo a Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312, in cui Massenzio venne sconfitto e ucciso.</p><h3>In Hoc Signo Vinces</h3><p>Eusebio di Cesarea, autore della <em>Vita Costantini</em> e stretto collaboratore del futuro imperatore, racconta di un episodio chiave per l’impronta cristiana di Costantino. Sembra che Costantino si fosse avvicinato al monoteismo e che, prima della battaglia, rivoltosi in preghiera, lui e il suo esercito ebbero un’apparizione: le luci sopra il sole si incrociarono e comparve la scritta &#8220;Εν Τουτω Νικα&#8221;. Nella notte successiva, Costantino fece un sogno in cui comparve Cristo che gli ordinò di adottare come vessillo il segno che aveva visto nel cielo. Il labaro imperiale assunse il simbolo del X – P, prime lettere di ΧΡΙΣΤΟΣ ovvero &#8220;<em>Christos</em>&#8220;, sovrapposte. Fu poi quello che si chiamò monogramma costantiniano o cristogramma, entrato in uso nella simbologia soterica cristiana.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7551" title="cristogramma" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/cristogramma.jpg" alt="cristogramma" width="190" height="190" /><br /> Monogramma costantiniano o cristogramma </em></p><p>Sotto questo segno, le truppe costantiniane vinsero la battaglia contro Massenzio. Eusebio disse di credere al racconto solo perché Costantino glielo aveva narrato sotto giuramento. L’Italia passò sotto il controllo di Costantino e la guardia di Massenzio, ovvero il corpo dei pretoriani, venne soppressa.</p><h3>Costantino imperatore</h3><p><strong>Costantino</strong> divenne unico <strong>imperatore</strong> dell’Occidente. Incontrò Licinio a <em>Mediolanum</em> nel 313 stringendo un’alleanza sancita dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino, Flavia Giulia Costanza. Massimino Daia, in risposta, si fece proclamare unico imperatore e conquistò Bisanzio. La successiva battaglia contro Licinio gli costò la vita. Gli Augusti in carica erano ora solo Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente.</p><p>La situazione di pace tra i due non era destinata a durare. Infatti gli anni successivi furono seguiti da ulteriori guerre che si conclusero solo nel 324 quando Licinio, assediato a Nicomedia, si consegnò a Costantino che lo inviò in esilio a Tessalonica. Costantino era ora l&#8217;unico padrone del mondo romano. L&#8217;anno seguente, nel 325, Licinio venne giustiziato per aver complottato ancora contro Costantino.</p><p>Ebbe termine la tetrarchia dioclezianea, ma l&#8217;Impero venne suddiviso in quattro prefetture (d’Oriente, d’Illiria, d’Italia e di Gallia), in cui la giurisdizione civile e giudiziaria erano affidate ad un prefetto del pretorio, cui erano subordinati i vicari delle diocesi ed i governatori delle province.</p><p>Costantino morì nel 337. Sembra non avesse ricevuto il battesimo se non in punto di morte. Il suo consigliere, il vescovo ariano Eusebio di Nicomedia, racconta di averlo battezzato egli stesso. Tuttavia su questo punto ci sono ancora molti dubbi. Si ricorda che fu Costantino stesso a presiedere il Concilio di Nicea nel 325 per combattere l’eresia ariana.</p><h4>L’Editto di Milano</h4><p><strong>Costantino</strong> è sicuramente importantissimo per il suo favore verso la chiesa cristiana. Nel 313 con l’<strong>Editto di Milano</strong>, rese tale religione tollerata nell’Impero e quindi non più perseguibile. I cristiani da questo momento poterono essere liberi di professare la propria religione senza paura di essere perseguitati. Nonostante ciò bisogna fare attenzione: Costantino non rese il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. Questo merito va attribuito invece a Teodosio I tramite l’Editto di Tessalonica del 380. Tale decreto dichiarava il credo niceno religione ufficiale dell&#8217;Impero, proibendo l’arianesimo e i culti pagani.</p><h3>Costantino costruttore di basiliche</h3><p>Le prime basiliche furono proprio costruite per volere di Costantino. Vennero così edificate a Roma la basilica del Salvatore (San Giovanni in Laterano) con il battistero ottagonale, la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di San Paolo fuori le Mura e quella di Santa Croce in Gerusalemme derivata da un sacello del Sessorium, il palazzo imperiale. A queste si aggiungono San Lorenzo fuori le Mura (San Lorenzo all’agro Verano), Sant’Agnese con mausoleo di Costanza, la basilica dei Santi Pietro e Marcellino con mausoleo di Elena e la basilica Apostolorum (San Sebastiano, sull’Appia). Queste ultime hanno una forma particolare: sono chiamate circiformi perché avevano la stessa configurazione dei circhi per le corse delle bighe.</p><p>Sono anche basiliche <em>ad corpus</em> ovvero costruite sopra le spoglie di un martire (in questo raggruppamento rientrano anche San Pietro e San Paolo).</p><p>In Palestina si ricordano la basilica della Natività di Betlemme e la basilica dell’Anastasis (o del Santo Sepolcro) a Gerusalemme. Infine a Costantinopoli, Costantino fece erigere l’Apostoleion a Costantinopoli in onore dei dodici Apostoli. Qui fece porre dodici stele in loro ricordo e qui si fece seppellire. Costantino diventava simbolicamente un Apostolo.</p><h4>Basilica di San Giovanni in Laterano</h4><p>La basilica di San Giovanni in Laterano è la cattedrale di Roma. Costantino ne ordinò la costruzione all&#8217;indomani della battaglia di Ponte Milvio, come ex voto a Cristo che aveva favorito la sua vittoria. La chiesa era infatti dedicata al Salvatore (Basilica Salvatoris) e solo in un secondo momento venne intitolata anche ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista.</p><p>Costantino fece erigere la basilica proprio sul luogo in cui si trovavano le caserme degli <em>equites singulares</em>, ovvero le guardie a cavallo dell’Imperatore Massenzio. Gli scavi infatti hanno rivelato i resti dei <em>castra nova equitum singularium</em>, ma anche resti di abitazioni ricche, con pavimenti in mosaico e pareti affrescate. Settimio Severo aveva donato delle abitazioni vicino ai castra ad alcuni suoi amici, tra i quali vi era un Sesto Laterano. Sembra che questi resti appartengano alla residenza dei Laterani.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7553" title="S. Giovanni" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/S.-Giovanni.jpg" alt="San Giovanni in Laterano costantiniana " width="500" height="382" /></em><br /> <em>San Giovanni in Laterano, la basilica costantiniana </em></p><p>La basilica era molto grande, formata da un’aula rettangolare, a cinque navate, con un’abside semicircolare e un transetto. Le colonne della navata centrale erano trenta, in marmo numidico, mentre le altre quarantadue colonne delle navate laterali erano in marmo di Tessaglia. Le pareti erano probabilmente ricoperte di <em>opus sectile</em> e nell&#8217;abside c’era un mosaico in foglia d’oro.</p><p>Costantino donò alla chiesa sette altari d’argento e un ciborio con le statue argentee di Cristo e degli Apostoli.</p><p>Nelle vicinanze Costantino edifica il grande palazzo imperiale, il Sessorium, da cui si svilupperà poi, con l’arrivo della reliquia della Santa Croce ritrovata dall’imperatrice Elena, madre di Costantino in Terrasanta, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme.</p><p>Nonostante il potere ecclesiastico si sia spostato nel corso dei secoli per una serie di eventi al Vaticano, San Giovanni rimane sede vescovile di Roma.</p><h4>Basilica di San Pietro in Vaticano</h4><p>Venne costruita sulla tomba dell’Apostolo Pietro, indicata dalla cosiddetta memoria, un’edicola posta in una piazzola nella necropoli Vaticana, ai margini del <em>Circus Neronis</em> vicino al quale sembra che l’Apostolo Pietro venne martirizzato. I lavori iniziarono probabilmente 319 ed il 326, concludendosi entro il 333.</p><p>Per la costruzione della basilica, Costantino fece spianare la necropoli che sorgeva sul colle Vaticano e che era ancora in uso. Tutto ciò poteva essere fatto solo da chi rivestiva la carica di <em>Pontifex Maximus</em>.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7554" title="san pietro" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/san-pietro.jpg" alt="San Pietro in Vaticano, basilica costantiniana" width="500" height="315" /><br /> San Pietro in Vaticano, basilica costantiniana</em></p><p>L’antica basilica è conosciuta solo tramite testimonianze iconografiche.</p><p>Era una basilica a cinque navate, con la centrale coperta da capriate. Numerose finestre illuminavano dalla parte alta della navata maggiore. Il transetto si incrociava con la navata centrale che terminava con un’abside decorata da mosaici che rappresentavano Cristo tra i Santi Pietro e Paolo in una <em>traditio legis</em> (sulla tipologia della <em>traditio legis</em> presente sulla Capsella di Samagher) in sostituzione forse di un originario mosaico color oro senza immagini.</p><p>La memoria dell&#8217;Apostolo, era solo un’edicoletta di II secolo, detta anche “trofeo di Gaio”.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7555" title="trofeo di gaio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/trofeo-di-gaio.jpg" alt="Trofeo di Gaio" width="250" height="372" /><br /> Trofeo di Gaio</em></p><p>La facciata presentava mosaici di V secolo ed era preceduta da un quadriportico dove sostavano i catecumeni durante la celebrazione dell&#8217;Eucarestia. All’interno vi era una fontana per le abluzioni purificatrici. Annessi alla basilica, si trovavano altri edifici tra cui un mausoleo noto come cappella di Santa Petronilla e un altro noto come Cappella di Sant’Andrea. L’obelisco, appartenente al Circo di Nerone, venne spostato nel 1586 al centro della nuova Piazza San Pietro. Il papato, che originariamente risiedeva presso la Basilica Lateranense, si trasferì al Vaticano solo dopo il periodo la cattività avignonese, ovvero dal 1377.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007550_costantino.html" data-text="Costantino" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007550_costantino.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007550_costantino.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Annibale: il condottiero che giurò eterno odio a Roma</title><link>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 Nov 2011 14:59:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category> <category><![CDATA[Annibale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6400</guid> <description><![CDATA[Annibale Quando si nomina Annibale, ancora oggi, si ha la visione e l’idea di un uomo di grande ingegno e soprattutto di grandi doti militari che ebbe la capacità in soli due anni, dal 218 a.C. al 216 a.C., cioè da quando iniziò la sua discesa in Italia fino alla vittoriosa battaglia di Canne, di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-6401" title="annibale" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/annibale.jpg" alt="annibale" width="600" height="434" /></p><h2>Annibale</h2><p>Quando si nomina Annibale, ancora oggi, si ha la visione e l’idea di un uomo di grande ingegno e soprattutto di grandi doti militari che ebbe la capacità in soli due anni, dal 218 a.C. al 216 a.C., cioè da quando iniziò la sua discesa in Italia fino alla vittoriosa battaglia di Canne, di entrare a far parte del gruppo dei grandi della storia dell’umanità.</p><p>Purtroppo, o per fortuna di Roma, la dea fortuna non è stata così tanto a lungo dalla sua parte, infatti sono ben noti gli esiti della seconda guerra punica, che portò definitivamente al successo dei Romani e all’eclissarsi di questo astro cartaginese.•</p><h3>Annibale nelle fonti: Cornelio Nepote e Tito Livio</h3><p>Sono numerosissime le testimonianze antiche riguardanti questo grande condottiero, sulla sua impressionante genialità militare e soprattutto riguardo la campagna militare condotta nella penisola italica. Fu però <strong>Cornelio Nepote</strong> l’unico a scrivere una biografia completa di questo uomo.</p><p>Il testo di Nepote, nel primo capitolo, ha la capacità di riassumere in pochissime righe le qualità del condottiero e i motivi per cui si ebbe la sua definitiva caduta: “Annibale, figlio di Amilcare, (era) cartaginese. Se è vero, cosa di cui nessuno dubita, che il popolo romano superò in valore tutti i popoli, è innegabile (lett.: non si deve negare) che Annibale di tanto superò in accortezza gli altri comandanti, di quanto il popolo romano supera in forza tutte le altre genti.</p><p>Infatti tutte le volte che (Annibale) si scontrò con esso in Italia, sempre (ne) uscì vincitore. E se non fosse stato indebolito dal malanimo dei suoi concittadini in patria, sembra che avrebbe potuto sconfiggere (definitivamente) i Romani. Ma la malignità di molti annientò il valore di uno solo. Costui però conservò l’odio paterno contro i Romani, lasciato(gli) come in eredità, a tal punto che depose prima di quello la vita, visto che egli, pur essendo stato scacciato dalla patria e pur essendo bisognoso degli aiuti altrui, non smise mai nel (suo) animo di combattere contro i Romani.”</p><p>Più avanti nel testo quando si appresta a raccontare della fine della presenza di Annibale in Italia, per richiesta esplicita di Cartagine, Cornelio Nepote renderà ancora più manifesti i motivi della sua profonda ammirazione per un uomo, che, sebbene fosse vissuto prima dello storico, era stato giurato nemico dell’Urbe; lo scrittore romano ci dice: “Basterà alludere ad una sola cosa, grazie alla quale si può facilmente comprendere la grandezza di quell’uomo: mentre era in Italia, nessuno poteva resistergli nel campo da combattimento e dopo la battaglia di Canne (216 a.C., Annibale annienta l’esercito guidato da Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo) nessuno si arrischiava a collocare il proprio campo di fronte al suo in un terreno pianeggiante.”</p><p>A quel punto fu richiamato in patria, per difenderla direttamente su suolo africano e fino a quel momento, stando sempre allo storico, “non aveva patito alcuna sconfitta”: ciò è indice del fatto che, nel corso della seconda guerra punica, si fosse diffusa un’idea di estrema ed indiscussa superiorità di quest’uomo.</p><p>Però è, con molta probabilità, lo storico Tito Livio a riconoscere il grande valore militare del cartaginese, ricordando il tributo che ricevette da parte del dittatore e suo acerrimo nemico Quinto Fabio Massimo che, durante un tragico ed accorato discorso tenuto in assemblea in occasione delle sue elezioni a console nel 215 a.C., pare abbia incoraggiato Roma ad adoperarsi per scegliere i capi migliori: “Come in questa guerra e con questo nemico, nessun generale commise mai un errore senza prevederne un grave disastro per noi, è opportuno che riflettiate sul voto per l’elezione dei consoli con la stessa attenzione che avete avuto quando siete partiti in armi per combattere, in modo tale che ognuno si rivolga a se stesso pensando di votare per un console che abbia la stessa grandezza di Annibale”.•</p><h3>Annibale, cresciuto nell’odio</h3><p>Nel XXI libro della Storia di Roma<strong> Tito Livio</strong> ci ripropone un ritratto di Annibale da adolescente, raccontando di come fosse il migliore soldato, sia in fanteria che in cavalleria, e di come nessuno fosse in grado di euguagliarlo. Annibale era nato a Cartagine nel 247 a.C. dal generale punico <strong>Amilcare Barca</strong> (Barak in cartaginese significa “fulmine”).</p><p>Crebbe, militarmente parlando, prima agli ordini del padre e poi fu sottoposto al cognato <strong>Asdrubale</strong>, ma ebbe comunque la grande capacità di dimostrare le proprie doti in armi, seppe conquistare la fiducia dei suoi uomini e ad avere l’appoggio delle popolazioni locali. Così, raggiunti i trent’anni, si armò e partì per quello che sarebbe sempre stato lo scopo principale della sua vita: distruggere Roma per vendicare la sua patria e la sconfitta del padre durante la prima guerra punica (264 a.C.-241 a.C.).</p><p>Poteva contare, senza ombra di dubbio, sull’appoggio indiscusso del Consiglio di Cartagine che gli lasciò grande libertà d’azione e soprattutto aveva ai suoi ordini un esercito ben addestrato e composto da elementi sia ispanici che africani. Ma più di tutto ciò che lo spingeva con grande ardore e fermezza erano certamente la sua forza interiore e psicologica alimentate dall’odio inestinguibile verso i romani, inculcatogli sin da bambino.</p><p>Tutti gli storici, che in modo più o meno prolisso, si occuparono del generale ci tramandano l’episodio del famoso giuramento tenuto presso l’altare di Cartagine.</p><p>Esistono diverse varianti dell’episodio: per Appiano non avrebbe mai smesso “di cospirare” contro Roma, per Valerio Massimo che avrebbe combattuto fino a che le forze gliel’avrebbero permesso, per Polibio che non sarebbe mai stato amico dei Romani. Quest’ultimo autore, inoltre, ci racconta che Amilcare fece odiare profondamente i romani sia al cognato Asdrubale sia al figlio Annibale, ma che il primo morì prematuramente senza poter mettere in pratica i suoi insegnamenti, mentre il giovane figlio ebbe tempo e modo di dimostrare pienamente come il suo unico scopo fosse la distruzione di Roma.</p><p>Il racconto, però, più completo dell’episodio del giuramento lo abbiamo da Cornelio Nepote; qui è lo stesso Annibale che lo racconta, al termine della propria vita, al re Antioco, dubbioso del suo sentimento avverso a Roma, inoltre il cartaginese assicura che mai e poi mai avrebbe disatteso la sua promessa al padre. Proclamato generale dell’esercito in Spagna, dopo la morte del cognato Asdrubale, mise in atto il suo piano, tanto atteso e desiderato, di conquista dell’Italia. Provocò la città iberica di Sagunto, alleata di Roma, con il pretesto che si trovasse a Sud del fiume Ebro e perciò non rientrasse nel territorio di pertinenza della città italica; il tutto si risolse con l’occupazione della città nel 219 a.C.</p><p>A questo punto nel 218 a.C. Annibale partì alla volta dell’Italia con un esercito di 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti; i cartaginesi superarono i Pirenei, evitarono uno scontro con i romani a Massalia (Marsiglia), risalirono il Rodano e valicarono le Alpi all’altezza di Moncenisio, stando a quanto riporta Tito Livio.</p><p>Il suo arrivo annunciato, ma non previsto con così grande rapidità, ebbe come effetto l’appoggio delle popolazioni celtiche della<strong> Gallia Cisalpina</strong> (Nord della penisola italiana), in precedenza alleate di Roma. Ovviamente il Senato ed il popolo romano si mostrarono attoniti e sbigottiti di fronte all’evento e alla prospettiva di un futuro attacco nella propria terra; il timore e la paura si impadronirono della città tanto che Tito Livio ci dice che “i Romani si trovarono a dover fare la guerra contro il mondo intero in Italia”.</p><p>Le arringhe ed i discorsi dei generali insistevano sul coraggio, sull’eroismo e sul patriottismo e sul fatto che i soldati, uscendo vittoriosi dalle battaglie, avrebbero garantito salvezza alle proprie famiglie; ma man mano che il nemico avanzava, riportando schiaccianti vittorie (<strong>Ticino</strong> e <strong>Trebbia</strong> nel 218 a.C., <strong>Trasimeno</strong> 217 a.C.) e soprattutto l’importantissima vittoria di <strong>Canne</strong> nel 216 a.C., il timore divenne vero e proprio terrore e l’angoscia dilagò in tutta Roma.</p><p>Mai fu tanto sentito il panico entro le mura di Roma “senza che la città fosse stata conquistata”, così ci testimonia Livio; infatti in breve tempo l’Urbe aveva visto spazzare via il grosso del suo esercito ed il fior fiore della classe dirigente che lo guidava.</p><p>Poi però Annibale si trovò bloccato in Campania senza poter effettuare l’attacco finale e decisivo contro i romani, nel frattempo in Spagna <strong>Publio Scipione Africano</strong> riportava una serie di successi e in Italia i consoli <strong>Livio Salinatore</strong> e <strong>Gaio Claudio Nerone</strong> sconfissero nel 207 a.C. a Metauro, nelle Marche, <strong>Asdrubale</strong>, fratello del generale punico, mentre stava giungendo con dei rinforzi.</p><h3>La fine di un grande condottiero</h3><p>Fu a questo punto che le sorti della guerra mutarono radicalmente e Roma tornò a prendere in mano le redini della situazione bellica, infatti la vittoria finale era solo questione di tempo. Nel 202 a.C. la battaglia di Zama, su suolo africano, in cui l’esercito punico di Annibale fu annientato da <strong>Scipione l’Africano</strong>, segnò la fine delle pretese imperialiste del partito più propenso alla guerra di Cartagine, guidato dai Barca.</p><p>Ma Roma non voleva e non poteva dimenticare i gravi abusi subiti e ovviamente la sua vittima fu Annibale; dopo <strong>Zama</strong> il generale punico tentò in ogni modo di convincere il Consiglio della città ad accettare le condizione imposte dal Senato romano per evitare guai molto più grandi.</p><p>Non fu più al comando dell’esercito, come era stato imposto dall’Urbe, fu però eletto cinque anni più tardi come suffeto, massima autorità civile cittadina; ma a Roma questo non bastava voleva la sua testa. Per circa dodici anni vagò per le corti dei sovrano orientali: prima in Siria da re Antioco, poi, dopo un breve soggiorno a Creta, giunse in Armenia da re Artassia, infine si diresse nella lontana <strong>Bitinia</strong> (attuale <strong>Anatolia</strong>), dove lo accolse <strong>re Prusia</strong>.</p><p>Il Senato di Roma lo raggiunse fin lì; infatti furono inviati degli emissari con l’esplicito intento di catturarlo, ma Annibale piuttosto che arrendersi preferì il suicidio. Era il 183 a.C.: caso sorprendente nella storia, fu anche l’anno di morte del suo più grande nemico, Scipione l’Africano, con il quale nonostante l’avversione, mantenne sempre una relazione di reciproco rispetto.</p><h3>Annibale: il giudizio della storia</h3><p>È noto che i vincitori scrivono la storia e generalmente essi risultano sempre migliori rispetto al proprio nemico, che viene volontariamente screditato; di solito ciò accade ma non viene manifestato come fu fatto invece, volontariamente, nei confronti di Annibale. Poiché i suoi meriti militari erano del tutto indiscutibili, la propaganda e la storiografia romana non hanno fatto altro che acuire ed ingigantire i tratti della nota crudeltà cartaginese, esasperandola in Annibale.</p><p>L’unica eccezione è quella di Cornelio Nepote che, nel suo Vite di uomini illustri, traccia un profilo del generale obiettivo e a volte sembra quasi mostrare una certa simpatia per lui. Però il giudizio più noto, perciò più decisivo, è quello di Tito Livio che afferma che le grandi doti di questo personaggio erano si eccezionali, ma allo stesso tempo controbilanciate da altrettante cattive qualità: perfidia, crudeltà disumana, mancanza di franchezza ed onestà, nessun timore e rispetto verso gli dei.</p><p>Diventati suoi tratti caratteristici, nei secoli fu marchiato d’infamia, tanto che anche gli storiografi moderni, riconoscendo le sue grandissime doti di combattente, non si sono mai esposti eccessivamente nel giudizio della sua persona: “un grande uomo nel vero senso della parola” fu il giudizio di Theodor Mommsen nell’Ottocento.Comunque sia stata l’effettiva indole di Annibale è insindacabile la sua capacità di essere entrato a pieno diritto nel numero dei grandi uomini della storia delle civiltà.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html" data-text="Annibale: il condottiero che giurò eterno odio a Roma" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006400_annibale-il-condottiero-che-giuro-eterno-odio-a-roma.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Aureliano</title><link>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 18:41:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - A]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6193</guid> <description><![CDATA[Carta d&#8217;identità Nome: Lucio Domizio Aureliano &#8211; Lucius Domitius Aurelianus Nascita: Sirmio, 9 settembre 214 o 215 Morte: vicino Bisanzio, 25 settembre 275 Famiglia: moglie Ulpia Severina L’ imperatore Aureliano: Sol Dominus Imperi Romani Lucio Domizio Aureliano non era originario di Sirmium, come molti hanno pensato, basandosi su di una falsa tradizione, ma proveniva da [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6195" title="Aureliano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Aureliano.jpg" alt="" width="400" height="338" /></strong></p><p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p><ul><li><strong>Nome</strong>: Lucio Domizio Aureliano &#8211; Lucius Domitius Aurelianus</li><li><strong>Nascita</strong>: Sirmio, 9 settembre 214 o 215</li><li><strong>Morte</strong>: vicino Bisanzio, 25 settembre 275</li><li><strong>Famiglia</strong>: moglie Ulpia Severina</li></ul><h2>L’ imperatore Aureliano: Sol Dominus Imperi Romani</h2><p>Lucio Domizio Aureliano non era originario di <em>Sirmium</em>, come molti hanno pensato, basandosi su di una falsa tradizione, ma proveniva da un’area ancora più ad Est, precisamente dalla Mesia Inferiore. Le sue origini erano molto umili, nato da due poveri genitori nel 214 d.C., non sappiamo come e a che età abbia iniziato la sua attività nell’esercito di Roma; le poche informazioni che abbiamo provengono quasi tutte dalla <em>Storia Augusta</em>, ma sono una serie di favole fantasiose senza alcun fondamento reale e storico.</p><p>Per certo sappiamo che nel 268 d.C. comandò una cavalleria dell’esercito romano in Italia Settentrionale, quando ci fu la rivolta capeggiata da Aureolo contro l’imperatore <strong>Gallieno</strong>. Aureliano riuscì a domare i ribelli e a porre fine alle loro scorribande e guerriglie, grazie anche all’aiuto del suo compatriota <strong>Claudio Gotico</strong>.</p><p>Claudio, con la collaborazione dell’amico Aureliano, congiurò contro lo stesso Gallieno e lo sostituì al soglio imperiale: questo intervento portò Aureliano a ricevere la nomina di <em>Maestro della Cavalleria</em>, un’alta carica onorifica per l’epoca.</p><p>Quando Claudio, nel 270 d.C., morì per la peste, il non più giovanissimo Aureliano si affrettò a concludere la guerra contro le popolazioni gotiche, ponendo fine agli assedi delle città di <strong>Nicopolis</strong> e <strong>Anchialus</strong>.</p><p>Dovette fronteggiare Quintillo, fratello del defunto imperatore, che rivendicava la legittimità al trono dato il legame di parentela con Claudio, ma Aureliano riuscì a dimostrare che era lui stesso che Claudio aveva designato come suo successore: ottenne di essere elevato al trono a Sirmium, ma mancava l’ approvazione del Senato, era dunque necessario andare a Roma.</p><h3>Arrivo in Italia e nomina a Imperator</h3><p>Gli Iutungi, che dopo aver attraversato il Brennero, contavano di dilagare in Italia, non appena seppero dell’imminente arrivo del nuovo imperatore cominciarono a ritirarsi, contando almeno di poter portare via un ricco bottino.</p><p>Aureliano, però, ne intercettò il passaggio e, mentre stavano per attraversare il Danubio, gli inflisse una durissima e sonora sconfitta tanto che i barbari si affrettarono ad inviare degli ambasciatori per stipulare una nuova pace, nuovi accordi con Roma e di poter, comunque, continuare a ricevere dei sussidi che l’impero fino a quel momento gli aveva concesso.</p><p>Desippo, uno storico, ci fornisce una dettagliate descrizione dell’incontro della delegazione con il nuovo <em>Augustus</em>: Aureliano stava seduto su di una piattaforma con indosso la porpora imperiale ed tutto intorno a lui si trovava l’esercito schierato, questo era lo spettacolo di magnificenza e di grandezza che gli emissari barbari si trovarono davanti agli occhi.</p><p>Ovviamente le richieste furono tutte respinte senza alcun spiraglio di speranza: gli fu solo concesso di ritornare alle proprie terre natie senza che venisse fatto nessuno prigioniero, dando comunque prova della magnanimità dell’imperatore verso gli insorti.</p><p>Dopo questo evento Aureliano giunse a Roma, dove il Senato, senza grande entusiasmo visto che la scelta del successore di Claudio si mostrava troppo forzata, lo accettò e confermò la sua nomina imperiale, che di fatto in questo modo era stata definitivamente legalizzata secondo lo <em>ius</em> romano.</p><h3>Guerre contro i barbari e rivolta di Roma</h3><p>Quasi subito dovette rimettersi in marcia verso le regioni settentrionali a causa di nuove rivolte dei popoli barbari, che stavano diventando sempre più pressanti e le loro ribellioni erano oramai all’ordine del giorno. Questa volta erano i Vandali, altra popolazione di stirpe germanica, a tentare l’opposizione al potere centrale di Roma. Per evitare che i nemici si approvvigionassero in qualche modo, l’imperatore ordinò ai governatori e ai generali della Pannonia Superiore ed Inferiore di portare entro le mura delle città tutte le vettovaglie.</p><p>Quando Aureliano arrivò inflisse ai suoi nemici una durissima sconfitta, tanto che i barbari addirittura implorarono la pace. Stando alle fonti, l’imperatore sottopose le richieste ai suoi soldati che decisero di accoglierle. I Vandali poterono tornare nelle loro terre, ma in cambio dovevano lasciare i loro figli in ostaggio e fornire duemila uomini alla cavalleria romana; pare, però, che cinquecento barbari si opposero e furono condannati a morte.</p><p>Non appena risolta questa minaccia, ecco che una nuova invasione era stata organizzata lungo il Danubio: questa volta si trattava dei Marcomanni, degli Alamanni e forse di nuovo degli Iutungi, che dilagarono nella penisola italica.</p><p>Aureliano dovette abbandonare in tutta fredda la Pannonia per tornare in Italia, dove si scontrò con i barbari a <strong>Placentia</strong>. Le linee nemiche cominciarono a ritirarsi in direzione delle Alpi, ma la sorte volle un capovolgimento della vicenda: l’imperatore fu sorpreso in un’imboscata e ciò causò la diffusione della paura che raggiunse anche Roma, dove ci furono disordini sanguinosi.</p><p>Sembra che la sommossa a Roma partì da un tale Felicissimo, <em>rationalis summae rei</em> (capo della zecca) o in seguito alla morte di questo: ad ogni modo i movimenti di rivolta sorsero all’interno della zecca, perché un alto numero di dipendenti era stato licenziato.</p><p>Apparentemente il motivo scatenante che portò al licenziamento in tronco era stato l’abbassamento del tenore della lega per proprio utile, senza nessuna concessione od ordine imperiale. La ribellione si diffuse molto rapidamente e, a quanto pare, sostenuta da alcuni esponenti del Senato, che volevano approfittare della situazione per indebolire la posizione dell’imperatore. Aureliano, frattanto, era riuscito a risollevare le sue sorti al frone, poichè i Germani si erano divisi in più gruppi compiendo continue scorribande in lungo ed in largo per avidità.</p><p>Questo giocò a favore dell’ imperatore, che li sconfisse ripetutamente in più luoghi, al fiume Metauro, al Fanum Fortunae e a Ticinum, tanto che. Secondo quanto tramandato, ben pochi furono i sopravvissuti che poterono fare ritorno a casa. L’imperatore non li inseguì oltre le Alpi visti i ben più gravi problemi che lo attendevano nell’Urbe, cuore pulsante del suo regno.</p><p>I dipendenti ed ex dipendenti della zecca, con tutti i loro sostenitori, si erano asserragliati sul Celio, dopo una serie di sconfitte; qui furono sconfitti ed un certo numero di senatori, che aveva sostenuto la rivolta, fu ucciso o, nella migliore delle ipotesi, subì la confisca di tutti i propri beni.</p><h3>Costruzione della nuova cinta muraria e scelte politiche di Aureliano</h3><p>L’intera vicenda, comunque, non era altro che un effetto collaterale delle continue pressioni dei barbari e delle loro pressanti minacce di continue invasioni entro il <em>limes</em> dell’impero. Proprio per questo motivo Aureliano decise, nel 271 d.C., di far costruire intorno al perimetro cittadino una nuova cinta muraria.</p><p>Snodandosi per dodici miglia (un’estensione di gran lunga superiore alla cinta muraria di Servio Tullio), la cinta aveva uno spessore di dodici piedi e un’altezza, in molti punti, di venti piedi; inoltre era munita di diciotto porte (semplici o doppie) sormontate da torri di guardia, munite di artiglieria pesante per la difesa.</p><p>Il muro di per sé non costituiva una fortificazione massiccia, in quanto doveva soltanto servire da tempestiva difesa per un attacco nemico, che tra l’altro non era provvisto di macchine d’assedio, ma era temibile nel corpo a corpo. A tale proposito era di fondamentale importanza la disposizione delle macchine da guerra che doveva essere la più semplice possibile, perciò per la costruzione si decise di usare manodopera civile anche perché i soldati erano di primaria importanza altrove.</p><p>Infatti oltre che dai barbari Aureliano era afflitto anche da una serie di usurpatori interni: Settimio in Dalmazia, Domiziano in Gallia Meridionale (probabilmente i generale vincitore sui Macriani all’epoca di Gallieno) e un tale Urbano.</p><p>Ma questi erano fuochi di paglia in confronto ad alcuni secessionisti in Oriente.</p><h3>Guerra contro la regina Zenobia e Tetrico</h3><p>Le province orientali erano governate, come se fossero uno stato indipendente, dalla regina Zenobia e dal figlio Vaballato Atenodoro, che avevano stabilito la capitale nella città di Palmira e proclamandosi <em>Augusti</em> nel 271 d.C. Nello stesso tempo un certo Tetrico governava uno  stato secessionista gallo-romano in prossimità del fiume Reno, instaurato da Postumo e ancora esistente anche se con dimensioni decisamente ridotte.</p><p>Aureliano aveva stabilito di eliminare entrambi i due regni e si mise subito in azione, organizzando le operazioni contro lo stato palmireno.</p><p>Nel 271 d.C. l’imperatore si mise in marcia verso l’Oriente: durante il suo tragitto si scontrò e sconfisse prima i predoni Traci sul Danubio, poi i Goti che razziavano le terre presso la sponda settentrionale sempre del Danubio: dopo questi importantissimi successi l’imperatore potè fregiarsi del titolo di Gotico Massimo, che fu ampliamente meritato visto che per molti anni a seguire questi popoli non tentarono più di opporsi a Roma.</p><p>Nonostante queste schiaccianti vittorie, Aureliano decise di lasciare ai Goti la Dacia che fu la prima provincia, insieme agli Agri Decumantes, in Germania, ad essere abbandonata.</p><p>Dopotutto la Dacia era sempre troppo esposta a rischiosi attacchi esterni per poter essere difesa, visto che una buona parte della guarnigione era stata ritirata; con questa intelligente mossa Aureliano arretrò la frontiera, evacuando gli abitanti oltre la riva destra dove creò due nuove province la <em>Dacia Ripendis</em> e la <em>Dacia Mediterranea</em>, ricavate dai territori della Moesia e della Tracia.</p><p>Fatto ciò, l’imperatore continuò la sua avanzata verso Palmira: recuperò senza ostacoli l’Asia Minore, ad eccezione dell’opposizione della città di Tyana, che fu saccheggiata dai soldati romani.</p><p>Questo suo atteggiamento moderato spinse molte altre città ad aprire spontaneamente le loro porte ed anche l’Egitto si arrese senza opporre resistenza al generale Probo. In Siria, presso l’Oronte, l’imperatore affrontò l’esercito condotto dal generale Zabdas, la cui cavalleria pesante nulla potè contro la forte e agile cavalleria romana. Nei mesi successivi fu acclamato ad Antiochia e riportò una nuova vittoria ad Emesa, dopo aver ricevuto rinforzi da varie regioni orientali.</p><p>Inseguì Zenobia fino alla città di Palmira, dove la regina si preparava a difendersi dall’attacco, ma fu catturata mentre cercava di chiedere il sostegno dei Persiani. Fu sottoposta ad un processo, durante il quale addossò la colpa della sua ascesa politica al suo consigliere Cassio Longino, che per questo fu condannato a morte, mentre la regina non fu destituita dietro la solenne promessa di non ribellarsi più.</p><p>Ovviamente le cose non andarono così: non appena Aureliano fece il suo ritorno in Occidente, Zenobia insieme a Firmo, proveniente dall’Egitto, si apprestò a muovere guerra contro Marcellino, generale preposto dall’imperatore al controllo dell’Oriente.</p><p>Aureliano tornò in tutta fretta in Oriente, dove mise a ferro e a fuoco <strong>Palmira</strong> e Firmo, per non essere catturato, si suicidò.</p><p>Nel frattempo, in Occidente, Tetrico nel corso di una battaglia ai <strong>Campi Catalaunici</strong> (274 d.C.) passò inaspettatamente dalla parte dell’imperatore disertando i suoi stessi soldati. Oramai, caduti tutti i suoi nemici, Aureliano poteva dire di aver riunificato così l’impero; celebrò a Roma un grande trionfo, che fu ornato dal mostrare al popolo gli sconfitti Tetrico, Zenobia e il figlio di lei.</p><p>Tuttavia vennero risparmiati: Tetrico fu nominato <em>corrector</em> (governatore) della Lucania in Italia Meridionale, Zenobia fu mandata a Tibur, nel Lazio, e data in sposa ad un senatore romano.</p><p>Questa è la sorte beffarda toccata alla donna definita da Edward Gibbons “l’unica eroina del mondo antico”.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-6197" title="Aureliano2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Aureliano2.jpg" alt="Aureliano" width="280" height="420" /></p><h3>Riorganizzazione monetaria e religiosa</h3><p>Al termine delle grandi guerre, Aureliano dovette affrontare il grave cruccio della crisi economica, a tal proposito studiò una riorganizzazione monetaria. La terribile inflazione che aveva colpito i prezzi di tutti i beni di consumo, anche quelli di prima necessità, era dovuta allo scadimento della lega utilizzata nelle coniazioni.</p><p>La ripresa dei commerci sarebbe stata possibile solo con la coniazioni di monete di vero argento o di monete auree ampie e di giusto peso; purtroppo non era possibile praticare nessuna delle due opzioni in quanto non era facile reperire metallo prezioso in quantità adeguate.</p><p>Tuttavia le monete introdotte nel mercato dall’imperatore, èer quanto non di ottimo metallo, avevano un aspetto migliore delle vecchie e portavano impresso il valore nominale, fissato con riferimento all’oro. Queste misure sono state possibili grazie al completo recupero dell’Oriente, che assicurava entrate più solide nelle casse imperiali: in questo modo Aureliano riuscì a ristabilizzare la situazione economica dell’impero.</p><p>Nell’Urbe furono introdotti provvedimenti per evitare che si speculasse sul prezzo del pane, furono riorganizzate le distribuzioni aggiungendo sale, olio e carne di maiale. Per assicurare l’arrivo delle provviste a Roma furono risistemate le banchine e fu ripulito il letto del fiume Tevere, mentre in altre terre d’Italia furono coltivati nuovamente appezzamenti da tempo abbandonati, cercando di abbassare anche il prezzo del vino.</p><p>Anche in ambito religioso l’imperatore apportò una grande innovazione. Da molto tempo in tutto l’impero si stava diffondendo il culto del sole, in relazione alla sempre più grande diffusione di religioni monoteistiche, che si stavano facendo sempre più spazio nell’ideologia pagana.</p><p>A tal proposito un passo importante fu fatto da Aureliano, che introdusse il ufficialmente il culto del <em>Sol Invictus</em>, dotandolo di un grandissimo tempio a Roma e di un collegio sacerdotale.</p><p>La regione danubiana, che aveva dato i natali ad Aureliano, già da tempo era dedita al culto solare e nel corso delle campagne orientali, ad Emesa e a Palmira, centri di teologia solare, l’imperatore era entrato nuovamente in contatto con questo culto. Già Eliogabalo aveva tentato, senza successo, di sostituire i vecchi e tradizionali culti pagani di Roma con la religione del sole originaria di Emesa; Aureliano ebbe il buon senso di non cancellare la religione tradizionale, ma di aggiungere a questa il nuovo culto e ponendo il dio Sole a “capo” di tutto il pantheon romano.</p><p>Per la prima volta il sole apparve sul rovescio delle monete bronzee con l’ incisione <em>Sol Dominus Imperi Romani</em> e lo stesso imperatore fu sacerdote del dio. Il culto del <em>Sol Invictus </em>fu prescritto nell’esercito ed il suo simbolo assunto su tutte le insegne militari.</p><h3>Fine del regno di Aureliano</h3><p>Nel 274 d.C. Aureliano dovette muovere verso Lugdunum (Lione) per sedare dei disordini e per scacciare i barbari, che avevano invaso la Rezia. Le ambizioni però lo spingevano, nel corso del 275 d.C., di nuovo in Oriente, desiderando riconquistare la Mesopotamia, allora sotto il dominio dei Parti.</p><p>Quando giunse in Tracia però avvenne qualcosa di inaspettato: Eros, il suo segretario, gli aveva mentito su una questione importante, perciò stava per subire una dura punizione.</p><p>Per difendersi Eros disse ad alcuni pretoriani che i loro nomi comparivano su di una lista nera con l’intento di condannarli a morte: così accadde che gli ufficiali, per paura e forse con la coscienza non proprio pulita, tennero conto dell’avvertimento ed uno di loro, il trace Mucapor, assassinò Aureliano.</p><p>Il suo regno era durato solo cinque anni, ma molti erano stati i risultati: aveva riorganizzato e riunificato un impero che si era ormai spinto sulla via della distruzione.</p><p>La <em>Storia Augusta </em>ci tramanda che era stato definito <em>manu ad ferrum</em> (mano alla spada) e lo indica come u imperatore più che buono necessario per quei tempi bui e di continui disordini.</p><p>I senatori pare che ne fossero terrorizzati e per questo lo rispettavano, ma non lo amavano; addirittura una delle fonti ci informa che una volta abbia umiliato la moglie Ulpia Severina, perché una volta che gli chiese in dono della seta purpurea, le abbia risposto “Dio proibì che un tessuto valesse quanto il suo peso in oro”.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html" data-text="Aureliano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006193_aureliano.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006193_aureliano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Filippo l’arabo</title><link>http://www.archeoguida.it/006187_filippo-l-arabo.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006187_filippo-l-arabo.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 17:52:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - F]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6187</guid> <description><![CDATA[Busto di Filippo l&#8217;arabo, da Castel Porziano Carta d&#8217;identità Nome: Marco Giulio Filippo Nascita: Shahba, nel 204 circa Morte: Verona, nel 249 Famiglia: padre Giulio Marino; moglie Marcia Otacilia Severa; figli Marco Giulio Severo, Filippo, Severina Origini dell&#8217;imperatore Filippo Filippo nasceva nel 204 d.C. in una città della Traconitide; era figlio di un capo arabo locale di nome Marino, che era [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6188" title="filippo_l-arabo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/filippo_l-arabo.jpg" alt="Filippo I l’Arabo" width="600" height="693" /></em><br /> <em> Busto di Filippo l&#8217;arabo, da Castel Porziano</em></p><p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p><ul><li><strong>Nome: Marco Giulio Filippo</strong></li><li><strong>Nascita</strong>: Shahba, nel 204 circa</li><li><strong>Morte</strong>: Verona, nel 249</li><li><strong>Famiglia</strong>: padre Giulio Marino; moglie Marcia Otacilia Severa; figli Marco Giulio Severo, Filippo, Severina</li></ul><h2>Origini dell&#8217;imperatore Filippo</h2><p>Filippo nasceva nel 204 d.C. in una città della <strong>Traconitide</strong>; era figlio di un capo arabo locale di nome <strong>Marino</strong>, che era divenuto un <em>eques</em> romano. In qualità di prefetto del pretorio delegato accompagna<strong> Gordiano III</strong> nella sua spedizione in Oriente; alla fine del 243 d.C. diventava prefetto del pretorio a tutti gli effetti al posto di <strong>Timesiteo</strong>, della cui morte è stato anche ritenuto il sospetto principale.</p><p>Accresciuto il suo potere considerevolmente, diede avvio al suo piano per scalzare dal trono il giovane imperatore incolpandolo della scarsità degli approvvigionamenti per i soldati, dovuta al mancato arrivo delle navi granarie. Poco tempo dopo Gordiano morì e perciò l’accusa ricadde sulla testa di Filippo, che in Senato riuscì a difendersi e a dimostrare la sua innocenza, sostenendo che la prematura morte dell’imperatore era da attribuire a cause naturali; addirittura si presentava come il principale sostenitore della divinizzazione del <em>princeps</em>.</p><p>Il Senato accolse la richiesta di Filippo, con cui aveva stabilito ottimi rapporti ed accettò la sua richiesta di essere scelto come successore al trono.</p><h3>Attività politica e accrescimento del potere della famiglia imperiale</h3><p>La sua prima azione politica fu la firma di un accordo con l’impero dei <strong>Persiani</strong>; il trattato però era stato raggiunto frettolosamente perché forte era il desiderio del nuovo imperatore di farsi vedere nella città eterna. Comunque le condizioni non si presentavano del tutto sfavorevoli ai Romani: l’Urbe conservava una sorta di controllo sull’Armenia Maggiore ed un controllo diretto sull’Armenia Minore e sulla Mesopotamia fino alla città di Singara, per questo motivo Filippo si attribuì il titolo di <em>Persicus Maximus</em>.</p><p>Il suo favoritismo nei confronti dei membri della sua famiglia furono sempre molto evidenti e manifesti: basti pensare che attribuì al fratello <strong>Gaio Giulio Prisco</strong> e al suocero <strong>Severiano</strong> i governatorati rispettivamente della Mesopotamia e della Mesia.</p><p>La sua intenzione era quella di fondare una nuova dinastia, infatti fece acclamare da subito il figlio<strong> Filippo Minore Cesare</strong> e <strong>Principe della Gioventù</strong> e da quel momento tutti i decreti erano firmati congiuntamente dal padre e dal figlio. La moglie, Otacilla Severa, fu insignita del titolo di Augusta e le monete dell’epoca riportano i ritratti della sposa imperiale e del proprio consorte o figlio.</p><p>Per accrescere ancora di più il lustro della propria famiglia attribuì onori divini al padre Marino, il cui busto ornava le monete coniate nella città natale di Filippo, elevata a rango di colonia con il nome di <strong><em>Philippopolis</em></strong>.</p><h3>Campagne militari di Filippo e duplice principato</h3><p>I Carpi, popolazione dacica, superarono il Danubio; nessuno riuscì ad arrestare la loro avanzata tanto che lo stesso imperatore nel 245 d.C. lasciò Roma per far fronte a questa gravissima minaccia. La presenza imperiale in Dacia nel 246 d.C. è stata confermata dalla concessione alla provincia di battere moneta propria.</p><p>Nello stesso anno si dovette fronteggiare anche la minaccia di popolazioni germaniche, forse i Quadi, dal momento che in quel periodo il <em>princeps </em>assunse il titolo di <em>Germanicus Maximus</em>; l’anno successivo, 247 d.C., fu acclamato come <em>Carpicus Maximus</em> dimostrazione del fatto che riportò un’importantissima vittoria sui Carpi, che furono costretti ad implorare il perdono imperiale.</p><p>Una volta a Roma l’imperatore, approfittando delle numerose ed importanti vittorie riportate, approfittò per elevare Filippo Minore al rango di Augusto e di pontefice massimo, in modo da acquisire gli stessi poteri paterni, dando avvio ad un duplice principato in termini giuridici ma non di fatto visto la giovane età del “nuovo” Augusto.</p><p>Nel 248 d.C. i due Filippi assunsero il consolato insieme, il padre per la terza volta ed il giovane figlio per la seconda, ma il fatto più importante fu un altro: il 248 d.C. era, secondo i calcoli di Varrone (27 a.C.) il millesimo anno di vita di Roma.</p><p>L’evento fu celebrato in pompa magna e che ad oggi si riflette nella cospicua emissione monetale che s’è conservata.</p><p>Stando alle fonti furono celebrate numerosissime cerimonie religiose tradizionali e furono istituiti una serie di ludi nel Circo Massimo, nella cui arena per la particolare occasione furono portati una serie di animali esotici, radunati precedentemente da Gordiano III per celebrare il suo trionfo persiano, mai avvenuto.</p><p>Oltretutto tutte le monete coniate a Roma all’epoca riportano nel loro rovescio diverse figure animali: ippopotami, cervi, leoni tanto per citarne alcuni.</p><p>Questa dimostrazione di sfarzo e di ricchezza rientrava nell’ambito della propaganda imperiale che aveva il preciso intento di far credere alla popolazione che Roma sarebbe stata davvero eterna e che niente e nessuno, neppure la crisi che si viveva, avrebbe potuto intaccare questo solido e saldo gigante.</p><p>Ma era solo un ottimismo momentaneo e prematuro: infatti nell’anno dei Giochi Secolari in almeno tre province alcuni capi militari assunsero la porpora, continuando la tendenza delle singole guarnigioni ad acclamare imperatore il proprio generale, rendendo sempre più allarmante la situazione del potere imperiale.</p><h3>Gli anni della crisi e la fine dell’impero di Filippo</h3><p>Al principio dell’estate le notizie che giungevano a Roma erano sempre più allarmanti: alcune legioni stanziate lungo il Danubio, consce del ruolo fondamentale e dell’importanza che avevano nella difesa del <em>limes, </em>avevano elevato al seggio imperiale un ufficiale di nome Pacaziano: monete, coniate in Moesia, che commemoravano il millenario di Roma, riportavano il busto di questo personaggio.</p><p>Questa instabilità ed insurrezione dell’esercito verso il potere centrale non fece altro che spingere i <strong>Goti</strong>, che non ricevevano il contributo annuale concessogli da <strong>Gordiano III</strong>, a dilagare lungo i confini e a superare il <strong>Danubio</strong> occupando la <strong>Moesia Inferiore</strong>. Ad essi si unirono altre popolazioni germaniche, tra cui i Carpi; però nonostante fossero così numerosi i nemici di Roma furono fermati a Marcianopoli, grazie alle sofisticate macchine d’assedio romane.</p><p>Allo stesso tempo la situazione si presentava molto difficile anche in Oriente dove Gaio Giulio Prisco, fratello di Filippo, era stato proclamato <em>praefectus praetorio rectorque orientis </em>(prefetto del pretorio e governatore d’Oriente) divenendo, così, comandante supremo di tutta l’area.</p><p>I suoi metodi di governo, però, crearono un forte stato di malcontento e spinsero i soldati a proclamare, nella Siria Settentrionale, un certo Iotapiano nuovo imperatore. A quanto pare Iotapiano aveva rapporti di parentela sia con Severo Alessandro, sia con la case regnante di <strong>Commagene</strong>.</p><p>Prevedendo che <strong>Pacaziano</strong> ad Occidente e <strong>Iotapiano</strong> in Oriente avrebbero condotto allo smembramento dell’impero, Filippo, sentendosi con l’acqua alla gola, decise, stando alle fonti, di dimettersi esprimendosi in modo molto amareggiato e sconfitto in Senato.</p><p>La proposta fu accolta in silenzio, ma il prefetto dell’urbe Decio si oppose a questa aria di sconfitta prematura, sostenendo che Pacaziano non aveva né le qualità né la forza di poter regnare e che sicuramente sarebbe stato annientato dai suoi stessi uomini: così effettivamente avvenne e tale sorte toccò anche a Iotapiano in Oriente.</p><p>Filippo rimaneva preoccupatissimo per la situazione delle province danubiane e per cercare di mettere riparo alla falla ordinò che a capo delle truppe fosse posto Decio, che andava a sostituire Severiano, che era accusato di non fronteggiare con sicurezza i Goti dato che molti suoi uomini erano passati dalla parte dei barbari.</p><p>Decio, nuovo comandante supremo in Mesia ed in Pannonia, riportò disciplina nelle sue truppe tanto che i suoi soldati decisero di acclamare lui come nuovo imperatore.</p><p>Nonostante le assicurazioni del suo generale, Filippo non si sentiva più sicuro nemmeno di Decio e decise di affrontarlo in battaglia, ma non avendo buone capacità di condottiero e data la sua fragile salute morì combattendo a Verona.</p><p>La stessa sorte la subì il figlio, a meno che non si voglia credere all’altro filone della tradizione che narra che dopo la battaglia fu condotto dai pretoriani al campo militare dove lo uccisero.</p><h3>Informazioni dalle fonti</h3><p>Se si deve credere ad Eusebio, Filippo sarebbe stato il primo imperatore cristiano di Roma, ma non se ne ha la certezza assoluta. Tutto quello che si può affermare è che, a differenza del suo successore Decio che perseguitò i cristiani, Filippo si mostrò sempre tollerante verso di loro: questa era l’opinione di Dioniso, vescovo di Alessandria che visse durante il suo impero.</p><p>Secondo un testo dell’epoca intitolato <em>Al Sovrano</em>, pare che Filippo, seguendo i precetti della filosofia stoica, abbia governato cercando di attenuare le ingiustizie e di far quadrare l’amministrazione del governo.</p><p>Cercò di prevenire gli abusi nella gestione del tesoro imperiale e alcuni suoi regolamenti per la salvaguardia dei diritti civili furono mantenuti più tardi da Giustiniano nel suo codice di leggi. Si interessò anche del mantenimento dei monumenti urbani migliorando gli impianti idrici di alcune regioni cittadine.</p><p>Sappiano per certo che si adoperò contro qualsiasi forma di ingiustizia messa in atto dai suoi capi militari e dai suoi governatori, ma sulla sua testa rimase sempre la dubbia ombra del sospetto della morte di Gordiano III.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006187_filippo-l-arabo.html" data-text="Filippo l’arabo" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006187_filippo-l-arabo.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006187_filippo-l-arabo.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Shamshi</title><link>http://www.archeoguida.it/005965_shamshi.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005965_shamshi.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 05 Sep 2011 10:08:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Marta Licata</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - S]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5965</guid> <description><![CDATA[Shamshi, la regina prigioniera: indagine storica e archeologica sulla rappresentazione della prigioniera deportata dall’esercito assiro. Al British Museum è conservata l’immagine di una donna scolpita su una lastra in alabastro. Si tratta della regina araba Shamshi, e il rilievo che la rappresenta è originario del Palazzo Centrale di Nimrud, residenza del sovrano assiro Tiglatpileser III. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-5966" title="shamshi" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/shamshi.jpg" alt="shamshi" width="600" height="800" /></strong></p><p align="JUSTIFY"><strong>Shamshi, la regina prigioniera: i</strong><em><strong>ndagine storica e archeologica sulla rappresentazione della prigioniera deportata dall’esercito assiro. </strong></em></p><p align="JUSTIFY">Al <strong>British Museum</strong> è conservata l’immagine di una donna scolpita su una lastra in alabastro. Si tratta della regina araba <strong>Shamshi</strong>, e il rilievo che la rappresenta è originario del Palazzo Centrale di <strong>Nimrud</strong>, residenza del sovrano assiro <strong>Tiglatpileser III</strong>. La figura di Shamshi risulta qui vestita come tutte le prigioniere che si vedono nei rilievi neoassiri, ovvero con una tunica semplice, liscia dai bordi frangiati ma, a differenza delle altre deportate, è l’unica che indossa due gioielli identificabili con due bracciali o due fasce di bracciali a barretta semplice. Il fatto poi che la sua figura sia isolata e non all’interno di lunghe file di deportati, potrebbe sottintendere una condizione di superiorità.</p><p align="JUSTIFY">La figura della nostra prigioniera è inoltre seguita da diverse raffigurazioni di animali, verosimilmente parte dei tributi legati alla conquista araba, che evidenzierebbero le origini arabe della donna. Ma, al di là del fatto che questa fosse regina già prima della cattura, è importante considerare come alcune fonti dimostrino che Shamshi diventò anche regina d’Assiria. Fu infatti regina degli Arabi durante il regno di Tiglatpileser III e i primi documenti in cui viene citata sono proprio gli annali di questi, nella parte dedicata ai bottini:</p><blockquote><p align="JUSTIFY">“<em>…catturai Shamshi, regina degli Arabi, presi 1000 persone, 30.000 cammelli, 5000 sacchi di spezie[…]il piedistallo della divinità, le loro armi. E lei </em>(Shamshi, nda) <em>come un asino fuggì nel deserto, in un luogo asciutto. Il resto dei suoi beni e le tende, che è la salvezza del suo popolo io le ho bruciate. E lei mi ha dato i suoi cammelli e le sue giovani, io ho nominato un governatore accanto a lei”</em>.</p></blockquote><p align="JUSTIFY">L’iscrizione, seppur frammentaria, fa proprio riferimento agli elementi evidenti nel rilievo, ovvero gli animali, che rappresenterebbero il bottino descritto, e la figura isolata, che a questo punto indicherebbe non tanto la condizione di superiorità quanto la fuga di Shamshi. Inoltre, nell’ iscrizione vengono citate le giovani donne lasciate dalla regina al nemico, probabilmente inservienti o comunque parte del suo seguito.</p><p align="JUSTIFY">Purtroppo sulla regina Shamshi sono pervenute poche informazioni, ma si presume che essa, una volta imprigionata, abbia assunto il ruolo di <em>š</em><em>a egallu (mi egal ) </em>alla corte di Tiglatpileser III, termine che era utilizzato per indicare le regine e le donne straniere . Il termine tradotto indicherebbe infatti proprio una consorte o una donna straniera. Si può comunque supporre che essa sia diventata una <em>š</em><em>a egallu </em>e una delle mogli di Tiglatpileser III. Ovviamente il suo ruolo era differente da quello avuto dalle altre due regine assire, poiché queste ultime rivestivano ruoli importanti non solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica al di fuori della residenza, ad esempio nell’ambito politico ed in quello religioso, e i ritratti dei rilievi ne sono testimonianza.</p><p align="JUSTIFY">Si è quindi portati a pensare che le regine straniere, una volta fatte prigioniere, entrassero a far parte della corte assira, molto probabilmente non come prime mogli, le quali avevano il privilegio di dare i natali al sovrano. Probabilmente le regine straniere agivano esclusivamente nella sfera privata e non avevano influenze in campo amministrativo o religioso.</p><p align="JUSTIFY">Gli artisti di Nimrud comunque, raffigurandola con i bracciali ai polsi, volevano probabilmente indicarne non solo l’origine nobile ma anche la sua futura sistemazione all’interno della corte assira, ipotesi confermata dal fatto che, sebbene ci siano altre immagini di prigioniere riconducibili all’alto rango, nessuna di queste mostra di indossare.</p><p><em>foto: Rilievo assiro, Shamshi, originario Palazzo Centrale a Nimrud (745-727 a.C.), conservata al British Museum.</em></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005965_shamshi.html" data-text="Shamshi" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005965_shamshi.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005965_shamshi.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Massimo Planude</title><link>http://www.archeoguida.it/005899_massimo-planude.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005899_massimo-planude.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:46:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - M]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5899</guid> <description><![CDATA[Manuele (poi Massimo) Planude (1260-1330) Il periodo bizantino segna un nodo cruciale nella storia dell&#8217;evoluzione della lingua greca antica che, in tale momento storico, si caratterizza per un deciso consolidamento dei tratti della koiné, ossia della lingua affermatasi nel corso della precedente epoca ellenistica e contraddistinta dall&#8217;adozione di una base uniforme costituita dal dialetto attico [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2>Manuele (poi Massimo) Planude</h2><p>(1260-1330)</p><p>Il periodo bizantino segna un nodo cruciale nella storia dell&#8217;evoluzione della lingua greca antica che, in tale momento storico, si caratterizza per un deciso consolidamento dei tratti della koiné, ossia della lingua affermatasi nel corso della precedente epoca ellenistica e contraddistinta dall&#8217;adozione di una base uniforme costituita dal dialetto attico con il superamento delle particolarità linguistiche dialettali più spiccate.</p><p>Agli studiosi di grammatica bizantini si deve un contributo fondamentale nella stesura di scholia alle opere redatte in greco antico: si pensi, ad esempio, ai commenti filologico-esegetici alle tragedie greche redatti da Tommaso Magistro (<a href="http://www.sapere.it/enciclopedia/Tommaso+Magistro.html" target="_blank">http://www.sapere.it/enciclopedia/Tommaso+Magistro.html</a> ).</p><p>Come si evince dal loro profilo biografico, alcuni di questi grammatici erano monaci ma, soprattutto, occuparono posti di spicco presso le corti degli imperatori in qualità di consiglieri e di collaboratori: il Magistro fu accanto ad Andronico II di Bisanzio, regnante fra 1282 e 1328, mentre Massimo Planude, che ebbe tra i suoi allievi Manuele Moscopulo, al quale pure si deve una notevole opera di commento esegetico sui poemi omerici e su alcune raccolte di poesie antiche, svolse rilevanti incarichi politico-diplomatici durante i regni di Michele VIII, capostipite della dinastia dei Paleologi, sul trono fra 1259 al 1282, e del figlio Andronico (1282-1328).</p><p>Nativo di Nicomedia, ma trasferitosi ben presto nella capitale costantinopolitana, Massimo Planude svolse una fecondissima attività di commento esegetico a molte opere dell&#8217;antica grecità, nonché di traduzione in lingua greca di molte opere latine &#8211; dal Somnium Scipionis di Cicerone alle Metamorfosi di Ovidio per giungere ad alcune delle principali opere di Sant&#8217;Agostino, il De Trinitate e il De civitate Dei &#8211; che, da quel momento, iniziarono ad essere testi di riferimento anche per lo studio dell&#8217;idioma di Pericle: una novità assoluta per l&#8217;Occidente, ancora digiuno di greco e della sua letteratura! Alla penna di Planude si devono pure la stesura di orazioni ed omelie (egli si distinse pure come teologo e rétore), la compilazione di alcuni trattati grammaticali, la redazione dei Commentari sulla “Retorica” di Ermogene di Tarso ma, soprattutto, dello scritto per il quale è maggiormente noto: l&#8217;Antologia Planudea.</p><p>Pervenutaci in tre manoscritti, conservati a Venezia (il Marciano greco n. 481, che riporta l&#8217;autografo dellopera), a Londra e a Parigi, l&#8217;Antologia del Planude si colloca sulla scia della celebre Antologia Palatina, cosiddetta dal nome della Biblioteca di Heidelberg ove venne rinvenuta nel 1607 da Claude de Saumaise. La Palatina è una insigne raccolta di circa 3700 epigrammi di autori appartenenti ad un amplissimo periodo, dall&#8217;epoca arcaica sino al periodo bizantino: è possibile dire che, senza la compilazione di tale preziosissima raccolta, ben misero sarebbe stato il novero della produzione epigrammatica nelle sue varie accezioni – amorosa, funeraria, votiva, tombale – che avrebbe attraversato i secoli. Articolata in 15 libri, l&#8217;Antologia Palatina comprende numerose, analoghe raccolte elaborate nei secoli precedenti, tra cui si segnalano la Corona (in greco Stephanos) di Meleagro di Gadara, la Ghirlanda (in greco Stephanos) di Filippo di Tessalonica, il Ciclo di Agazia di Mirina e, soprattutto, l&#8217;Antologia di Costantino Cefala, nella quale confluiscono le tre summenzionate raccolte, unitamente ad altre, tra cui un florilegio di Diogeniano di Eraclea.</p><p>A margine delle edizioni della Palatina si trova, solitamente, il complesso degli epigrammi riportati dalla Antologia Planudea che, prima della scoperta dell&#8217;antologia di Heidelberg, rappresentava l&#8217;unico testo di riferimento nel suo genere: la raccolta di Planude è di minori dimensioni, in quanto l&#8217;autore utilizzò sostanzialmente due sole fonti, che gli permisero, comunque, di reperire 388 epigrammi non presenti nella Palatina, per un totale complessivo di 2400 componimenti ripartiti in sette libri. L&#8217;opera di Planude venne portata in Europa, precisamente in Italia, presso la Biblioteca Marciana di Venezia, dal card. Bessarione e pubblicata a Firenze nel 1494 dall&#8217;umanista, nonché poeta egli stesso, Giano Làscaris, al quale si deve pure l&#8217;edizione degli Inni di Callimaco.</p><p>Oltre che per la poesia, la teologia e la retorica, Massimo Planude coltivò pure un significativo interesse per la scienza matematica, come attestato dalla sua edizione di importanti testi antichi in argomento, tra cui gli Elementi di Euclide, l&#8217;Arithmetica di Diofanto di Alessandria e la Sferica di Teodosio Tripolita (o di Bitinia).</p><h4>Approfondimenti</h4><p>Per approfondimenti bibliografici sul profilo di Massimo Planude si veda il link</p><p><a href="http://www.ancientlibrary.com/smith-bio/2718.html" target="_blank">http://www.ancientlibrary.com/smith-bio/2718.html</a> : notizie tratte dal Dictionary of Greek and Roman Biography and Mithology (ed. William Smith, 1870).</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005899_massimo-planude.html" data-text="Massimo Planude" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005899_massimo-planude.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005899_massimo-planude.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Romano il Melode</title><link>http://www.archeoguida.it/005896_romano-il-melode.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005896_romano-il-melode.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:45:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - R]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5896</guid> <description><![CDATA[Romano detto il Melode (490-556) O Figlio incomprensibile di Dio, incarnato per noi per amor dell&#8217;uomo, come la donna dal suo sangue hai liberata, così libera me dai miei peccati, tu che unico senza peccato sei. Per le preci e le suppliche dei santi, inclina il cuore mio o sol potente, alla meditazione incessante della [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5897" title="Romano il Melode" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/08/Romano-il-Melode.jpg" alt="Romano il Melode" width="600" height="367" /></p><h2>Romano detto il Melode</h2><p>(490-556)</p><blockquote><p>O Figlio incomprensibile di Dio, incarnato<br /> per noi per amor dell&#8217;uomo,<br /> come la donna dal suo sangue hai liberata,<br /> così libera me dai miei peccati,<br /> tu che unico senza peccato sei.<br /> Per le preci e le suppliche dei santi,<br /> inclina il cuore mio o sol potente,<br /> alla meditazione incessante della tua parola,<br /> sì che tu possa salvarmi</p></blockquote><p>(Inno 33)</p><p>“A Costantinopoli, san Romano, diacono, che per la sua sublime arte nel comporre inni sacri in onore del Signore e dei santi, meritò il soprannome di Melode”: così recita il Martirologio a proposito di uno dei massimi rappresentanti della lirica teologica cristiana, sebbene forse poco conosciuto.</p><p>Il periodo nel quale visse fu profondamente impregnato dal complesso e animato dibattito intorno alle fondamentali questioni relative alla Persona di Gesù Cristo: come non ricordare il travaglio disquisitorio che condusse, nei vari Concili susseguitisi in quei decenni, alla definizione puntuale dei dogmi riguardanti l&#8217;Incarnazione, la Divinità e Umanità di Cristo, la Divina Maternità di Maria?</p><p>Non si può certo dire che Romano sia stato estraneo o disinteressato a tale contesto: semmai, egli lo recepì e lo declinò non tanto negli scritti apologetici o nei trattati dogmatici, quanto piuttosto nella catechesi omiletica e nelle composizioni innografiche. Quasi a sottolineare che il Cristo di cui discutevano i teologi non era un&#8217;astrazione teorica, ma una Persona viva, un Amore operante, che il credente poteva &#8211; e può &#8211; incontrare nella propria esperienza concreta di vita, rispondendo con l&#8217;affetto orante e l&#8217;amorosa, attenta dedizione alla carità nelle piccole cose di ogni giorno.</p><p>Nativo della Siria, Romano condusse il proprio itinerario formativo nella città di Berito, capitale dell&#8217;odierno Libano, acquisendo un&#8217;approfondita cultura non solo nelle materie classiche, ma anche nelle tecniche retoriche. L&#8217;occasione di svolta nella sua vita avvenne nel 518, quando Romano si trovava a Costantinopoli, durante il periodo del regno di Anastasio I Dicoro (430-518), della casata di Leone, sostenitore del monofisismo ma incline all&#8217;equilibrio nella gestione della conflittualità: la tradizione, infatti, riferisce che il diacono ricevette la visita della stessa Vergine Maria che gli infuse il dono dell&#8217;ispirazione poetica. E alla Madre di Cristo sono dedicati, non a caso, molti dei kontàkia, caratteristici componimenti omiletici, di spiccata cadenza metrica, in cui la narrazione si alterna a occasioni di rappresentazione coreografica del mistero cantato.</p><p>Lo scopo di Romano è eminentemente pedagogico: far comprendere, in modo immediato ed efficace, al popolo dei fedeli che lo ascoltano i contenuti del messaggio cristiano, così da imprimerli al meglio nelle menti e, soprattutto, nei cuori. E&#8217; con il cuore, infatti, che occorre porsi in ascolto della produzione poetica di Romano: “questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana”, come ebbe a sottolineare il papa Benedetto XVI nel corso di una catechesi espressamente dedicata alla figura di san Romano (1). Lo stesso Pontefice, nella medesima udienza, enuclea i temi principali della dolce ed intensa poesia di Romano: “l&#8217;unità dell&#8217;azione di Dio nella storia, l&#8217;unità tra creazione e storia della salvezza, l&#8217;unità tra Antico e Nuovo Testamento”, [...] “la pneumatologia” e, naturalmente, “la cristologia”, cui si rannoda, strettamente connessa, la riflessione mariologica.</p><p>Accanto ai kontàkia di ispirazione biblica, ve ne sono poi altri di carattere esortativo-penitenziale e altri ancora dedicati alla celebrazione di santi. Anche in virtù dell&#8217;istruzione classica ricevuta dall&#8217;autore, “a differenza di altri innografi, ciò che caratterizza la produzione del Melode è proprio l&#8217;impasto saliente degli aspetti formali del contacio: infatti, l&#8217;autore «mettendo in atto un complesso apparato di correlazioni e consonanze logiche e lessicali», riesce a bilanciare armonicamente il ruolo che rivestono il proemio, la strofa e il ritornello, e a mettere in atto una serie di espedienti espressivi che regolano la distribuzione di questi elementi all&#8217;interno del contacio. La forma letteraria dei contaci è, dunque, il risultato di un lavoro di cesello […] il cui scopo è quello di ottenere una sequenza di periodi che delineano e poi ampliamo progressivamente l&#8217;orizzonte dell&#8217;ascoltatore/lettore” (2).</p><p>Redatti in una lingua greca semplice e chiara, avulsa da ridondanze e inopportuni preziosismi lessicali, i contaci fanno risuonare con dolce suggestione nella mente dell&#8217;ascoltatore gli episodi più salienti della narrazione biblica, conferendo pregnanza affettiva anche alle vicende apparentemente più lontane dalla sensibilità dell&#8217;ascoltatore. Si vedano, ad esempio, gli accenti del kontàkion dedicato al sacrificio di Abramo: “Se ti guardo salire il monte vecchio come sei, io che sono giovane vorrei imitarti ma sento i piedi intorpidirsi; lo spirito è pronto, infatti, però la carne è debole. Fatti coraggio, anima mia, contemplando Abramo deporre oggi la vecchiaia e ringiovanire; i suoi piedi erano stanchi ma vigorosa era l&#8217;anima. Non conosceva il luogo, eppure andava lasciandosi guidare da chi l&#8217;aveva chiamato, poiché solo è buono il Salvatore delle anime nostre”.</p><p>Il Figlio di Dio, quindi, l&#8217;unico Salvatore dell&#8217;uomo è, in ultima analisi, adombrato nella persona e nelle vicende dei protagonisti dell&#8217;Antico Testamento; e a Gesù lo stesso Melode si rivolge con squisiti palpiti d&#8217;amore, chiamandolo “fonte che non brucia e luce contro le tenebre” e invocandolo accoratamente “Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile” (kontakion per La Presentazione o Festa dell&#8217;incontro).</p><p>Al cuore dell&#8217;Amore, il cuore della Fede: ecco, in sintesi, il messaggio che risuona dall&#8217;incomparabile poesia di Romano il Melode e che giunge a noi come un&#8217;eredità e, insieme, come un richiamo all&#8217;essenziale del credere.</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) Il testo della catechesi è reperibile all&#8217;indirizzo <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080521_it.html" target="_blank">http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080521_it.html</a></li><li>(2) Il passaggio illustrativo è ripreso dall&#8217;introduzione a Romano il Melode, Kontakia/1, Ciita Nuova Editrice, Roma 2007, p. 16, cui si rimanda per un&#8217;ampia informazione in argomento.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005896_romano-il-melode.html" data-text="Romano il Melode" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005896_romano-il-melode.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005896_romano-il-melode.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teolepto di Filadelfia</title><link>http://www.archeoguida.it/005892_teolepto-di-filadelfia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005892_teolepto-di-filadelfia.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:43:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - T]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5892</guid> <description><![CDATA[Teolepto, vescovo di Filadelfia (XII secolo) Il vero e diligente ricordo di Dio è accompagnato dall&#8217;amore e dalla gioia: “Mi sono ricordato di Dio e ne ebbi gioia”, dice il profeta David. La preghiera pura è seguita dalla sapienza e dalla compunzione. “Quando verso di Te grido, dice lo stesso profeta, allora io conosco che [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5894" title="Teolepto di Filadelfia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/08/Teolepto-di-Filadelfia.jpg" alt="Teolepto di Filadelfia" width="250" height="336" /></p><h2>Teolepto, vescovo di Filadelfia</h2><p>(XII secolo)</p><blockquote><p>Il vero e diligente ricordo di Dio<br /> è accompagnato dall&#8217;amore e dalla gioia:<br /> “Mi sono ricordato di Dio e ne ebbi gioia”,<br /> dice il profeta David. La preghiera pura<br /> è seguita dalla sapienza e dalla compunzione.<br /> “Quando verso di Te grido,<br /> dice lo stesso profeta,<br /> allora io conosco che Tu sei il mio Dio”.<br /> E ancora è scritto: “Il cuore contrito è gradito a Dio”.</p></blockquote><p>La vita di Teolepto si snoda durante gli anni, dal 1282 sino al 1328, in cui sul trono di Bisanzio sedeva Andronico II, figlio di Michele VIII, capostipite della dinastia dei Paleologi. Figura di rilievo nell&#8217;ambito della storia dell&#8217;esicasmo, Teolepto abbracciò ben presto la vita monastica, ritirandosi sul Monte Athos, dove potè godere della guida spirituale di Niceforo il Solitario, a sua volta maestro di Gregorio Palamas.</p><p>Nella raccolta denominata Filocalia sono compresi alcuni scritti di Teolepto, divenuto metropolita di Filadelfia, una delle chiese asiatiche menzionate nell&#8217;Apocalisse di S. Giovanni Apostolo: si tratta, più precisamente, di testi raccolti sotto la dizione “La silenziosa attività in Cristo e l&#8217;invocazione del Nome divino” (1).</p><p>Nell&#8217;esperienza spirituale di Teolepto, uno spazio privilegiato viene accordato all&#8217;incontro con Cristo e all&#8217;imitazione delle sue stesse virtù: “La fuga dal mondo – dice infatti l&#8217;autore – porta il dono dell&#8217;incontro con Cristo”. Dopo aver sperimentato la confusione e la dissipazione derivanti dalla vita mondana e dalle passioni, sottilinea Teolepto, nella decisione di darsi a Dio l&#8217;anima sperimenta una vera e propria seconda nascita, una “seconda Alleanza con Dio. La prima fu stipulata quando nascesti alla vita terrena, la seconda quando nacque in te il desiderio di porre un termine alla vita mondana. Allora venisti unito a Gesù Cristo mediante la fede; ora aderisci a lui mediante il pentimento. Allora ricevesti la grazia; ora ne assumi coscientemente gli obblighi. Allora, fanciullo, eri inconsapevole dell&#8217;alta dignità che ti aveva investito; ora, adulto, sei cosciente della grandezza del dono, e del freno che è stato posto sulle tue labbra. Ora, raggiunta la perfetta consapevolezza, vedi chiaramente l&#8217;energia di questa consacrazione” (2).</p><p>La decisione per Cristo non è immune dalla sofferenza, perchè, senza dubbio, chi si incammina su tale strada non è esente da prove, tuttavia “quando sarai riuscito – dice Teolepto – a sopprimere le divagazioni esteriori, ed avrai fatto ordine nel tuo interiore pensiero, la tua mente si aprirà alle parole ed alle opere spirituali. La conversazione con le virtù sostituirà quella con i parenti e gli amici. La meditazione e la comprensione delle parole divine, ruminate nella mente, ti daranno maggior luce e sapienza che non le vane parole che si moltiplicano nelle relazioni umane”.</p><p>Sia pure rivolte, in primo luogo, a coloro che avevano fatto dell&#8217;osservanza monastica la loro scelta di vita, le indicazioni di Teolepto possono offrire preziosi spunti di ispirazione anche a chi vive nella quotidianità delle relazioni: “se in tutte le tue occupazioni – sottolinea l&#8217;autore &#8211; non ti separerai mai dalla madre di tutti i beni, la preghiera, essa non si darà pace finchè non ti abbia mostrato la camera nuziale, e quando ti avrà introdotto, ti ricolmerà di inesprimibile gioia e allegrezza.</p><p>Essa rimuove gli ostacoli, appiana il cammino verso la virtù, rendendolo agevole a chiunque la ricerchi”. L&#8217;esercizio della preghiera, insomma, apporta un notevole beneficio alla vita dell&#8217;uomo, unificando le sue potenze interiori e ponendolo nella migliore condizione per tenere il proprio pensiero saldamente orientato su Dio e sulla Sua presenza, permettendogli di svolgere con ordine e regolarità i propri doveri: “quando i tuoi giorni si svolgeranno nell&#8217;ordine che ti ho descritto – conclude Teolepto -, la tua vita trascorrerà in maniera costruttiva per la tua anima, fecondata dalla beata speranza; al termine dei tuoi giorni deporrai la vita fisica senza paura, entrerai nella dimora che ti è stata preparata dal Signore, sarai cittadino del suo Regno in ricompensa dei tuoi presenti travagli”.</p><p>Una promessa di bene che, da uno dei più influenti padri dell&#8217;esichia, giunge sino all&#8217;uomo contemporaneo, svelandogli un&#8217;insospettata dimensione di vita!</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) I testi citati si possono reperire e consultare al link <a href="http://www.esicasmo.it/NET/NUOVI%20FILOCALIA/VARI/teolepto_metropolita_di_filadelf.htm" target="_blank">http://www.esicasmo.it/NET/NUOVI%20FILOCALIA/VARI/teolepto_metropolita_di_filadelf.htm</a></li><li>(2) La citazione riportata, così come le successive, sono tratte dal link http://digilander.libero.it/benparker/NET/NUOVI%20FILOCALIA/VARI/teolepto_metropolita_di_filadelf.htm cui si rimanda per opportuni approfondimenti e per la lettura integrale del testo di Teolepto.</li></ul><h4>Approfondimenti</h4><p>Le “Lettere e discorsi” di Teolepto sono reperibili, dal lettore interessato, presso le Edizioni Qiqajon (2007).</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005892_teolepto-di-filadelfia.html" data-text="Teolepto di Filadelfia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005892_teolepto-di-filadelfia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005892_teolepto-di-filadelfia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Melitone di Sardi</title><link>http://www.archeoguida.it/005890_melitone-di-sardi.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005890_melitone-di-sardi.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:40:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - M]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5890</guid> <description><![CDATA[Melitone, vescovo di Sardi (II secolo) E&#8217; lui l&#8217;agnello muto, è lui l&#8217;agnello sgozzato, è lui che nacque da Maria, l&#8217;Agnella pura, è lui che fu preso dal gregge e all&#8217;immolazione fu trascinato. (Omelia sulla Pasqua) Menzionato da Tertulliano, che ne ricorda la fama di profeta conseguita presso il popolo cristiano, Melitone, che esercitò il [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2>Melitone, vescovo di Sardi</h2><p>(II secolo)</p><blockquote><p>E&#8217; lui l&#8217;agnello muto,<br /> è lui l&#8217;agnello sgozzato,<br /> è lui che nacque da Maria, l&#8217;Agnella pura,<br /> è lui che fu preso dal gregge<br /> e all&#8217;immolazione fu trascinato.</p></blockquote><p>(Omelia sulla Pasqua)</p><p>Menzionato da Tertulliano, che ne ricorda la fama di profeta conseguita presso il popolo cristiano, Melitone, che esercitò il ministero episcopale in una delle principali città della terra asiatica di Lidia, occupa un posto di rilievo, nonostante la relativa scarsità di notizie che intorno alla sua figura ci è pervenuta, nella storia della letteratura apologetica del II secolo, unitamente ad un altro “grande” della fede, san Giustino martire. Come quest&#8217;ultimo, infatti, Melitone lega il proprio nome alla stesura di un&#8217;Apologia, andata pressocchè perduta e di cui pochissime attestazioni sono state tramandate per opera di Eusebio di Cesarea (265-340), nella quale l&#8217;autore si rivolge all&#8217;allora imperatore Marco Aurelio, da un lato denunciando la situazione di oppressione vissuta dai cristiani residenti in Asia Minore e sollecitando il sovrano a non dare credito ad segnalazioni calunniose sul loro conto, ma a giudicare con piena cognizione di causa intorno alle denunce che gli venivano presentate; dall&#8217;altro, ponendo in luce il valore e l&#8217;importanza della fede cristiana anche in relazione alla pace e alla prosperità dell&#8217;Impero.</p><p>I pochi, ma preziosissimi frammenti dell&#8217;Apologia di Melitone si possono leggere nel quarto libro dell&#8217;Historia Ecclesiastica di Eusebio, articolata in dieci libri e dedicata alla narrazione delle vicende della comunità cristiana dalla sua fondazione sino al regno di Costantino il Grande, sul trono fra il 306 e il 337, nonché nel testo, di impostazione cronologica, risalente al VII secolo, intitolato Chronicon paschale (o Chronicon Alexandrinum).</p><p>Oltre all&#8217;Apologia, Melitone di Sardi fu autore anche di altri scritti, molti di attribuzione incerta, tra cui spicca senz&#8217;altro l&#8217;Omelia Pasquale, la cui scoperta da parte di Campbell Bonner nell&#8217;anno 1940 “è stato uno degli eventi più importanti per gli studi sulla teologia dei primi secoli cristiani. «Fu come se improvvisamente una finestra si fosse spalancata sulla vita liturgica della primitiva cristiana». E&#8217; infatti, un testo che ci permette, forse come nessun altro, di entrare in contatto con il linguaggio adoperato dai cristiani dell&#8217;Asia Minore nella seconda metà del secondo secolo” (1). L&#8217;Omelia si struttura come uno splendido commento esegetico intorno al XII capitolo del libro dell&#8217;Esodo, nelle cui vicende viene chiaramente prefigurato il ruolo salvifico di Cristo: “Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti il mistero della Pasqua, che è Cristo, «al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1,5 ecc).</p><p>Egli scese dai cieli sulla terra per l&#8217;umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell&#8217;uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida. Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall&#8217;Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e le membra del nostro corpo con il suo sangue. Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l&#8217;iniquità e l&#8217;ingiustizia, come Mosé condannò alla sterilità l&#8217;Egitto. Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza” (2).</p><p>Contraddistinta da uno stile marcatamente oratorio e da un ritmo discorsivo che la rende quanto mai avvicente, l&#8217;Omelia di Melitone individua nella Pasqua di Gesù Cristo l&#8217;evento salvifico per eccellenza, nel quale si ricapitolano e si rendono pienamente manifeste nel loro riposto significato le vicende narrate nell&#8217;Antico Testamento. “ Il mistero della Pasqua – sottolinea Melitone – è nuovo e antico, eterno e temporale, corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la legge, nuovo secondo il Verbo; temporaneo nella figura, eterno nella grazia; corruttibile per l&#8217;immolazione dell&#8217;agnello, incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sua sepoltura nella terra, immortale per la sua risurrezione dai morti […]. La similitudine è passata ed ha trovato compimento la realtà espressa: invece di un agnello, Dio, l&#8217;uomo-Cristo, che tutto compendia” (3). Caratterizzato dalla presenza di formule in stile oracolare, nelle quali Cristo stesso si presenta come “Pasqua della salvezza”, “agnello immolato”, “vita”, “resurrezione”, “luce “ e “salvezza”, il testo omiletico di Melitone è sovente additato per i suoi accenti polemici nei confronti dell&#8217;Antica Alleanza e della sua prassi cultuale: se, infatti, nell&#8217;unico sacrificio di Cristo si era compiuto, in modo pieno, perenne e definitivo, il riscatto dell&#8217;uomo dal peccato d&#8217;origine, la prassi sacrificale in vigore precedentemente doveva considerarsi ormai superata ed inutile.</p><p>Inesausto studioso delle Sacre Scritture, Melitone viene citato dal vescovo Policrate di Efeso (130-196) nell&#8217;ambito della contesa che lo vide protagonista di contro all&#8217;allora papa Vittore I (II secolo) per la determinazione della data corretta in cui si doveva celebrare la solennità di Pasqua: Melitone, infatti, come ricordato da Policrate, sosteneva la legittimità della celebrazione nella data del 14° giorno del mese di Nisan (corrispondente al periodo tra marzo e aprile), senza tener conto del fatto che tale giorno coincidesse o no con la domenica, come, invece, era l&#8217;uso invalso presso le comunità di fede cristiana più legate all&#8217;ooservanza romana.</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) La citazione riportata è tratta da Grzegorz Strzelczyk, “Communicatio idiomatum. Lo scambio delle proprietà. Storia, status quaestionis e prospettive”, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2004, p. 51.</li><li>(2) La citazione riportata è tratta dai capp. 65-67 dell&#8217;Omelia Pasquale ed è consultabile all&#8217;indirizzo http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010412_melitoni_it.html</li><li>(3) La citazione riportata è consultabile all&#8217;indirizzo http://www.rivistaincammino.it/melitone_di_sardi.html</li><li>Un prezioso testo di riferimento per la conoscenza, la lettura e l&#8217;approfondimento degli scritti dei Padri apologeti è senz&#8217;altro Gli apologeti greci, di Clara Burini, Città Nuova Editrice Roma 1986 (edizione aggiornata 2000).</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005890_melitone-di-sardi.html" data-text="Melitone di Sardi" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005890_melitone-di-sardi.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005890_melitone-di-sardi.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Massimo il Confessore</title><link>http://www.archeoguida.it/005886_massimo-il-confessore.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005886_massimo-il-confessore.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:36:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - M]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5886</guid> <description><![CDATA[Massimo, detto il Confessore (580-662) “Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso. Richiama all&#8217;ovile la pecorella che si era allontanata [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5888" title="Massimo il Confessore" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/08/Massimo-il-Confessore.jpg" alt="Massimo il Confessore" width="500" height="625" /></p><h2>Massimo, detto il Confessore</h2><p>(580-662)</p><blockquote><p>“Dio è quel padre affettuoso,<br /> che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui,<br /> è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia,<br /> lo riveste di nuovo con gli ornamenti<br /> della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla<br /> di quanto ha commesso.<br /> Richiama all&#8217;ovile la pecorella<br /> che si era allontanata dalle cento pecore di Dio.<br /> Dopo averla trovata che vagava sui colli e sui monti,<br /> non la riconduce all&#8217;ovile a forza di spintoni<br /> e urla minacciose, ma se la pone sulle spalle<br /> e la restituisce incolume al resto del gregge con tenerezza e amore”</p></blockquote><p>(dalle “Lettere”)</p><p>“Nella fortezza di Schemaris presso la riva del fiume Tzkhenis Dsqali sulle montagne del Caucaso, transito di san Massimo il Confessore, abate di Crisopoli vicino a Costantinopoli: insigne per dottrina e zelo per la verità cattolica, che per avere strenuamente combattutto contro l&#8217;eresia monotelita subì dall&#8217;imperatore eretico Costante l&#8217;amputazione della mano destra; insieme a due discepoli, entrambi di nome Anastasio, fu poi relegato, dopo un duro carcere e numerose torture, nella regione di Lesghistan, dove rese lo spirito a Dio”: così recita il Martirologio a proposito della figura di uno dei più ardenti difensori della fede nel contesto delle dispute teologiche che caratterizzarono la vita ecclesiale nel corso del VI-VII secolo.</p><p>Nativo della terra di Palestina, dove ebbe modo di accostarsi all&#8217;esperienza monastica vissuta in quei luoghi e, in particolare, di conoscere il pensiero di Origene, uno dei più grandi teologi ed esegeti del periodo antico, Massimo si trasferì ben presto a Costantinopoli, che dovette lasciare, sull&#8217;onda delle persecuzioni anticristiane portate dai Persiani invasori, per dirigersi in Africa. Come si può cogliere da questi soli primi tratti, Massimo iniziò a sperimentare ben presto le sofferenze e i disagi legati alla professione della fede cristiana. La sua vita, infatti, fu interamente segnata dall&#8217;impegno profuso per la difesa dell&#8217;ortodossia del dogma rispetto all&#8217;eresia detta “monotelismo” o anche “eresia di Sergio”, dal nome del suo promotore, patriarca di Costantinopoli (per maggiori informazioni è possibile consultare il link <a href="http://www.eresie.it/it/Sergio_Costantinopoli.htm" target="_blank">http://www.eresie.it/it/Sergio_Costantinopoli.htm</a> ).</p><p>La posizione monotelita sosteneva che nella persona di Gesù Cristo fosse stata presente una sola volontà, di carattere divino e non umano. Pure se “a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà […], san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perchè una umanità senza volontà, un uomo senza volontà, non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l&#8217;uomo Gesù Cristo nn sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell&#8217;essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la volontà dell&#8217;essere”: così si esprime il papa Benedetto XVI in una sua catechesi dedicata a Massimo il Confessore, che si invita il lettore a voler esaminare per intero (1). Il monotelismo non ricevette una formale condanna se non nell&#8217;ambito di un sinodo convocato al Laterano nell&#8217;anno 649 dal papa Martino, sul soglio pontificio dall&#8217;anno 649 al 655, il quale fece promulgare una dettagliata serie di punti di condanna nei confronti dell&#8217;eresia di Sergio così come era stata fissata nel contesto di due editti, l&#8217;Ékthesis e il Typos.</p><p>Massimo, che a partire dal periodo africano non aveva cessato di profondere il proprio impegno di riflessione teologica per sostenere la posizione ortodossa dell&#8217;esistenza di due volontà, umana e divina, nella persona di Gesù Cristo, riportò alcuni rilevanti successi, che spianarono la strada al pronunciamento del Laterano: come non ricordare che nell&#8217;anno 645 ebbe luogo la celebre “disputa con Pirro”, nel corso della quale Massimo, con la straordinaria forza delle sue argomentazioni, seppe ridurre al silenzio il suo oppositore, Pirro, teologo nonché vescovo di Costantinopoli? Ma la vendetta dei nemici non tardò a manifestarsi: infatti, così come l&#8217; Ékthesis, editto emanato dall&#8217;imperatore Eraclio, così anche il Typos era di iniziativa imperiale, più precisamente di Costante II, sul trono fra il 641 e il 680. Il nuovo sovrano non tenne affatto conto delle condanne inflitte ripetutamente al monotelismo, soprattutto nel contesto dell&#8217;assise lateranense, e iniziò una dura rappresaglia a partire dal papa Martino, che morì due anni dopo la condanna all&#8217;esilio, per finire con lo stesso Massimo, colpito con condanne successive nel 653, nel 655 e nel 662, anno della sua morte.</p><p>Autore tra i più fecondi della sua epoca, nella cui opera si riverbera l&#8217;influsso di numerosi Padri e teologi, da Origene a Gregorio di Nazianzo, Massimo lega il proprio nome a scritti celebri, spesso in forma di raccolta di pensieri collazionati dalle sue fonti di riferimento, tra cui spiccano i Capitoli sulla carità, la Mystagogia, le Lettere, le Domande a Teopempto Scolastico, le Domande a Talassio, il Computo ecclesiastico, il Dialogo ascetico: si può notare la singolare varietà di generi, che spaziano dal trattato di argomento teologico, alla meditazione di tema mistico, dai commentari patristici agli scritti polemici.</p><p>Come posto in luce dall&#8217;attuale pontefice, Benedetto XVI, “quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perchè ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All&#8217;uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l&#8217;essere umano, nell&#8217;uomo il Creatore ha unificato il cosmo” (2). Il messaggio di questo eccezionale uomo di fede, che non ha risparmiato se stesso in alcun modo per la difesa del dogma cristiano, è giunto a noi attraverso le numerose copie dei suoi testi, la cui diffusione in Occidente ha consentito di venire a conoscenza, attraverso le citazioni riportate e meditate, del pensiero dello Pseudo-Areopagita, celebre teologo, vissuto tra V e VI secolo, di matrice neoplatonica.</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) Il testo della catechesi su San Massimo è reperibile all&#8217;indirizzo <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080625_it.html" target="_blank">http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080625_it.html</a></li><li>(2) La citazione è ripresa dalla catechesi di cui vengono forniti gli estremi al punto 1.</li></ul><h4>Approfondimenti</h4><p>Presso le Edizioni Qiqajon è reperibile il volume Massimo il Confessore. In tutte le cose la parola, comprendente la traduzione italiana delle opere del grande teologo.</p><p>In calce alla scheda biografica reperibile al link <a href="http://www.santiebeati.it/dettaglio/92298" target="_blank">http://www.santiebeati.it/dettaglio/92298</a>  il lettore interessato potrà trovare numerose segnalazioni bibliografiche per approfondire la propria conoscenza del profilo e dell&#8217;opera di san Massimo.</p><p>All&#8217;indirizzo web <a href="http://www.documentacatholicaomnia.eu/30_20_0580-0662-_Maximus_Confessor.html" target="_blank">http://www.documentacatholicaomnia.eu/30_20_0580-0662-_Maximus_Confessor.html</a>  è possibile reperire e leggere il testo integrale di alcune opere dell&#8217;autore.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005886_massimo-il-confessore.html" data-text="Massimo il Confessore" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005886_massimo-il-confessore.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005886_massimo-il-confessore.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teofane di Nicea</title><link>http://www.archeoguida.it/005882_teofane-di-nicea.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005882_teofane-di-nicea.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:31:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - T]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5882</guid> <description><![CDATA[Teofane detto di Nicea o Niceno (data ignota-1381) Venite a questa festa, folla devota, venite e formiamo dei cori; facciamo risuonare la Chiesa dei nostri canti per onorare la morte dell&#8217;Arca di Dio. Oggi, infatti, il cielo si apre per ricevere colei che ha partorito Colui che tutto l&#8217;universo non può contenere; e la terra, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5883" title="Teofane di Nicea" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/08/Teofane-di-Nicea.jpg" alt="Teofane di Nicea" width="500" height="702" /></p><h2>Teofane detto di Nicea o Niceno</h2><p>(data ignota-1381)</p><blockquote><p>Venite a questa festa, folla devota,<br /> venite e formiamo dei cori;<br /> facciamo risuonare la Chiesa dei nostri canti<br /> per onorare la morte dell&#8217;Arca di Dio.<br /> Oggi, infatti, il cielo si apre per ricevere colei<br /> che ha partorito Colui che tutto l&#8217;universo<br /> non può contenere;<br /> e la terra, che ha dato la fonte di vita,<br /> si adorna di benedizione e di splendore.</p></blockquote><p>Inno per la Festa della Dormizione</p><p>Della sua vita si sa molto poco: l&#8217;unica notizia attendibile è quella per cui Teofane fu insignito della dignità episcopale sulla città di Nicea nel 1366. Correvano anni cruciali per la storia dell&#8217;impero bizantino: dopo la Quarta Crociata, nel corso della quale Costantinopoli fu posta sotto assedio per ben due volte (1203 e 1204), si era aperta una fase nuova, contraddistinta dalla formazione del cosiddetto “Impero latino” e, successivamente, da tre nuovi regni (tra cui quello di Nicea).</p><p>Teofane, come richiesto dalla sua investitura a vescovo, fu autore di numerosi scritti, che meriterebbero un più ampio ed approfondito studio, di carattere omiletico, teologico e liturgico. Il suo nome si lega poi, in modo particolare, ad un Discorso sulla purissima e tuttasanta nostra Signora Madre di Dio, in cui il vescovo niceano intesse una delle più eccelse lodi a Maria, Madre di Gesù Cristo, alla luce del mirabile progetto di redenzione del genere umano, attuatosi mediante l&#8217;Incarnazione del Figlio di Dio. Il Discorso è di bellezza ed intensità profonde: si invita, quindi, caldamente il lettore ad accostarlo di persona, per goderne la profondità teologica e letteraria dispiegata dall&#8217;autore.</p><p>Lo scritto esordisce con una preghiera a Maria SS.ma, cui Teofane affida la sua opera, consapevole di star affrontando “il mare delle sue grazie, che è impraticabile agli stessi angeli, perchè veramente senza confini” (1), e di voler parlare della Persona della Madre di Dio, “colei che è la comune emulazione tanto degli angeli che degli uomini, l&#8217;esimia, immensa, divinissima opera della sapienza creatrice di Dio e della grazia deificante, l&#8217;immagine superiore ad ogni imitazione della bellezza benefica e graziosa di Colui che è buono, il limpidissimo specchio della verginità divinamente prodotto, nel quale chiarissimamente si riflette l&#8217;immagine del Dio invisibile, cioè la stessa invincibile e desiderabile bellezza di Colui che è insieme amabile e amore” .</p><p>Nella sua stupenda, ardente argomentazione, Teofane descrive, innanzitutto, l&#8217;amore che lo ha mosso, al di là di ogni naturale esitazione, a cantare le lodi di Colei che è “incomparabilmente superiore a tutti gli encomi, come pure a tutti gli esseri”, “la Regina di tutto il creato”. Maria, sostiene Teofane, si può conoscere per analogia a partire dalle cose create. Nel citare Massimo il Confessore, così come nell&#8217;Incarnazione del Verbo si è reso manifesto “il fondamento della bonta del Padre”, in quanto il Logos incarnato ha mostrato, reso visibile in se stesso “il fine” per il quale tutto ciò che è stato fatto ha preso manifestamente il principio del suo esistere” (3), così l&#8217;arcana santità di Maria, che è prototipo per eccellenza dell&#8217;esistenza beata cui è chiamata ogni creatura, è prefigurata nella terra, in quanto “da Lei ha avuto origine secondo la carne il nuovo Adamo, il nostro Signore e Dio”; nel cielo, in quanto Maria è “sede dell&#8217;Onnipotente e suo trono, sua perenne abitazione”; negli angeli, in quanto la Madre di Dio “non solo rivela, ma dona al mondo l&#8217;Angelo del Gran Consiglio, l&#8217;eterna Parola del Padre impressa nelle sue carni santissime”.</p><p>La Madre di Cristo è stata “ritenuta da lui degna di tanto onore, non solo da superare senza confronto in dignità e grado le stesse prime nature che circondano Dio e diventare, come s&#8217;è detto, il ricettacolo di tutta la pienezza divina”. Con argomentazione serrata, Teofane risponde alle possibili obiezioni di coloro che avrebbero sollevato difficoltà intorno alle ragioni per cui Dio avrebbe inteso conferire un simile dono – la Divina Maternità – proprio a Maria e non, ad esempio, ad uno spirito angelico? La risposta di Teofane, articolata e chiarificatrice, non potrebbe essere meglio espressa: perchè “lo scopo del Signore nella sua condiscendenza era quello di unire a sé ipostaticamente tutta la natura creata” al fine di redimerla. “Nessuna meraviglia dunque – sottolinea, pertanto, l&#8217;autore – se , quando Dio, Signore di tutti, per rinnovare la creatura vestì la nostra natura”. Mediante la citazione di un altro Padre, Giovanni Damasceno, il vescovo di Nicea ricapitola efficacemente il suo discorso: “«La compiacenza del Padre compose (saldò insieme) la congiunzione di tutte le cose nell&#8217;unigenito Figlio. Se infatti l&#8217;uomo è per natura un piccolo mondo (= microcosmo), in quanto porta in sé il collegamento di ogni essenza sia visibile che invisibile, e questo lo è davvero, piacque al Signore e creatore e governatore dell&#8217;universo che si compisse nell&#8217;unigenito suo Figlio consostanziale la congiunzione della divinità e dell&#8217;umanità, e per essa di tutto il creato, perché Dio sia tutto in tutti»”.</p><p>Attraverso Maria, quindi, “tutta la creazione, attraverso la natura umana che è nell&#8217;ipostasi della Madre di Dio, quasi tendendo la destra al Creatore in vista dell&#8217;unione […], cioè mediante la natura umana da lei assunta dal Verbo, si congiunge e per eccesso di filantropia si unisce alla destra dell&#8217;Altissimo”.</p><p>Partecipe dell&#8217;ineffabile azione di tutte e tre le Persone Divine, la Madre di Cristo, quale “collo” del Corpo mistico del Figlio, “riceve integra la recondita grazia dello Spirito e copiosamente la distribuisce e suddivide a quelli di fuori, portandola quindi all&#8217;aperto”, in primo luogo ai credenti, nei confronti dei quali agisce come Madre sollecita e premurosa, dispensando ogni grazia fino al pieno raggiungimento, da parte di ognuno, della piena maturità in Cristo.</p><p>Autore anche di opere di argomento polemico e liturgico, Teofane potè avvalersi dell&#8217;insegnamento spirituale di Gregorio Palamas (1296-1359), esicasta vissuto sul Monte Athos, al quale è dedicata una scheda illustrativa in questo sito.</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) La citazione riportata, così come tutte le successive, è tratta dal testo del Discorso proposto in Testi mariani del secondo millennio, vol. 1, a cura di Georges Gharib ed Ermanno M. Toniolo, Ciità Nuova Editrice, Roma 2008, pp. 399-435, cui si rimanda vivamente per una lettura completa del magnifico Discorso di Teofane.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005882_teofane-di-nicea.html" data-text="Teofane di Nicea" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005882_teofane-di-nicea.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005882_teofane-di-nicea.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nicola Cabasilas</title><link>http://www.archeoguida.it/005878_nicola-cabasilas.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005878_nicola-cabasilas.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Aug 2011 15:26:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Marinella Testori</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi]]></category> <category><![CDATA[Personaggi - N]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5878</guid> <description><![CDATA[Nicola Cabasilas (Nikolaos Kavasilas) (1322-1391/7 ca.) Il cuore dell&#8217;uomo è stato creato abbastanza grande da contenere lo stesso Dio “La vita in Cristo prende inizio e si sviluppa nell&#8217;esistenza presente, ma sarà perfetta soltanto in quella futura, quando giungeremo a quel giorno: l&#8217;esistenza presente non può stabilire perfettamente la vita in Cristo nell&#8217;anima dell&#8217;uomo; ma [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5880" title="Nicola Cabasilas" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/08/Nicola-Cabasilas.jpg" alt="Nicola Cabasilas" width="300" height="412" /></p><h2>Nicola Cabasilas (Nikolaos Kavasilas)</h2><p>(1322-1391/7 ca.)</p><blockquote><p>Il cuore dell&#8217;uomo è stato creato<br /> abbastanza grande da contenere lo stesso Dio</p></blockquote><p>“La vita in Cristo prende inizio e si sviluppa nell&#8217;esistenza presente, ma sarà perfetta soltanto in quella futura, quando giungeremo a quel giorno: l&#8217;esistenza presente non può stabilire perfettamente la vita in Cristo nell&#8217;anima dell&#8217;uomo; ma nemmeno lo può quella futura, se non incomincia qui”: così esordisce l&#8217;opera principale, il capolavoro, di uno degli autori più mirabilmente fecondi a livello teologico e spirituale, espressi dall&#8217;Oriente bizantino, ma forse, nel complesso, ancora poco conosciuti in Occidente.</p><p>Appartenente ad un nobile casato di Tessalonica, che aveva dato i natali anche a Nilo Cabasilas, uno dei metropoliti della città, Nicola ebbe accesso ad una educazione di primo rango, che stimolò in lui un ardente desiderio di conoscenza in un&#8217;ampia molteplicità di campi. La sua esistenza si dispiegò sullo sfondo di un periodo particolarmente delicato per la storia dell&#8217;Impero bizantino, caratterizzato dal duro scontro tra due rivali – <strong>Giovanni VI Cantacuzeno</strong> e<strong> Giovanni V Paleologo</strong> -, apertosi dopo la scomparsa di <strong>Andronico III</strong>, anch&#8217;egli della dinastia dei Paleologi, avvenuta nel 1341. Alla luce della stretta commistione, tipica delle vicende di Bisanzio, fra questioni politiche e religione, i due pretendenti al trono furono patrocinati da altrettanti esponenti del mondo religioso, più precisamente da Gregorio Palamas, uno dei rappresentanti di spicco della spiritualità del Monte Athos e nel 1347 elevato alla dignità arcivescovile della stessa città di Tessalonica, e dal patriarca Giovanni Calècas: il Palamas propendeva, insieme ai membri dell&#8217;aristocrazia, per l&#8217;appoggio alle rivendicazioni del Cantacuzeno, figlio del primo despota della provincia di Morea, mentre Calècas appoggiava la posizione di Giovanni V, nato dal matrimonio tra il precedente sovrano, Andronico III, con Anna Paleologina.</p><p>Come si può agevolmente intuire, la famiglia di Nicola si era schierata a favore di Giovanni Cantacuzeno, il quale, una volta avuta la meglio nella contesa ed essendosi insediato sul trono di Bisanzio, coinvolse Nicola in una serie di spedizioni diplomatiche al suo servizio. Ma quando, più tardi, la sorte politica si volse a favore di Giovanni V e condusse il Cantacuzeno all&#8217;abdicazione, per Nicola si aprì una nuova stagione di vita, caratterizzata dal ritiro dall&#8217;attività pubblica, tanto che, a partire da tale momento, i contorni del suo profilo biografico tendono decisamente a sfumare e quasi a perdersi.</p><p>Secondo lo studioso R.J.Loenertz, più che ad ipotesi non supportate da concreti riscontri intorno ad un ritiro monastico di Cabàsilas, è molto più realistico pensare all&#8217;autore come “a un tipo di asceta laico, dotto, letterato […], uno di coloro che cercavano di conciliare l&#8217;ascesi cristiana con un&#8217;elevata cultura letteraria, scientifica e filosofica” (1). In effetti, lo stesso Nicola, nella sua ottava Epistola rileva che “i santi che non hanno cultura sono imperfetti [...] nel fatto di non essere anche colti: benché infatti siano santi, mancano tuttavia nella vita presente di un bene umano che avrebbero potuto acquistare; ora, è imperfetto tutto ciò che nel bene non è in atto quanto è in potenza […]. A meno che non conseguano per grazia la sapienza e la cultura, come accadde agli apostoli”.</p><p>Nei suoi scritti, che un altro insigne autore del tempo, Giorgio Scholarios, aveva definito “un ornamento per la Chiesa di Cristo”, si riflette, del resto, l&#8217;ampia e profonda cultura, posta dal Cabàsilas al servizio di una sempre più approfondita comprensione del mistero cristiano.</p><p>Ripartita in sette libri, la Vita in Cristo è uno dei più splendidi trattati di teologia spirituale mai scritti, definibile anche come una sorta di “reductio ad Christum”, di ricapitolazione in Colui che “è stato il primo e l&#8217;ultimo a rivelare l&#8217;uomo vero e perfetto”. Non solo, ma l&#8217;Amore immenso di Dio, il quale ha scelto di rivelarsi per primo, precedendo l&#8217;intenzione di ricerca dell&#8217;uomo stesso, lo spinge a restare costantemente vicino alla sua creatura: “Dopo aver sparso i semi della vita, dopo aver portato il fuoco e la spada, Gesù non se n&#8217;è andato subito, lasciando agli uomini la cura di far nascere e crescere il seme, di accendere il fuoco, di usare la spada. Egli è realmente presente ed opera in noi il volere e l&#8217;operare” (2). L&#8217;autore insiste su tale punto, che è come la base del suo edificio argomentativo: “E&#8217; indicibile l&#8217;amicizia di Dio per gli uomini, il suo amore per la nostra stirpe supera ogni discorso umano e solo conviene alla divina bontà: è questa infatti la pace di Dio che supera ogni intendimento. Analogamente l&#8217;unione del Signore con coloro che ama è al di sopra di qualunque unione pensabile, di qualunque esempio si possa portare”. L&#8217;autore si sofferma con accenti intensi sull&#8217;amore di Dio e sottolinea, di conseguenza, che “la vita in Cristo non riguarda solo il futuro, ma già ora è presente per i santi che vivono ed operano in essa”.</p><p>I mezzi attraverso i quali “Cristo è realmente presente e alimenta le fonti della vita da lui stesso portata con la sua venuta” sono i sacramenti, ad iniziare dal battesimo che ”dona l&#8217;essere, cioè il sussistere conforme al Cristo; esso è il primo mistero: prende gli uomini morti e corrotti e li introduce nella vita”. La vita interiore dell&#8217;uomo viene poi rafforzata in virtù dell&#8217;unzione del miron, che “porta a perfezione l&#8217;essere già nato, infondendogli l&#8217;energia conveniente a tale vita”, e dell&#8217;accostamento alla divina Eucaristia che ” sostiene e custodisce la vita e la salute: è il pane della vita, infatti, che permette di conservare quanto è stato acquisito e di serbarsi vivi. Perciò – conclude Nicola – in virtù di questo pane viviamo e in virtù del miron ci muoviamo, dopo aver ricevuto l&#8217;essere dal lavacro battesimale”. Mediante la grazia propria di ciascun sacramento, “gli uomini diventano dèi e figli di Dio, la nostra natura è onorata con l&#8217;onore dovuto a Dio, la polvere è innalzata a tal grado di gloria da essere ormai eguale in onore e deità alla divina natura” […]. E&#8217; questa la potenza di Dio che copre i cieli: […] infatti l&#8217;opera di Dio è sempre partecipazione di un bene; è questo il movente per cui Dio fa tutte le cose e il fine delle cose già create e di quelle che potranno esistere in futuro: il bene – dice &#8211; si effonde e si propaga”. La partecipazione ai sacramenti rende l&#8217;uomo conforme a Cristo Redentore e permette sin d&#8217;ora di essere introdotti alla conoscenza di Lui: “Attraverso i santi misteri, quasi finestre – ribadisce Cabàsilas -, il sole di giustizia entra in questo mondo tenebroso, mette a morte la vita secondo il mondo, e fa sorgere la vita sovramondana: […] per mezzo dei misteri il fulgore della vita futura entra nelle anime e vi inabita”.</p><p>Oltre alla Vita in Cristo, Nicola Cabàsilas lega il proprio nome alla stesura di altri splendidi scritti: fra gli altri, in primo luogo, la Spiegazione del rito della celebrazione eucaristica, ad ulteriore conferma della centralità conferita dall&#8217;autore alla vita liturgico-sacramentale quale occasione privilegiata di progressiva conformazione e trasformazione dell&#8217;uomo in Cristo; si possono poi citare tre Omelie mariane (In Nativitatem, In Annuntiationem, In Dormitionem), due elogi a san Demetrio martire, la Laudatio sanctae matris nostrae et myroblyditae Theodorae, l&#8217;elogio In Hierarchas (dedicato ai tre Padri Cappadoci), un testo Contro i pirroniani, sul criterio della verità, numerosi panegirici in onore di santi e martiri, preghiere ed epistole.</p><h4>Note</h4><ul><li>(1) La citazione è tratta dal contributo Chronologie de Nicolas Cabasilas (1345-1354), in “Orientalia Christiana Periodica”, 21 (=1955), p. 215.</li><li>(2) La citazione proposta, unitamente a tutte le successive, è tratta dal testo della Vita in Cristo, a cura di Umberto Neri, Città Nuova, Torino 1994 (IV edizione 2005).</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005878_nicola-cabasilas.html" data-text="Nicola Cabasilas" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005878_nicola-cabasilas.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005878_nicola-cabasilas.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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