<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Mitologia</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/mitologia/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 04 Feb 2012 13:03:47 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Mitra: culto in epoca romana</title><link>http://www.archeoguida.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Jun 2011 14:10:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Serena Maria Assunta Sfameni</dc:creator> <category><![CDATA[Divinità - M]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category> <category><![CDATA[Mitra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5575</guid> <description><![CDATA[Mitra nel mondo romano: mitraismo e culti misterici Il mitraismo come dice la parola stessa è il culto di Mitra, un dio di origine persiana, ma presente anche nella religione indiana. La sua comparsa in Occidente risale al I sec. d.C. ed è già accompagnato da alcuni elementi iconografici distintivi della sua storia: la grotta [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-5578" title="mitra-01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/mitra-01.jpg" alt="Mitra" width="600" height="415" /></strong></p><p><strong>Mitra nel mondo romano: mitraismo e culti misterici </strong></p><p>Il mitraismo come dice la parola stessa è il culto di <strong>Mitra</strong>, un dio di origine persiana, ma presente anche nella religione indiana. La sua comparsa in Occidente risale al I sec. d.C. ed è già accompagnato da alcuni elementi iconografici distintivi della sua storia: la grotta e il toro (come vedremo in seguito). <strong>Stazio </strong>nella “<strong>Tebaide</strong>” racconta che l’antro di Perseo presenta il <em><strong>“torquentem cornua Mithram”</strong></em>, aggiunge anche che già fra l’<strong>80</strong> e il <strong>90</strong> <strong>d.C. </strong>è nota a Roma l’immagine del dio tauroctono all’interno di una grotta, caratteristica imprescindibile del culto mitriaco.</p><p>Scavi archeologici hanno riportato alla luce nell’area dell’Eufrate un santuario dedicato a Mitra, il quale è raffigurato in alcuni affreschi come un arciere in abiti persiani e a cavallo, nell’atto di uccidere alcuni animali che tentano di fuggire. Il cacciatore è accompagnato da un <strong>serpente</strong> (che si attorciglia sotto il cavallo) e un <strong>leone </strong>che precede il dio. Si tratta di due simboli collegati ai misteri mitriaci.</p><p>Le provincie germaniche hanno restituito un cospicuo numero di rilievi, nei quali ritorna il medesimo modello, le immagini seppur con delle varianti riproducono scene di animali in fuga, la cattura del toro e la sua uccisione, il banchetto conclusivo con il dio/cacciatore vittorioso e il dio Sole. La tavola dove si consuma il cibo solitamente è coperta dalla pelle del toro.</p><p>Si tratta di elementi che identificano Mitra come il <strong>dio della caccia e del sacrificio</strong>, un’attività che ci riporta a un’epoca remota, anche lo stesso nome del dio è decisamente antico. Risale al XIV sec. a.C. una tavoletta d’argilla proveniente dalla Turchia, in cui egli è menzionato come garante di un accordo. Nel persiano antico il termine <em><strong>mithra</strong></em> indica il contratto, inteso come un patto stipulato verbalmente. Mitra risulta essere quindi anche il <strong>dio dell’alleanza e dell’accordo</strong>.</p><p><strong>Il sacrificio del toro</strong></p><p>Dunque Mitra è il dio del patto, ma nei misteri romani l’immagine che meglio lo rappresenta è il <strong>sacrificio del toro</strong>. In tutti mitrei dell’area italica è presente un rilievo o un affresco raffigurante la cattura dell’animale; la divinità si posiziona su di esso; gli afferra le narici con la mano sinistra, costringendolo a sollevare la testa e annullando la sua difesa; poi con la destra lo uccide inserendo la corta spada persiana nella carotide. Dalla ferita sgorga il sangue sacro. In alcuni casi l’animale ha dei lacci intorno al corpo, elementi che ne indicano l’addomesticamento. Si tratta della grande impresa <strong>salvifica </strong>del dio, da cui ebbe origine il mondo.</p><p>È probabile che questa immagine mitica fosse di provenienza persiana e che a quell’epoca si immolasse realmente un toro, un reale sacrificio che successivamente si ridusse ad una rappresentazione simbolica nella grotta (<em>spelaeum</em>).</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5579" title="mitra" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/mitraismo-1.jpg" alt="mitra" width="600" height="689" /></p><p><strong>Mitra, dio del giuramento e del sole</strong></p><p>I Persiani nei loro giuramenti invocano Mitra. Plutarco nella sua biografia su Alessandro Magno narra che il sovrano persiano Dario, per convincere un servo a dire la verità, gli ricorda di essersi impegnato alla fedeltà con una stretta di mano e con un giuramento su Mitra. Inoltre la verità deve essere rivelata nel rispetto del re e della luce del dio (il sole). Mitra è anche il <strong>dio dei giuramenti e del sole</strong>, del resto nelle antiche forme di giuramento il dio Sole è testimone dei contratti. Nella lingua persiana più recente la parola <em><strong>mihr</strong></em>, forma più tarda di <em><strong>mithra</strong></em>, significa “<strong>sole</strong>”. Anche nei mitrei romani Mitra e il dio Sole sono spesso rappresentati affiancati nell’atto di stringersi la mano e di consumare il banchetto dopo il sacrificio. La stretta di mano allude a un rapporto di fedeltà, è evidente l’aspetto personalistico del mitraismo, nel quale i rapporti tra i fedeli sono legati da vincoli di amicizia e di rispetto. Questo carattere del culto ha fatto in modo che i Romani fossero particolarmente attratti dal dio Mitra, proprio perché lo Stato romano si fonda su un sistema clientelare, basato su vincoli di fedeltà al sovrano, il quale è una sorta di incarnazione del dio sulla terra.</p><p><strong>Mitra, dio dei guerrieri.</strong></p><p>Negli antichi testi persiani (<em>Avesta</em>) è presente un inno in cui Mitra è invocato come il <strong>dio dei guerrieri</strong>, che in mezzo alla battaglia fa avanzare le proprie truppe rompendo le file dei nemici. Il dio uccide i ribelli che lo hanno tradito e ne distrugge le dimore. Una testimonianza violenta che diventa un monito per chi non la rispetta.</p><p>Tutte queste caratteristiche rendono Mitra un dio particolarmente legato al mondo maschile, visto il contatto con i sovrani e l’esercito. Anche quando si diffonde nel mondo romano il suo culto rimane un fenomeno tipico delle associazioni maschili, cioè dei soldati e degli uomini al servizio degli imperatori. Mitra in quanto dio del patto e della lealtà è ben visto e quindi tutti coloro che si avvicendano al potere favoriscono questo culto straniero.</p><p><strong>I misteri mitriaci romani</strong></p><p>Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano che durante il II e il III sec. d.C. il culto misterico del dio persiano Mitra ha avuto grande diffusione ed è stato ben accolto. Rispetto al dio persiano quello romano presenta diversa novità.</p><p>Il Mitra dell’antico Iran è solo uno tra gli dei del pantheon politeista, e nel zoroastrismo (antica religione iranica) è sottomesso al dio principale Ahura Mazda. Nei misteri romani egli è il dio principale, tutti gli altri dei sono subordinati a lui; si tratta di una sorta di religione <strong>enoteista</strong>, la quale pur riconoscendo molte divinità, insegna che quest’ultime non sono altro che la manifestazione di un unico dio. Inoltre gli antichi culti indo-iranici sono pubblici, mentre quello romano è segreto ma soprattutto è una religione misterica.</p><p>Da un lato esiste una certa continuità tra gli antichi Persiani e i misteri mitriaci romani (l’immagine del sacrificio, il nome stesso del dio e alcune vicende della sua storia), ma dall’altro lato quest’ultimi introducono un fenomeno nuovo. <strong>I misteri di</strong> <strong>Mitra</strong> sono articolati in sette livelli di iniziazione connessi con le divinità planetarie. Si tratta di una religione astrale, in cui la dottrina si inserisce in un quadro cosmico; l’ascesa ai sette gradi iniziatici del <em>mystes</em> simboleggia la sua salita verso l’eterno, che avviene attraverso una serie di prove da superare. Quest’analisi evidenzia tutta la novità del culto mitriaco romano.</p><p>Non conosciamo il luogo di origine di questo culto, ma ben presto il centro di questa nuova religione diventa Roma e poi da qui si diffonde nelle province.</p><p><strong>Mitraismo: culto o religione</strong></p><p>Esoterismo (massima segretezza da parte dei fedeli) ed iniziazione sono gli elementi fondamentali dei misteri di Mitra, i quali rispetto agli antichi culti misterici presentano alcune novità:</p><ul><li>Un culto intimo e privato che non presenta alcuna componente pubblica, come nel caso di Iside o di Demetra; non vi sono feste annuali in suo onore;</li><li>È escluso alle donne, i riti sono aperti a piccole comunità chiuse di soli uomini;</li><li>È un dio vittorioso;</li><li>In quanto dio di un culto misterico diventa protagonista di una storia ed è portatore di una visione cosmica e antropologica.</li></ul><p>Tutti questi elementi evidenziano il carattere cultuale del mitraismo, tuttavia presenta alcuni elementi che permettono di inserirlo in un contesto religioso: la presenza del dio accanto ad altre divinità del <em>pantheon</em> greco-romano (Zeus, Sole, Mercurio); l’assimilazione di Mitra al dio Sole prova il pieno inserimento nella religione romana.</p><p><strong>I livelli di iniziazione e le divinità planetarie</strong></p><p>Ognuno dei sette livelli di iniziazione è sotto la tutela (protezione) di un dio planetario. Vediamo quali sono:</p><ol><li><em><strong>Corax</strong></em> (corvo)<br /> protezione di Mercurio; gli iniziati del primo grado portano una maschera da corvo e servono in tavola;</li><li><em><strong>Nymphus</strong></em> (bruco)<br /> protezione di Venere; la parola greca è usata esclusivamente in ambito mitriaco, esistono i vocaboli <em>nymphos</em> (sposo) e <em>nymphe</em> (sposa o ninfa, ma anche larva). <em>Nymphus</em> è un neologismo, usato come corrispettivo maschile di <em>nymphe</em>;</li><li><em><strong>Miles</strong></em> (soldato)<br /> protezione di Marte;</li><li><em><strong>Leo</strong></em> (leone)<br /> protezione di Giove. Nel mitreo sotto Santa Prisca a Roma due scene raffigurano una processione di leoni, essi sfilano dinanzi al <em>Pater</em> offrendogli dei doni, in particolare incenso che bruciano sull’ara ardente, si tratta di una cerimonia fondamentale nei misteri mitriaci e più in generale molto gradita agli dei. Ascendendo al grado del Leone, gli iniziati ricevono un nuovo nome dal significato religioso, il <em>signum</em> o <em>supernomen</em>;</li><li><em><strong>Perses</strong></em> (persiano)<br /> protezione della dea Luna;</li><li><em><strong>Heliodromus </strong></em>(Eliodromo)<br /> protezione del dio Sole. L’Eliodromo e il relativo dio sono due figure strettamente legate a tal punto da non riuscire a distinguerli in alcune scene, ad esempio nell’altare di Poetovio il dio Sole è raffigurato con tutti gli attributi dell’<em>Heliodromus</em>: la corona a sette raggi, la frusta e il globo nella mano; alle sue spalle i quattro cavalli alludono alla quadriga solare;</li><li><em><strong>Pater </strong></em>(capo spirituale)<br /> protezione di Saturno, il dio nei monumenti mitriaci viene spesso raffigurato con gli attributi del dio egizio Serapide, Giove, Crono, Esculapio e forse anche altre divinità. Sull’altare di Poetovio Saturno porta sul capo il cesto di frutta e la cornucopia appoggiata al braccio sinistro; mentre regge con la destra una patera contenente l’offerta che versa sull’ara ardente. Nelle rappresentazioni del sacrificio la divinità è raffigurata sopra il capo di Mitra; in alcuni casi appare come un uomo nudo con la testa di leone avvolto da un serpente (il Leontocefalo).</li></ol><p><img class="alignnone size-full wp-image-5582" title="Leontocefalo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/Leontocefalo.jpg" alt="Leontocefalo" width="283" height="713" /><br /> <em>Leontocefalo</em></p><p><strong>Il mosaico pavimentale di Ostia</strong></p><p>Il monumento che più di ogni altro permette di conoscere i gradi di iniziazione è il <strong>mitreo con mosaico pavimentale di Ostia</strong>, chiamato anche “<strong>scala delle sette porte</strong>” o &#8220;<strong>mitreo di Felicissimo</strong>&#8220;. I sette pioli indicano altrettanti riquadri, mentre un ottavo riquadro più ampio si trova nella parte superiore e porta il nome del committente (<em>Felicissimus</em>). I pioli della scala rappresentano le sette porte, che <strong>Celso</strong> mette in relazione con gli dei planetari.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5585" title="ostia-mitreo-di-felicissimo-pianta" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo-pianta.jpg" alt="mitreo con mosaico pavimentale di Ostia" width="350" height="644" /></p><p>Nel <strong>primo</strong> spazio notiamo il simbolo del primo livello, il <strong>corvo</strong> (<em>Corax</em>) e una coppa, offerta durante il banchetto a cui partecipano tutti gli iniziati. A destra la presenza del <strong>caduceo</strong> riporta a Mercurio, di cui è simbolo.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5586" title="ostia-mitreo-di-felicissimo01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo01.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="438" height="291" /></p><p>Il <strong>secondo</strong> è dedicato al <strong><em>Nymphus</em></strong>, manca la parte sinistra, invece nel lato destro è visibile in basso una <strong>lampada</strong> e sopra un <strong>diadema</strong> che cinge il capo degli iniziati del secondo grado, che ha per patrona Venere.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5587" title="ostia-mitreo-di-felicissimo02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo02.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="427" height="286" /></p><p>Nel <strong>terzo</strong>, quello del <em>Miles</em> e del dio Marte, accanto <strong>all’elmo</strong> e alla <strong>lancia</strong> è raffigurato il <strong>berretto frigio</strong>.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5588" title="ostia-mitreo-di-felicissimo03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo03.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="432" height="297" /></p><p>Il <strong>quarto</strong> riquadro presenta sulla destra il <strong>fascio di fulmini </strong>(simbolo del dio Giove, nume tutelare del quarto livello, il Leone), nel lato sinistro è raffigurata la <strong>pala di fuoco</strong>. Al centro invece intravediamo il <strong>sistro</strong>, legato alla dea egizia Iside e al mito dello sposo Osiride, morto, scomparso e ritrovato grazie a questo strumento.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5589" title="ostia-mitreo-di-felicissimo04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo04.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="600" height="451" /></p><p>Il <strong>quinto</strong> contiene i simboli del Persiano: la <strong>falce lunare</strong>, la<strong> stella della sera</strong>, <strong>l’acinace</strong> (la corta spada persiana).</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5590" title="ostia-mitreo-di-felicissimo05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo05.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="600" height="400" /></p><p>Il <strong>sesto</strong> quadrato è quello dell’<em>Heliodromus</em>, il cui dio è il Sole/Elio. L’<strong>aureola con i sette raggi</strong> lo identifica, accanto la <strong>frusta</strong> per domare i cavalli, a sinistra la<strong> fiaccola di Lucifero</strong>, la stella del mattino che precede il dio.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5592" title="ostia-mitreo-di-felicissimo06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo06.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="600" height="450" /></p><p>Il <strong>settimo</strong> incorona il <em>Pater</em>, indicato dal<strong> berretto frigio</strong>, la <strong>verga</strong> del sacerdote persiano (<em>mago</em>) e la <strong>coppa</strong> per versare la bevanda del sacrificio. A destra la <strong>falce</strong> simboleggia Saturno, il dio planetario associato all’ultimo livello.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5593" title="ostia-mitreo-di-felicissimo07" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo07.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="600" height="400" /></p><p>La parte superiore del mosaico è incoronato da un <strong>ottavo</strong> riquadro che riporta all’ultima tappa del processo di iniziazione della “religione” mitriaca, cioè le regioni oltre il cielo delle stelle fisse, meta finale dell’iniziato che vi ascenderà dopo la morte.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5594" title="ostia-mitreo-di-felicissimo-iscrizione" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/ostia-mitreo-di-felicissimo-iscrizione.jpg" alt="ostia mitreo di felicissimo" width="600" height="451" /></p><p>I sette livelli sono presenti anche in tutte le scene del sacrificio del toro. L’animale è circondato da un numero variabile di figure ma sette di esse compaiono costantemente:</p><ul><li><strong>Mitra<br /> </strong>il dio nelle raffigurazioni identifica il <em>Pater</em>;</li><li>Due tedofori in costume persiano<br /> <strong>Cautopate</strong> (in latino <em>Hesperus</em>)<em> </em>e <strong>Caute</strong> (in latino <em>Lucifer</em>). Il primo con la torcia abbassata rappresenta <em>Perses</em> e la stella della sera, che annuncia l’arrivo della notte; il secondo con la fiaccola alzata invece simboleggia <em>Heliodromus</em>;</li></ul><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5596" title="Caute" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/Caute.jpg" alt="Caute" width="354" height="499" /></em><br /> <em>Caute </em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5597" title="Cautopate" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/Cautopate.jpg" alt="Cautopate" width="367" height="505" /></em><br /> <em>Cautopate</em></p><ul><li><strong>cane<br /> </strong>l’animale di solito si trova sotto il toro in agonia e riporta al grado del Leone;</li><li><strong>scorpione<br /> </strong>identificativo del <em>Miles</em>, afferra i testicoli del toro per bere il seme;</li><li><strong>serpente<br /> </strong>si trova anch’esso sotto il toro sacro per berne il sangue versato dalla ferita inferta da Mitra; rappresenta il secondo grado (<em>Nymphus</em>);</li><li><strong>corvo<br /> </strong>nei rilievi e negli affreschi simboleggia il <em>Corax</em>, nel momento di volare via dal Sole si dirige verso Mitra per annunciargli di sacrificare il toro.</li></ul><h3><strong>Schema dei gradi di iniziazione mitraica</strong></h3><p>È opportuno schematizzare i gradi di iniziazione, con i pianeti, gli attributi e i simboli che li caratterizzano.</p><table border="0" cellspacing="0" cellpadding="7" width="657"><colgroup span="1"><col span="1" width="158"></col><col span="1" width="147"></col><col span="1" width="148"></col><col span="1" width="147"></col></colgroup><tbody><tr valign="top"><td width="158"><strong>Grado</strong></td><td width="147"><strong>Divinità planetaria</strong></td><td width="148"><strong>Simboli che accompagnano il sacrificio del toro</strong></td><td width="147"><strong>Altri simboli o attributi</strong></td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Corax</strong></em></li></ol></td><td width="147">Mercurio</td><td width="148">corvo</td><td width="147">caduceo, lira,coppa, tartaruga, ariete</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Nymphus</strong></em></li></ol></td><td width="147">Venere</td><td width="148">serpente</td><td width="147">lampada, colomba, larva, diadema</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Miles</strong></em></li></ol></td><td width="147">Marte</td><td width="148">scorpione</td><td width="147">berretto frigio semplice, lancia, elmo</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Leo</strong></em></li></ol></td><td width="147">Giove</td><td width="148">cane</td><td width="147">leone, fascio di fulmini, aquila, sistro, pala da fuoco</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Perses</strong></em></li></ol></td><td width="147">Luna</td><td width="148">Cautopates o <em>Hesperus</em></td><td width="147">fiaccola abbassata, acinace, falce, brocca, tridente, civetta, delfino</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Heliodromus</strong></em></li></ol></td><td width="147">Sole</td><td width="148">Caute o Lucifero</td><td width="147">fiaccola alzata, raggiera, palma, frusta, globo, il gallo</td></tr><tr valign="top"><td width="158"><ol><li><em><strong>Pater</strong></em></li></ol></td><td width="147">Saturno</td><td width="148">Mitra</td><td width="147">falce, verga, cratere, timone, patera</td></tr></tbody></table><p>Analizziamo ora alcune delle prove che il <em>mystes</em> deve superare:</p><h4><strong>Cerimonia del </strong><em><strong>transitus</strong></em></h4><p>In numerosi mitrei si nota marginalmente la cerimonia del <em>transitus</em>, cioè il trasporto. Un servo in abiti persiani porta sulle spalle il toro sacrificato tenendolo per le zampe posteriori. L’animale ucciso viene portato nel luogo dove si svolgerà il banchetto. Non è altro che una cerimonia di passaggio al livello superiore di iniziazione, probabilmente dal secondo al terzo. Chiaramente non possiamo sapere se il trasporto avvenisse realmente oppure solo simbolicamente. Si tratta comunque di una delle tante prove che l’iniziato deve superare e consiste in un servizio da prestare durante il banchetto.</p><h4><strong>Rito della spada</strong></h4><p>Il rito con spada e corona consente il passaggio al grado di Soldato, la cerimonia è ben descritta dal cristiano Tertulliano nell’opera “<em>De corona militis</em>”. Il fedele deve conquistare una corona, contendendola ad un uomo armato. Il duello non avviene realmente, tutto è simulato ma serve a testare il suo coraggio. Tolta all’avversario la spada e la corona, un servo gli pone quest’ultima sul capo, ma il sacerdote (o <em>Pater</em>) lo invita immediatamente a restituirla pronunciando una frase rituale: “È Mitra la mia corona”. Dopo aver rifiutato la corona, il <em>Miles</em> riceve il berretto frigio, come segno del raggiungimento del terzo grado.</p><h4><strong>Viaggio del Persiano sul carro del sole</strong></h4><p>Il passaggio dal quinto al sesto grado (quello dell’Eliodromo) avviene attraverso un viaggio simbolico sul carro del sole. In molti rilievi si scorge un giovane in abiti persiani, che sale sul carro accanto al dio Sole. I due si stringono la mano, l’azione è definita con un termine proprio degli iniziati mitriaci <em>syndexii</em>, con questo gesto l’adepto diventa quasi un vassallo del <em>Pater</em>.</p><p>L’episodio è riprodotto nel rilievo girevole di Dieburg. Su un lato Mitra è a caccia; l’altro lato rappresenta l’evento che precede l’ascesa del Persiano e del dio Sole. All’interno di un cerchio è scolpita la facciata di un tempio, sul timpano la testa del dio è riprodotta dentro un medaglione. Davanti al tempio troviamo il giovane dio Sole che tende la mano al Persiano, che avanza verso di lui. Il dio sta scendendo dal trono e tra poco i due saliranno sul carro; alla loro destra e sinistra quattro servi portano i quattro cavalli. Sullo sfondo vi sono quattro donne che rappresentano le stagioni. Ai quattro angoli le divinità dei venti (i punti cardinali), sotto la scena <em>Oceanus</em>, il dio <em>Caelus</em> e <em>Tellus</em>, la dea della terra.</p><h4><strong>Iniziazione dell’Eliodromo</strong></h4><p>Questa cerimonia ricorre in numerosi monumenti: l’iniziato si inginocchia per rendere omaggio al <em>Pater</em>, che gli toglie il berretto frigio e lo incorona con la <strong>raggiera</strong>, simbolo del nuovo livello raggiunto. Al sesto grado è collegato il mito del furto e dell’addomesticamento del toro, che precede il sacrificio. Mitra nei testi antichi era chiamato “il <strong>dio che ruba i bovini</strong>”; dai rilievi emerge l’immagine del toro catturato e sottomesso al dio, in alcune versioni l’animale tenta la fuga ma il dio lo insegue fino a raggiungerlo, lo uccide con una pugnalata alla carotide dopo il segnale ricevuto dal Sole attraverso un raggio o un corvo.</p><h4><strong>Sacrificio e banchetto sacro</strong></h4><p>Il grado di <em>Pater</em> è collegato alla grande impresa salvifica di Mitra (il sacrificio del toro) e al banchetto finale consumato con il dio Sole. Abbiamo già descritto la scena dell’uccisione dell’animale, in alcuni rilievi annunciata da un corvo che vola dal dio Sole verso Mitra su un raggio. Segue il momento del pasto sacro consumato dalle due divinità, i rappresentanti degli altri gradi partecipano servendo in tavola. Nei mitrei la scena principale è spesso collocata (ad esempio su un telaio fisso che ruotava su un perno) in modo da mostrare sulla parte anteriore il sacrificio del toro e sul retro il banchetto sacro. In merito a quest’ultimo, il cibo che viene rappresentato nei rilievi può essere identificato con del pane, diversi tipi di frutta e in alcuni casi anche carne. Tra i resti archeologici di molti mitrei ritroviamo ossa di animali, come buoi, pecore e capre. All’interno delle grotte si celebrava realmente un banchetto a cui partecipavano tutti i membri della comunità (gli <em>spelea</em> non potevano contenere più di una trentina di persone sulla base di quelli ritrovati a Ostia), lo scopo era non solo di rievocare il banchetto sacro in memoria del dio ma anche di rinsaldare legami “familiari”.</p><p>L’uccisione del toro come fonte di salvezza per l’uomo è testimoniata dai resti di un’iscrizione, in parte ricostruita, nel <strong>mitreo di S. Prisca</strong>: “<em>et nos servasti aeternali sanguine fuso</em>” (“Tu ci salvasti versando il sangue eterno”), si tratta di un’esclamazione rivolta ai fedeli. Si stabilisce un rapporto diretto tra l’uomo e il sangue versato durante il sacrificio, fondamentale per ottenere l’<em>aeternitas</em>.</p><h3><strong>Funzione escatologica del culto mitriaco</strong></h3><p>L’iniziato procedendo dal <em>corax</em> al <em>pater</em> porta avanti un percorso di “fede”, attraverso il passaggio da un grado iniziatico all’altro ottiene la dignità somma del <em>pater</em>; il <em>mystes</em> oltre a dei benefici terreni raggiunge l’apoteosi finale e il livello divino dell’<em>aeternitas</em>. Di conseguenza gli effetti del mitraismo non si limitano solo alla vita presente ma mostrano anche una apertura escatologica, in una visione cosmica implicante il passaggio dell’anima attraverso i cieli planetari.</p><p>L’immagine dell’<em>ascensus</em> si ricollega alla vicenda stessa di Mitra, che si conclude sul cocchio del Sole per un viaggio verso le regioni superiori. Alcuni monumenti della Pannonia e della Dacia rappresentano la quadriga che si dirige verso destra in direzione di una figura maschile che occupa l’angolo estremo della lastra. In alcuni casi il personaggio è barbuto ed è sdraiato vicino ad un vaso dal quale fuoriesce acqua, identificabile con <em>Oceanus</em>. In altri rilievi la figura verso la quale si rivolge il carro solare appare diversa: la presenza di un velo arcuato al di sopra della testa del personaggio lo identifica come <em>Caelus</em>.</p><p>In conclusione possiamo affermare che Mitra si caratterizza anche come una <strong>divinità celeste</strong>, portatrice di valori etici; compie un’impresa connessa con la vita cosmica ed è protagonista di una vicenda che matura attraverso prove, fatiche e difficoltà. Tale impresa costituisce un modello da seguire per gli iniziati, soprattutto per la sua natura salvifica nei confronti della vita terrena e ultraterrena.<strong> </strong></p><h3><strong>Diffusione del culto di Mitra a Roma</strong></h3><p>La sua maggiore diffusione si colloca tra il II e il III sec. d.C.; il mitreo sotto Santa Prisca viene costruito nel 202, in una iscrizione incisa tra il 209 e il 211 un liberto imperiale è così definito: “<em>Pater </em>e sacerdote dell’invitto Mitra nella casa imperiale”. Del resto le grotte non erano scavate in segreto ma il tutto avveniva con il consenso dell’imperatore. Testimonianze epigrafiche provano un’iniziale introduzione del culto tra i liberti; successivamente sotto Settimio Severo si diffonde anche fra i pretoriani (la guardia armata dell’imperatore).</p><p>Il periodo aureo del mitraismo nell’impero può essere compreso tra il 180 e il 220.</p><h3><strong>Declino del culto di Mitra nell’impero romano e la distruzione dei mitrei</strong></h3><p>Nel 235 Alessandro Severo viene assassinato, con lui si chiude la dinastia dei Severi e contemporaneamente sembra anche perdere di popolarità il culto mitriaco.</p><p>La situazione muta con Diocleziano, il quale afferma di discendere da Giove e si fa soprannominare <em>Iovius</em>; vuole ripristinare le antiche tradizioni romane tra cui ormai è presente anche il mitraismo, che già da diverse generazioni è pienamente inserito nella religione romana. Riprendono di conseguenza le dediche rivolte a Mitra da parte di funzionari e ufficiali.</p><p>Con Costantino e la sua inclinazione verso il cristianesimo i misteri di Mitra subiscono un duro e definitivo colpo, in poco tempo la sua avversione al mitraismo si propaga in tutto l’impero. Basta pensare che il vescovo di Milano Ambrogio (dal 374 al 397) non aveva idea dell’esistenza di questi misteri.</p><p>L’avversione per i culti pagani coinvolge anche Mitra, così come i santuari anche i mitrei vengono in parte distrutti e in parte abbandonati, i rilievi e gli affreschi vengono danneggiati, le grotte abbandonate essendo il culto vietato diventano la sede ideale per erigere nuove chiese. Gli archeologi hanno infatti ritrovato alcuni mitrei al di sotto di chiese cristiane.</p><h4><strong>Bibliografia</strong></h4><ul><li>Reinhold Merkelbach, <em>Mitra, il signore delle grotte</em>, ediz. italiana a cura di Paolo Masserdo, 1988, Genova.</li><li>Giulia Sfameni Gasparro, <em>Misteri e teologie, per la storia dei culti mistici e misterici del mondo antico</em>, editore Giordano, 2003.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html" data-text="Mitra: culto in epoca romana" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005575_mitra-culto-in-epoca-romana.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Valchirie</title><link>http://www.archeoguida.it/005503_valchirie.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005503_valchirie.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 19 Jun 2011 15:59:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - V]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5503</guid> <description><![CDATA[Le Valchirie in una raffigurazione pittorica moderna Le Valchirie nella mitologia nordica Nella mitologia norrena una Valchiria (dall’antico norreno Valkyrja, &#8220;Colei che sceglie gli uccisi&#8221;) era una figura femminile che decideva chi sarebbe morto in battaglia. Metà di quelli che morivano in battaglia, (l’altra metà andava nel mondo dell’aldilà Fólkvangr con Freyja), veniva portata dalle [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5505" title="valchirie" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/valchirie.jpg" alt="Valchirie" width="600" height="469" /></em><br /> <em>Le Valchirie in una raffigurazione pittorica moderna</em></p><h2>Le Valchirie nella mitologia nordica</h2><p>Nella mitologia norrena una Valchiria (dall’antico norreno <em>Valkyrja</em>, &#8220;Colei che sceglie gli uccisi&#8221;) era una figura femminile che decideva chi sarebbe morto in battaglia. Metà di quelli che morivano in battaglia, (l’altra metà andava nel mondo dell’aldilà Fólkvangr con Freyja), veniva portata dalle valchirie nel Valhalla, dove regnava Odino. Qui i guerrieri defunti diventavano <em>einherjar</em>, cioè spiriti dei guerrieri valorosi che si sarebbero battuti al fianco di Odino durante la battaglia finale del Ragnarök. Se non erano impegnati ad esercitarsi per la battaglia, gli einherjar venivano accuditi dalle valchirie, che portavano loro l’idromele. Esse cavalcavano dei lupi e infatti nell’antico inglese “valkyrie’s horse” era un sinonimo di lupo. Stando sui campi di battaglia, venivano spesso associate o identificate con corvi e lupi.</p><p>Le valchirie erano talvolta anche considerate come le amanti di eroi e di altri mortali, spesso accompagnate da corvi o da cigni.</p><p>Le valchirie sono attestate nell’<em>Edda poetica</em>, opera che riporta miti e leggende più antichi, nell’<em>Edda in prosa</em> e nell’ <em>Heimskringla</em> (composti da Snorri Sturluson) e nella <em>Njáls saga</em>, una saga degli Islandesi, tutte scritte nel XIII secolo. Esse appaiono anche in tutta la poesia degli scaldi, (poeti scandinavi e islandesi), in una formula magica del XIV secolo e in varie iscrizioni runiche.</p><p>I termini <em>wælcyrge</em> e <em>wælcyrie</em> nell’antico inglese appaiono in diversi manoscritti e non si sa ancora se i termini sono comparsi sotto l’influenza norrena o se riflettono una tradizione nativa fra gli Anglosassoni pagani.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Etimologia del termine Valchiria</strong></span></h3><p>Il termine<em> valchiria</em> deriva dal norreno <em>valkyrja</em>, (plurale <em>valkyrjur</em>), ed è composto da due parole: il sostantivo <em>valr,</em> (riferito agli uccisi sul campo di battaglia) e il verbo <em>kjósa,</em> (che significa &#8220;scegliere&#8221;). Insieme, le due parole significano la &#8220;scelta degli uccisi&#8221;. Il termine <em>v</em><em>alkyrja</em> nella lingua norrena è affine alla parola <em>wælcyrge</em> nell’antico inglese. Altri termini usati per indicare le valchirie comprendono <em>óskmey</em>, (in norreno &#8220;fanciulla del desiderio&#8221;), che appare nel poema <em>Oddrúnargrátr</em>, e <em>Óðins meyjar,</em> (in norreno &#8220;fanciulle di Odino &#8220;), che compare nel <em>Nafnaþulur</em>. <em>Óskmey</em> può essere collegato al nome odinico <em>Oski,</em> (in norreno, più o meno significa &#8220;colui che adempie ai desideri&#8221;), riferendosi al fatto che Odino riceveva i guerrieri uccisi nel Valhalla.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Edda poetica</strong></span></h3><p><em>L’Edda poetica </em>è una raccolta di poemi tratti dal manoscritto medievale islandese <em>Codex regius</em>. È una delle opere più importanti che fornisce informazioni sulla mitologia norrena, insieme all’<em>Edda in prosa</em> di Snorri Sturluson. Il <em>Codex regius</em> venne compilato probabilmente intorno al XIII sec. d.C., ma cita leggende e miti molto più antichi. L’opera è composta da ventinove canti o poemi, i primi dieci di argomento mitologico, descrivono le gesta degli dei; gli altri diciannove riguardano invece le gesta degli eroi.</p><p>Le valchirie compaiono, o vengono solo menzionate nei poemi <em>Völuspá, Grímnismál, Völundarkviða, Helgakviða Hjörvarðssonar, Helgakviða Hundingsbana I, Helgakviða Hundingsbana II</em> e <em>Sigrdrífumál</em>.</p><h4><strong>Völuspá</strong></h4><p>Nella trentesima strofa di questo poema, una völva (profetessa) parla ad Odino e gli svela d’aver visto le valchirie venire da lontano, pronte per cavalcare verso il regno dei giusti. La völva prosegue poi elencando sei nomi di queste valchirie: <em>Skuld,</em> (in norreno forse &#8220;debito&#8221; o &#8220;futuro”), la quale &#8220;porta uno scudo&#8221;, <em>Skögul</em> (&#8220;l’agitatrice&#8221;), <em>Gunnr</em> (&#8220;guerra&#8221;), <em>Hildr</em> (&#8220;battaglia&#8221;), <em>Göndul</em> (&#8220;colei che impugna la bacchetta”), e <em>Geirskögul</em> (&#8221; lancia di Skögul &#8220;). In seguito, la völva dice d’aver elencato le &#8220;dame del Signore della guerra, le valchirie, pronte a cavalcare sopra la terra&#8221;.</p><h4><strong>Grímnismál</strong></h4><p>Qui Odino, (sotto le sembianze di Grímnir), torturato, affamato ed assetato, chiede al giovane Agnar che le valchirie Hrist (&#8220;l’agitatrice&#8221;) e Mist (&#8220;nuvola&#8221;) gli rechino un corno per poter bere e successivamente elenca undici nomi di valchirie che possano portare la birra agli einherjar; <em>Skeggjöld</em> (&#8221; età dell’ascia &#8220;), <em>Skögul</em><em>, </em><em>Hildr</em><em>, </em><em>Þrúðr</em> (&#8220;potere &#8220;), <em>Hlökk</em> (&#8220;rumore &#8221; o&#8221; battaglia &#8220;), <em>Herfjötur</em> (&#8220;catena dell’esercito &#8220;), <em>Göll</em> (&#8221; tumulto &#8220;), <em>Geirahöð</em> (&#8221; lancia della battaglia &#8220;), <em>Randgríð</em> (&#8221; scudo della tregua &#8220;), <em>Ráðgríð</em> (&#8221; consiglio-tregua &#8220;), e <em>Reginleif</em> (&#8221; potere della tregua &#8220;).</p><h4><strong>Völundarkviða</strong></h4><p>Nella prosa di quest’opera viene riferito che i fratelli Slagfiðr, Egil e Völund vennero ad abitare in una casa situata in un luogo chiamato <em>Úlfdalir</em> (“valli del lupo”). Lì, una mattina presto, i tre fratelli trovarono tre donne che filavano il lino sulla riva del lago <em>Úlfsjár</em><em> </em>(&#8220;lupo del lago&#8221;), e in fianco ad esse vi erano i loro indumenti fatti di piume di cigno; esse erano delle valchirie. Due, figlie del re Hlödvér, si chiamavano <em>Hlaðguðr svanhvìt</em> (&#8220;cigno nero&#8221;) e <em>Hervör alvitr</em> (che forse significa &#8220;onnisciente&#8221;o &#8220;strana creatura&#8221;), la terza, figlia di Kjárr di Valland, aveva come nome <em>Ölrún</em> (probabilmente col significato di &#8220;runa della birra&#8221;). I fratelli portarono le tre donne a casa con loro; Egil prese Ölrún, Slagfiðr prese Hlaðguðr svanhvìt, e Völund prese Hervör alvitr. Essi vissero insieme per sette inverni, fino a quando le donne non volarono via per andare in battaglia e non tornarono più. Così Egil andò alla ricerca di Ölrún, Slagfiðr alla ricerca di Hlaðguðr svanhvít, mentre Völund rimase ad Úlfdalir.</p><h4><strong>Helgakviða Hjörvarðssonar</strong></h4><p>Questo poema narra le avventure dell’eroe Helgi Hjörvarðsson e della valchiria Svàva.</p><p>Helgi, giovane e silenzioso, ancora senza nome, era il figlio del re norvegese Hjörvarðr e di Sigrlinn da Sváfaland, e testimoniò d’aver visto nove valchirie che correvano mentre stava seduto su un tumulo funerario. Egli ne notò una in particolare; questa valchiria, poi chiamata Svàva, era la figlia del re Eylimi, che spesso l’aveva protetto in battaglia. La valchiria parlò all’uomo senza nome, lo chiamò Helgi e gli preannunciò che avrebbe avuto un destino da condottiero. Helgi allora parlò per la prima volta, rivolgendosi alla valchiria chiamandola “dama dal viso luminoso”, e le chiese come avrebbe potuto realizzare i suoi sogni. La valchiria rispose che Helgi si sarebbe dovuto impossessare di una spada magica nascosta a Sigarsholm e avrebbe dovuto vendicare il nonno materno.</p><p>Helgi, divenuto ormai re, che si recò dal padre di Svàva, il re Eylimi, per chiederla in moglie. I due riuscirono a stare insieme e dopo vari eventi e la morte di Helgi per una ferita subita in guerra, il racconto si conclude con la rinascita dei due innamorati.</p><h4><strong>Helgakviða Hundingsbana I</strong></h4><p>Mentre l’eroe Helgi Hundingsbane sedeva sul campo di battaglia disseminato di cadaveri di Logafjöll, vide una luce brillare da una montagna e da quella luce saettare dei fulmini. Volando attraverso il cielo, comparvero delle valchirie munite d’elmo, con le armature intrise di sangue e le lance brillanti. Finita la battaglia, la valchiria Sidrùn, (Svàva rinata con un altro nome), lo informò che suo padre Högni l&#8217;aveva promessa in sposa a Höðbroddr, figlio di Granmar, re del clan Hniflung, da lei ritenuto indegno. Helgi allora assemblò un enorme esercito per combattere a Rekastein contro il clan Hniflung, al fine di evitare che il matrimonio fra Sigrún e Höðbroddr avesse luogo. Verso la fine del poema, le valchirie scesero di nuovo dal cielo, questa volta a proteggere Helgi in mezzo alla battaglia di Frekastein. Dopo la battaglia, tutte le valchirie volarono via eccetto Sigrún, che promise ad Helgi che sarebbe stato un grande sovrano.</p><h4><strong>Helgakviða Hundingsbana II</strong></h4><p>All’inizio del poema il re Sigismondo (figlio di Völsung), e sua moglie Borghild hanno un figlio di nome Helgi, che essi chiamano Helgi Hjörvarðsson. Dopo l’uccisione del re Hunding da parte di Helgi nella quarta strofa, Helgi fuggì e consumò carne cruda di bovini che egli aveva macellato su una spiaggia, e qui egli incontrò Sigrún. Essa, figlia di Högni, era una valchiria che cavalcava attraverso l’aria e il mare, la reincarnazione di Svàva.</p><p>Procedendo col racconto, Helgi e la sua immensa flotta di navi procedettero verso Frekastein, ma incontrarono una grande tempesta. Un fulmine colpì una delle navi ed allora la flotta vide nove valchirie che volavano nel cielo e tra queste venne riconosciuta Sigrún; grazie ad essa, la tempesta si calmò e le navi poterono approdare a riva senza problemi.</p><p>Helgi morì in battaglia, ma tornò a visitare Sigrún nel Valhalla, una volta in un tumulo, e alla fine della poesia, nell’epilogo viene spiegato che Sigrún morì più tardi di dolore per la morte dell’amato.</p><h4><strong>Sigrdrífumál</strong></h4><p>Nell’introduzione di questo poema, l’eroe Sigfrido si reca fino a Hindarfell e da lì prosegue a sud verso la terra dei Franchi. Giunto su una montagna, Sigfrido vide una grande luce, come se un fuoco stesse bruciando verso il cielo. Sigfrido si avvicinò e vide un guerriero addormentato, gli levò l’elmo e scoprì che esso era una donna. La corazza della donna era talmente stretta che sembrava fosse cresciuta assieme al suo corpo. Sigfrido usò la sua spada Gram per tagliare la corazza, a partire dal collo verso il basso e le maniche e riuscendo a sfilarle il corsetto. La donna si svegliò e iniziò a parlare con Sigfrido dicendogli che Odino con un incantesimo l’aveva fatta addormentare e lei non era riuscita a romperlo. Sigfrido le chiese di dirgli il suo nome ed essa diede a Sigfrido un corno di idromele per aiutarlo a memorizzare quello che stava per dirgli. La donna recitò una preghiera pagana in due strofe e disse di chiamarsi Sigrdrífa e di essere una valchiria.</p><p>Sigrdrífa raccontò a Sigfrido che vi erano due re in lotta fra loro e Odino aveva promesso ad uno di questi, Hjalmgunnar, la vittoria. Però, in battaglia lei aveva fatto perdere Hjalmgunnar e Odino l’aveva quindi colpita con l’incantesimo e le aveva detto che non avrebbe più combattuto vittoriosamente, condannandola poi a sposarsi. In risposta, Sigrdrífa disse ad Odino di essersi impegnata nel giuramento che non avrebbe mai sposato un uomo che conosceva la paura. Sigfrido chiese poi alla valchiria di condividere con lui tutta la sua conoscenza e saggezza.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Edda in prosa</strong></span></h3><p>L’Edda in prosa fu scritta intorno al 1220 dallo storico islandese Snorri Sturluson ed è un manuale di poetica norrena. Essa è composta da un prologo seguito da tre parti<span style="color: #000000;">: </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fyrirsögn_ok_Formáli"><span style="color: #000000;"><em>Fyrirsögn ok Formáli</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> (intestazione e prologo), </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gylfaginning"><span style="color: #000000;"><em>Gylfaginning</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> (l’inganno di Gylfi), </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Skáldskaparmál"><span style="color: #000000;"><em>Skáldskaparmál</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> (dialogo sull’arte della poesia), e </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Háttatal"><span style="color: #000000;"><em>Háttatal</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> </span>(trattato di metrica).</p><p>In quest’opera, le valchirie vengono nominate per la prima volta nel trentaseiesimo capitolo del libro <em>Gylfaginning</em>, in cui High le descrive come coloro che scelgono i guerrieri da far morire in battaglia e descrive le loro attività. Sempre in questo libro viene poi riportato un passo dell’opera Grímnismál, in cui si trova un elenco di nomi di valchirie.</p><p>Riferimenti alle valchirie appaiono in tutto il libro <em>Skáldskaparmál</em>, che fornisce informazioni sulla poesia scaldica. Qui è riportato l’episodio in cui Odino, recandosi al funerale di suo figlio Baldr, viene accompagnato dalle valchirie.</p><p>Nel secondo capitolo viene riportato un passo proveniente dal poema anonimo Eirìksmàl; viene descritto come le valchirie versino da bere ai guerrieri scelti nel Valhalla.</p><p>Nel quarantunesimo capitolo l’eroe Sigfrido incontra una donna che un incantesimo ha fatto addormentare. Sigfrido riuscì a salvarla e a conoscere il suo nome; essa era una valchiria e si chiamava Hildr, ed era anche conosciuta come Brynhildr.</p><p>Nei capitolo quarantotto e quarantanove vengono utilizzati i nomi delle valchirie come sinonimi di parole quali “guerra”, “battaglia” o “scudo”.</p><p>Nel capitolo cinquantasettesimo è presente una sezione che contiene un elenco di &#8220;ancelle di Odino&#8221;, le valchirie: Hildr, Göndul, Hlökk, Mist, Skögul. E poi altri quattro nomi: Hrund, Eir, Hrist, e Skuld.</p><p>Nell’ultima parte del Skàldskaparmal, il Nafnaþulur, vi è una lista di ventinove nomi di valchirie.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Hrafnsmál</strong></span></h4><p>Il poema scaldico frammentario Hrafnsmàl, (generalmente accettato come scritto dal poeta scaldico norvegese del IX secolo d.C. Þorbjörn Hornklofi), riporta una conversazione fra una valchiria e un corvo, in gran parte basata sulla vita e sulle azioni del re Harald I di Norvegia. La valchiria, bella e saggia, comprende il linguaggio degli uccelli. Il corvo ha sempre seguito Harald e racconta alla valchiria le sue gesta.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Njáls saga</strong></span></h4><p>Una delle più famose saghe degli Islandesi, scritta intorno al XIII secolo d.C. Nel cinquantasettesimo capitolo un uomo di nome Dörruð testimoniò d’aver visto dodici persone che cavalcavano insieme verso una capanna durante il Venerdì Santo nella contea scozzese di Caithness. Queste dodici persone entrarono nella capanna e Dörruð non riuscì più a vederle; esso allora entrò nella capanna e spiò ciò che accadeva da una fessura nel muro. Egli vide delle donne con un telaio particolare: le teste degli uomini erano i pesi, le loro viscere la trama e l’ordito, una spada era la spola e i rocchetti erano formati da frecce. Le donne cantavano una canzone chiamata Darraðarljóð e Dörruð la memorizzò.</p><p>La canzone era composta da dodici strofe e in essa le valchirie decidevano chi avrebbero ucciso nella battaglia di Clontarf (23 Aprile del 1014 d.C.). Delle dodici valchirie, vengono riferiti solo sei dei loro nomi: Hildr, Hjörþrimul, Sanngriðr, Svipul, Guðr e Göndul.</p><p>Successivamente le valchirie lacerarono il loro telaio in pezzi. Ogni valchiria salì sul proprio cavallo e partì, sei verso nord e sei verso sud.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Heimskringla</strong></span></h4><p>Raccolta di saghe messe insieme dallo storico Snorri Sturluson nel 1225. Alla fine della saga Heimskringla si trova il poema Hákonarmál, composto dal poeta Eyvindr skáldaspillir. La saga racconta che il re di Norvegia Haakon I morì in battaglia, e nonostante fosse cristiano, egli chiese, dal momento che era morto fra pagani, di ricevere una sepoltura adeguata ai modi dei pagani. La saga racconta che poco dopo la morte di Haakon, avvenuta sulla stessa lastra di roccia sulla quale era nato, venne compianto da amici e nemici, e che i suoi amici trasportarono il suo corpo verso nord a Sæheim, in Hordaland. Haakon venne seppellito lì, in un grande tumulo, con le sue migliori vesti e la sua armatura, ma senza altri oggetti di valore. Inoltre, le parole pronunciate sulla sua tomba erano in accordo con le usanze pagane, e lo misero sulla strada per il Valhalla.</p><p>Nell’ Hákonarmál, Odino mandò le due valchirie Göndul e Skögul a scegliere fra i parenti dei re chi avrebbe dimorato con lui nel Valhalla. Scoppiò la battaglia ed Haakon e i suoi uomini morirono, e videro la valchiria Göndul appoggiata ad una lancia. Göndul commentò che ora Haakon avrebbe fatto parte del seguito del dio.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Fagrskinna</strong></span></h4><p>Quest’opera è una saga dei re scritta intorno al 1220. Nell’ottavo capitolo si dice che il re Erik Bloodaxe, (Erik I di Norvegia, detto il “sanguinario”), dopo la sua morte andò nel Valhalla insieme ad altri cinque sovrani e qui trovò le valchirie al suo servizio.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Ragnhild Tregagás</strong></span></h4><p>Dai documenti conservatisi da un processo di stregoneria tenutosi nel 1324 a Bergen, in Norvegia, viene riportato un incantesimo eseguito dalla donna accusata, Ragnhild Tregagás, con lo scopo di porre fine al matrimonio di un suo ex amante, un uomo di nome Bard. L’incantesimo contiene una menzione alla valchiria Göndul.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Attestazioni nell’antico inglese</strong></span></h3><p>Le parole nell’antico inglese <em>wælcyrge</em> and <em>wælcyrie</em> compaiono qualche volta in antichi manoscritti, in genere per tradurre concetti estranei nell’antico inglese. Nel sermone <em>Sermo Lupi ad Anglos</em>, scritto dall’arcivescovo di York Wulfstan II, <em>wælcyrie</em> è usato come sinonimo di “strega”. <em>Wælcyrge</em> è stato usato per tradurre i nomi delle classiche Erinni in due manoscritti (<em>Cotton Cleopatra A. III</em>, e il più antico <em>Corpus Glossary</em>). Nel manoscritto Cotton Cleopatra III, <em>wælcyrge</em> è stata anche usata come parola per interpretare la dea romana Bellona.</p><p>Non si sa ancora se queste attestazioni si basino su una credenza indigena degli gli Anglo-Sassoni condivisa coi Norvegesi successivamente o se sono il risultato di una tarda influenza norvegese.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Resti archeologici</strong></span></h3><p>In tutta la Scandinavia sono stati scoperti amuleti d’argento dell’Età Vichinga che raffigurano donne con abiti lunghi, coi capelli tirati indietro, a volte sorreggenti corni per bere. Queste figure sono comunemente considerate come la rappresentazione delle valchirie.</p><p>La pietra di Tjängvide dall’isola di Gotland in Svezia, mostra un uomo che cavalca un cavallo con otto zampe; sembrerebbe essere il dio Odino sul cavallo Sleipnir che viene accolto da una donna, probabilmente una valchiria nel Valhalla.</p><p>La pietra runica U 1163 mostra una donna che porge un corno da cui bere ad un uomo; è stata interpretata come l’immagine che mostra la valchiria Sigfrida che porge un corno all’eroe Sigfrido.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Iscrizioni runiche</strong></span></h3><p>Delle specifiche valchirie sono citate su due pietre runiche; la <em>pietra runica di Rök</em> del IX secolo, a Östergötland, in Svezia e la <em>pietra Karlevi</em> del X secolo dell’isola di Öland, Svezia, che menziona la valchiria Þrúðr.</p><p>Tra le iscrizioni di Bryggen trovate a Bergen, in Norvegia, figura il “bastone della valchiria”, della fine del XIV secolo. Il bastone presenta una iscrizione runica intesa come un incantesimo, nella quale si fa riferimento anche alle valchirie.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Nomi di valchirie</strong></span></h3><p>Gli antichi poemi <em>Völuspá, Grímnismál, Darraðarljóð</em>, e <em>Nafnaþulur</em>, l’ultima parte del libro <em>Skáldskaparmál</em> dell’Edda in prosa, forniscono liste di nomi di valchirie. Inoltre, alcuni nomi di valchirie, appaiono esclusivamente al di fuori di queste liste, come Sigrùn (che è attestata nei poemi <em>Helgakviða Hundingsbana</em> <em>I</em> e <em>Helgakviða Hundingsbana II</em>). Molti nomi di valchirie enfatizzano associazioni con battaglie, e in molti casi con le lance, (armi fortemente associata al dio Odino). Alcuni nomi di valchirie possono descrivere i loro ruoli e le loro attitudini. Si pensa ad esempio che il nome <em>Herfjötur</em> sia connesso con la capacità delle valchirie mettere catene.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Origine e sviluppo</strong></span></h3><p>Varie teorie sono state proposte circa le origini e lo sviluppo delle valchirie dal paganesimo germanico alla mitologia norrena più tarda. Secondo alcuni inizialmente le valchirie erano probabilmente viste come &#8220;demoni dei morti a cui appartenevano i guerrieri uccisi sul campo di battaglia”, e che un cambiamento della loro interpretazione potrebbe essersi verificato quando il concetto del Valhalla passò dall’essere un campo di battaglia ad essere il paradiso dei guerrieri. Questo concetto originario fu sostituito da guerriere irlandesi che vivevano con gli einherjar nel Valhalla. Le valchirie erano associate ad Odino, e questa connessione esisteva in precedenza nel ruolo dei “demoni della morte”.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005503_valchirie.html" data-text="Valchirie" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005503_valchirie.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005503_valchirie.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Thor</title><link>http://www.archeoguida.it/005500_thor.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005500_thor.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 19 Jun 2011 15:55:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - T]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5500</guid> <description><![CDATA[Thor in una raffigurazione pittorica moderna Thor nella mitologia nordica Nella mitologia norrena, Thor era il dio che brandiva il martello magico Mjöllnir ed era associato ai tuoni, ai fulmini e alle tempeste, alle querce e alla forza, alla distruzione e alla fertilità, alla guarigione e alla tutela del genere umano. La divinità affine nella [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5501" title="Thor" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/Thor.jpg" alt="Thor " width="600" height="790" /></em><br /> <em>Thor in una raffigurazione pittorica moderna</em></p><h2>Thor nella mitologia nordica</h2><p>Nella mitologia norrena, Thor era il dio che brandiva il martello magico Mjöllnir ed era associato ai tuoni, ai fulmini e alle tempeste, alle querce e alla forza, alla distruzione e alla fertilità, alla guarigione e alla tutela del genere umano. La divinità affine nella mitologia germanica era nota nell’inglese antico come <em>Þunor</em> e nell’antico tedesco come <em>Donar</em>.</p><p>Da recenti analisi su alcune credenze Indo-Europee si è potuto constatare come Thor fosse il dio principalmente menzionato nella storia dei popoli germanici, dall’occupazione romana delle regioni della Germania alle espansioni tribali delle invasioni barbariche, fino all’Era Vichinga, quando veniva indossato il simbolo del suo martello come sfida nei confronti dei tentativi di cristianizzazione della Scandinavia.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Genealogia</strong></span></h3><p>Nella mitologia norrena, che in gran parte si conosce da materiale tradizionale conservato in Islanda, a sua volta proveniente dalla Scandinavia, sono presenti numerosissimi racconti e informazioni sul dio Thor. Figlio di Odino e della dea della terra Jörð, era il più potente degli Æsir e di conseguenza dimorava ad Ásgard, nel regno di Þrúðvangar. Thor possedeva almeno quattordici nomi, era il marito della dea Sif dai capelli d’oro e l’amante della gigantessa Járnsaxa. Era descritto come un dio dagli occhi feroci e dai capelli e la barba rossi. Con Sif, Thor generò la dea (o valchiria) Þrúðr, da Járnsaxa ebbe Magni e da una donna di cui non si conosce il nome ebbe Modi. Fu inoltre il padrino di Ullr. Da parte del padre Odino, Thor possedeva numerosi fratelli; aveva inoltre due servi, Þjálfi e Röskva, e correva su un carro trainato da due capre magiche, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, che in caso di bisogno Thor poteva uccidere e mangiare dato che il giorno dopo esse risorgevano dalle loro ossa. Egli possedeva alcuni oggetti magici, come il martello in grado di spaccare persino le montagne Mjöllnir, la cintura che raddoppiava la forza Megingjörð, i guanti di ferro Járngreipr e il bastone Gríðarvölr. Le imprese di Thor, compreso l’inarrestabile massacro dei suoi nemici e le violente battaglie contro il mostruoso serpente Jörmungandr, sono ricordate e narrate in tutta la mitologia norrena.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Nome</strong></span></h3><p><em>Þórr</em> nell’antico norreno, <em>Þunor</em> nell’antico inglese e <em>Donar</em> nell’alto tedesco antico sono affini al germanico <em>*</em><em> </em><em>þonaroz</em> o <em>*</em><em> </em><em>þunraz</em>, che significa &#8220;tuono”.</p><p>Il nome della settimana “Thursday” (Giovedì), deriva dal nome di Thor; infatti, attraverso l’uso di una pratica nota come <em>interpretatio </em><em>Germanica</em>, durante il periodo dell&#8217;Impero Romano, le popolazioni germaniche adottarono il calendario settimanale romano e sostituirono i nomi delle divinità romane con i nomi dei loro dei. Perciò il Giovedì (giorno di Giove), divenne nel proto-germanico <em>*Þonares dagaz</em> (giorno di Thor), da cui deriva “Thursday” nell&#8217;inglese moderno.</p><p>A partire dall&#8217;Epoca Vichinga, i nomi di persone che contenevano il teonimo Thor e l’uso di indossare ciondoli raffiguranti il suo martello, si diffusero con grande frequenza, probabilmente come risposta provocatoria ai tentativi di cristianizzazione.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Età romana</strong></span></h3><p>Le prime notizie dei popoli germanici furono riportate dai Romani e in queste fonti Thor veniva spesso indicato come il dio Giove o come il semi-dio Ercole, attraverso un processo noto come <em>interpretatio romana</em> (uso dei Romani di identificare un dio straniero con una propria divinità avente caratteristiche simili). Il primo esempio di questa pratica lo si può ritrovare nell’opera di Tacito <em>Germania</em>, dove, parlando della religione degli Suebi, (un popolo germanico), Tacito definì Mercurio come il dio maggiormente venerato da tali genti e il dio a cui venivano offerti sacrifici umani in alcune date prefissate. Aggiunse inoltre che Ercole e Marte venivano invece placati con sacrifici animali. Probabilmente in quest’opera Tacito identificava Odino con Mercurio, Thor con Ercole e Tyr con Marte. Nel caso di Thor, probabilmente l’identificazione fu dovuta al fatto che Thor possedeva un martello ed Ercole una clava. Anche negli <em>Annales</em> Tacito parlò della venerazione di Ercole da parte delle popolazioni germaniche e riferì di un bosco dedicato al dio.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Invasioni barbariche</strong></span></h3><p>Un caso importante che attesta la presenza del nome del dio è stato rinvenuto su una fibula, la fibula di Nordendorf, risalente al periodo delle invasioni barbariche, datata al VII secolo d.C. e trovata in Baviera. Essa reca un’ iscrizione in alfabeto runico che contiene il nome &#8220;<em>Þonar</em>&#8220;, cioè &#8220;<em>Donar</em>&#8220;, la forma nella lingua germanica del sud per il nome “Thor”. Attorno alla seconda metà dell’VIII secolo, vecchi racconti in lingua inglese citano una figura chiamata “<em>Thunor</em>”, il nome di Thor nell’inglese antico. Inoltre, sempre in questi testi, spesso il nome <em>Thunor</em> veniva usato per indicare Giove.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Epoca vichinga</strong></span></h3><p>Nell’XI secolo d.C. il cronista Adamo di Brema scrisse l’opera <em>Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum</em>, una delle più antiche fonti scritte sulle pratiche religiose della Scandinavia pre-Cristiana. In questo testo egli scrisse che una statua di Thor si trovava nel tempio di Uppsala in Svezia, al centro di un triplice trono, affiancato da Odino e da Fricco. Secondo Adamo, Thor regolava le leggi del cielo, governava i tuoni e i fulmini, i venti e le tempeste, il bel tempo e la fertilità. La gente di Uppsala aveva nominato dei sacerdoti per ciascuna delle divinità, e il loro compito principale era quello di offrire sacrifici. Nel caso di Thor questi sacrifici venivano fatti quando scoppiava un’epidemia o una carestia.</p><p>Due oggetti con iscrizioni runiche datati all’XI secolo sono stati rinvenuti uno in Inghilterra e uno in Svezia. Il primo, un amuleto da Canterbury, invita Thor a guarire una ferita. Il secondo, l&#8217;amuleto Kvinneby, invoca la protezione sia di Thor che del suo martello.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Epoca post-vichinga</strong></span></h3><p>Nel XII secolo, quando la Norvegia era ufficialmente cristianizzata, Thor veniva ancora invocato dalla popolazione, come evidenziato da un bastone recante un’iscrizione runica trovato a Bergen, in Norvegia. Sul bastone, sia Thor che Odino vengono evocati in aiuto. Inoltre, sempre nel XII secolo, l’iconografia del re Olaf II di Norvegia assorbì elementi del nativo Thor; Olaf II divenne infatti una figura con la barba rossa, armato di martello.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Edda poetica</strong></span></h3><p>L’Edda poetica è un insieme di poemi tratti dal manoscritto medievale islandese <em>Codex regius</em>. Il <em>Codex regius</em> venne compilato probabilmente intorno al XIII sec. d.C., ma cita leggende molto più antiche.</p><p>L’Edda Poetica è composta da ventinove canti, i primi dieci di argomento mitologico, descrivono le gesta degli dei; gli altri diciannove riguardano invece le gesta degli eroi. Thor viene menzionato nei poemi <em>Völuspá, Grímnismál, Skírnismál, Hárbarðsljóð, Hymiskviða, Lokasenna, Þrymskviða, Alvíssmál</em> e <em>Hyndluljóð</em>.</p><h4><strong>Völuspá</strong></h4><p>In questo poema una völva morta, (una maga capace di predire il futuro), racconta la storia dell’universo e predice il futuro al dio Odino travestito, compresa la morte di Thor. Thor combatterà contro il mostruoso serpente Jörmungandr durante la battaglia finale del Ragnarök, riuscirà ad ucciderlo, ma morirà a sua volta dopo aver compiuto solo nove passi, a causa del veleno micidiale del mostro. Il cielo diverrà nero e le fiamme avvolgeranno la terra, le stelle spariranno, il vapore aumenterà, il mondo sarà coperto dalle acque; ma dopo tutto ciò esso risorgerà, verde e fertile.</p><h4><strong>Grímnismál</strong></h4><p>Qui il dio Odino, sotto mentite spoglie, facendosi chiamare Grímnir, viene torturato e affamato dal perfido re <em>Geirrøðr</em> e dopo otto giorni di silenzio rivela al re e al suo giovane figlio Agnar tutte le verità sull’universo e sugli dei. Racconta che Thor risiede a Þrúðheimr e che, ogni giorno, guada i fiumi Körmt e Örmt e i due Kerlaugar. Lì Thor siede come un giudice, presso l’immenso albero che sorregge i nove mondi, Yggdrasil.</p><h4><strong>Skírnismál</strong></h4><p>In questo poema Freyr, innamoratosi perdutamente della bella Gerðr, invia il suo messaggero Skírnir per convincere Gerðr a sposarlo. Skírnir inizialmente cerca di persuaderla con lusinghe e promesse, ma poi, dato che la gigantessa rifiuta la proposta, comincia a maledirla, aggiungendo che Thor, Odino e Freyr l’avrebbero odiata e su di lei sarebbe scesa una collera potente se non avesse accettato.</p><h4><strong>Hárbarðsljóð</strong></h4><p>Thor è il personaggio principale di questo poema, che, dopo aver viaggiato dall’Est, incontra un traghettatore in un’ insenatura con il nome di Hárbarðr (Odino, travestito di nuovo sotto mentite spoglie), il quale coinvolge Thor in una lunga discussione. Odino si presenta rude ed odioso al figlio e si rifiuta di traghettarlo dall’altra parte. Thor inizialmente rimane in silenzio, ma poi Hárbarðr alza i toni diventando più aggressivo; a questo punto il poema diventa una gara di insulti, in cui vengono rivelati episodi e notizie sulle due divinità.</p><h4><strong>Hymiskviða</strong></h4><p>Dopo aver cacciato e mangiato le loro prede, gli dei si trovano ad essere molto assetati. Essi decidono così di recarsi a casa di Ægir, il re del mare, per placare la sete. Thor, recatosi presso Ægir, gli ordina di preparare un banchetto per gli dei in arrivo, ma Ægir, irritato, risponde che prima gli dei dovranno portargli un calderone adatto all’erogazione della birra. Gli dei cominciano la ricerca, ma non riescono a trovare nessun calderone abbastanza capiente. Allora Týr dice a Thor d’aver trovato una soluzione; a est di Élivágar vive Hymir, che possiede un bollitore molto profondo. Così, dopo aver lasciato le sue capre a casa di Egil, Thor parte con Týr alla volta della casa di Hymir, per recuperare un calderone abbastanza grande per contenere la birra per tutti gli dei. La madre di Týr, che si trova anche lei lì, aiuta il figlio a cercare il recipiente, nel frattempo Thor divora un abbondante pasto composto da due buoi e successivamente va a dormire. Al mattino, si sveglia e informa Hymir che vuole andare a pescare la sera successiva, e che riuscirà a prendere molto cibo, ma che ha bisogno di un’esca adeguata. Hymir gli suggerisce di prendere qualche esca dal suo pascolo; così Thor esce, trova il migliore bue di Hymir e lo uccide tagliandogli la testa.</p><p>A questo punto il manoscritto presenta una lacuna, dopo la quale il racconto riprende con Thor e Hymir su una barca, in mare. Hymir riesce a catturare qualche balena, mentre Thor usa la testa del bue come esca. A questo punto il mostruoso serpente Jörmungandr abbocca all’esca e Thor riesce a tirarlo a bordo e a colpirlo violentemente in testa col suo martello. Jörmungandr urla e il trambusto viene udito fino in fondo al mare; qui il manoscritto si interrompe ancora a causa di un’altra lacuna.</p><p>Dopo la seconda lacuna, troviamo Hymir seduto in barca, silenzioso e infelice. Tornati a terra, Hymir chiede a Thor un aiuto per portare le balene catturate a casa sua. Thor prende sia la barca che le balene, e porta tutto alla fattoria di Hymir. Successivamente, per stordire Hymir, Thor gli spacca una coppa di cristallo in testa, su suggerimento della madre di Týr; così Thor e Týr possono portare via il calderone. Týr non riesce a sollevarlo, ma Thor lo fa rotolare, e così con esso se ​​ne vanno. Durante il tragitto, un esercito di esseri dalle molte teste guidata dal Hymir attacca i due, ma Thor riesca a batterli col suo martello. Thor e Týr riescono così nella loro impresa.</p><h4><strong>Lokasenna</strong></h4><p>In questo poema Loki ingaggia uno scontro con gli altri dei durante un banchetto nella sala di Ægir. Inizialmente Thor non partecipa alla discussione perché si trova lontano, in uno dei suoi viaggi. Verso la fine del poema Loki si scontra con Sif, la moglie di Thor, accusandola d’aver giaciuto con lui. Beyla, la serva di Freyr, a questo punto afferma che le montagne stanno tremando e che quindi Thor probabilmente si trova sulla via di casa. Beyla aggiunge che Thor riporterà la pace fra i litiganti. Thor infine arriva e intima a Loki di tacere minacciandolo di strappargli la testa con il suo martello. Loki chiede a Thor perché è così arrabbiato, e commenta che Thor non sarà così audace quando dovrà battersi contro il lupo Fenrir, (durante il Ragnarök ). Thor dice ancora a Loki di tacere, e minaccia di gettarlo in cielo, dove egli non sarà mai più visto. Lo scontro continua finché Loki, sconfitto, decide di lasciare la sala e di andarsene.</p><h4><strong>Þrymskviða</strong></h4><p>In questo poema comico Thor gioca ancora un ruolo centrale. Egli, svegliatosi, scopre che il suo potente martello Mjöllnir è scomparso. Thor chiede aiuto a Loki, dicendogli che nessuno sa che il martello è stato rubato. I due vanno alla dimora della dea Freyja, e per tentare di trovare Mjollnir, Thor le chiede se può prendere in prestito il suo mantello di piume. Freyja accetta, così Loki lo indossa e vola via. Loki arriva in uno dei nove mondi, Jötunheimr, dove risiede il gigante Þrymr, che afferma d’aver rubato il martello e d’averlo sepolto ben otto leghe sotto terra. Egli promette che restituirà il martello solo se potrà avere in sposa la dea Freyia. Così Loki torna alla corte degli dei e dopo aver raccontato tutto a Thor, si reca con lui da Freyja, cercando di convincerla a sposare Þrymr. Ma essa, indignata, si infuria e rifiuta con forza questa proposta. A questo punto, gli dei e le dee si incontrano per discutere e dibattere la questione. Il dio Heimdallr suggerisce che, al posto di Freyja, Thor potrebbe vestirsi da sposa e presentarsi a Þrymr, con gioielli, abbigliamento da donna, il copricapo da sposa, e la famosa collana Brisingamen di Freyia. Thor respinge l&#8217;idea, ma Loki si intromette dicendo che questo sarà l&#8217;unico modo per riavere Mjollnir, sottolineando che senza il martello il mondo di Asgrad sarebbe rimasto indifeso. Così, Thor vestito da sposa e Loki da damigella d’onore si recano nel mondo Jötunheimr insieme. I due vengono accolti con grandi onori e per loro viene allestito un sontuoso banchetto. Thor mangia e beve ferocemente, consumando interi animali e tre botti di idromele. Þrymr trova il comportamento di Thor, (che egli crede sia Freyja), molto strano e Loki, per giustificare l’insaziabile fame della sposa, la giustifica spiegando che essa per l’ansia non aveva mangiato niente negli otto giorni precedenti all’arrivo. Come dono nuziale, la sorella di Þrymr porta al banchetto il martello Mjöllnir, che viene infine brandito da Thor, che fa strage dei nemici.</p><h4><strong>Alvíssmál</strong></h4><p>In questo poema Thor raggira un nano, Alviss, venuto a chiedere la mano di sua figlia. Alviss sostiene che la fanciulla gli fu promessa in sposa qualche tempo prima, ma Thor rifiuta di concedere la mano della figlia, replicando di non essere stato in casa quando il patto fu stipulato. Allora Thor propone una sfida al nano: se esso riuscirà a rispondere a tutti i suoi quesiti, Alviss potrà sposare sua figlia. Nel resto del poema, il nano elenca una serie di informazioni e di nomi di dei, elfi, nani, giganti, Vanir ed Æsir in risposta alle domande di Thor. Questa sfida nasconde però un tranello, infatti continuando a rispondere alle innumerevoli domande, Alviss non si accorge del passare del tempo e dell’arrivo dell’alba; come tutti i nani, al sorgere del sole, Alviss si tramuta in pietra una volta colpito dai raggi solari.</p><p>Questo sembra l’unico episodio noto in cui Thor sconfigge un avversario grazie all’astuzia e non con la forza bruta.</p><h4><strong>Hyndluljóð</strong></h4><p>Qui Thor viene solamente citato quando Freyja propone alla gigantessa Hyndla di offrire un sacrificio al dio per ottenere protezione e commenta che Thor non ha molto a cuore la sorte delle gigantesse.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Edda in prosa</strong></span></h3><p>Opera scritta intorno al 1220 dallo storico islandese Snorri Sturluson, è un manuale di poetica norrena. Essa è composta da un prologo seguito da tre parti<span style="color: #000000;">: </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fyrirsögn_ok_Formáli"><span style="color: #000000;"><em>Fyrirsögn ok Formáli</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> (intestazione e prologo), </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gylfaginning"><span style="color: #000000;"><em>Gylfaginning</em></span></a></span><span style="color: #000000;"><em> </em></span><span style="color: #000000;">(l’inganno di Gylfi), </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Skáldskaparmál"><span style="color: #000000;"><em>Skáldskaparmál</em></span></a></span><span style="color: #000000;"><em> </em></span><span style="color: #000000;">(dialogo sull’arte della poesia), e </span><span style="color: #0000ff;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Háttatal"><span style="color: #000000;"><em>Háttatal</em></span></a></span><span style="color: #000000;"> </span>(trattato di metrica).</p><p>Nel prologo di quest’opera, Snorri Sturluson parla di Thor come di un principe di Troia, figlio del re Memnone e di Troana, una figlia di Priamo. Si dice che Thor abbia sposato la profetessa Sibilla (identificata con Sif), e che sia stato allevato in Tracia da un capo di nome Lorikus, che Thor avrebbe poi ucciso per assumere il titolo di “re della Tracia”. Il nome <em>aesir</em> è spiegato come &#8220;uomini d’Asia&#8221;, Asgard diventa la &#8220;città asiatica&#8221;, cioè Troia.</p><p>Nell’Edda in prosa, Thor viene citato in tutti e quattro i libri: <em>Prologo</em>, <em>Gylfaginning</em>, <em>Skáldskaparmál</em> e <em>Háttatal</em>.</p><h4><span style="font-size: small;"><strong>Heimskringla</strong></span></h4><p>Insieme di saghe raccolte e messe insieme da Snorri Sturluson nel XIII secolo d.C. Thor viene menzionato in quattro diverse saghe. Nel quinto capitolo della saga degli Ynglinga si racconta come Thor fosse stato un sacerdote pagano, a cui Odino aveva donato una dimora nel mitico luogo di Þrúðvangr, in Svezia.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Teorie e interpretazioni</strong></span></h3><p>Il ruolo di Thor nella religione germanica è stato più volte dibattuto dagli studiosi. Il culto di Thor era legato alle abitazioni degli uomini e ai loro beni, e al benessere della famiglia e della comunità. Ciò includeva la fecondità dei campi, e Thor, sebbene fosse in primo luogo il dio dei tuoni e delle tempeste, era anche la divinità della fertilità e della preservazione dei cicli stagionali. Il matrimonio di Thor con la dea Sif dai capelli d’oro, di cui sono rimaste poche tracce nei miti, sembra essere stato un ricordo dell’antico matrimonio divino fra il dio del cielo e la dea della terra, che avveniva quando il dio calava su di essa in forma di temporale e portava la pioggia che rendeva fertile il terreno. In questo modo Thor, così come Odino, può essere visto come la continuazione del culto del dio del cielo che era conosciuto nell&#8217;età del bronzo.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005500_thor.html" data-text="Thor" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005500_thor.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005500_thor.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lug</title><link>http://www.archeoguida.it/005497_lug.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005497_lug.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 19 Jun 2011 15:52:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - L]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5497</guid> <description><![CDATA[Lug nella mitologia nordica Lug era una divinità del pantheon celtico. Il suo nome difficilmente è direttamente attestato nelle iscrizioni, ma la sua importanza si può dedurre da molti toponimi, e la sua natura e i suoi attributi si sono potuti conoscere grazie all’iconografia delle iscrizioni gallo-romane riferite a Mercurio, che si crede sia stato [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-5498" title="lug" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/06/lug.jpg" alt="Lug" width="173" height="291" /></strong></p><h2><strong>Lug nella mitologia nordica</strong></h2><p><strong>Lug</strong> era una divinità del pantheon celtico. Il suo nome difficilmente è direttamente attestato nelle iscrizioni, ma la sua importanza si può dedurre da molti toponimi, e la sua natura e i suoi attributi si sono potuti conoscere grazie all’iconografia delle iscrizioni gallo-romane riferite a Mercurio, che si crede sia stato identificato con Lug. È possibile che Lug fosse un dio trino, comprendente Esus, Toutatis e Taranis, le tre divinità principali citate da Lucano. La “triplice morte” nei sacrifici umani dei Celti potrebbe riflettere la triplicità di questo dio.</p><h3><strong>Genealogia</strong></h3><p>Lug era il figlio di Cìan e di Ethniu, figlia del Fomoriano Balor.</p><p>Secondo la mitologia irlandese, Balor, il re dei Fomoriani, aveva appreso da una profezia che sarebbe stato ucciso da suo nipote. Per questo motivo egli imprigionò sua figlia Ethniu in una torre di cristallo, in modo che essa non potesse rimanere incinta. Cìan però, grazie all’aiuto della druida Birog, riuscì ad entrare nel castello e ad ingravidare Ethniu. Essa diede alla luce tre figli; tutti e tre vennero gettati in mare da Balor, due affogarono o vennero tramutati in foche, ma Lug venne salvato da Birog.</p><p>Secondo un’altra versione del mito, Cìan avrebbe sedotto Ethniu per vendicarsi del padre Balor che gli aveva rubato una mucca.</p><p>Divenuto adulto, Lug guidò il popolo dei Tùatha Dé Danann in guerra contro i Fomor capitanati da Balor e lo sconfisse nella battaglia di Mag Tuired. Sempre secondo la mitologia irlandese, Lug avrebbe rapito Deichtine, la sorella del sovrano Conchobar, dalla quale avrebbe avuto il figlio Sètanta, anche chiamato Cù Chulainn (il Mastino di Culann). Cù Chulainn era dotato di una forza spaventosa e durante i combattimenti veniva assalito da un furore divino che lo rendeva imbattibile; fu il più grande eroe irlandese.</p><p>Lug possedeva un’arma invincibile, la lancia Slèabua, uno dei quattro preziosi tesori appartenenti ai Tùatha Dé Danann.</p><h3><strong>Iscrizioni</strong></h3><p>Il dio Lug è menzionato in una iscrizione Celto-iberica da Peñalba de Villastar in Spagna, che recita:</p><p>ENI OROSEI VTA TICINO TIATVNEI TRECAIAS TO LVGVEI ARAIANOM COMEIMV ENI OROSEI EQVEISVIQVE OGRIS OLOCAS TOGIAS SISTAT LVGVEI TIASO TOGIAS.</p><p>L’interpretazione esatta dell’iscrizione è dibattuta, ma la frase “TO LVGVEI” (dove il teonimo appare al dativo singolare dopo la preposizione TO, “a, per”, quindi “a/per Lug”) indica chiaramente una dedica al dio Lug.</p><p>Inoltre, il nome è attestato più volte al plurale in molte iscrizioni latine rinvenute ad esempio in Svizzera, in Spagna, in Francia.</p><p>La maggior parte delle iscrizioni conosciute dedicate al dio Lug provengono dalla Penisola Iberica; ciò indica la particolare importanza e la popolarità che questa divinità godeva fra i Celti della Spagna. Una lastra di piombo iscritta rinvenuta a Chamalières in Francia, comprende la frase <em>luge dessummiíis</em>, che è stata provvisoriamente interpretata da alcuni studiosi come “io preparo loro per Lug”, anche se potrebbe significare “io giuro (a Lug) con la mia (mano) destra”.</p><h3><strong>Toponimi ed etnonimi</strong></h3><p>Il suo nome è stato commemorato in numerosi toponimi, come Lugdunum (“forte di Lug”, la moderna Lione in Francia), capitale della provincia romana della Gallia Lugdunense. Altri toponimi sono Lugdunum Clavatum (l’attuale Laon, Francia) e Luguvalium (la moderna Carlisle, in Inghilterra). È anche possibile che Lucus Augusti (la moderna Lugo in Galizia, Spagna) sia derivata dal teonimo Lug, ma Lucus in questo luogo potrebbe essere anche una parola puramente latina (lucus come “bosco sacro, foresta”).</p><h3><strong>Mercurio gallico</strong></h3><p>Giulio Cesare nel De Bello Gallico aveva individuato sei divinità adorate in Gallia e con le usuali convenzioni di interpretatio romana aveva dato loro dei nomi di divinità romane a loro equivalenti, al posto dei nomi gallici. Egli aveva scritto che Mercurio era il dio maggiormente venerato in Gallia, descrivendolo come patrono degli scambi e del commercio, protettore dei viaggiatori e inventore di tutte le arti. Il dio irlandese Lug portava l’epiteto samildánach (“esperto in tutte le arti”), che ha portato all’identificazione diffusa del Mercurio di Cesare con Lug. L’importanza di Mercurio è supportata da più di quattrocento iscrizioni a lui riferite nella Gallia Romana e in Gran Bretagna.</p><h3><strong>Iconografia</strong></h3><p>L&#8217;iconografia del Mercurio gallico comprendeva uccelli, in particolare corvi e il gallo, (ora l&#8217;emblema della Francia), i cavalli, l&#8217;albero della vita, cani o lupi, una coppia di serpenti, vischio, scarpe e sacchi di denaro. Egli era spesso armato con una lancia ed era accompagnato dalla sua consorte Rosmerta, che portava la bevanda rituale con cui veniva conferita la regalità. A differenza del Mercurio romano, rappresentato sempre come un giovane, il Mercurio gallico era talvolta rappresentato come un uomo anziano.</p><p>La natura del Mercurio gallico spesso era triplice: egli a volte aveva tre facce, a volte tre falli, il che potrebbe spiegare le frequenti dediche al plurale. Questo trova riscontro anche con il mito irlandese. È stato suggerito che Lug potesse essere uno e trino, composto da Esus, Toutatis e Taranis, le tre divinità principali citate da Lucano (che, al tempo stesso non fa menzione di Lug).</p><h3><strong>Continuità nelle narrazioni celtiche tarde</strong></h3><p>In Irlanda, Lug era il giovane vittorioso che sconfiggeva il mostruoso Balor “dall’occhio velenoso”. Egli era il paradigma divino della regalità sacerdotale, e un altro dei suoi appellativi, lámhfhada (“dal braccio lungo”), proseguiva un’ antica immagine Proto-Indo-Europea di un nobile sovrano che espandeva grandemente il suo potere. La sua festa, chiamata Lughnasadh (festa di Lug), in Irlanda viene festeggiata l’1 Agosto.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005497_lug.html" data-text="Lug" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005497_lug.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005497_lug.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Seth</title><link>http://www.archeoguida.it/004754_seth.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004754_seth.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 17 Apr 2011 13:54:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - S]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category> <category><![CDATA[Seth]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4754</guid> <description><![CDATA[Nella mitologia dell&#8217;antico Egitto, Seth era il dio del deserto, delle tempeste e degli stranieri. Nei miti più tardi è stato anche il dio delle tenebre e del caos. Seth: origine del nome Il significato del nome Seth è sconosciuto, sebbene alcune pseudo-etimologie apparse in tempi storici suggeriscano che gli antichi egizi attribuissero tre significati [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4756" title="seth" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/seth.jpg" alt="Seth" width="300" height="596" /></p><p>Nella mitologia dell&#8217;antico Egitto, Seth era il dio del deserto, delle tempeste e degli stranieri. Nei miti più tardi è stato anche il dio delle tenebre e del caos.</p><h2><strong>Seth: origine del nome</strong></h2><p>Il significato del nome Seth è sconosciuto, sebbene alcune pseudo-etimologie apparse in tempi storici suggeriscano che gli antichi egizi attribuissero tre significati al nome: istigatore di confusione, disertore e ubriacone. </p><p>Nell’arte Seth era per lo più raffigurato come una creatura favolosa, nota ai Greci col nome di Tifone, con un muso ricurvo, le orecchie quadrate, la coda biforcuta, e il corpo di un cane, o, talvolta, come un essere umano con solo la testa in forma animale. Questo essere non assomigliava a nessun animale vivente, sembrava avere un insieme di caratteristiche di specie diverse come un oritteropo, un asino o uno sciacallo. Nel Periodo Tardo Seth è stato raffigurato come un asino o con la testa di un asino.</p><h3><strong>Mito di Seth</strong></h3><p>Nella mitologia di <strong>Heliopolis</strong>, Seth nacque della dea del cielo <strong>Nut</strong> e dal dio della terra <strong>Geb</strong>. Sorella gemella e moglie di Seth era <strong>Neftys</strong>. Nut e Geb diedero alla luce anche un&#8217;altra coppia di gemelli che divennero marito e moglie: il divino <strong>Osiride</strong> ed <strong>Iside</strong>, che ebbero Horus. Il mito del conflitto di Seth contro Horus, Osiride ed Iside compare in molte fonti egiziane, tra cui i Testi delle Piramidi, i Testi dei sarcofagi, la Pietra di Shabaka, le iscrizioni sui muri del tempio di Horus a Edfu, e varie fonti rinvenute su papiri. Il Papiro di Chester Beatty n.1 contiene la leggenda conosciuta come la contesa fra Horus e Seth. Anche alcuni autori classici riportarono la storia, in particolare Plutarco nel <em>De</em><em> </em><em>Iside</em><em> </em><em>et</em><em> </em><em>Osiride</em>.</p><p>Questi miti in generale ritraevano Osiride come un signore saggio, un re, un portatore di civiltà, felicemente sposato con la sorella Iside. Seth, essendo invidioso di suo fratello, uccise e smembrò Osiride in quattordici pezzi. Iside si mise alla ricerca delle membra del marito e ricostruì il suo corpo imbalsamandolo. Da questo momento in poi, Osiride regnò sull&#8217;aldilà come un re tra gli spiriti dei morti meritevoli. Horus, il figlio di Osiride, fu concepito da Iside quando Osiride era già morto. Horus divenne il nemico naturale di Seth e molti miti descrivono i loro conflitti. Durante una battaglia Seth perse un testicolo mentre invece Horus l&#8217;occhio sinistro.</p><p>È stato suggerito da alcuni studiosi che questi miti potrebbero riflettere eventi storici. Secondo la pietra di Shabaka, Geb avrebbe diviso l’Egitto in due metà, dando l’Alto Egitto a Seth e il Basso Egitto a Horus, per porre fine alla loro faida. Tuttavia, secondo la pietra, in un successivo giudizio, Geb avrebbe consegnato tutto l&#8217;Egitto ad Horus. Interpretare questo mito come un record storico porterebbe a credere che il Basso Egitto (la terra di Horus) avrebbe conquistato l’Alto Egitto (la terra di Seth), ma in realtà fu l’Alto Egitto a vincere sul Basso Egitto. Così il mito non può essere semplicemente interpretato e sono nate diverse teorie per spiegare questa discrepanza.</p><p>Ad esempio, dato che sia Horus che Seth erano venerati nell’Alto Egitto prima dell&#8217;unificazione, forse il mito potrebbe riflettere una lotta all&#8217;interno dell’Alto Egitto prima dell&#8217;unificazione, in cui un gruppo di sostenitori del culto di Horus avrebbe soggiogato un gruppo dedito invece a Seth. Quello che è noto è che durante la Seconda Dinastia ci fu un periodo nel quale il serekht (cornice con all’interno il simbolo per indicare il sovrano) del re Peribsen, che era sormontato dal falco di Horus durante la Prima Dinastia, fu per un certo tempo sormontato dall’animale Seth, suggerendo una sorta di lotta religiosa. Questa contesa terminò alla fine della Dinastia di Khasekhemwy, che ebbe il suo serekht sormontato sia dal falco di Horus che dall’animale di Seth, indicando che era stato raggiunto una sorta di compromesso.</p><p>Indipendentemente da ciò, una volta che le due terre furono unite, Seth e <strong>Horus</strong> vennero spesso mostrati insieme nell’atto di incoronare i nuovi faraoni, come simbolo del loro potere sia sul Basso che sull’Alto Egitto. Le regine della Prima Dinastia portavano il nome di “colei che vede Horus e Seth”. I Testi delle Piramidi presentavano il faraone come una fusione delle due divinità. Evidentemente i faraoni credevano che essi avrebbero bilanciato e riconciliato i principi cosmici concorrenti.</p><p>Più tardi gli Egiziani interpretarono il mito del conflitto tra Seth e Osiride/Horus come un’analogia della lotta tra il deserto (rappresentato da Seth) e le inondazioni fertilizzanti del Nilo (Osiride / Horus).</p><p><strong>Salvatore di Ra</strong></p><p>Seth veniva spesso raffigurato in piedi sulla prua della barca di Ra mentre trafiggeva Apopi (divinità del buio) in forma di serpente, tartaruga od altri animali acquatici pericolosi. In alcune rappresentazioni del Periodo Tardo, come nel tempio a Ibis nell’oasi Kharga, Seth è stato rappresentato in questo ruolo con una testa di falco, assumendo l’aspetto di Horus. Nel libro dell’Amduat Seth ha un ruolo chiave nella vittoria su Apopi.</p><h3><strong>Seth nel secondo periodo intermedio e nel periodo Ramesside</strong></h3><p>Durante il Secondo Periodo Intermedio, un gruppo di capi asiatici stranieri noti col nome di Hyksos, (letteralmente “dominatori delle terre straniere”), ottenne il dominio sull’Egitto e governò il delta del Nilo, da Avaris. Scelsero Seth, il dio degli stranieri e il dio che essi trovarono più simile al loro dio principale; e così Seth venne adorato come il dio principale come succedeva precedentemente. Il re Hyksos Ipepi è ricordato come un adoratore di Seth, che scelse come unico dio per tutto il regno. L’egittologo Ian Assmann sostiene che gli antichi Egizi non avrebbero mai potuto avere Seth, un dio solitario privo di personalità, divinità del deserto, come dio principale.</p><p>Quando Ahmose I prese il potere e scacciò gli Hyksos dall’Egitto, gli atteggiamenti degli Egizi nei confronti degli stranieri asiatici divennero xenofobi, e la propaganda regale screditò il periodo della dominazione Hyksos. Tuttavia, il culto di Seth fiorì ad Avaris, e la guarnigione egiziana di Ahmose che stazionava lì entrò a far parte nel sacerdozio di Seth ad Avaris.</p><p>Il fondatore della diciannovesima dinastia, Ramesse I, proveniva da una famiglia militare di Avaris con forti legami col clero di Seth. Molti dei re <strong>Ramessidi</strong>, furono chiamati col nome di Seth, in particolare <strong>Seti I</strong> (letteralmente “uomo di Seth”) e <strong>Setnakhte</strong> (letteralmente, “Seth è forte”). Inoltre, uno dei presidi di Ramesse II, tenne Seth come sua divinità protettrice, e <strong>Ramesse II</strong> eresse la cosiddetta <em>stele dei quattrocento anni</em> a Pi-Ramses, per commemorare il quattrocentesimo anniversario del culto di Seth nel Delta del Nilo.</p><p>Seth venne anche associato a divinità straniere durante il Nuovo Regno, in particolare nel Delta. Seth venne inoltre identificato dagli Egizi con la divinità hittita Teshub, che era un dio della tempesta come Seth.</p><h3><strong>Demonizzazione di Seth</strong></h3><p>Seth era una delle divinità più antiche, con un forte seguito nell’Alto Egitto. Originariamente considerato come il dio del deserto in tutto l’Egitto, una fazione politica cominciò ad ispirare un iniziale disprezzo del nome di Seth e della sua reputazione. L’Egitto era originariamente diviso in due regni: il Basso governato da Horus (e più tardi da Ra), e l’Alto da Seth. I seguaci di Seth resistettero all’unificazione dei regni del Basso e dell’Alto Egitto voluta dai seguaci di Horus/Ra (coi seguaci di Osiride ed Iside). Questa suddivisione politica è stata ripresa dal mito di Iside ed Osiride, e la battaglia successiva dal mito di Horus. Così i seguaci di Horus denigrarono Seth come dio caotico e malefico. Dalla ventiduesima dinastia, Seth fu identificato col suo vecchio nemico, Apopi, e le sue immagini sui templi vennero sostituite con quelle di Sobek o di Thot. Concezioni popolari erronee più moderne di Seth provengono dalle interpretazioni della fonte secondaria di Plutarco (attraverso gli scritti di Erodoto ed altri), molto tempo dopo la demonizzazione di Seth (circa 100 d.C., periodo romano in Egitto).</p><p>Seth è stato ulteriormente demonizzato immediatamente dopo il periodo Hyksos. Le evidenze della diciannovesima dinastia mostrano che questo è un quadro più complesso. Sembra che la demonizzazione di Seth sia avvenuta dopo la conquista dell’Egitto da parte del sovrano persiano <strong>Cambise II</strong>. Seth, che tradizionalmente era sempre stato anche il dio degli stranieri, venne così anche associato agli oppressori stranieri, tra cui i Persiani Achemenidi, la dinastia tolemaica e i Romani.</p><p>Gli aspetti negativi di Seth vennero enfatizzati durante questo periodo. Seth era l’assassino di Osiride nel mito di Iside ed Osiride; dopo aver tagliato il corpo del fratello a pezzi, li disperse in modo che egli non potesse essere resuscitato. In seguito i Greci identificarono Seth con Tifone, perché entrambi incarnavano le forze del male, divinità delle tempeste e figli della Terra che avevano attaccato gli dei principali. Nonostante ciò, durante questo periodo, in alcune regioni periferiche dell’Egitto, Seth era ancora considerato come il dio eroico principale.</p><h3><strong>Templi dedicati a Seth</strong></h3><p>Seth era venerato nei templi di Ombos (o Naqada), a Oxyrhynchus nell’Alto Egitto, e anche in parte nella zona del Faiyum.</p><p>Più specificatamente, Seth era venerato nella relativamente grande località di Sepermeru, specialmente durante il periodo Ramesside. Qui, Seth veniva onorato con un importante tempio chiamato “casa di Seth, signore di Sepermeru”. Uno degli epiteti di questa città era “porta del deserto”, che si sposava bene con il ruolo di Seth come divinità delle regioni di frontiera dell’antico Egitto. A Sepermeru, il tempio di Seth includeva un piccolo santuario secondario denominato “la casa di Seth, potente è il suo forte braccio”, e Ramesse II stesso costruì (o modificò) un secondo tempio per Neftys. Non c’è dubbio, comunque, che i due templi di Seth e Neftys a Sepermeru fossero amministrati separatamente, ciascuno coi propri beni e i propri profeti. Inoltre, un altro tempio di Seth di dimensioni ridotte era noto per la vicina città di Pi-Wayna.</p><p>Quando, dalla ventesima dinastia, la demonizzazione di Seth venne ostentatamente inaugurata, il suo culto venne o sradicato o spinto sempre di più verso la periferia e quello di Neftys fiorì come parte del pantheon usuale di Osiride in tutto l’Egitto, ottenendo anche un ruolo più importante.</p><p>Comunque è significativo che i culti di Seth siano persistiti con una potenza sorprendente anche negli ultimi giorni dell’antica religione Egizia, in luoghi periferici (ma importanti) come Kharga, Dakhlah, Deir el-Hagar, Mut, Kellis, etc. Infatti, in questi luoghi, Seth era considerato il “signore delle oasi/città” e Neftys era ugualmente venerata come “signora delle oasi”, al fianco di Seth nei suoi templi. Contemporaneamente Neftys era anche onorata come “signora” nei templi di Osiride di questi distretti. Sembrerebbe che gli antichi Egizi in queste località avessero un piccolo problema con la dualità inerente la venerazione di Seth e Neftys come figure contrapposte a Osiride ed Iside. Ulteriori studi sull’importante ruolo di Seth nell’antica religione egizia (in particolare dopo la ventesima dinastia) dovranno essere eseguiti.</p><p>In ogni caso, il potere del culto di Seth nella potente città di Avaris, (anche se periferica), dal Secondo Periodo Intermedio e durante il periodo Ramesside non può essere negato.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004754_seth.html" data-text="Seth" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004754_seth.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004754_seth.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mitra</title><link>http://www.archeoguida.it/004750_mitra.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004750_mitra.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 17 Apr 2011 13:48:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinità - M]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category> <category><![CDATA[Mitra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4750</guid> <description><![CDATA[Mitra Mitra era un’importante divinità della cultura indiana patrona dell’onestà, dell’amicizia, dei contrasti e degli incontri. In seguito alla scissione culturale preistorica delle culture Indo-Ariana e Iraniana, il nome Mitra venne usato per diverse entità religiose: Mitra una divinità che appare frequentemente negli antichi testi in sanscrito del Rigveda Mithra menzionato nelle sacre scritture zoroastriane [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4752" title="mitra" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/mitra.jpg" alt="Mitra" width="600" height="363" /></p><h2>Mitra</h2><p>Mitra era un’importante divinità della cultura indiana patrona dell’onestà, dell’amicizia, dei contrasti e degli incontri. In seguito alla scissione culturale preistorica delle culture Indo-Ariana e Iraniana, il nome Mitra venne usato per diverse entità religiose:</p><ul><li><strong>Mitra</strong><br /> una divinità che appare frequentemente negli antichi testi in sanscrito del Rigveda</li><li><strong>Mithra</strong><br /> menzionato nelle sacre scritture zoroastriane dell’Avesta</li><li><strong>Meithras</strong><br /> la figura principale della religione greco-romana del Mitraismo </li></ul><h3><span style="font-size: small;"><strong>Mitra indiano</strong></span></h3><p>Il <strong>Mitra Vedico</strong> era una divinità di spicco del <strong>Rigveda</strong> (raccolta di inni religiosi), caratterizzato da un legame con <strong>Varuna</strong>, il protettore dello <strong>Ṛta</strong> (l’ordine cosmico). Insieme con Varuna era annoverato tra gli <strong>Aditya</strong>, un gruppo di divinità solari dell’induismo, anche nei testi Vedici più tardi.</p><p>Mitra aveva molte caratteristiche in comune con la divinità zoroastriana Mithra, ma si sono sviluppati in modo indipendente a seguito della scissione preistorica degli Indo-Iraniani, e non dovrebbero essere equiparati uno all’altro. Mitra e Mithra non devono inoltre essere confusi col Meithras romano, che, sebbene abbia ereditato il nome dal Mithra iraniano, è un prodotto del pensiero romano.</p><p><strong>Etimologia</strong></p><p>La parola Indo-Iraniana <em>mitra-m</em> significa “patto, contratto, giuramento o trattato”, e solo più tardi “amico”. Il secondo significato tende ad essere enfatizzato nelle fonti più tarde, mentre il primo nelle fonti vediche e iraniane.</p><p><strong>Nei Veda</strong></p><p>Il Mitra vedico è la divinità patrona dei contratti e degli incontri. Mitra e Varuna sono gli dèi dei giuramenti e dei contratti tribali, spesso associati e negli inni vedici, Mitra è spesso invocato insieme a Varuna, come Mitra-Varuna. In alcuni dei loro aspetti, Varuna è il signore del ritmo cosmico delle sfere celesti, mentre Mitra genera la luce all’alba. Mitra assieme a Varuna è la divinità più importante e il signore degli Aditya nel Rigveda.</p><p>L’abbinamento con Varuna, un dio sconosciuto nella religione iraniana, è molto forte già nel Rigveda, che ha pochi inni in cui Mitra viene menzionato senza Varuna. RV 3.59 è l’unico inno dedicato esclusivamente a Mitra, dove egli viene lodato come un dio che segue Rta, l’ordine e la stabilità, come il sostenitore del genere umano e di tutti gli dei.</p><p>Riflettendo il suo status di divinità solare, Mitra è stato a lungo venerato nelle preghiere dell’alba degli Indù.</p><h3><span style="font-size: small;"><strong>Mithra iraniano</strong></span></h3><p>Nello Zoroastrismo, Mithra è un membro della trinità degli ahuras (classe di divinità), protettori dell’ asha/arta, “verità” o “ciò che è giusto”. Mithra è il custode delle alleanze ed anche il protettore di tutti gli aspetti delle relazioni interpersonali, come l’amicizia e l’amore. Egli è anche una figura giuridica e il guardiano del bestiame, della raccolta e delle acque.</p><p>In relazione alla sua posizione di protettore della verità, Mithra è un giudice che garantisce l’esclusione dal paradiso delle persone che rompono le promesse o che sono ingiuste. Come nella tradizione Indo-Iraniana, Mithra è associato con la divinità del sole, me viene distinto da essa.</p><p><strong>Nelle scritture</strong></p><p>Mithra viene descritto nelle scritture zoroastriane dell’Avesta come “Mithra degli ampi pascoli, dalle mille orecchie e dalle miriadi di occhi”. Il Khordeh Avesta (un libro di preghiere), fa anche riferimento a Mithra nelle litanie dedicate al sole.</p><p>Come per la maggior parte delle divinità, Mithra non è menzionato per nome nel Gathas, i testi più antichi del Zoroastrismo e generalmente attribuiti a Zarathustra stesso. Mithra, inoltre, non appare per nome neanche nel Yasna Haptanghaiti, un insieme di preghiere sacre linguisticamente antiche tanto quanto il Gathas. La mancanza della presenza di Mithra in questi testi una volta era stata la causa di una certa costernazione tra gli Iraniani. Una speculazione spesso ripetuta durante la prima metà del ventesimo secolo sosteneva che questa mancanza fosse dovuta al respingimento di Mithra da parte di Zarathustra. Oggi questa teoria non viene più seguita.</p><p>Mithra è un membro della triade degli ahuras assieme ad Ahura Mazda e ad Ahura Berezaiti. Come divinità dei contratti, Mithra è infallibile, eternamente vigile e mai a riposo ed è inoltre il protettore del bestiame. Egli è il custode delle acque e si assicura che i pascoli ricevano abbastanza.</p><p>Insieme a Rashnu, “giustizia” e Sraosha “obbedienza”, Mithra è uno dei tre giudici del ponte Cinvat, ponte che unisce la terra al cielo e che le anime dei morti devono attraversare. A differenza di Sraosha, Mithra non è uno psicopompo. Qualora i buoni pensieri, le buone parole e le buone azioni superino le malvagità, allora Sraosha da solo trasporta l’anima attraverso il ponte.</p><p><strong>Nella tradizione</strong></p><p>Nel calendario zoroastriano, il sedicesimo giorno del mese e il settimo mese dell’anno sono dedicati e sono sotto la protezione di Mithra. (Il calendario civile iraniano del 1925 ha adottato i nomi dei mesi zoroastriani e il settimo mese dell’anno si chiama “Mihr”). La posizione del sedicesimo giorno e del settimo mese riflette l’importanza di Mithra nella gerarchia delle divinità; il sedicesimo giorno e il settimo mese sono rispettivamente il primo giorno della seconda metà del mese e il primo mese della seconda metà dell’anno. Mentre Mithra non era la divinità del Sole nella scrittura Zoroastriana (o in quella Indiana), essendo questo il ruolo di Hvare.khshaeta (letteralmente “sole radioso”), invece nella tradizione Zoroastriana/Iraniana Mithra divenne la divinità del sole. Come, quando e perché questo si sia verificato è incerto, ma è comunemente attribuito ad una fusione col babilonese Shamash, il quale, oltre a essere un dio del sole, era una figura giuridica come Mithra. In epoca ellenistica, Mithra sembra essere stato confuso anche con Apollo, che, come Mithra, era un dio della verità.</p><p>Nomi reali che incorporavano Mithra (es. Mitridate), apparvero nelle dinastie della Partia, dell’Armenia e in Anatolia, nel Ponto e in Cappadocia.</p><p><strong>Nel Manicheismo</strong></p><p>Nella lingua dei Persiani e dei Parti i Manicheisti usavano il nome di Mithra correntemente nei loro nomi e per due diversi angeli manichei.</p><ul><li>Il primo, chiamato <strong>Mihryazd</strong> dai Persiani, era una figura che salvava il “primo uomo” dalle tenebre demoniache in cui era immerso.</li><li>Il secondo, noto come <strong>Mihr</strong> or <strong>Mihr</strong> yazd tra i Parti era “il messaggero”, anch’esso una figura salvatrice. </li></ul><h3><span style="font-size: small;"><strong>Meithras greco-romano</strong></span></h3><p>Il nome di Mitra è stato adottato dai Greci e dai Romani come <strong>Meithras</strong>, figura principale nella religione misterica del mitraismo. In un primo momento identificato con il dio del sole Elio dai Greci, il sincretico Mithra-Elio è stato trasformato nella figura di Meithras nel corso del II secolo a.C., probabilmente a Pergamo. Questo nuovo culto fu portato a Roma intorno al I secolo a.C. e si diffuse in tutto l&#8217;Impero Romano. Popolare tra i militari romani, il Mitraismo si diffuse a nord fino al Vallo di Adriano e al confine germanico.</p><h4><strong>Misteri di Meithras</strong></h4><p>Il Mitraismo era una religione incentrata sul mistero del dio Mithra o Meithras che divenne popolare tra i militari durante l&#8217;Impero Romano, dal I al IV secolo d.C. Le informazioni sul culto si basano principalmente sulle interpretazioni dei tanti monumenti superstiti. Molto diffuse sono le raffigurazioni di Mithra mentre nasce da una roccia, e mentre sacrifica un toro. I suoi fedeli avevano un complesso sistema composto da sette gradi di iniziazione, con pasti rituali. Si incontravano in templi sotterranei, che sono sopravvissuti in gran numero. Poco altro si sa con certezza.</p><p>Si credeva che Mithra fosse nato da una roccia ed esso veniva raffigurato sui suoi templi mentre uccideva un toro nella tauroctonia. Poco si conosce sulle credenze associate a ciò. Le antiche storie del culto di Euboulos e Pallas sono andate perdute.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004750_mitra.html" data-text="Mitra" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004750_mitra.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004750_mitra.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Eris &#8211; Discordia</title><link>http://www.archeoguida.it/004582_eris-discordia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004582_eris-discordia.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Mar 2011 13:02:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Lucia Rocco</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - E]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4582</guid> <description><![CDATA[Eris (dal greco Ἐρις «discordia, conflitto») è una divinità minore del Pantheon olimpico. Figlia, secondo Omero, di Era e Zeus e perciò sorella di Ares col quale spesso si accompagna, mentre per Esiodo è figlia di Notte che la generò per partenogenesi (senza bisogno di accoppiarsi). La versione esiodea potrebbe essere valida dal momento che [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4583" title="Eris-Discordia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/03/Eris-Discordia.jpg" alt="Eris - Discordia" width="600" height="643" /></p><p>Eris (dal greco<strong> </strong>Ἐρις «discordia, conflitto») è una divinità minore del Pantheon olimpico. Figlia, secondo Omero, di Era e Zeus e perciò sorella di Ares col quale spesso si accompagna, mentre per Esiodo è figlia di Notte che la generò per partenogenesi (senza bisogno di accoppiarsi). La versione esiodea potrebbe essere valida dal momento che Eris (o Discordia nel mondo romano) è personificazione di un sentimento (la rabbia o l’ardore bellico) o di situazioni (la contesa) comuni a mortali e divinità, accezione tipica di tutte le divinità pre-olimpiche. Eris si accompagna spesso con Deimos (terrore) e Phobos (disfatta)</p><p>Ad Eris è affidato il compito di creare le occasioni che scatenano le guerre, soprintese poi dal fratello Ares, ma è anche la personificazione della contesa vera e propria, sia bellica che agonistica. Eris, infatti, per vendicarsi degli dèi che non la invitarono al banchetto di nozze di Peleo e Teti creò le condizioni per la più grande guerra della storia dei Greci: la guerra di Troia. La dea, infatti, fornì a Paride una mela (ricordata con il nome di “pomo della discordia”) da donare alla più bella delle dee tra Afrodite, Hera ed Atena. La scelta cadde poi su Afrodite che aveva promesso, in cambio del pomo, la donna più bella tra i mortali: Elena.</p><p>Durante la guerra di Troia Eris è spesso inviata da Zeus per incitare con le sue grida i guerrieri: non solo quelli greci, con i quali si schiera così come il fratello Ares, ma anche quelli troiani. La sua furia supera però quella dello stesso Ares, al punto che Eris spesso rimane a godere dello spettacolo del sangue, dei cadaveri e dei morenti anche dopo che la battaglia è terminata (Iliade, V. 518).</p><p>Eris è madre dei <em>kakodaimones</em>, ovvero i demoni inferi che fuoriuscirono dal vaso di Pandora per invadere il mondo con tutti i possibili mali. Virgilio racconta che la stessa Eris era a guardia delle porte e delle spaventose creature dell’Ade</p><p><strong>Iconografia di Eris &#8211; Discordia</strong></p><p>Non abbiamo molte raffigurazioni di Eris &#8211; Discordia, ma possiamo leggere in fonti letterarie e storiche di alcuni oggetti sui quali era rappresentata. La dea aveva un aspetto orribile, come quello di un demone, così come ce la descrive Virgilio (<em>Eneide</em>, VI.280), con serpi annodate con bende intrise di sangue in luogo dei capelli; Celebre è la descrizione dell’arca di Cipselo, dove era raffigurato il duello di Ettore e Aiace in presenza di Eris. Eris è rappresentata, spesso alata, su numerosi <em>pinakes</em> e vasi in ceramica. Nel mondo etrusco, in particolare su alcuni specchi del VII secolo a.C., l’iconografia di Eris è quella di una giovane donna ingioiellata: in questo caso la dea è la personificazione della “contesa agonistica”, quindi priva della sua accezione demoniaca.</p><p><strong>Curiosità su Eris &#8211; Discordia</strong></p><p>Una straordinaria favola di Esopo (<em>Favole, </em>534) racconta di Ercole che, camminando in uno stretto passaggio si imbatté in una mela posta sul suolo, Ercole cominciò a colpirla ma ad ogni colpo di clava la mela diventava più grande fino ad ostruire completamente il cammino. Atena, venuta in aiuto dell’eroe, gli spiegò che quella mela era come la dea Eris, più si tenta di distruggerla e più diventa grande e feroce, mentre se lasciata a se stessa rimane piccola e inerme.</p><p><em>(Nella foto di apertura: Eris alata, fondo di una kylix a figure nere proveniente da Atene, 575-545 a.C., Museo delle Antichità, Berlino.)</em></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004582_eris-discordia.html" data-text="Eris &#8211; Discordia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004582_eris-discordia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004582_eris-discordia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Aretusa</title><link>http://www.archeoguida.it/004579_aretusa.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004579_aretusa.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Mar 2011 13:00:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Lucia Rocco</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - A]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4579</guid> <description><![CDATA[Aretusa su un tetradramma di Siracusa (405 – 400 a.C.) Aretusa (dal greco Ἀρέθουςα) è un personaggio della mitologia greca, appartenente alla grande famiglia delle Nereidi e come tale è figlia di Nereo e Doride. La sua storia è raccontata da Ovidio (Metamorfosi V, 572 e segg.), ed è narrata dalla stessa Aretusa. “[…]dal fondo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4580" title="Aretusa" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/03/Aretusa.jpg" alt="Aretusa" width="600" height="583" /></p><p><em>Aretusa su un tetradramma di Siracusa (405 – 400 a.C.)</em></p><p>Aretusa (dal greco Ἀρέθουςα) è un personaggio della mitologia greca, appartenente alla grande famiglia delle Nereidi e come tale è figlia di Nereo e Doride. La sua storia è raccontata da Ovidio (Metamorfosi V, 572 e segg.), ed è narrata dalla stessa Aretusa.</p><blockquote><p>“<em>[…]dal fondo dei gorghi la dea sollevò/ il capo, si asciugò con la mano i verdi capelli/ e incominciò a narrare gli antichi amori del fiume Alfeo./ «[…]/E sebbene non avessi mai preteso d&#8217;essere bella,/ malgrado la mia prestanza, bella ero considerata »”</em></p></blockquote><p>La dea, descritta bellissima e dagli splendidi e lunghi capelli verdi, era intenta a rinfrescarsi facendo un bagno nel fiume Alfeo. Questi, vedendola così bella e nuda, cominciò a desiderarla e quindi a parlarle. Aretusa si spaventò e cominciò, ancora nuda, a correre per sfuggire da quella voce che proveniva dal gorgoglio delle acque. Non valse a nulla scappare lungo le rive del fiume Alfeo, che intanto aveva preso sembianze umane, e disperata Aretusa chiamò in aiuto la dea Artemide che l’avvolse in una nube, nascondendola così al suo ammiratore. Ma la paura e la lunga corsa provocarono nella nereide un intenso sudore che, scivolando pian piano dal suo corpo, formò prima una pozzanghera ai suoi piedi e la trasformò poi in una sorgente, che sgorgò presso l’isola di Ortigia nel territorio siracusano. Alfeo, riconoscendo nell’acqua la sua amata, riprese forma di fiume e, ritornato corrente, cominciò a mescolarsi e quindi ad unirsi con lei.</p><p>Oggi sull’isola di Ortigia, nel quartiere più antico di Siracusa, è ancora visibile la fonte Aretusa, un’eccezionale sorgente collocata a pochi metri dal mare. Al centro della vasca è oggi visibile l’unico papireto selvatico presente in occidente.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004579_aretusa.html" data-text="Aretusa" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004579_aretusa.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004579_aretusa.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Loki</title><link>http://www.archeoguida.it/004487_loki.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004487_loki.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 12 Mar 2011 14:52:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - L]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4487</guid> <description><![CDATA[Nella mitologia norrena Loki era un dio o un Jötunn (un gigante) o entrambi. Loki era il figlio del gigante Fárbauti e della dea Laufey e fratello di Helblindi e Býleistr. Dalla gigantessa Angrboða ebbe la regina dei morti Hel, il lupo Fenrir, e il mostruoso serpente Jormungandr (o Miðgarðsormr). Da Sigyn ebbe Narfi. Trasformatosi [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4491" title="loki" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/03/loki.jpg" alt="Loki" width="600" height="450" /></p><p>Nella mitologia norrena <strong>Loki</strong> era un <strong>dio</strong> o un <strong>Jötunn</strong> (un gigante) o entrambi. Loki era il figlio del gigante Fárbauti e della dea Laufey e fratello di Helblindi e Býleistr. Dalla gigantessa Angrboða ebbe la regina dei morti Hel, il lupo Fenrir, e il mostruoso serpente Jormungandr (o Miðgarðsormr). Da Sigyn ebbe Narfi. Trasformatosi in una cavalla, Loki ebbe con lo stallone Svaðilfari, il cavallo dalle otto zampe Sleipnir. Inoltre, Loki veniva indicato come il padre di Vali nell’<em>Edda in</em><em> </em><em>prosa</em>.</p><p>Loki rappresentava il male necessario per il mantenimento dell’ordine cosmico. Il suo rapporto con gli altri dèi era molto variabile. Loki a volte assisteva gli dei e a volte causava loro dei problemi, come quando causò il rapimento della dea Iðunn, rubò il gioiello della dea Freya, rasò a zero i capelli di Sif e tormentò i nani, che stavano creando il martello di Thor, trasformatosi in una mosca. Egli era un mutaforma e in diversi racconti appariva sotto forma di un salmone, del mare, di una foca, di una mosca, e anche di una donna anziana. I difficili rapporti con gli altri dei precipitarono del tutto quando Loki causò la morte del dio Baldr. Loki venne incatenato a tre rocce appuntite con le interiora di suo figlio Narfi dagli dèi. Un serpente venne sospeso sopra di lui in modo che il suo veleno gocciolasse sul suo viso, ma sua moglie Sigyn raccoglieva il veleno in una ciotola. Tuttavia, Sigyn era costretta a svuotare il bacile quando era pieno, e il veleno che gocciolava nel frattempo causava a Loki tremendo dolore tanto da farlo urlare e contorcere, causando terremoti. Con l&#8217;inizio del Ragnarök, Loki riuscirà a liberarsi dalla prigionia e lotterà fino alla morte contro il dio Heimdallr e i due si uccideranno a vicenda.</p><p>Loki viene descritto nell’Edda poetica, testo redatto nel XIII sec. d.C. che tratta argomenti e leggende più antichi; nell’Edda in prosa e nell’Heimskringla, scritti nel XIII sec. da Snorri Sturluson; nel poema runico norvegese, nelle poesie degli scaldi (poeti), e nel folklore della Scandinavia. Loki sembrerebbe essere raffigurato sulla pietra di Snaptum, sulla pietra di Kirkby Stephen, e sulla croce di Gosforth. Le origini di Loki e il suo ruolo nella mitologia nordica sono stati molto discussi dagli studiosi.</p><h3><strong>Edda poetica</strong></h3><p>Nell’Edda poetica Loki appare (o viene fatto riferimento a lui) nei poemi Völuspá, Lokasenna, Þrymskviða, Reginsmál, Baldrs draumar e Hyndluljóð (gli ultimi due chiamati generalmente “Edda minore”).</p><p><strong>Völuspá</strong></p><p>Nella stanza 35 del poema Völuspá, una volva (veggente) dice ad Odino che, tra molte altre cose, vede Sigyn seduta molto infelice con il marito legato, Loki, sotto un &#8220;boschetto delle sorgenti calde&#8221;. Nella stanza 51, la volva annuncia che durante gli eventi del Ragnarök, Loki si libererà dai suoi legami e verrà indicato come il &#8220;fratello di Býleistr&#8221;.</p><p>Nella stanza 54, dopo aver divorato Odino ed essere poi ucciso dal figlio di Odino Víðarr, Fenrir viene descritto come &#8220;parente di Loki&#8221;.</p><p><strong>Lokasenna</strong></p><p>In questo poema Loki ingaggia scambi di insulti in versi con gli altri dei. Loki propone due stanze di insulti, mentre la controparte risponde con una sola stanza. Il poema inizia con un’introduzione in prosa che spiega che Ægir, una figura associata al mare, ospita una festa nella sua sala per un certo numero di dei e folletti. Lì gli dei elogiano i servitori di Ægir Fimafeng e Eldir. Loki, non potendo sopportare di sentire ciò, uccide il servo Fimafeng. In risposta, gli dei afferrano i loro scudi e scacciano Loki fuori dalla sala in mezzo ai boschi. Gli dei successivamente ritornano nella sala e continuano a bere.</p><p><strong>Entrata e rifiuto</strong></p><p>Loki uscì dal bosco e incontrò Eldir al di fuori della sala. Loki salutò Eldir (e la stessa poesia comincia) con una domanda: chiese ad Eldir di riferirgli ciò di cui stavano discutendo gli dei all&#8217;interno della sala. Eldir rispose che stavano parlando delle loro armi e della loro abilità in guerra, eppure nessuno aveva da dire qualcosa di amichevole su Loki. Loki affermò che sarebbe andato alla festa, e che, prima della fine del banchetto, avrebbe indotto gli dei a litigare fra loro, e &#8220;avrebbe mescolato il loro idromele con malizia&#8221;. Loki poi entrò nella sala, e tutti si zittirono accorgendosi di lui.</p><p><strong>Seconda entrata e insulti</strong></p><p>Rompendo il silenzio, Loki disse che, assetato, era venuto in questa sala da molto lontano per chiedere agli dei un sorso del &#8220;famoso idromele&#8221;. Chiamando gli dèi arroganti, Loki chiese perché non erano in grado di parlare, e chiese che gli assegnassero un seggio e un posto per lui alla festa, o che gli dicessero di andarsene. Il dio poeta Bragi fu il primo a rispondere a Loki dicendogli che non avrebbe avuto una sede e un luogo a lui assegnati per la festa. Loki non rispose a Bragi direttamente, ma invece diresse la sua attenzione su Odino, e affermò: “Ti ricordi, Odino, quando in tempi passati abbiamo mescolato il nostro sangue insieme? Avevi detto che non avresti più bevuto birra se questa non fosse stata portata ad entrambi.”</p><p>Odino chiese poi a suo figlio silente Víðarr di alzarsi, affinché Loki potesse sedersi alla festa, in modo che la smettesse di insultare gli dei nella sala di Ægir. Venne offerto da bere a Loki ed egli brindò alla salute degli dei escludendo Bragi. Bragi rispose che avrebbe dato un cavallo, una spada ed una anello a Loki in modo da evitare che Loki potesse portare rancore agli dei. Loki rispose che Bragi sarebbe sempre stato a corto di queste cose e lo accusò di essere sempre cauto nei confronti della guerra ed esitante nel combattimento. Bragi rispose che non appena fossero usciti dalla sala, egli avrebbe tenuto la testa di Loki come ricompensa per le sue bugie. Loki replicò a Bragi di essere coraggioso solo da seduto e che lo avrebbe fatto fuggire dalla paura.</p><p>La dea Iðunn interruppe il dialogo chiedendo a Bragi, come un servizio nei confronti dei suoi parenti, di non dire parole di biasimo a Loki nella sala di Ægir. Loki impose a Iðunn di tacere, definendola come la più lussuriosa fra tutte le donne e accusandola addirittura d’aver giaciuto con l’assassino di suo fratello. Iðunn rispose di non voler pronunciare parole malevoli nella sala di Ægir e affermò di aver acquietato Bragi, che era stato reso loquace dalla birra; lei non voleva che i due si scontrassero. La dea Gefjun chiese perché i due dei dovessero scontrarsi, dato che Loki sapeva che Bragi stava scherzando e che tutti gli esseri viventi lo amavano. Loki rispose alla dea affermando che lei una volta era stata sedotta da un “bianco giovane” che le aveva donato un gioiello e lei lo aveva fatto giacere sulla sua coscia.</p><p>Odino ammonì Loki chiamandolo “pazzo” per i suoi tentativi di rendersi nemica la dea Gefjun, dato che la sua saggezza era talmente grande da poter competere con quella di Odino stesso. Loki allora insultò Odino accusandolo di fare un pessimo lavoro nel distribuire gli onori in battaglia e che spesso consegnava la vittoria ai deboli di cuore. Odino allora rinfacciò a Loki di essere rimasto otto inverni a mungere le vacche come una donna e d’aver generato bambini. Odino riteneva tutto questo perverso. Loki accusò Odino d’aver praticato il seidr (una sorta di magia sciamanica di solito femminile), e anche questo fu giudicato da Loki perverso.</p><p>Frigg, una delle dee più importanti e moglie di Odino disse che ciò che Loki e Odino avevano fatto in passato non doveva essere pronunciato di fronte agli altri, e che le questioni antiche dovevano sempre rimanere nascoste. Loki portò in primo piano che Frigg era la figlia di Fjörgyn, personificazione della terra, e che una volta essa aveva preso i fratelli di Odino Vili e Vé nel suo abbraccio. Frigg rispose che se ci fosse stato un ragazzo come suo figlio Baldr, ora deceduto, in sala, Loki non sarebbe stato in grado di fuggire alla collera degli dèi. Loki ricordò allora a Frigg di essere egli stesso il responsabile della morte di suo figlio Baldr.</p><p>La dea Freyja dichiarò che Loki doveva essere pazzo. Loki proclamò che ogni dio ed elfo presente doveva essere stato un amante di Freyja. Freyja accusò Loki di mentire e di essere in odio a tutti gli dei e le dee. In risposta, Loki definì Freyja una “strega maligna” e sostenne che essa venne sorpresa da tutti gli dei mentre era a cavalcioni su suo fratello Freyr. Njörðr, (il padre di Freyia e Freyr), disse che era innocuo per una donna avere un amante o qualcun altro oltre il marito e ciò che era veramente sorprendente era il fatto che un dio pervertito che aveva partorito figli potesse venire in quella sala.</p><p>Loki intimò a Njörðr di fare silenzio, ricordandogli di come fosse stato un ostaggio dato dai Vani agli Æsir durante la guerra Æsir contro Vani e di come le figlie di Hymir l’avessero brutalmente oltraggiato. Njörðr rispose che questa per lui era stata una ricompensa e che suo figlio Freyr era amato da tutti. Loki rispose a Njörðr di mantenere la sua moderazione e che non avrebbe tenuto segreto ancora a lungo che Njörðr aveva avuto suo figlio con sua sorella.</p><p>Il dio Tyr difese Freyr, ma Loki replicò che Tyr sarebbe dovuto rimanere in silenzio e ricordò che il proprio figlio, il lupo Fenrir, aveva strappato una mano a Tyr. Tyr rispose che lui aveva perso una mano, ma Loki aveva perso il lupo, e così entrambi erano finiti male. Inoltre, Fenrir ora avrebbe dovuto aspettare in catene fino all’arrivo del Ragnarök. Loki intimò a Tyr di fare silenzio una seconda volta e affermò d’avere avuto un figlio da sua moglie, e che Tyr non aveva ancora ricevuto un risarcimento per questo oltraggio, e per questo Loki lo definì un “miserabile”.</p><p>A questo punto Freyr li interruppe e disse di vedere un lupo disteso davanti al fiume. Se Loki non avesse fatto subito silenzio, come il lupo, sarebbe rimasto legato fino al Ragnarök. Loki replicò che Freyr aveva comprato la sua consorte Gerðr con l’oro, dopo aver dato via la sua spada, e quindi sarebbe rimasto disarmato durante la battaglia finale del Ragnarök. Byggvir, (un servo di Freyr), proclamò che se avesse avuto un nobile lignaggio e un onorevole seggio al pari di Freyr, avrebbe stritolato Loki. Loki lo apostrofò alla stregua di un cane, sempre agli ordini di Freyr. Byggvir replicò di essere orgoglioso di servire dei ed uomini. Loki gli intimò di tacere e lo insultò accusandolo di nascondersi quando gli uomini andavano in battaglia.</p><p>Il dio Heimdallr si scagliò contro Loki definendolo ubriaco e sciocco e gli chiese di chiudere la bocca e tacere. Loki intimò a Heimdallr di tacere e lo definì come il guardiano degli dei. La dea Skaði affrontò Loki dicendogli che per ora esso rideva e scherzava in tranquillità, ma presto sarebbe stato legato a delle rocce appuntite con le budella di suo figlio. Loki replicò che lei una volta era stata più dolce quando si rivolgeva a lui, quando essa l’aveva invitato nel suo letto.</p><p>Sif, la moglie di Thor, si fece avanti e versò a Loki dell’idromele in un bicchiere di cristallo affermando di essere fra tutti gli dei innocente e irreprensibile. Loki accettò il bicchiere e, dopo aver bevuto, affermò che Sif aveva un amante oltre al marito Thor e che questo amante era proprio lui stesso, Loki. Beyla riferì che le montagne stavano tremando e che quindi Thor doveva essere sulla strada del ritorno e che quando fosse arrivato a casa sarebbe riuscito a portare la pace tra tutti i litiganti.</p><h2><strong>L’arrivo di Thor e la schiavitù di Loki</strong></h2><p>Thor arrivò e intimò a Loki di tacere chiamandolo “creatura del male”. Affermò che col suo martello Mjöllnir lo avrebbe fatto tacere, martellandolo sulla testa e sulle spalle. Avendo saputo del ritorno di Thor, Loki gli chiese perché fosse così arrabbiato e affermò che Thor non sarebbe stato così audace nel combattere contro il lupo, quando avrebbe ingoiato Odino durante il Ragnarök. Thor intimò ancora a Loki di tacere e lo minacciò con Mjöllnir, dicendogli che l’avrebbe gettato sulle strade dell’est, e successivamente più nessuno sarebbe stato in grado di vedere Loki. Thor e Loki continuarono ad insultarsi per molto tempo e Thor minacciò Loki dicendogli che l’avrebbe inviato nel mondo dei morti, il regno di Hel.</p><p>In risposta a Thor, Loki affermò di “aver parlato prima degli Æsir”,e prima “dei figli degli Æsir”, ciò che il suo spirito lo incitava a dire.</p><p>Dopo queste ultime parole, Loki lasciò la sala, si trasformò in un salmone e si nascose presso la cascata di Franangrsfors, dove venne catturato dagli Æsir. Loki, come punizione per aver ucciso Baldr, venne legato a delle rocce appuntite con le viscere di suo figlio Nari, mentre suo figlio Narfi venne trasformato in un lupo. Inoltre Skaði fissò un serpente velenoso sopra al corpo di Loki, in modo che il suo veleno gli cadesse continuamente addosso. Solo la moglie di Loki, Sigyn, gli rimase accanto, raccogliendo il veleno in una bacinella, per evitare che ferisse il marito. Ma quando il recipiente era colmo, Sigyn era costretta ad allontanarsi per svuotarlo; durante queste pause, Loki veniva colpito dal veleno e il dolore era talmente forte da farlo dimenare e contorcere violentemente. Per questo motivo, quando Loki si dimenava, causava sulla terra i terremoti.</p><p><strong>Þrymskviða</strong></p><p>In questo poema Thor si sveglia e scopre che il suo potente martello Mjöllnir è scomparso. Thor si rivolse per primo a Loki, e gli disse che nessuno sapeva che il martello era stato rubato. I due si recarono poi al tribunale della dea Freyja, e Thor le chiese se poteva prestargli il suo mantello di piume per cercare di ritrovare Mjöllnir. Freyja accettò, dicendo che l’avrebbe prestato anche se fosse stato fatto d’oro e d’argento; così Loki partì in volo col mantello.</p><p><strong>Nel mondo Jötunheimr il gigante Þrymr era seduto su un tumulo, mentre intrecciava collari d’oro per le sue cagne e mentre stava sistemando le criniere dei suoi cavalli. Þrymr vide Loki e gli chiese cosa avrebbe potuto andare male fra gli Æsir e gli elfi e come mai Loki fosse da solo nel </strong>Jötunheimr. Loki rispose di avere brutte notizie sia per gli elfi che per gli <strong>Æsir, dato che il martello di Thor, </strong>Mjöllnir, non c’era più. <strong>Þrymr</strong> <strong>rispose d’aver nascosto</strong> <strong>Mjollnir</strong> <strong>otto leghe</strong> <strong>sotto </strong><strong>terra,</strong> e che lui l’avrebbe<strong> recuperato solo</strong> <strong>se</strong> <strong>Freyja</strong> fosse divenuta <strong>sua moglie</strong>. Loki allora volò via e ritornò alla corte degli dei.</p><p>Thor chiese a Loki se il suo viaggio avesse avuto successo. Loki gli rispose d’aver scoperto che Þrymr aveva nascosto il mantello, che però non poteva essere recuperato a meno che Freyja non fosse divenuta la moglie del gigante. I due tornarono da Freyja e le dissero di vestirsi da sposa, in quanto essi intendevano portarla nel Jötunheimr. Freyja rifiutò, indignandosi e arrabbiandosi, facendo tremare tutte le sale col suo furore, e la sua famosa collana, la Brísingamen, le cadde.</p><p>Allora tutti gli dei e le dee decisero di incontrarsi per discutere della questione. Il dio Heimdallr suggerì l’idea che lo stesso dio Thor si vestisse da sposa, con gioielli , abbigliamento da donna, un copricapo e la collana Brísingamen. Thor si oppose all’idea ma Loki lo fermò, affermando che questo sarebbe stato l’unico modo per riavere il martello. Così Thor venne abbigliato come una sposa e Loki come se fosse una sua serva; così si diressero verso il Jötunheimr.</p><p>Þrymr, credendo che stesse per arrivare Freyja, si preparò per la sua venuta. All’inizio della serata, Thor e Loki travestiti si incontrarono con Þrymr. Thor mangiò e bevve ferocemente, consumando animali interi e tre botti di idromele. Þrymr si stupì e trovò questo comportamento in contrasto con l’immagine che si era fatto di Freyja, e Loki, seduto di fronte a Þrymr, che appariva invece come una ragazza molto accorta, giustificò la sposa, affermando che essa era molto affamata dato che non aveva consumato niente negli otto giorni di viaggio precedenti. Quando poi Þrymr estrasse il martello per santificare la sposa, Thor lo afferrò saldamente e colpì con ferocia Þrymr e gli altri giganti.</p><p><strong>Reginsmàl</strong></p><p>Loki appare sia nella prosa che nelle prime sei strofe di questo poema.</p><p>Nell’introduzione della prosa Regin descrive che una volta gli dei Odino, Hœnir e Loki erano andati presso le cascate di Andvarafors, che contenevano molti pesci. Regin, un nano, aveva due fratelli, Andvari, che viveva nelle cascate sotto forma di un luccio, e Okr, che dimorava nelle cascate sotto forma di una lontra.</p><p>Mentre i tre dei si trovavano alle cascate, Otr, sotto forma di lontra, aveva catturato un salmone e lo stava mangiando sulla riva del fiume, quando Loki lanciò un sasso e lo colpì uccidendolo. Gli dei decisero di scorticare la lontra per fare un sacchetto con la pelle. Quella notte i tre dei incontrarono Hreidmar, il padre di Regin, Andvari e Otr, e gli mostrarono la pelle di lontra. Non appena Hreidmar riconobbe la pelle del figlio, imprigionò gli dei e disse loro che li avrebbe rilasciati solo se fossero riusciti a riempire e a coprire totalmente la pelle di lontra con dell’oro. Loki venne inviato a cercare l’oro ed esso si recò dalla dea Ran, prese in prestito la sua rete da pesca e si recò presso le cascate Andvarafors. Qui riuscì a catturare Andvari, trasformato in luccio, e si fece consegnare da lui tutto il suo oro. Oltre all’oro, Loki prese anche un anello magico che Andvari possedeva. A questo punto Andvari maledisse tutte queste ricchezze a riferì a Loki che queste avrebbero causato la morte di due fratelli, avrebbero portato guerre tra otto principi e sarebbero state inutili per tutti.</p><p>Loki ritornò e i tre dei riuscirono a riempire e a coprire la pelle di lontra con l’oro. Hreidmar però vide che rimaneva ancora un pelo della pelle scoperto, e così Odino posò il magico anello per ricoprire anche quest’ultima parte.</p><p>Loki raccontò allora che quell’oro che loro avevano consegnato era maledetto e che avrebbe causato la morte di Hreidmar e di Regin. Hreidmar non gli credette e li lasciò andare. Il poema continua senza nessun’altra menzione a Loki.</p><p><strong>Baldrs draumar</strong></p><p>Nel Baldrs draumar (i sogni di Baldr), Odino ha risvegliato una völva deceduta (una veggente) nel regno di Hel e le chiede ripetutamente di interpretare gli incubi di suo figlio Baldr, da chi verrà ucciso e da chi sarà vendicato. Loki viene menzionato nella quattordicesima stanza, la stanza finale del poema, dove la völva dice ad Odino di cavalcare a casa e di vantare il proprio orgoglio, e che nessun altro la vedrà più fino a quando Loki non si libererà dalle sue catene e si arriverà al Ragnarök.</p><p><strong>Hyndluljóð</strong></p><p>Loki viene citato in due strofe del <em>Völuspá hin skamma</em>, che si trova all’interno del poema Hyndluljóð. Nella prima strofa Loki si unisce con la gigantessa Angrboða che genera il lupo Fenrir, si trasforma in cavalla e genera Sleipnir unendosi con lo stallone Svaðilfari e in terzo luogo da vita al peggiore di tutti i mali. Loki viene poi descritto mentre mangia il cuore e i pensieri di una donna.</p><p><strong>Fjölsvinnsmál</strong></p><p>In questo poema una strofa menziona Loki (chiamato qui “Lopt”). L’eroe Svipdgar chiede al guardiano Fjölsviðr dove si trovi la potente arma Lævateinn. Fjölsviðr rivela che l’arma è custodita dalla gigantessa Sinmara, all’interno di una cassa chiusa da nove serrature. Quest’arma è stata creata da Lopt (Loki) con le rune davanti al cancello dei morti.</p><h3><strong>Edda in prosa</strong></h3><p><strong>Gylfaginning</strong></p><p>Il libro Gylfaginning racconta diversi miti con Loki, tra cui il suo ruolo nella nascita del cavallo Sleipnir e la sua contesa con Logi, la personificazione del fuoco.</p><p><strong>Introduzione di High</strong></p><p>Nell’Edda in prosa, Loki appare nel ventesimo capitolo del libro Gylfaginning.</p><p>Ricompare poi nel trentaquattresimo capitolo, citato da High; viene conteggiato fra gli Æsir e High riporta che Loki viene definito da alcuni come “il calunniatore degli Æsir”, “creatore di inganni” e “la vergogna di tutti gli dei e gli uomini”. High afferma che il nome alternativo di Loki è Lopt, <strong>che egli</strong> <strong>è</strong> <strong>figlio del</strong> gigante <strong>Farbauti</strong> e di <strong>&#8220;</strong>Laufey <strong>o</strong> <strong>Nal</strong>&#8220;. I<strong> suoi fratelli</strong> <strong>sono</strong> <strong>Helblindi</strong> <strong>e</strong> <strong>Býleistr</strong>. <strong>High</strong> <strong>descrive</strong> <strong>Loki</strong> <strong>come</strong> <strong>&#8220;</strong>piacevole <strong>e bello</strong>&#8221; in <strong>apparenza</strong>, <strong>ma dal</strong> <strong>carattere</strong> <strong>maligno</strong>, <strong>&#8220;</strong>molto <strong>capriccioso</strong>&#8221; e <strong>astuto.</strong> <strong>La moglie di</strong> <strong>Loki</strong> <strong>si chiama</strong> <strong>Sigyn</strong>, e <strong>hanno</strong> <strong>un figlio</strong> <strong>di nome</strong> <strong>&#8220;</strong>Nari <strong>o</strong> <strong>Narfi</strong>&#8220;. <strong>Loki</strong> <strong>ha avuto tre</strong> <strong>figli</strong> <strong>con</strong> <strong>la</strong> <strong>gigantessa</strong> <strong>Angrboða</strong>: <strong>il</strong> <strong>lupo</strong> <strong>Fenrir</strong>, <strong>il</strong> <strong>serpente</strong> <strong>Jormungandr</strong>, <strong>e la</strong> <strong>figlia</strong> <strong>Hel</strong>.</p><p><strong>Loki, Svaðilfari, and Sleipnir</strong></p><p>Nel capitolo quarantaduesimo High racconta una storia ambientata proprio all’inizio dell’insediamento degli dei. La storia racconta di un costruttore senza nome che si offrì di costruire un invincibile palazzo per gli dei, con grandi fortezze che tenessero distanti i nemici, in cambio però chiese la dea Freyja, il sole e la luna. <strong>Dopo</strong> <strong>qualche</strong> <strong>discussione</strong>, <strong>gli dei</strong> <strong>decisero di accettare queste condizioni,</strong> <strong>ma</strong> <strong>posero</strong> <strong>una serie di</strong> <strong>restrizioni</strong> a<strong>l</strong> <strong>costruttore:</strong> egli avrebbe dovuto <strong>completare</strong> <strong>i lavori</strong> <strong>entro</strong> <strong>tre</strong> <strong>stagioni</strong> <strong>senza l&#8217;</strong>aiuto di <strong>un uomo</strong>. <strong>Il</strong> <strong>costruttore</strong> <strong>fece una</strong> <strong>singola richiesta</strong>: che <strong>egli</strong> <strong>potesse</strong> <strong>avere</strong> l’<strong>aiuto del</strong> <strong>suo</strong> <strong>stallone</strong> <strong>Svaðilfari</strong> <strong>e, grazie</strong> a<strong>ll&#8217;influenza</strong> <strong>di Loki</strong>, <strong>questo</strong> gli fu <strong>permesso. Lo stallone Svaðilfari si dimostrò molto forte tanto da riuscire a sollevare enormi massi. Il</strong> <strong>costruttore</strong> assieme a <strong>Svaðilfari</strong>, <strong>progredì</strong> <strong>velocemente</strong> <strong>e</strong> <strong>tre giorni</strong> <strong>prima</strong> <strong>del</strong> <strong>termine</strong> <strong>della stagione estiva era quasi sul punto di terminare.</strong> <strong>Gli dei</strong> <strong>si riunirono per</strong> <strong>capire</strong> <strong>chi</strong> fosse il <strong>responsabile</strong>; essi decisero che il colpevole era Loki.</p><p><strong>Gli dèi</strong> <strong>dichiararono</strong> <strong>che</strong> <strong>Loki</strong> <strong>si sarebbe meritato una</strong> <strong>morte</strong> <strong>orribile</strong> <strong>se</strong> <strong>non fosse riuscito a</strong> <strong>trovare</strong> <strong>un piano per</strong> <strong>far sì che</strong> <strong>il</strong> <strong>costruttore</strong> non venisse <strong>pagato.</strong> <strong>Loki</strong>, impaurito, <strong>giurò</strong> <strong>che</strong> avrebbe <strong>escogitato</strong> <strong>un piano perfetto per</strong> non pagare <strong>il</strong> <strong>costruttore, a qualunque</strong> <strong>costo</strong>. Quella notte, il costruttore uscì con Svaðilfari per raccogliere una pietra, ma proprio lì vicino videro una cavalla al galoppo. La cavalla, che non era altro che Loki trasformato, nitrì a Svaðilfari, esso divenne irrequieto e corse verso di essa. I due cavalli corsero per tutta la notte e così i lavori si fermarono per tutto quel lasso di tempo. Il costruttore andò in collera e quando gli Æsir capirono che esso era un hrimthurs (gigante fatto di ghiaccio), ruppero i loro giuramenti precedenti e chiamarono Thor. Thor sopraggiunse e uccise il costruttore fracassandogli il cranio col martello Mjöllnir. Dall’unione con Svaðilfari, Loki diede alla luce un cavallo con otto zampe, Sleipnir.</p><p><strong>Loki, Útgarða-Loki e Logi</strong></p><p>Nel capitolo quarantaquattresimo, Third riluttante racconta come Thor e Loki una volta stessero viaggiando sul carro di Thor, tirato dalle sue due capre. Essi si fermarono a sostare presso la casa di un contadino che li ospitò per la notte. Thor macellò le sue capre, le preparò, le mise in una pentola e assieme a Loki le mangiò per cena. <strong>Thor</strong> <strong>invitò</strong> <strong>la</strong> <strong>famiglia di</strong> <strong>contadini</strong> <strong>che possedevano</strong> <strong>la</strong> <strong>fattoria</strong> <strong>a</strong> <strong>condividere con</strong> <strong>lui e Loki</strong> <strong>il</strong> <strong>pasto</strong> <strong>che aveva</strong> <strong>preparato</strong>. <strong>In seguito</strong>, <strong>Þjálfi, il figlio del contadino,</strong> <strong>succhiò</strong> <strong>il midollo</strong> <strong>osseo</strong> <strong>da</strong> <strong>una delle ossa</strong> <strong>delle capre e quando</strong> <strong>Thor</strong> le <strong>riesumò per ripartire</strong>, si accorse che <strong>una delle</strong> due capre era zoppa. Terrorizzata dalla collera del dio, <strong>la</strong> famiglia decise di rimediare al danno dando a <strong>Thor</strong> <strong>il figlio</strong> <strong>Þjálfi e la figlia</strong> <strong>Röskva</strong>.</p><p>Così le capre, Thor, Loki e i due bambini continuarono il viaggio verso est fino ad arrivare in una vasta foresta nello Jötunheimr. Continuarono attraverso il bosco fino al sopraggiungere della notte. I quattro cercarono allora un riparo per dormire. Incontrarono un edificio immenso e si accamparono in una stanza laterale, rimanendo però in allerta a causa di continui terremoti per tutta la notte.</p><p>L&#8217;edificio risultò poi essere il guanto enorme di Skrymir, un gigante, che russando per tutta la notte, provocava continui terremoti. Tutti e quattro allora si spostarono a dormire sotto un albero di quercia vicino a Skrymir. Thor durante la notte tentò due volte di uccidere Skrymir colpendolo sulla testa col suo martello, ma ogni volta il gigante si svegliava credendo che gli fosse caduta qualche ghianda sulla testa. Dopo il secondo tentativo, il gigante si svegliò e consigliò ai viandanti di fare attenzione al vicino re Útgarða-Loki. I quattro viaggiatori proseguirono il loro viaggio fino a mezzogiorno. Essi si trovarono di fronte un massiccio castello in uno spazio aperto. All&#8217;ingresso del castello vi era una porta chiusa, e Thor scoprì che non poteva aprirlo. Così lottarono tutti e quattro e finalmente riuscirono a passare attraverso le sbarre del cancello per poi continuare in una grande sala. All&#8217;interno della grande sala vi erano due panchine, dove molte persone di grandi dimensioni stavano sedute. I quattro videro allora Útgarða-Loki, il re del castello, seduto. Útgarða-Loki disse loro che non erano permessi visitatori, a meno che non avessero partecipato ad una gara. Loki per primo affermò di essere in grado di mangiare più velocemente di qualsiasi altro. Útgarða-Loki accettò l’impresa a chiamò un essere di nome Logi. Venne portato un tagliere, venne posto sul pavimento della sala e riempito di carne. I due contendenti (Loki e Logi), si disposero ai lati del tagliere e cominciarono a mangiare il più velocemente possibile. Loki riuscì a consumare tutta la carne disposta dal suo lato, ma nello stesso tempo Logi non solo divorò tutta la sua parte di carne, ma anche le ossa e lo stesso tagliere. Fu evidente che Loki aveva perso. Successivamente Þjálfi corse tre volte contro un essere di nome Hugi e per tre volte perse. Thor accettò di partecipare ad una gara di bevute, ma dopo tre immensi sorsi fallì. Thor allora si impegnò a sollevare un grosso gatto grigio, ma riuscì solamente ad alzare una delle sue zampe. Thor chiese quindi di poter combattere contro qualcuno nella sala, ma i presenti rifiutarono dicendo che battersi contro di lui sarebbe stato umiliante, data la sua debolezza. Útgarða-Loki fece allora chiamare la sua nutrice, Elli, una vecchia donna, per farla combattere contro Thor. Il combattimento risultò durissimo e Thor venne battuto. Giunta poi la notte, Útgarða-Loki mostrò ai quattro viandanti le loro stanze. La mattina dopo, pronti per partire, vennero fermati da Útgarða-Loki, che chiese a Thor come pensava di essere andato nelle sfide affrontate. Thor rispose di non essere in grado di valutarlo e di essere infastidito che ora Útgarða-Loki stesse parlando male di lui. Útgarða-Loki affermò che se Thor avesse saputo ciò con cui aveva a che fare, non sarebbe mai tornato e così rivelò di essere in realtà il gigante Skrymir. Útgarða-Loki rivelò allora che tutte le gare erano state truccate. Loki aveva gareggiato contro la personificazione del fuoco (Logi), Þjálfi contro la mente di Útgarða-Loki e Thor aveva bevuto da una coppa collegata al mare (quindi impossibile da bere tutta), il gatto che aveva cercato di sollevare non era altro che il serpente Jörmungandr, mentre la vecchia balia era la personificazione dell’età avanzata.</p><p><strong>Poema runico norvegese</strong></p><p>Loki è menzionato nella tredicesima strofa del poema runico norvegese, dove viene detto che Birch ha le foglie più verdi di qualsiasi altro arbusto e Loki è stato fortunato nel suo inganno. Con “inganno di Loki” probabilmente si intende la sua responsabilità nella morte di Baldr.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004487_loki.html" data-text="Loki" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004487_loki.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004487_loki.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Iside</title><link>http://www.archeoguida.it/004339_iside.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004339_iside.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 27 Feb 2011 13:52:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - I]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category> <category><![CDATA[Iside]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4339</guid> <description><![CDATA[Iside era una dea dell’antico Egitto, il cui culto si diffuse successivamente in tutto il mondo greco-romano. Era venerata come moglie e madre ideale e come signora della natura e della magia. Era l’amica degli schiavi, dei peccatori, degli artigiani e degli oppressi e ascoltava le preghiere dei ricchi, delle fanciulle, dei nobili e dei [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4341" title="iside-01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/iside-01.jpg" alt="iside" width="600" height="399" /></p><p>Iside era una dea dell’antico Egitto, il cui culto si diffuse successivamente in tutto il mondo greco-romano. Era venerata come moglie e madre ideale e come signora della natura e della magia. Era l’amica degli schiavi, dei peccatori, degli artigiani e degli oppressi e ascoltava le preghiere dei ricchi, delle fanciulle, dei nobili e dei sovrani. Iside era la dea della maternità, della magia e della fertilità.</p><p>Iside era la prima figlia di Nut (la dea del cielo) e Geb (il dio della terra) ed era nata il quarto dei cinque giorni aggiunti da Thot, affinché Nut potesse partorire. In miti più tardi, Iside era la sposa di suo fratello Osiride, da cui avrebbe avuto il figlio Horus. Essa inoltre fu la salvatrice di Osiride; quando questi venne ucciso e fatto a pezzi da Seth, Iside con le sue abilità magiche riuscì a riportarlo in vita. Iside era anche conosciuta come protettrice dei morti e dei bambini. In tempi più recenti, gli antichi Egizi credevano che il Nilo straripasse ogni anno a causa delle lacrime versate da Iside per il marito morto Osiride.</p><p>Il nome Iside significa “trono” ed infatti la dea veniva rappresentata con un copricapo in forma di un trono.</p><p>Era una rappresentazione importante del potere del faraone; Iside infatti era la madre del faraone vivente (identificato con Horus) e la moglie del faraone defunto (identificato con Osiride). Il suo culto era molto popolare in tutto l&#8217;Egitto, e i più importanti santuari erano Behbeit El-Hagar nel delta del Nilo, nel Basso Egitto e, a partire dal regno di Nectanebo I (380-362 aC), sull&#8217;isola egiziana di Philae.</p><p><strong>Origini e riti del mito di Iside</strong></p><p>Le sue origini sono incerte, ma probabilmente il mito di Iside nacque dalle parti del Delta del Nilo. La prima menzione che fa riferimento alla dea Iside risale al periodo della V dinastia in Egitto, ma il suo culto si diffuse più tardi nella storia egiziana, in contemporanea allo sviluppo del culto di Osiride.</p><p>Non rimangono molte informazioni sui miti che si svolgevano in onore di Iside, ma è accertato che vi fossero sacerdoti e sacerdotesse che presiedevano al suo culto. Durante l&#8217;epoca greco-romana, molti di loro erano dei guaritori, e si diceva che avessero molti altri poteri speciali, tra cui l&#8217;interpretazione dei sogni e la capacità di controllare il tempo.</p><p>A causa dell’associazione che veniva fatta fra i nodi e la magia, uno dei simboli di Iside era il tiet (che significa “vita”), chiamato anche il nodo di Iside, la fibbia di Iside o il sangue di Iside. Questo amuleto era spesso usato in ambito funerario, fatto in legno rosso, pietra o vetro.</p><p>La stella Sopdet (Sirio), veniva associata ad Iside. L&#8217;apparizione della stella significava l&#8217;avvento di un nuovo anno dal momento che Iside era altresì considerata la dea della rinascita e della reincarnazione e protettrice dei morti. Il Libro dei Morti delineava un rituale particolare che avrebbe protetto i morti, che consentiva di viaggiare ovunque nel mondo sotterraneo.</p><p>Probabilmente a causa dell’assimilazione con la dea Afrodite e Venere, durante il periodo romano, la rosa venne utilizzata nel suo culto.</p><p><strong>Rappresentazioni</strong></p><p>Nell’arte in origine Iside era raffigurata come una donna con indosso un lungo abito e coronata dal simbolo del geroglifico del trono. Qualche volta è stata raffigurata mentre teneva un loto o un albero di sicomoro.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4342" title="iside-02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/iside-02.jpg" alt="" width="600" height="573" /><br /> Iside, con Osiride e Nephtis</em></p><p>Dopo aver assimilato molti ruoli che prima spettavano ad Hathor, il suo copricapo venne rimpiazzato da quello di quest’ultima divinità: delle corna bovine che racchiudevano fra esse il disco solare. A volte veniva rappresentata come una giovenca, come la testa di una mucca o come un avvoltoio. Di solito, però, era raffigurata con il suo bambino, Horus (il faraone) e con una corona. Occasionalmente è stata rappresentata come un aquilone sopra il corpo di Osiride o con Osiride morto in grembo mentre cercava di riportarlo in vita con le sue arti magiche.</p><p><strong>Mito</strong></p><p>Nel culto più tardo, Iside veniva vista come l’assistente del faraone defunto. Per questo venne associata ai riti funerari e il suo nome compariva più di ottanta volte nei Testi delle Piramidi. Veniva definita come la madre delle quattro divinità che proteggevano i vasi canopi, e più specificamente, Iside era vista come la protettrice del dio del vaso canopo contenente il fegato, Imset.</p><p>Nel medio regno, dall’undicesima alla quattordicesima dinastia, tra circa il 2040 e il 1640 a.C., i testi funerari cominciarono ad essere utilizzati da più membri della società egiziana, al di fuori della famiglia reale, e il ruolo di Iside crebbe e divenne la protettrice anche dei nobili e della gente comune. Con il Nuovo Regno, tra la diciottesima e la ventesima dinastia, quindi tra circa il 1570 e il 1070 a.C., Iside divenne madre e protettrice del faraone. Durante questo periodo, si diceva che fosse colei che allattava il faraone e spesso veniva raffigurata a farlo.</p><p>Il ruolo del suo nome e della sua corona a forma di trono è incerto. I primi egittologi pensavano che il suo ruolo primario fosse quello di madre associata al trono, quindi al potere regale, ma ora questo ruolo sembra che sia nato più tardi, per associazione. In molte tribù africane, il trono era considerato come la madre del sovrano, e questo sembrerebbe corrispondere alle credenze degli antichi Egizi.</p><p><strong>Iside come sorella e moglie di Osiride</strong></p><p>Nel Regno Antico, dalla terza fino alla sesta dinastia, tra circa il 2650 e il 2150 a.C., il pantheon delle singole città egiziane variava da regione a regione. Nel corso della quinta dinastia, Iside entrò a far parte dell’Enneade della città di Heliopolis. Si credeva che fosse una figlia di Nut e Geb, sorella di Osiride, Neftys, e Seth. Le due sorelle, Iside e Neftys, spesso erano raffigurate sulle bare, con le ali aperte, come protettrici delle anime contro il male. Come divinità funeraria, Iside era associata ad Osiride, il signore degli inferi, e ne veniva considerata la moglie.</p><p>Un mito più tardo ci racconta la nascita di Anubi. La leggenda racconta come Neftys, che non aveva mai amato il suo sposo Seth, prese le sembianze di Iside e sedusse Osiride. Da Osiride Neftys avrebbe avuto Anubi e per paura che Seth potesse vendicarsi e uccidere il nuovo nato, Neftys chiese ad Iside di accudirlo e nasconderlo. La storia descrive sia perché Anubi divenne una divinità degli inferi (in quanto figlio di Osiride) e sia l’impossibilità di Anubi di succedere al padre, in quanto figlio illegittimo. Va ricordato, tuttavia, che questo mito era solo una creazione più tarda del culto di Osiride che mirava a rappresentare Seth in una posizione negativa, come nemico di Osiride.</p><p>In un altro mito, Seth decise di ingannare Osiride, per poter governare al suo posto. Organizzò uno splendido banchetto ed espose agli ospiti una preziosa bara, promettendo di offrirla in dono a chi vi fosse entrato perfettamente. Dato che Seth aveva costruito la bara prendendo le misure di Osiride, tutti gli invitati che provarono ad entrarvi non riuscivano ad adagiarvisi perfettamente; quando fu il turno di Osiride, egli si sdraiò nella bara e subito Seth e i suoi complici lo sigillarono all’interno, gettando poi la bara nel fiume. Quando Iside venne a sapere dell’accaduto cominciò a cercare il marito assieme alla sorella Neftys. Vagò per molto tempo finché non ritrovò la bara a Byblos; la prese e la portò con sé, nascondendola. Una notte però, mentre Iside si era allontanata, Seth trovò la bara con Osiride e infuriato per questo fece a pezzi il suo corpo e disperse le parti ovunque. Iside, disperata, cominciò la lunga ricerca delle parti di suo marito e a poco a poco riuscì a ritrovarle tutte tranne il fallo che era stato mangiato da un pesce. Allora essa costruì un fallo finto e riuscì a ricostituire il corpo di Osiride col quale si unì in amore concependo Horus.</p><p><strong>Assimilazione ad Hathor</strong></p><p>In tempi più recenti, Iside venne associata all’antichissima dea dell’amore e della fecondità Hathor. Quando il culto di Ra salì alla ribalta, esso venne associato ad una divinità simile, Horus. Hathor venne abbinata a Ra in alcuni luoghi e, quando Iside cominciò ad essere accoppiata con Ra, Hathor e Iside presto cominciarono ad essere fuse in alcune regioni col nome di Iside-Hathor.</p><p><strong>Iside come madre di Horus</strong></p><p>Con la fusione con Hathor, Iside divenne la madre di Horus e la moglie di Osiride. Per spiegare come potesse esistere un dio vivo (Horus), figlio di un dio morto (Osiride), venne creato il mito della resurrezione di Osiride, racconto tramandatoci per intero da Plutarco nella sua opera <em>De Iside et Osiride</em>.</p><p>Un altro gruppo di leggende racconta cosa accade ad Iside dopo la nascita del figlio postumo di Osiride. Per sfuggire alla rabbia di Seth, l’assassino di suo marito, Iside fuggì portando con sé il piccolo Horus. Iside dovette affrontare molti pericoli: in un caso guarì Horus dal morso di uno scorpione letale. Ella protesse e crebbe Horus finché non fu pronto a scontrarsi con Seth e a vendicare la morte del padre divenendo faraone d’Egitto.</p><p><strong>Iside nel mondo greco-romano</strong></p><p>Durante il periodo ellenistico il culto di Iside venne reso molto importante e dal regno tolemaico si diffuse in tutto il mondo greco arrivando fino a Roma. Il suo culto, in quanto legato col mondo dell’oltretomba, divenne misterico e prese piede in tutto l’Impero romano. Iside venne associata a innumerevoli dee locali come Cerere, Cibele e Demetra e furono costruiti grandi templi in suo onore, come quello fatto innalzare da Domiziano a Benevento. La fine della sua venerazione avvenne perlopiù quando il Cristianesimo cominciò a diffondersi nel Mediterraneo.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004339_iside.html" data-text="Iside" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004339_iside.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004339_iside.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tezcatlipoca</title><link>http://www.archeoguida.it/004162_tezcatlipoca.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004162_tezcatlipoca.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 Feb 2011 11:38:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - T]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4162</guid> <description><![CDATA[  Dio azteco chiamato anche “Specchio fumante” contrapposto a Quetzalcoatl, il “Serpente piumato”. Divinità della guerra e della notte e patrono dei guerrieri, sembra rappresentare la parte oscura, violenta e irrazionale dell’uomo, mentre invece Quetzalcoatl ne incarna il lato razionale e generoso. Gli Aztechi consideravano Tezcatlipoca come il creatore della guerra per poter ottenere prigionieri [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4163" title="tezcatlipoca" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/tezcatlipoca.jpg" alt="Tezcatlipoca" width="600" height="498" /> </p><p>Dio azteco chiamato anche “Specchio fumante” contrapposto a <strong>Quetzalcoatl</strong>, il “Serpente piumato”. Divinità della guerra e della notte e patrono dei guerrieri, sembra rappresentare la parte oscura, violenta e irrazionale dell’uomo, mentre invece Quetzalcoatl ne incarna il lato razionale e generoso. Gli <strong>Aztechi</strong> consideravano Tezcatlipoca come il creatore della guerra per poter ottenere prigionieri con cui poter sfamare gli dei. L’epiteto col quale veniva chiamato da tutti, “Specchio fumante”, derivava dal fatto che il suo piede sinistro era stato sostituito con uno specchio di ossidiana. Gli indovini aztechi fissavano a lungo lo sguardo in tale specchio in modo da cadere in trance per poter leggere la volontà del dio e poter trasmettere alla tribù i suoi voleri e il futuro.</p><p>Il dio, se ne aveva voglia, era in grado di guarire malattie e modificare il destino di ogni persona deciso alla nascita. Tezcatlipoca poteva assumere aspetti diversi e ad ogni nuovo aspetto corrispondeva un nuovo nome. Ad esempio, secondo alcuni, in d’estate era chiamato <strong>Huitzilopochtli</strong>, il “Colibrì sinistro”, colui che dispensava prosperità e abbondanza. Quando veniva associato al sacrificio e alla magia veniva definito <strong>Titlauacan</strong>, “Colui che sta vicino alla spalla”, perché si pensava che stesse di fianco alla spalla di ogni essere umano, pronto a consigliare soprusi e astuzie. Era associato anche a <strong>Omacatl</strong>, dio dei festeggiamenti e della felicità, rappresentato accucciato e vestito di bianco e nero. Veniva poi associato alla costellazione dell’Orsa Maggiore.</p><p class="aaa3">Tezcatlipoca e la creazione della terra</p><p>Gli dei avevano deciso di dar vita alla terra, luogo su cui essi avrebbero creato gli uomini. A quel tempo infatti esistevano solo le Grandi Acque e il mostro della Terra, Cipactli. Ma il mostro della Terra nuotava in fondo alle Grandi Acque e non voleva emergere. Tezcatlipoca e Quetzalcoatl unirono le forze e allora Tezcatlipoca decise di attirare il Mostro usando come esca il suo enorme piede sinistro. Il Mostro emerse ed ingoiò il piede. Ben presto però si accorse che gli dei lo stavano ingannando e cercò di sputare il piede ma non vi riuscì. Cominciò a dimenarsi e a contorcersi sempre più violentemente, ma il piede penetrò sempre più profondamente dentro di lui. Dopo una furiosa e sanguinosa lotta, finalmente riuscì coi suoi denti acuminati a mordere e a staccare di netto il piede dalla gamba del dio, ma durante l’immane sforzo, furibondo per il terribile dolore, perse la mascella. Così orribilmente mutilato il Mostro non riuscì più a immergersi nelle Grandi Acque e rimase per questo motivo sulla superficie; fu così che sulla sua grossa schiena galleggiante gli dei crearono gli uomini. Tezcatlipoca, rimasto senza il piede sinistro, lo sostituì con una lama di ossidiana, una pietra lucente dei vulcani: esso sprigionava fumo e accecava i suoi nemici, per questo venne chiamato “Specchio fumante”.</p><p class="aaa3">Tezcatlipoca e Quetzalcoatl</p><p>A seconda delle diverse versioni dei miti, Tezcatlipoca compare più volte sottoforma di aspetti differenti come nemico e antagonista di Quetzalcoatl.</p><p>Nella mitologia tolteca, Tezcatlipoca tenta in tutti i modi di scacciare il potente Quetzalcoatl, qui identificato con un sovrano generoso, dalla città di Tollan. Prima assume l’aspetto di un anziano canuto e cerca di vendere al re una pozione che l’avrebbe reso di nuovo giovane e forte. Dopo il rifiuto da parte di Quetzalcoatl, si trasforma in un bel giovane venditore di chili e fa innamorare di sé la figlia del re. Dopo averla sposata, Tezcatlipoca si ricopre d’onori in guerra e affascina il popolo con la sua bravura nel canto e nel ballo; con i suoi poteri scatena una danza sfrenata e molti muoiono precipitando da una rupe. Successivamente prende le sembianze di un giocoliere e riesce a radunare un grandissimo numero di persone intorno a lui; è così che molti muoiono schiacciati dalla folla. Grazie alle sue malefatte riesce ad allontanare il re dalla città, che salpa sul mare con una zattera.</p><p>Nella mitologia azteca invece, Tezcatlipoca si pone in tutti i modi come l’antagonista del dio Quetzalcoatl, troppo generoso e retto. Tezcatlipoca decide di corromperlo. Fingendosi suo amico, Tezcatlipoca offre a Quetzalcoatl un succo fermentato all’agave, molto alcolico e molto forte. Quetzalcoatl, per non offendere l’amico, accetta il dono e beve fino ad ubriacarsi completamente. A causa di ciò, si unisce alla sorella e vive con lei. Quando però rinviene e comprende il suo errore, decide di espiare la sua colpa gettandosi in un rogo.</p><p class="aaa3">Sacrifici a Tezcatlipoca</p><p>Alcuni prigionieri venivano sacrificati a Tezcatlipoca durante combattimenti fittizi. La vittima veniva legata e le veniva fornita un’arma simbolica e inefficace; essa era costretta a morire combattendo contro un numero variabile di guerrieri giaguaro e guerrieri aquila.</p><p>Oltre a queste vittime, ogni anno, a primavera, durante il quinto mese chiamato Toxcatl, veniva offerto in sacrificio un giovane al dio. Il ragazzo che si offriva al dio doveva vestire come Tezcatlipoca per un anno e durante questo periodo gli venivano offerti banchetti, danze e belle donne, destinate ad essere le sue spose. Giunto il giorno del sacrificio, il giovane diventato abile nel canto e nel produrre melodie col suo flauto, veniva sontuosamente abbigliato. Egli usciva allora dalla città e si dirigeva verso il tempio, dove aveva inizio la scala che conduceva in alto. Salito il primo gradino, spezzava il primo dei quattro flauti che portava con se e che rappresentavano l’esistenza terrena; sul secondo spezzava un altro flauto e lo stesso faceva sul terzo e sul quarto gradino. Arrivato sull’altare di pietra su cui ardeva il fuoco sacro, trovava i sacerdoti ad attenderlo. Tenendolo fermo, i sacerdoti con un coltello di ossidiana gli estraevano il cuore dal petto, offrendolo in dono al dio.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004162_tezcatlipoca.html" data-text="Tezcatlipoca" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004162_tezcatlipoca.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004162_tezcatlipoca.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Illuyanka</title><link>http://www.archeoguida.it/004157_illuyanka.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004157_illuyanka.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 Feb 2011 11:34:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Irene Perrotta</dc:creator> <category><![CDATA[Divinita - I]]></category> <category><![CDATA[Mitologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4157</guid> <description><![CDATA[Nella mitologia ittita, Illuyanka era un dragone, custode delle acque sotterranee, che venne ucciso dal dio Tarhunta, l’incarnazione ittita del dio urrita del cielo e della tempesta Teshub. 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Sembra che questo mito venisse recitato durante la festa di primavera del purulli, forse una Grande Festa di Capodanno, come <strong>l’Enūma</strong> <strong>eliš</strong> babilonese. La leggenda che riguarda Illuyanka riporta due varianti.</p><p class="aaa3">Mito</p><p>Nella prima versione del mito, la più antica, Illuyanka si batté contro il dio <strong>Teshub</strong>, il quale venne sconfitto. Allora, per potersi rivalere sull’avversario e per ricevere dei saggi consigli, Teshub si recò da sua figlia Inara. Essa acconsentì a dare un aiuto a Teshub, ma in cambio chiese di poter avere l’amore del mortale <strong>Hupasiyas</strong>. A questo punto Inara escogitò una trappola: organizzò una grande festa ed invitò il dragone, a cui offrì una gran quantità di cibi e bevande facendolo saziare e bere fino a renderlo completamente ubriaco. Allora Hupasiyas catturò Illuyanka e lo imprigionò legandolo. Quando sopraggiunsero Tesub e altri dei, lo uccisero.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4160" title="Illuyanka2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/Illuyanka2.jpg" alt="Illuyanka" width="560" height="241" /></p><p>In una seconda versione del mito, più recente, il violento scontro fra Teshub e Illuyanka fu vinto da quest’ultimo. Il dragone strappò gli occhi e il cuore di Teshub, che rappresentavano la compassione e la comprensione. Teshub meditò allora un’astuta vendetta: sposò la dea Hebat, figlia del mortale Arm, ed ebbe da lei un figlio, Sarruma. Una volta diventato adulto, Sarruma sposò la figlia del dragone Illuyanka. Teshub impose a suo figlio Sarruma di chiedere come regalo di nozze i suoi occhi e il suo cuore, che vennero prontamente donati a Sarruma. Una volta riavuti gli occhi e il cuore, Teshub tornò ad affrontare Illuyanka, ma nel momento in cui stava per sconfiggerlo, Sarruma capì di essere stato usato da suo padre per i suoi scopi. Allora <strong>Sarruma</strong> chiese al padre di prendere anche la sua vita, così Teshub uccise sia Illuyanka che Sarruma scatenando un violento temporale con pioggia e fulmini.</p><p>Questa versione è illustrata su un rilievo scoperto a <strong>Malatya</strong> (datato a 1050-850 a.C. ca) e si trova in esposizione al Museo delle Civiltà anatoliche di Ankara, in Turchia.</p><p>Il mito può essere letto come l’eterna lotta del bene contro il male per ristabilire il naturale ordine di tutte le cose. In questo caso, grazie alla sconfitta di Illuyanka, oltre all’ordine cosmico viene ristabilito anche il controllo delle acque.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004157_illuyanka.html" data-text="Illuyanka" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004157_illuyanka.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004157_illuyanka.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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