<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Lazio</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/luoghi/italia/lazio/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Castel Sant&#8217;Elia: storia, arte e archeologia</title><link>http://www.archeoguida.it/006922_castel-santelia-storia-arte-e-archeologia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006922_castel-santelia-storia-arte-e-archeologia.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:18:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Castel Sant'Elia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6922</guid> <description><![CDATA[Guida storico-artistica e archeologica a Castel Sant’Elia Castel Sant’Elia sorge tra le due importanti vie consolari Cassia e Flaminia, immerso nella cosiddetta Valle Suppentonia: ripide pareti tufacee, gole scavate dai fossi del Rio Vicano e Rio della Ferriera ricche di vegetazione, e la suggestiva rupe che ospita il Santuario di Santa Maria ad Rupes a [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2>Guida storico-artistica e archeologica a Castel Sant’Elia</h2><p><strong>Castel Sant’Elia</strong> sorge tra le due importanti vie consolari <strong>Cassia</strong> e <strong>Flaminia</strong>, immerso nella cosiddetta <strong>Valle Suppentonia</strong>: ripide pareti tufacee, gole scavate dai fossi del Rio Vicano e Rio della Ferriera ricche di vegetazione, e la suggestiva rupe che ospita il <strong>Santuario di Santa Maria <em>ad Rupes</em></strong> a picco sulla valle sottostante fanno da cornice naturale al borgo della Tuscia. Numerose sono le tracce archeologiche ed artistiche che attestano una frequentazione del territorio protrattasi dall’epoca etrusca fino al tardo Medioevo. Compresa nel territorio falisco, è probabile che l’attuale cittadina occupi il sito di un centro minore dello stesso agro, ubicato sulla via che collegava <em>Falerii Veteres</em>a Nepi, ricalcata oggi dal percorso della strada moderna.</p><h4>Via Amerina</h4><p>Poiché lambita dalla <strong>via Amerina</strong>, le evidenze archeologiche di maggiore rilievo sono legate all’antico asse stradale nel tratto della <strong>Località Tre Ponti</strong> che, pur essendo compresa nell’attuale territorio comunale, è in genere strettamente riferita alla vicina <em>Falerii Novi</em>; le caratteristiche dell’architettura funeraria qui presenti sono le stesse delle adiacenti necropoli falische sorte sull’Amerina: sepolture scavate lungo la tagliata tufacea in forma di tombe a vestibolo, colombari, loculi ed arcosolii e la singolare presenza di sepolcri monumentali del tipo “a dado” nella cosiddetta “piazzola”, ovvero un piccolo slargo della strada con funzione di monumento funerario, datato tra la fine del II secolo e gli inizi del I secolo a.C. Degno di menzione è poi il ponte sull’omonimo fosso Tre Ponti, notevole opera di ingegneria, costruito a secco con blocchi di tufo uniti senza l’ausilio di grappe e ad un solo fornice, datato alla seconda metà del III secolo a.C. e ancora perfettamente conservato.</p><p><strong>Approfondisci la <a href="http://www.archeoguida.it/006924_via-amerina.html" target="_blank">Via Amerina</a></strong></p><p>Sporadiche e non monumentali, ma storicamente molto importanti, sono le altre tracce presenti sul territorio attestanti una frequentazione in epoca etrusca: si tratta dei cosiddetti <em>pagi</em>, villaggi costituiti da grotte abitative scavate nel tufo, collegati da percorsi lungo le vallate, abbandonati in epoca romana e riutilizzati nel Medioevo dai primi anacoreti che vi si ritirarono per vivere in solitudine e meditare; tra questi si conservano parzialmente i siti di Castel d’Ischi e Pizzo Jella.</p><h4>Basilica di Sant’Elia</h4><p><img class="alignnone size-full wp-image-6927" title="Castel Sant'Elia. Basilica di Sant'Elia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Castel-SantElia.-Basilica-di-SantElia.jpg" alt="Castel Sant'Elia. Basilica di Sant'Elia" width="600" height="465" /></p><p>A partire dal VI secolo d.C. il paese, chiamato all’epoca <em>Castrum Sancti Heliae</em>, ebbe la funzione di borgo fortificato: è in questo periodo che venne eretto il monumento artisticamente più significativo, la <strong>Basilica di Sant’Elia</strong>. Intorno al 520 sorse in una grande ansa di una gola al centro della Valle Suppentonia, già luogo di preghiera per gli anacoreti che poi abbracciarono la regola di San benedetto, il primitivo edificio sacro ad opera del franco San’Anastasio, a cui si sostituì all’inizio dell’XI secolo la nuova basilica fatta costruire dall’abate <strong>Elia</strong>.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6928" title="Castel Sant'Elia. Lunetta di un portale d'ingresso alla basilica" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Castel-SantElia.-Lunetta-di-un-portale-dingresso-alla-basilica.jpg" alt="Castel Sant'Elia. Lunetta di un portale d'ingresso alla basilica" width="600" height="450" /><br /> Castel Sant&#8217;Elia. Lunetta di un portale d&#8217;ingresso alla basilica</em></p><p>L’edificio segue le forme dell’architettura romanica con notevoli influenza lombarde: la facciata è semplice e lineare, adorna di tre portali, i cui architravi sono decorati con frammenti di plutei marmorei provenienti dalla precedente aula. L’interno è suddiviso in tre navate con transetto e abside centrale ed è diviso da colonne e capitelli provenienti da edifici antichi; notevole appare il pavimento decorato a mosaico opera dei marmorari romani <strong>Cosmati</strong>. L’elemento di maggiore interesse nell’edificio è la decorazione parietale che ricopre l’abside e i transetti di impronta bizantineggiante attribuita ai fratelli romani Giovanni e Stefano, e al nipote Nicola: si alternano soggetti biblici, scene dell’Apocalisse di Giovanni ed episodi della vita di San’Anastasio, le cui reliquie sono custodite nella cripta sottostante.</p><h4>Santa Maria <em>ad Rupes</em></h4><p>Origini coeve e del tutto simili ha il <strong>Santuario di Santa Maria <em>ad Rupes</em></strong>: dalla <strong>grotta di Sant’Anastasio</strong>, luogo di culto dei benedettini, prese vigore un culto mariano protrattosi per secoli; nel XVIII secolo, grazie all’opera di uno dei tanti pellegrini giunti in visita, un tale Giuseppe Andrea Rodio, poi custode del santuario, la grotta, che custodisce all’interno la celebre immagine della Madonna del XVI secolo vicina allo stile del Sassoferrato, venne ampliata e nello stesso tempo fu scavata interamente a mano una scalinata di 144 gradini per raggiungerla più agevolmente; il convento e la chiesa di San Giuseppe in stile gotico sovrastanti tali strutture antiche furono invece realizzati per volere del vescovo sassone Doebbing nel 1894.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006922_castel-santelia-storia-arte-e-archeologia.html" data-text="Castel Sant&#8217;Elia: storia, arte e archeologia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006922_castel-santelia-storia-arte-e-archeologia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006922_castel-santelia-storia-arte-e-archeologia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sutri: storia, arte e archeologia</title><link>http://www.archeoguida.it/006918_sutri-storia-arte-e-archeologia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006918_sutri-storia-arte-e-archeologia.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:09:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Sutri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6918</guid> <description><![CDATA[Guida storico-artistica e archeologica a Sutri E’ difficile stabilire con esattezza l’età del primo insediamento di Sutri, è certo però che, pur trovandosi la città in territorio falisco, per la sua posizione limitanea con l’Etruria vera e propria, fu profondamente permeata dalla cultura etrusca; dall’estensione delle necropoli dell’epoca si deduce che l’abitato preromano non fu [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2>Guida storico-artistica e archeologica a Sutri</h2><p>E’ difficile stabilire con esattezza l’età del primo insediamento di <strong>Sutri</strong>, è certo però che, pur trovandosi la città in territorio falisco, per la sua posizione limitanea con <strong>l’Etruria</strong> vera e propria, fu profondamente permeata dalla cultura etrusca; dall’estensione delle necropoli dell’epoca si deduce che l’abitato preromano non fu di grande dimensioni. Le sue sorti furono del tutto simili a quelle della vicina Nepi: dopo la caduta di <strong>Veio</strong>, l’antica <em>Sutrium</em>, entrò nell’orbita romana per la sua posizione strategica, dedotta come colonia di diritto latino nel 383 a.C., grazie al legame con <strong>Roma</strong> godette per tutta l’età imperiale di floridezza economica.</p><h4>Necropoli</h4><p><img class="alignnone size-full wp-image-6919" title="Sutri Necropoli lungo la via Cassia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Sutri-Necropoli-lungo-la-via-Cassia.jpg" alt="Sutri Necropoli lungo la via Cassia" width="600" height="450" /></p><p>La città antica, che coincide con il centro medievale dell’odierna Sutri, sorge su un pianoro tufaceo di forma approssimativamente triangolare, di essa nulla si conserva nell’abitato moderno tranne alcuni tratti della cinta muraria. Ben più significative sono le testimonianze provenienti dall’architettura funeraria di epoca romana: lungo un costone tufaceo che costeggia l’attuale Via Cassia in direzione di Roma, è visibile un notevole esempio di necropoli rupestre, conservata per una lunghezza di 200 metri. Le sepolture presenti sono 64, disposte anche su più livelli in base alla tipologia; le più significative sono senz’altro le tombe a camera, talvolta a pianta complessa e arricchite da decorazioni architettoniche esterne.</p><h4>Anfiteatro</h4><p><img class="alignnone size-full wp-image-6920" title="Sutri Anfiteatro romano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Sutri-Anfiteatro-romano.jpg" alt="Sutri Anfiteatro romano" width="600" height="450" /></p><p>Ma il monumento di <strong>Sutri</strong> più celebre di età romana è senza dubbio <strong>l’anfiteatro</strong>: l’edificio è databile in età augustea, intorno alla fine del I secolo a.C.; è completamente scavato nel banco tufaceo, nel quale sono state ricavate anche le gradinate; di forma ovale, ha dimensioni modeste e presenta all’estremità dell’asse maggiore due gallerie di accesso all’arena ricoperte con volte a botte. Le gradinate erano suddivise in tre ordini come da tradizione e ad esse si accedeva da quattro <em>vomitoria, </em>ovvero corridoi d’ingresso; la capienza doveva essere di circa 5000 spettatori, mentre per quel che riguarda la destinazione d’uso, è verosimile che ospitasse <em>venationes</em>, battaglie con animali feroci; funzionali agli spettacoli erano le piccole porte ancora conservate lungo il podio che delimita l’arena e conducenti a un ambulacro che segue l’andamento della cavea. All’esterno l’anfiteatro era praticamente privo di una sagoma architettonica riconoscibile, seguendo l’aspetto della collina tufacea; lo caratterizzavano un coronamento di statue e colonne, trovate in frammenti al momento dello scavo nei primi del Novecento.</p><h4>Mitreo</h4><p>Origini romane, ma uso radicalmente mutato nel tempo, ha il cosiddetto Mitreo, diventato fin dal primo Cristianesimo chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, poi alla Madonna, con il nome attuale di Santa Maria del Parto: la divisione in navate, di cui le laterali molto strette, i gradini di fronte all’altare, la nicchia per l’alloggiamento del bassorilievo con Mitra che sacrifica il Toro Cosmico, e la <em>fossa sanguinis</em>, dove versare il sangue sacrificale, sono gli elementi qui presenti e comuni a tutti i luoghi di culto mitraico; quando l’edificio venne trasformato in chiesa, venne aggiunto un vestibolo d’ingresso e le pregevoli decorazioni ad affresco con episodi relativi alla fondazione del santuario di San Michele sul Gargano e realistiche scene di pellegrinaggio al santuario pugliese.</p><p>La fine dell’impero romano segnò l’inizio del tracollo per Sutri, dal quale la città riuscì a sollevarsi sotto la guida dei pontefici: nel 728 infine con la celebre Donazione di Sutri, il re longobardo Liutprando, per ristabilire i rapporti con la Chiesa, donò al papa Gregorio il <em>Castellum Sutriense</em>, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa. Il rinnovato e forte legame con Roma significò per la città un nuovo periodo di crescita politica e culturale; Sutri divenne tappa obbligatoria per quanti, tra cui molti uomini illustri, vescovi, imperatori, erano diretti a Roma, per questo si arricchì di innumerevoli alberghi, locande, ma anche monumenti e chiese che cambiarono il volto dell’antica città. Dalle fonti apprendiamo che l’abitato medievale era articolato su tre colli: l’attuale promontorio cittadino, il Borgo Vecchio e il Colle Savorelli; è nel moderno centro storico che si concentrano la maggior parte di testimonianze storico – artistiche datate dall’epoca medievale: l’edificio che meglio di ogni altro mostra il ruolo importante detenuto da Sutri all’epoca è la cattedrale di Santa Maria Assunta.</p><h4>Cattedrale di Santa Maria Assunta</h4><p>La chiesa, la cui costruzione iniziò nel XII secolo, e che venne consacrata da papa Innocenzo III nel 1207, venne realizzata in stile romanico; numerosi interventi nel corso dei secoli e soprattutto il massiccio rifacimento del Settecento ne mutarono profondamente l’aspetto, tramutandola in un’opera di gusto barocco; dell’edificio primitivo resta la cripta divisa in otto navatelle da colonne con una notevole varietà di capitelli provenienti da edifici antichi e una singolare serie di nicchie affrescate a ricoprire la parete, elemento di probabile ispirazione renana, il pavimento della navata centrale in mosaico opera dei marmorari Cosmati e il presbiterio. La facciata, la divisione in tre navate all’interno e la copertura sono frutto degli architetti settecenteschi di accademia romana.</p><h4>Piazza del Comune</h4><p>Motivi del Settecento ha anche la Piazza del Comune, con il portale decorato sovrastante il sottopasso di accesso all’antico foro e la fontana sul modello del Della Porta realizzata nel 1722. Coeva è anche la famosa Villa Savorelli: la dimora sorge sul colle di San Giovanni, prima proprietà dei nobili Altoviti e dei Papazzurri, ed è affiancata dalla chiesetta barocca di Santa Maria del Monte; presenta tutte le caratteristiche di una villa di campagna a pianta rettangolare, ha una facciata lineare, coronata da un attico liscio e busti marmorei, è circondata da un grande parco che include un giardino all’italiana e un pittoresco bosco, il cosiddetto Bosco sacro, cui si accede dalla villa tramite un ponticello a tre arcate; nel parco sono presenti ruderi di carattere difensivo noti come Castello di Carlo Magno a ricordo del soggiorno in città dell’imperatore, ma datati in realtà al XIV secolo.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006918_sutri-storia-arte-e-archeologia.html" data-text="Sutri: storia, arte e archeologia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006918_sutri-storia-arte-e-archeologia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006918_sutri-storia-arte-e-archeologia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nepi: storia, arte e archeologia</title><link>http://www.archeoguida.it/006913_nepi-storia-arte-e-archeologia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006913_nepi-storia-arte-e-archeologia.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:04:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Nepi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6913</guid> <description><![CDATA[Guida storico-artistica e archeologica su Nepi La città di Nepi sorse con ogni probabilità in epoca orientalizzante, tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., con il nome di Nepet; il centro ebbe una funzione importante nell’antichità in quanto avamposto di Roma, in posizione di confine tra il territorio falisco e quello propriamente [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2>Guida storico-artistica e archeologica su Nepi</h2><p>La città di <strong>Nepi</strong> sorse con ogni probabilità in epoca orientalizzante, tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., con il nome di <em>Nepet</em>; il centro ebbe una funzione importante nell’antichità in quanto avamposto di Roma, in posizione di confine tra il territorio falisco e quello propriamente etrusco, e di controllo di percorsi viari strategici, soprattutto del collegamento nord – sud tra l’agro falisco e Veio: fu proprio per il ruolo di insediamento di frontiera che Nepi fu coinvolta nel lungo scontro tra Roma e Veio nel V secolo che portò alla conquista ad opera dei Romani e alla deduzione della città come colonia di diritto latino nel 373 a.C.; tale condizione mutò nel I secolo a.C. quando la città venne tramutata in municipio godendo quindi di particolari diritti che assicurarono prosperità economica e sicurezza politica per tutta l’età imperiale.</p><p>Le testimonianze archeologiche di epoca falisca e romana sono esigue: la città antica sorgeva dove attualmente è il centro storico su un pianoro tufaceo facilmente difendibile; sulle alture circostanti e lungo le pareti tufacee dei valloni erano situate le <strong>necropoli</strong>, in località Massa, Sante Grotte, Vigna Pentriani e soprattutto san feliziano in cui sono stati rinvenuti sepolcri monumentali di età romana appartenenti ad antichi notabili di <em>Nepet</em>; la città era poi lambita dalla romana Via Amerina, della quale sono conservati tratti di basolato stradale; nulle invece resta delle Terme dei Gracchi che sorgevano sulla stessa Via Amerina nei pressi del cosiddetto Ponre Romano, s enon la menzione delle fonti e l’inconfutabile certezza dovuta alla presenza attuale di numerosi sorgenti prolifiche ancora usate.</p><h4>Catacomba di Santa Savinilla</h4><p>Un monumento in ottime condizioni di conservazione che attesta l’introduzione del Cristianesimo nella città nel IV secolo d.C. e la presenza di una consistente comunità cristiana è la catacomba di Santa Savinilla: ad essa si accede mediante la chiesa di San Tolomeo <em>extra moenia</em>, le caratteristiche fondamentali del sito sono l’imponenza dell’architettura funeraria e la monumentlità dell’impianto; si sviluppa, secondo una pianta nota in ambito romano, in tre gallerie con diramazioni secondarie dall’inusuale larghezza di più di tre metri in alcuni tratti e dalle pareti ricoperte di loculi, arcosolii e nicchioni funerari con tracce di affreschi successivi.</p><h4>Castello quattrocentesco</h4><p><img class="alignnone size-full wp-image-6915" title="Nepi Resti di una torre del castello Borgia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Nepi-Resti-di-una-torre-del-castello-Borgia.jpg" alt="Castello quattrocentesco di Nepi" width="600" height="515" /></p><p>Molto movimentate furono le vicende storiche della città in epoca medievale: Nepi fu a lungo contesa tra i <strong>Goti</strong> e <strong>Narsete</strong> per passare poi nell’VIII secolo in mano ai Longobardi; nell’XI secolo venne conquistata da Roberto il Guiscardo, a cui seguì l’assoggettamento allo Stato Pontificio in quanto città facente parte della Tuscia Romana; in questo arco di tempo si susseguirono alla sua guida le potenti famiglie dei Borgia, dei Farnese e dei Borghese, la cui presenza nei secoli ha fatto sì che la città si arricchisse di monumenti ancora conservati.</p><p>Testimonianza della posizione strategica e di controllo detenuta da Nepi fin dall’età antica e protrattasi nei secoli è la presenza dell’imponente castello quattrocentesco fatto erigere su preesistenti fortificazioni di epoca romana dal<strong> Cardinale Rodrigo Borgia</strong>, governatore fin dal 1456: la rocca di pianta rettangolare è dotata di quattro torrioni angolari di differente grandezza, il perimetro murario è in blocchi di tufo irregolari; all’interno della cinta in un vasto cortile si erge il nucleo principale con un’ampia sala rettangolare e due quadrangolari, svettano poi due torri decorate con stemmi della famiglia Borgia.</p><h4>Cattedrale</h4><p>La <strong>cattedrale</strong>, <strong>dedicata all’Assunta e a San Romano</strong>, è una prova eloquente delle profonde trasformazioni storiche che ha subito la città: eretta su un tempio di Giove, fu distrutta una prima volta dai Longobardi nel 568 e ricostruita più volte nel corso dei secoli subendo notevoli modifiche e aggiunte, come il soffitto cassettonato, l’atrio, la quarta navata: l’aspetto attuale a cinque navate con presbiterio sopraelevato è conseguenza di lavori di ricostruzione del XIX secolo con notevoli opere d’arte, tra cui il sarcofago di San Romano della scuola del Bernini, una tela rappresentante la Madonna del Sassoferrato e un trittico a sportelli nell’abside, opera di <strong>Giulio Romano</strong>. Tra gli altri edifici di culto presenti a Nepi vanno menzionate le chiese di San Pietro, Santa Croce, San Rocco e San Tolomeo.</p><h4>Palazzo Comunale</h4><p>Sempre nel centro cittadino si erge il Palazzo Comunale i cui lavori iniziarono nel 1542 per volere del duca <strong>Pierluigi Farnese</strong> che affidò la direzione del cantiere all’architetto <strong>Antonio da Sangallo</strong> il Giovane, che firmò gli eleganti portici rinascimentali . L’opera fu definitivamente terminata nel Settecento sotto la guida dell’architetto Locatelli.</p><h4>Acquedotto</h4><p><img class="alignnone size-full wp-image-6916" title="Nepi Acquedotto del Settecento" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Nepi-Acquedotto-del-Settecento.jpg" alt="Acquedotto di Nepi" width="600" height="474" /></p><p>Sicuramente il monumento più imponente della città è l’acquedotto: dopo vari tentativi di costruzione condotti fin dal 1500, nel 1702 il cardinale Imperiali affidò il progetto all’architetto Filippo Barigioni: la parte più monumentale che scavalca il vallone del Rio Falisco è lunga 285 metri e si sviluppa su due piani con 36 arcate; ci vollero ben venticinque anni per la conclusione dei lavori e l’inaugurazione nel 1727 è tuttora ricordata dalla fontana scolpita sulla facciata del Palazzo Comunale, dalla quale sgorga l’acqua portata dallo stesso acquedotto.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006913_nepi-storia-arte-e-archeologia.html" data-text="Nepi: storia, arte e archeologia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006913_nepi-storia-arte-e-archeologia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006913_nepi-storia-arte-e-archeologia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tarquinia. Tomba degli Aninas</title><link>http://www.archeoguida.it/006557_tarquinia-tomba-degli-aninas.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006557_tarquinia-tomba-degli-aninas.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 11:30:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Tarquinia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6557</guid> <description><![CDATA[La tomba degli Aninas è situata nel terreno di proprietà Scataglini, al termine del corridoio scavato nella roccia, per estrarne pietra, e su cui si affacciano altri sepolcri (175 solo nel fondo Scataglini), la tomba è costituita da una grande camera quadrangolare con soffitto piano e banchina “a P greco” addossata alle pareti e articolata [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La<strong> tomba degli Aninas </strong>è situata nel terreno di proprietà Scataglini, al termine del corridoio scavato nella roccia, per estrarne pietra, e su cui si affacciano altri sepolcri (175 solo nel fondo Scataglini), la tomba è costituita da una grande camera quadrangolare con soffitto piano e banchina “a P greco” addossata alle pareti e articolata su tre gradini.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6558" title="Tarquinia-tomba-Aninas-01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-01.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="367" /></em><br /> <em>parete di fondo</em></p><p>Il committente fu <strong>Larth Aninas</strong> il quale, stando all’iscrizione etrusca dell’epitaffio, allestì sei loculi per membri della sua famiglia, appartenuti a tre generazioni, plausibilmente tra 300 e 250 a.C.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6559" title="Tarquinia-tomba-Aninas-02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-02.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="389" /></em><br /> <em>parete sinistra. Nell’epitaffio si legga da destra a sinistra: in rosso </em>Aninas<em>, in azzurro </em>avils<em> XXXXIII (cioè 43 anni), in arancio </em>sa suthi<em> (cioè 6 tombe o sarcofagi)</em></p><p>Questa famiglia non compare tra quelle dei notabili di <strong>Tarquinia</strong> ma rientra nell’elenco di quelle nuove aristocrazie formatesi successivamente. Solo un Larth Aninas, omonimo del fondatore e appartenuto alla terza generazione, ricoprì la carica di <em>zilath</em> (magistrato analogo al <em>praetor</em> romano).</p><p>I sarcofagi sono realizzati in calcare, in nenfro e in terracotta (questi di moda ellenistica), alcuni dei quali rappresentano il defunto recumbente, nella classica posa del banchettante dell’aldilà. Un sarcofago presenta decorazioni a tralci su fondo rosso, analogo alle rappresentazioni della ceramica di <strong>Gnathia</strong>.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6560" title="Tarquinia-tomba-Aninas-03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-03.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="502" /></em><br /> <em>parete di fondo, particolare con festoni e scritte, tra cui nel rosso si legge da destra a sinistra </em>Aninas Larth</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6561" title="Tarquinia-tomba-Aninas-04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-04.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="450" /></em><br /> <em>parete destra, sarcofago di una donna della famiglia Aninas</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6562" title="Tarquinia-tomba-Aninas-05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-05.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="450" /></em><br /> <em>sarcofagi sul lato sinistro</em></p><p>La parete sinistra presenta iscrizioni sulle caratteristiche e le cariche onorifiche dei defunti raffigurati in processione. Altri epitaffi sono circondati dalle due figure demoniache e psicopompe di Charun e Vanth.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6563" title="Tarquinia-tomba-Aninas-06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-06.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="450" /></em><br /> <em>processione e scritte sulla parete sinistra</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6564" title="Tarquinia-tomba-Aninas-07" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-07.jpg" alt="Tarquinia tomba degli Aninas" width="600" height="555" /></em><br /> <em>parete sinistra, epitaffio con Charun e Vanth affrontati</em></p><p>La parete destra è quasi del tutto perduta mentre quella di fondo presenta decorazioni a <em>kyma</em> dorico e festoni, di foglie e nastri rossi, che ritornano su alcuni sarcofagi.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6568" title="jpg_-250_Tombe_des_Anina_-_mur_d-entree_-_demons_de_la_mort_Tarquinia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/jpg_-250_Tombe_des_Anina_-_mur_d-entree_-_demons_de_la_mort_Tarquinia.jpg" alt="" width="600" height="338" /></em><br /> <em>Charun e Vanth</em></p><p>Gli stessi accompagnatori inferi si ritrovano sui lati dell’ingresso in funzione di <em>ianitores</em> (uscieri): il grosso malleo e le ali qualifica Charun, dal colorito bluastro e dai capelli rossicci mentre la fiaccola, per illuminare il cammino nell’Ade, e le ali rimandano a Vanth, qui dipinta con la carnagione rosea e il seno scoperto. I nomi di entrambi i personaggi sono scritti tra le gambe di ognuno.</p><p>La mancanza delle braccia, dei due personaggi, rivolte verso la porta è dovuta all’allargamento dell’entrata per fare entrare gli ultimi sarcofagi, di dimensioni maggiori.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6566" title="Tarquinia-tomba-Aninas-10" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-101.jpg" alt="Charun" width="600" height="853" /></em><br /> <em>Charun</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6567" title="Tarquinia-tomba-Aninas-11" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Tarquinia-tomba-Aninas-11.jpg" alt="Vanth" width="600" height="763" /></em><br /> <em>Vanth</em></p><p>Il tratto ricorda molto caricature espressionistiche: il contorno è grosso, l’incarnato poco sfumato, il colore delle vesti è uniforme ma non manca il panneggio. Più sfumature si osservano nel chiaroscuro cromatico di Vanth.</p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>S. STEINGRÄBER 2006, <em>Affreschi etruschi. Dal periodo geometrico all’ellenismo</em>.</li><li>A. NASO 2004, <em>La pittura etrusca</em>.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006557_tarquinia-tomba-degli-aninas.html" data-text="Tarquinia. Tomba degli Aninas" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006557_tarquinia-tomba-degli-aninas.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006557_tarquinia-tomba-degli-aninas.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Civita Castellana. Falerii Veteres: testimonianze archeologiche</title><link>http://www.archeoguida.it/005660_civita-castellana-falerii-veteres-testimonianze-archeologiche.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005660_civita-castellana-falerii-veteres-testimonianze-archeologiche.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 09 Jul 2011 13:27:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Falerii Veteres]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5660</guid> <description><![CDATA[Civita Castellana in un dipinto di Jean-Baptiste Camille Corot (1796–1875) La città di Civita Castellana, sorta in epoca medievale dalle ceneri del centro falisco di Falerii Veteres distrutto dai Romani dopo secoli di abbandono, ha inglobato e spesso cancellato molte delle testimonianze archeologiche pertinenti all’antico sito, un tempo ricco di monumenti, templi e necropoli e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5661" title="Civita Castellana" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Civita-Castellana.jpg" alt="Civita Castellana" width="600" height="419" /></em><br /> <em>Civita Castellana in un dipinto di Jean-Baptiste Camille Corot (1796–1875)</em></p><p>La città di Civita Castellana, sorta in epoca medievale dalle ceneri del centro falisco di <em>Falerii Veteres </em>distrutto dai Romani dopo secoli di abbandono, ha inglobato e spesso cancellato molte delle testimonianze archeologiche pertinenti all’antico sito, un tempo ricco di monumenti, templi e necropoli e sede di maestranze artistiche di pregio. Le poche tracce conservate, talvolta inserite nel tessuto urbano o avvolte dalla campagna circostante, unite alla cospicua quantità di terrecotte architettoniche qui rinvenute e custodite nei musei, bastano però a comprendere la grandezza della città, considerata per il suo primato culturale e politico, capitale dell’agro falisco. I primi scavi condotti a Civita Castellana nell’ambito della realizzazione della Carta Archeologica d’Italia che prese avvio proprio dall’agro falisco e capenate, condotti da nomi autorevoli dell’archeologia quali Cozza, Gamurrini, Pasqui e Mengarelli, individuarono cinque luoghi di culto nelle località Vignale, Scasato, Sassi Caduti e Celle, e resti delle necropoli che circondavano la città.</p><p><strong>Architettura sacra</strong></p><p>Le indagini archeologiche che a partire dalla fine dell’Ottocento hanno interessato la città falisca hanno localizzato i vari siti in cui anticamente sorgevano templi o sacelli, posizionati sia all’interno della cinta muraria sia in posizione extraurbana, i più antichi dei quali risalgono all’epoca arcaica. La caratteristica che unisce questi luoghi di culto, la struttura dei quali è andata perduta, fatta eccezione per il tempio di Giunone in località <strong>Celle</strong>, è il ricco e pregiato apparato decorativo realizzato in terracotta frutto di maestranze locali: il rinvenimento nei pressi di vari templi di matrici per la realizzazione di decorazioni fittili, in particolare antefisse, testimonia che qui avevano sede officine artigiane di livello elevato che realizzarono gli ornamenti in terracotta e che all’occorrenza sostituivano i pezzi rovinati o malriusciti direttamente in loco.</p><p>In località <strong>Vignale</strong> il gran numero di terrecotte portate alla luce ha fatto supporre l’esistenza di due edifici templari; notevoli appaiono i resti di due grandi cisterne, associate al culto qui praticato in onore di Apollo, rinvenute piene di materiale fittile e votivo proveniente dai vicini templi; è probabile che l’altura di Vignale abbia avuto la funzione di acropoli dell’antica <em>Falerii</em>. Anche nell’area dello Scasato, del tutto assorbita dalla città moderna, furono identificati due luoghi di culto che hanno restituito cicli decorativi in terracotta di grande valore artistico; qui sorgeva il più recente dei templi della città, dedicato ad Apollo; della struttura muraria non si conserva nulla, restano invece parti consistenti dell’apparato decorativo ora assemblate insieme nel Museo di Villa Giulia, tra queste una serie cospicua di antefisse rappresentanti divinità maschili e femminili, un elegante acroterio a palmetta, ma soprattutto il celebre busto di Apollo ispirato alla scultura greca di Lisippo.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5666" title="Modello di tempio falisco " src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Modello-di-tempio-falisco-eseguito-da-Adolfo-Cozza-Giardino-del-Museo-di-Villa-Giulia.jpg" alt="Modello di tempio falisco eseguito da Adolfo Cozza Giardino del Museo di Villa Giulia" width="600" height="803" /></em><br /> <em>Modello di tempio falisco eseguito da Adolfo Cozza. Giardino del Museo di Villa Giulia</em></p><p>L’altro santuario dello <strong>Scasato</strong>, uno dei più antichi di <em>Falerii</em>, era dedicato a Minerva: identificato in seguito ad uno scavo fortuito nel 1924, che portò alla luce imponenti resti di mura in opera quadrata oggi andati perduti, ha restituito un notevole gruppo di altorilievi fittili ed eccellenti statue raffiguranti divinità tra cui il busto di Giunone datato agli inizi del IV secolo a.C., ricco di dettagli iconografici e recante ancora consistenti tracce di colore. In posizione extraurbana, nel fondo di una stretta valle appena fuori dall’abitato, agli inizi del Novecento fu scoperto un tempio dedicato a Mercurio. La divinità titolare del tempio è stata identificata grazie al rinvenimento di un frammento di acroterio raffigurante senza dubbio Ermes, inoltre questa divinità, dopo essere stata recepita in ambiente italico, assunse una nuova connotazione di protettore di commerci, cosa che ben si addice al tempio in questione posto fuori dalle mura lungo un’importante via di comunicazione e di scambi commerciali.</p><p>Il santuario più noto tra quelli presenti nell’antica <em>Falerii</em> sorgeva in località Celle ed era dedicato a Giunone Curite, divinità protettrice di tutto il popolo falisco; rinvenuto come gli altri in modo fortuito, rappresenta l’unico edificio sacro di cui è stato possibile conoscere la pianta, appartenente al tipo etrusco – italico (Etruschi: tempio), dedotta dal rinvenimento di resti architettonici: gli studi sulla struttura hanno identificato due fasi costruttive, la prima in cui il culto veniva praticato in un antico sacello ad <em>oikos</em>, di cui è stata rinvenuta la testa della possibile statua di culto in tufo coronata da foglie di bronzo; la seconda, datata alla seconda metà del IV secolo, quando il santuario assunse forme più monumentali senza però intaccare il sacello originario, di cui restano le imponenti fondazioni. Il tempio doveva avere pianta tripartita, preceduto da un pronao con due file di colonne, orientato verso sud – est e interamento decorato da un ricco rivestimento fittile. Poco distante dal tempio, sul cosiddetto Fosso dei Cappuccini, sorgeva una singolare area sacra, nota come Ninfeo Rosa, dal nome del conte Rosa, antico proprietario del terreno: al momento dello scavo nel 1873 furono scoperte due caverne scavate nel tufo colme di ex voto collegate ad una ampia vasca di raccolta delle acque, che non lasciano dubbi sul culto qui praticato legato alla acque e alle loro proprietà benefiche e salutari di cui gli italici erano fermamente convinti.</p><p><strong>Architettura funeraria</strong></p><p>Intorno alla città di <em>Falerii </em>sorgevano numerose necropoli: le tipologie architettoniche e i corredi in esse emersi costituiscono una fondamentale testimonianza nella ricostruzione della cultura e della vita del centro falisco dall’epoca del suo primo insediamento nell’età del Ferro fino alla distruzione nel III secolo a.C.. Il sepolcreto più antico, datato all’VIII secolo e utilizzato fino al VII, è quello di Montarano situato a nord dell’altura di Vignale, luogo in cui prese vita il primo nucleo abitativo. In questa necropoli è documentato sia il rito dell’incinerazione, con numerose tombe a pozzo che ospitavano urne cinerarie di varia foggia, sia il rito dell’inumazione, con tombe a fossa semplice o fossa con loculo dotate di corredi. La presenza dei corredi è di fondamentale importanza nell’individuazione del sesso del defunto: oggetti da banchetto e strumenti di filatura attestano sepolture femminili, armi in ferro e bronzo caratterizzano le sepolture maschili.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5662" title="Necropoli di Terrano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Necropoli-di-Terrano.jpg" alt="Necropoli di Terrano" width="600" height="498" /></em><br /> <em>Necropoli di Terrano</em></p><p>Quando nel VII secolo gli abitanti dell’altura di Vignale occuparono il vicino pianoro, su cui si è poi sviluppato in epoca medievale il centro di Civita Castellana, <em>Falerii</em> si dovette dotare di nuovi sepolcreti, localizzati nel versante sud dell’abitato, fuori dalla cinta muraria. Sorsero in quest’epoca le necropoli della Penna e di Valsiarosa; nella necropoli della Penna, del tutto assorbita dalla città moderna e ora non più visibile, furono individuate negli scavi di fine Ottocento, le prime tombe a camera comparse precocemente nella città in epoca orientalizzante; anche nella vicina necropoli di Valsiarosa furono rinvenute sporadiche tombe a fossa, ma soprattutto a camera, che dal VII secolo si protraggono fino alla conquista romana. Non distante dalle due necropoli nel 1904 apparse casualmente in seguito a lavori agricoli una piccola necropoli che dal ponte presente nelle immediate vicinanze è stata definita di Ponte Lepre: in essa furono scoperte cinque sepolture a camera con loculi datate dall’epoca arcaica al IV secolo, che hanno restituito ricchi corredi composti da pregevole vasellame bronzeo, ceramica attica e resti di un carro.</p><p>Interessanti i sepolcreti di Colonnette e Celle situati a nord della città: in essi furono scoperte solo tombe a camera dai corredi talvolta eccezionali: dalla tomba 4 della necropoli delle Colonnette proviene infatti il celebre Cratere dell’Aurora, datato al secondo quarto del IV secolo, in cui è rappresentato il rapimento di Kephalos portato in cielo sulla quadriga di Aurora, esposto al Museo di Villa Giulia.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5667" title="Necropoli di Terrano Interno di tomba a camera" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Necropoli-di-Terrano-Interno-di-tomba-a-camera.jpg" alt="Necropoli di Terrano Interno di tomba a camera" width="600" height="450" /></em><br /> <em>Necropoli di Terrano. Interno di tomba a camera</em></p><p>Tutte queste necropoli, scavate ormai in tempi lontani, sono state nel tempo inglobate dalla città, anche se splendidamente documentate dai ricchi corredi conservati; l’unica eccezione è costituita dalla necropoli di Terrano: essa si estende sui costoni di un ripido pianoro tufaceo vicino all’abitato, delimitato dallo scorrere di due ripidi corsi d’acqua; il luogo impervio e la posizione defilata ne hanno permesso la conservazione pressoché intatta. Il sepolcreto si cominciò ad utilizzare dal V secolo in poi; l’architettura ripete qui le più diffuse forme presenti sul territorio falisco: un <em>dromos</em>, scavato nel tufo con funzione di ingresso, conduce alla camera a pianta quadrangolare, la cui porta di accesso doveva in origine essere chiusa con una lastra di pietra; nel mezzo un pilastro, ricavato dalla roccia, fa assumere all’ambiente una singolare forma “a ferro di cavallo”; sulle pareti si aprono i loculi per le deposizioni, chiusi da tegole ormai del tutto perdute.</p><p><strong>Acropoli di Vignale</strong></p><p>Il colle di Vignale, difeso naturalmente dalle rupi che lo circondano e che costituiscono una barriera naturale, proprio per la sua funzione strategica fu scelto come primo nucleo abitativo della futura capitale falisca, assumendo col tempo il ruolo di acropoli. L&#8217; abbondanza di materiale fittile ritrovato sul terreno conferma infatti che Vignale fu un sito abitato almeno a partire dall&#8217; età arcaica. Tutto il colle è attraversato da una fitta rete di cunicoli larghi circa 60 cm ed alti 1,80 cm che si collegano con pozzi a pianta rettangolare e a volte con cisterne ipogee scavate nel tufo a pianta quadrangolare e circolare.</p><p>Le testimonianze archeologiche più evidenti che attestano la frequentazione del sito, sia come complesso abitativo che cultuale, sono due imponenti cisterne, denominate convenzionalmente cisterna meridionale e settentrionale. Le due strutture hanno forma rettangolare; il loro legame con i templi è confermato dal rinvenimento all’ interno e nei loro pressi di terrecotte architettoniche e votive, è quindi probabile che siano state utilizzate come scarichi dei santuari al momento del loro abbandono. Le cisterne presentano caratteristiche comuni: oltre alla pianta, sono entrambe orientate con i lati brevi in direzione nord-ovest/sud-est, scavate nella roccia e largamente integrate con muratura in opera quadrata. La loro funzione idrica originaria è provata sia dalla presenza di cunicoli che comunicano con l&#8217; interno della roccia, sia dal rivestimento di cocciopesto di cui oggi si conservano poche tracce; ad esse si accedeva mediante grandi rampe.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5665" title="Cisterna-settentrionale-acropoli-Vignale" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Cisterna-settentrionale-acropoli-Vignale.jpg" alt="Cisterna-settentrionale-acropoli-Vignale" width="600" height="450" /></em><br /> <em>Cisterna settentrionale sull-acropoli del Vignale</em></p><p>Le parti in muratura sono costruite da filari di massicci blocchi di tufo che presentano affinità con quelli impiegati nella costruzione delle mura del colle, di cui resta soltanto un esiguo tratto di cinque filari sul versante meridionale dell’altura. Lungo le pareti di tufo che delimitano Vignale sono visibili tagli artificiali e cavità di epoca falisca oggi quasi del tutto ricoperte da crolli della roccia e dalla fitta vegetazione, mentre lungo il ciglio del pianoro sono conservate numerose camere ipogee scavate nella roccia note come insediamento di “San Cesareo”, databili in epoca tardomedievale; nell&#8217; angolo sud-ovest è presente inoltre un complesso tombale di cui è visitabile solo una piccola tomba a camere a pianta rettangolare.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005660_civita-castellana-falerii-veteres-testimonianze-archeologiche.html" data-text="Civita Castellana. Falerii Veteres: testimonianze archeologiche" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005660_civita-castellana-falerii-veteres-testimonianze-archeologiche.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005660_civita-castellana-falerii-veteres-testimonianze-archeologiche.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tivoli: tomba della Vestale Cossinia</title><link>http://www.archeoguida.it/005218_tivoli-tomba-della-vestale-cossinia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005218_tivoli-tomba-della-vestale-cossinia.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 May 2011 14:35:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5218</guid> <description><![CDATA[A Tivoli, lungo l’antica Via Valeria, nel 1929 fu ritrovato il monumento funebre di Cossinia, della sacerdotessa di Vesta. La tomba si presenta come un’ara con pulvini che si erge su cinque alti gradoni. Al momento dello scavo si trovarono i resti della defunta inumati in un sarcofago di marmo insieme ad una bambolina di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5219" title="tivoli-tomba-vestale-Cossinia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/tivoli-tomba-vestale-Cossinia.jpg" alt="TIVOLI, TOMBA DELLA VESTALE COSSINIA" width="600" height="393" /></p><p>A <strong>Tivoli</strong>, lungo l’antica <strong>Via Valeria</strong>, nel 1929 fu ritrovato il monumento funebre di <strong>Cossinia</strong>, della sacerdotessa di Vesta. La tomba si presenta come un’ara con pulvini che si erge su cinque alti gradoni. Al momento dello scavo si trovarono i resti della defunta inumati in un sarcofago di marmo insieme ad una bambolina di osso e a gioielli d’oro. La bambolina reca le fattezze di Giulia Domna (193-211 d. C.), periodo al quale quindi il monumento si dovrebbe datare anche in base alla sepoltura a inumazione e non più a incinerazione.</p><p>Il monumento doveva essere quasi sicuramente completato da una statua di Cossinia. Come si apprende dall’epigrafe, Cossinia originaria di Tivoli e figlia di Lucio, fu sepolta in quel luogo per volontà del Senato, dopo aver servito la dea Vesta per ben sessantasei anni. Il culto di <strong>Vesta</strong> consisteva nel tenere sempre acceso il fuoco sacro, espressione della dea stessa e per questo motivo nei templi non vi erano statue con le sue fattezze.</p><p>Le <strong>Vestali</strong> erano sei ed erano obbligate, durante il sacerdozio che durava almeno trent’anni, alla castità; la punizione prevista per coloro le quali trasgredivano a questo obbliga era quella di venir sepolte vive nel <em>Campus Sceleratus</em>.</p><p>Se invece facevano spegnere il fuoco, erano fustigate dal <strong>Pontefice Massimo</strong>.</p><div id="_mcePaste" class="mcePaste" style="position: absolute; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden; top: 0px; left: -10000px;">﻿</div><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005218_tivoli-tomba-della-vestale-cossinia.html" data-text="Tivoli: tomba della Vestale Cossinia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005218_tivoli-tomba-della-vestale-cossinia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005218_tivoli-tomba-della-vestale-cossinia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fabrica di Roma (Vt). Falerii Novi</title><link>http://www.archeoguida.it/005203_fabrica-di-roma-falerii-novi.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005203_fabrica-di-roma-falerii-novi.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 May 2011 14:20:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5203</guid> <description><![CDATA[Falerii Novi, attualmente compresa nel comune di Fabrica di Roma (Viterbo), sorse dopo la definitiva sconfitta di Falerii Veteres nel 241 a.C. ad opera delle truppe romane, in seguito alla quale l’antica capitale falisca venne distrutta e la popolazione fu obbligata a trasferirsi nella città creata ex novo in una zona poco distante pianeggiante e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Falerii Novi</strong></em>, attualmente compresa nel <strong>comune di Fabrica di Roma </strong>(Viterbo), sorse dopo la definitiva sconfitta di <em><strong>Falerii Veteres</strong></em> nel 241 a.C. ad opera delle truppe romane, in seguito alla quale l’antica capitale falisca venne distrutta e la popolazione fu obbligata a trasferirsi nella città creata <em>ex novo</em> in una zona poco distante pianeggiante e del tutto priva di possibili difese naturali; un sito quindi più facilmente controllabile per i Romani rispetto a quello originario naturalmente protetto grazie alla particolare conformazione dell’ambiente con le sue ripide pareti tufacee.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5205" title="Falerii-Novi-Resti-della-cinta-muraria" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Falerii-Novi-Resti-della-cinta-muraria.jpg" alt="" width="600" height="450" /></em><br /> <em>La cinta muraria</em></p><p>Durante tutto il Medioevo la città non sfuggì alle invasioni barbariche che dal III – IV secolo d.C. si rovesciarono a ondate sulle terre di tutto l’impero: dapprima i Longobardi sotto la guida del re <strong>Desiderio</strong> alla fine dell’VIII secolo, in seguito i <strong>Normanni</strong>, che nel X secolo distrussero <em>Falerii Novi</em>, priva com’era di baluardi naturali; in seguito alla disfatta gli abitanti dovettero cercare rifugio nella loro vicina città madre abbandonata ormai da secoli, dando così origine al nucleo medievale di <strong>Civita Castellana</strong>. Nel 1143 la città, priva della popolazione, venne trasformata in monastero dai padri Benedettini a cui seguirono i <strong>Cistercensi</strong>; lasciata anche da questi intorno al 1400, fu affidata per tutto il XVI secolo a vari cardinali per poi cadere in uno stato di completo abbandono.</p><h3>Testimonianza di epoca romana</h3><p>Le vicissitudini storiche della città trovano tangibile testimonianza nelle vestigia architettoniche che dall’epoca romana si protraggono fino al pieno Medioevo, monumentali nell’aspetto, pur non vantando uno stato di conservazione ottimale. L’originaria grandiosità della città è visibile già dall’imponente cinta muraria lunga 2,400 Km: le mura, che delineano un perimetro pressoché trapezoidale, furono costruite in opera isodoma di tufo rosso, materiale presente in abbondanza nella zona, e rinforzate da cinquanta torri difensive a pianta quadrata.</p><p>L’accesso alla città avveniva per mezzo di <strong>quattro imponenti porte </strong>poste in corrispondenza degli assi viari principali, e di altre cinque secondarie; l’unica sopravvissuta è la cosiddetta <strong>Porta di Giove</strong>, così chiamata per la scultura del dio che orna la chiave di volta dell’arco, che in origine collegava <em>Falerii Novi </em>alla selva Cimina; tale ingresso è fiancheggiato da due torri, e poiché era il più importante, fu costruito utilizzando pregiato peperino in sostituzione del comune tufo. L’area urbana compresa nel perimetro murario mostra un impianto regolare basato su due assi viari principali, di cui la via Amerina era il cardine massimo: purtroppo tutte le costruzioni che popolavano la città sono scomparse; resta solo un podio probabilmente pertinente ad un edificio pubblico, mentre il teatro, ormai interrato, è solo visibile da foto aeree per l’avvallamento del terreno che ne indica la presenza.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5207" title="Porta-di-Giove-Falerii-Novi" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Porta-di-Giove-Falerii-Novi.jpg" alt="Porta di Giove" width="600" height="648" /></em><br /> <em>Porta di Giove</em></p><p>Monumentali e ancor ben visibili risultano incede le necropoli che sorsero intorno all’abitato a partire dal III secolo a.C., distribuite lungo le strade che collegavano la città agli altri centri del territorio: le necropoli di<strong> Pian di Cava </strong>e dei <strong>Pontoni</strong> lungo la strada per Sutri, la necropoli dei Tre Camini lungo la via per <em>Falerii Veteres</em> e il grande complesso sepolcrale dislocato a nord e a sud della città lungo la<strong> via Amerina</strong>. L’architettura funeraria della zona è estremamente ricca di forme, poiché la possibilità di scavare agilmente le lunghe pareti tufacee ha permesso la realizzazione delle più varie tipologie sepolcrali: sui fianchi degli assi viari si susseguono a ritmo serrato loculi, arcosolii, colombari, tombe a camera dalla pianta anche complessa.</p><p>Tra le tombe più significative va ricordata nella <strong>necropoli dei Tre Camini </strong>la cosiddetta <strong>Tomba del Peccato</strong>, tipica tomba rupestre a portico, con la fronte del vestibolo scandita da tre archi poggianti su pilastri, decorata all’interno con un’ampia modanatura. Durante lo scavo d’emergenza resosi necessario in seguito al crollo del vestibolo, sono state qui portate alla luce due sculture, ora custodite presso il Museo Archeologico dell’Agro Falisco di Civita Castellana; i due pregevoli pezzi rappresentano un leone funerario a tutto tondo, di cui resta la sola parte anteriore, e una protome di Medusa, dello stile bello, scolpita in altorilievo sul lato breve di un blocco a forma di parallelepipedo, forse posti qui come simbolici custodi della tomba. </p><h3>Testimonianze epoca tardoantica e medievale</h3><p>La presenza a poca distanza dalla <strong>Porta di Giove </strong>di una catacomba cristiana risalente al IV – V secolo d.C., oltre ad attestare la presenza di una cospicua comunità cristiana a <em>Falerii Novi</em>, mostra la continuità nell’utilizzo sepolcrale delle aree adiacenti alla città nel corso dei secoli: secondo la tradizione qui sarebbero stati sepolti i <strong>martiri Gratiliano</strong> e <strong>Felicissima</strong>, da cui il nome del cimitero. La caratteristica principale del luogo è l’inconsueta ampiezza delle quattro gallerie, che in alcuni tratti raggiunge i tre metri, lungo le pareti delle quali sono scavati loculi in origine chiusi da grandi tegole in terracotta, tombe a “mensa” e ad arcosolio; di fronte alla catacomba sono conservati i resti di una chiesa che potrebbe essere identificata con quella di S. Gratiliano nota dalle fonti medievali.</p><p>Ultimo monumento a conservarsi in ordine di tempo a <em>Falerii Novi </em>è la chiesa romanica di<strong> Santa Maria di Falleri</strong>, costruita nel XII secolo; si tratta di uno splendido edificio a cinque absidi con annesso un convento, realizzata con materiali frutto della sistematica spoliazione degli edifici della città romana.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5206" title="Santa-Maria-in-Falleri-Absidi" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Santa-Maria-in-Falleri-Absidi.jpg" alt="Santa Maria di Falleri" width="600" height="711" /></em><br /> <em>Santa Maria di Falleri, le absidi</em></p><p><em>(tutte le foto sono: ph. cortesia dell&#8217;autrice)</em></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005203_fabrica-di-roma-falerii-novi.html" data-text="Fabrica di Roma (Vt). Falerii Novi" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005203_fabrica-di-roma-falerii-novi.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005203_fabrica-di-roma-falerii-novi.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tivoli</title><link>http://www.archeoguida.it/004802_tivoli.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004802_tivoli.html#comments</comments> <pubDate>Thu, 21 Apr 2011 10:32:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Saverio Malatesta</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Tivoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4802</guid> <description><![CDATA[Claude Lorrain, Vista ideale di Tivoli Un vero e proprio scrigno, magari piccolo, ma pieno di gioielli, un paese esso stesso gioiello, antichissimo, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Fondatore ne sarebbe stato un Tiburno o Tiburto, personaggio mitico originario di Argo, coinvolto nella guerra di Troia, secondo Virgilio; oppure un certo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img title="Claude Lorrain Vista ideale di Tivoli" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/Claude-Lorrain-Vista-ideale-di-Tivoli.jpg" alt="Claude Lorrain Vista ideale di Tivoli" width="600" height="402" /><br /> Claude Lorrain, Vista ideale di Tivoli</em></p><p>Un vero e proprio scrigno, magari piccolo, ma pieno di gioielli, un paese esso stesso gioiello, antichissimo, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Fondatore ne sarebbe stato un <em>Tiburno</em> o <em>Tiburto</em>, personaggio mitico originario di Argo, coinvolto nella guerra di Troia, secondo Virgilio; oppure un certo <em>Catillo</em>, comandante della flotta di Evandro, per Catone; probabile insediamento siculo, infine, per lo storico Dionigi di Alicarnasso. L’orgoglio di esistere prima della Città Eterna fu comunque forte, tanto da contrapporla implacabilmente all’espansione di Roma, con la quale pure condivide alcune caratteristiche basilari. Come l’Urbe, essa sorse su di un punto di transito vincolante, lungo i percorsi di transumanza dai monti abruzzesi alle piane laziali, con funzione preminente dal punto di vista strategico ed economico; va considerato, inoltre, che l’Aniene era di certo navigabile dalla confluenza del Tevere fino al poco distante Ponte Lucano, accentuando la vocazione della città a crocevia di differenti tragitti commerciali. Tale sinergia di elementi rese Tivoli una delle avversarie più pericolose e più ostinate di Roma, capace all’occorrenza di coagulare intorno a sé alleanze in chiave antiromana: fino al 338 a.C., quando il Lazio fu definitivamente posto sotto l’egida dell’Urbe, costituì una continua spina nel fianco e, sebbene dopo la conquista non rappresentasse più un pericolo, indomita offrì ospitalità ad Antonio ed alle sue legioni durante la contrapposizione di quest’ultimo contro Ottaviano, il futuro Augusto, che tuttavia si servì del tesoro del Santuario di Ercole per finanziare la guerra proprio contro Antonio.</p><p>Un astio tanto forte fu paradossale contraltare alla preferenza accordata dalla nobiltà romana, già dal II secolo a.C. e soprattutto a partire dal I secolo d.C., agli incredibilmente suggestivi luoghi che il panorama tiburtino offriva (1); ma non si spense che molto tempo dopo. Coinvolta nelle guerre greco-gotiche (525-553), divenendo una roccaforte dei Goti che vi si asserragliarono per avere un caposaldo vicinissimo a Roma, saccheggiata dai Saraceni nell’846, venne continuamente contesa tra le famiglie nobili romane, in special modo gli Orsini ed i Colonna, parteggiando per questi ultimi, ghibellini, fin dal loro eclatante scontro con papa Bonifacio VIII nel 1290: le sue simpatie filo-imperiali contro il potere papale, erede di quello romano, avevano avuto già modo di concretizzarsi nell’erezione di una poderosa cinta muraria per volontà dell’imperatore Federico Barbarossa, ora riconoscibile presso Porta del Colle. Fu solo nel Rinascimento che la città cedette al potere temporale pontificio: emblematica fu la costruzione della Rocca Pia, tuttora svettante all’ingresso nell’odierna Tivoli, voluta da Pio II Piccolomini nel 1461, ma fu nella costruzione della meravigliosa Villa d’Este, per volontà del potentissimo cardinale Ippolito d’Este, che si incarnò la sottomissione al Papato. Si inserirono su questa scia gli interventi del 1835, con l’apertura dei cunicoli gregoriani, atti a frenare le rovinose inondazioni dell’Aniene, e la sistemazione monumentale della zona con la formazione dell’incantevole Villa Gregoriana.</p><p>È dunque la commistione tra antichità e Rinascimento, rovine romane e costruzioni neoclassiche, sensibilità degli uomini e meraviglie della natura, a rendere tanto preziosa questa piccola perla incastonata sulle prime alture della valle dell’Aniene.</p><h2><strong>Alla scoperta di Tivoli </strong></h2><p>Il tessuto urbano di Tivoli è la risultante di una continuità di vita ininterrotta dal IX secolo a.C. ad oggi. Lì dove si erge la monumentale Rocca Pia e l’Ospedale Regionale, infatti, è stata rinvenuta una necropoli dell’Età del Ferro, caratterizzata dalla presenza di tombe a circolo: le sepolture, di forma appunto circolare, erano a fossa, scavate nel terreno naturale, dotate di ricco corredo e poi rivestite e coperte da pietre. Alcune caratteristiche le assimilano a modelli sabellici, sottolineando la particolarità di città di frontiera di Tivoli, ossia la compresenza di diversi elementi derivanti da culture che qui si incontravano. Tale persistenza insediativa, come in tutti i siti sviluppatisi su sé stessi, ha implicato un continuo riutilizzo dei materiali, e passeggiare tra gli edifici della parte antica può comportare una serie di piacevoli sorprese.</p><p>È difficile circoscrivere l’antica estensione di <em>Tibur</em> &#8211; il nome latino della città, da cui derivò quello della via che ad essa conduceva, la via Tiburtina – in quanto problematico è ricostruire il tracciato della cinta muraria più remota, connessa all’insediamento probabilmente di VII-VI secolo a.C.; più agevole è la definizione del circuito difensivo collocabile tra il IV ed il III secolo a.C., in opera quadrata di travertino e tufo. Vi si aprivano verosimilmente sei porte, le più importanti delle quali dovevano essere <strong>Porta Maggiore</strong> &#8211; della quale si conserva la spalla di un arco riconducibile al I secolo d.C., e parte dell’attico, di età tardo-imperiale &#8211; e Porta Variana, verso oriente, punti di accesso in città della via Tiburtina-Valeria (2), ricalcata dalle attuali vie del Colle, di San Valerio e della Sibilla: la via Tiburtina odierna risulta difatti discostata dal tracciato romano, che si inerpicava lungo l’altura sulla quale sorge <em>Tibur</em> seguendo due percorsi, le attuali Strada degli Orti e Strada Tartaro. Il secondo era il più antico, mentre il primo, che rettificava il tratto precedente, passava al di sotto del Santuario di Ercole, tramite una galleria; nel 1349, a causa di un terremoto, tale <em>via tecta</em> (via coperta) divenne inagibile, ed il traffico si spostò lungo la via utilizzata in precedenza; lo sviluppo urbanistico successivo, però, spostò il centro della vita cittadina verso sud, portando all’abbandono dei due tratti esaminati, ed alla formazione dell’odierno accesso cittadino.</p><p>Partendo da valle, salendo verso Tivoli, procedendo dunque lungo la Strada degli Orti, ci si imbatte sulla destra nel cosiddetto <strong>Tempio della Tosse</strong>, una grande aula cilindrica a due ordini sovrapposti, sormontata da una cupola con occhio centrale; all’interno una serie di nicchie e di absidi movimenta l’andamento delle pareti. Studi recenti hanno interpretato l’edificio, databile al IV secolo d.C. ed impostato su di un precedente edificio a pianta rettangolare del I secolo a.C., come atrio monumentale collocato ad ingresso di una villa. Nel Medioevo venne trasformato nella chiesa di Santa Maria di Porta Scura, cui probabilmente afferiscono i resti di pitture ancora visibili in alcune delle nicchie interne.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4805" title="tivoli-Veduta Interna del Tempio della Tosse" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/tivoli-Veduta-Interna-del-Tempio-della-Tosse.jpg" alt="Veduta Interna del Tempio della Tosse, incisione di G. B. Piranesi" width="600" height="829" /><br /> Veduta Interna del Tempio della Tosse</em>, incisione di G. B. Piranesi</p><p>Avanzando lungo la salita, dopo qualche centinaio di metri si oltrepassa la già citata Porta del Colle – si notino a proposito i resti di mura medievali visibili sulla destra – per giungere immediatamente al <strong>santuario di Ercole Vincitore</strong>: chiuso per lunghissimo tempo al pubblico al fine di rivalorizzarne i ruderi, verrà finalmente aperto tra qualche mese (3). Il complesso venne riconosciuto da Pirro Ligorio come la villa di Augusto, mentre successivamente venne proposta l’identificazione con la villa di Mecenate (ecco perché la cartiera che qui vi fu impiantata prese il nome di Cartiera Mecenate); data la vastità della struttura, in parte venne occupata dal monastero di San Giovanni in Votano, fino al 1571, in parte da una ferriera, alla quale succedette una serie di altre fabbriche fino alla suddetta cartiera. Tutto l’insieme, inutile dirlo, venne inoltre utilizzato come cava di materiali: è il motivo per cui, in tutta Tivoli, in special modo nell’area tra San Silvestro e piazza D. Tani, si ritrova una gran quantità di epigrafi collegate ad Ercole, facendo supporre nel passato una diversa locazione, erronea, del santuario. Nonostante tali spoliazioni e riutilizzi, desta ancora stupore per la sua grandiosità: ricordato spesso dagli autori antichi, sede di un oracolo, doveva certamente rivestire un ruolo di notevole importanza, sia per il culto, legato alla figura mitica di un eroe venerato in tutto il Mediterraneo e connesso con le greggi, le transumanze ed i commerci in generale, sia per la posizione, letteralmente a cavallo della via Tiburtina – unico accesso alla regione orientale, come si è detto in precedenza – che vi passava al di sotto lungo una galleria larga otto metri ed illuminata da svariati lucernari. Grandiose sostruzioni garantivano un’area terrazzata di circa tre ettari, inserendo così il santuario all’interno di un gruppo di complessi sacrali analoghi, quali il tempio di Giove <em>Anxur</em> a Terracina ed il santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, che facevano della disposizione scenografica delle proprie strutture, mediante quinte architettoniche, terrazzamenti, porticati, la propria caratteristica saliente. La monumentalità dell’impianto tiburtino è garantita dalla vastità dell’area centrale, circondata su tre lati da portici e sul quarto, aperto verso la pianura, ospitante una cavea teatrale dal diametro di sessanta metri, al cui emiciclo faceva da fondale il tempio vero e proprio, su altissimo podio, con cella tripartita, centro del santuario. Della ricchezza dell’apparato scultoreo è possibile farsi un’idea grazie alla celebre statua del cosiddetto “generale di Tivoli”, un non meglio identificato personaggio romano, ed un ritratto di Alessandro Magno assimilato ad Ercole, conservati entrambi nel Museo Nazionale Romano. Edifici e sculture si datano tra il II secolo a.C. e la prima età augustea, periodo nel quale il culto dell’eroe fu particolarmente sentito: Augusto ne fu affezionato ammiratore, tanto che, durante i suoi soggiorni tiburtini, era solito amministrare la giustizia nel santuario, arrivando ad unificare la venerazione della propria figura a quella del semidio.</p><p><em><strong><img class="alignnone size-full wp-image-4807" title="tivoli-Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/tivoli-Ricostruzione-del-Santuario-di-Ercole-Vincitore-.jpg" alt="Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore" width="600" height="424" /><br /> </strong>Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore</em></p><p>Poco dopo il santuario, è possibile osservare i resti di un magnifico <strong>criptoportico</strong> in opera incerta, diviso in due navate da una fila di pilastri, visibile nelle cantine e sulla fronte della scarpata che guarda l’Aniene, dove si sviluppa in una successione di arcate di notevole suggestione; funge da sostruzione della moderna piazza D. Tani ed è probabile che la sua realizzazione, unitamente ad altri edifici di medesima tecnica costruttiva individuabili lungo la cinta muraria del IV secolo a.C., sia da porre in correlazione con una serie di interventi effettuati durante il II secolo a.C. conseguenti alla creazione del complesso santuariale di Ercole. Le notevoli alterazioni derivanti dagli svariati utilizzi da parte dei privati, che hanno frazionati gli ambienti interni, non rendono la struttura immediatamente comprensibile, tuttavia se ne può dedurre la duplice funzione, strutturale ed urbanistica, dalla ricchezza delle decorazioni superstiti, per cui, oltre a sorreggere il sovrastante foro, permetteva ai cittadini di avere una splendida veduta sulla valle del fiume tiburtino.</p><p>Continuando sempre sulla stessa via, si giunge nell’area in cui si trova l’antico foro, cui si accede tramite l’<strong>arco di Santa Sinforosa</strong>, monumentalizzazione di epoca medievale di uno dei varchi di età romana. La struttura originaria constava di due archi sovrapposti, poi inglobati in edifici di età medievale, e costituisce tuttora l’ingresso per la zona forense, ricalcata in parte da piazza del Duomo, come le lastre in travertino rinvenute in più punti nel Cinquecento inducono a pensare. La fabbrica del Duomo stesso, intitolato a San Lorenzo, insiste su di un precedente edificio di fine XI-inizi XII secolo, a sua volta eretto su di una costruzione della quale sono individuabili alcuni resti nell’intercapedine posta nel retro dell’abside seicentesca e nei sotterranei della sacrestia: si tratta di una <strong>parete absidata</strong> dal diametro di circa quindici metri, decorata da un architrave in travertino e al cui interno sono discernibili i resti del basamento di una statua. Tali vestigia sono stati interpretate come pertinenti ad un’aula, probabilmente parte di una basilica forense; verosimilmente potrebbero essere lembo di un’area scoperta del Foro in cui si aprivano degli ambienti. La tecnica muraria permette di datare il tutto al secondo quarto del I secolo a.C. A chiudere sul lato orientale la piazza romana era la <em><strong>mensa ponderaria</strong></em>, ossia l’ufficio preposto al controllo di pesi e quantità, di cui rimangono due nicchie, una delle quali conserva una tavola in marmo con quattro incavi, corrispondenti ad altrettante misure; è ancora possibile leggere l’iscrizione che commemora le personalità che avevano consentito la realizzazione della struttura coprendone i costi con le proprie finanze. Accanto alla mensa si trova, invece, un’aula di forma trapezoidale, absidata, con pavimentazione marmorea e resti di intonacature alle pareti, con al centro un basamento di una statua, rinvenuta frammentaria e priva del capo, insieme ad una testa colossale raffigurante l’imperatore Nerva ed all’iscrizione commemorativa dell’erezione dell’edificio, grazie alla quale lo si è potuto identificare come l’<em><strong>Augusteum</strong></em> della città. Entrambe le strutture furono probabilmente costruite dai medesimi personaggi, tra il 19 ed il 13 a.C. Di poco discosto è il cosiddetto <strong>Mercato Coperto</strong>, sostruzione nell’angolo sud-occidentale del foro, con il medesimo compito del criptoportico prima incontrato, ma, al contrario di questo, non visibile.</p><p>Proseguendo per via di San Valerio, imboccando Via della Sibilla, lungo il percorso urbano dell’antica Tiburtina, si giunge all’acropoli di Tivoli, separata dal resto della città da un profondo fossato artificiale, atto ad accentuarne le caratteristiche difensive. Sul lato orientale si ergono <strong>due edifici templari</strong>, inglobati fino al 1880 nelle costruzioni circostanti: il primo, più antico, a pianta rettangolare, trasformato in età medievale nella chiesa di San Giorgio, risalente al II secolo a.C. e di ordine probabilmente ionico; l’altro, a pianta circolare, di ordine corinzio, mutato anch’esso in chiesa, dedicata a Santa Maria Rotonda o di Cornuta, risale al I secolo a.C. o, in base ad un’ipotetica identificazione del dedicante <em>Lucius Gellius</em> riportata nell’iscrizione sull’architrave, al 94 a.C. Di particolare interesse è una nicchia in travertino, chiusa in origine da piccoli battenti, all’interno della cella del tempio circolare: lo studioso F. Coarelli ha visto in essa il luogo dove venivano conservati i <em>Libri Sibillini</em>, ricordati dall’autore latino Lattanzio in correlazione a Tivoli ed al fiume Aniene.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4809" title="Tempio della Sibilla in Tivoli" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/Tempio-della-Sibilla-in-Tivoli.jpg" alt="Tempio della Sibilla in Tivoli" width="600" height="857" /><br /> V<em>eduta del Tempio della Sibilla in Tivoli</em>, incisione di G. B. Piranesi. <em>Si notano in primo piano le sostruzioni che sorreggono la piattaforma sulla quale sorge il tempio.</em></p><p>Certo è che dalla terrazza sulla quale trovano collocazione i templi, determinata anch’essa da antiche sostruzioni, si gode di un’incantevole veduta della valle sottostante, monumentalizzata in tempi moderni con l’istituzione di Villa Gregoriana, curata nel 1835 dall’architetto pontificio C. Folchi mediante una sapiente fusione di antichità e piante esotiche appositamente importante. Qui, tra caverne calcaree e cascate, ci si imbatte nei resti in opera incerta di una villa, probabilmente di <em><strong>Manlio Vopisco</strong></em>, ricco personaggio di età domizianea: si tratta di una sequenza di vani aperti, con probabile funzione sostruttiva, che, rispettando ove possibile la parete rocciosa, dovevano rendere l’idea di cavità naturali; in uno di questi ambienti vi era verosimilmente una piscina destinata all’allevamento ittico, e si scorgono ancora delle anfore affogate orizzontalmente nel muro con la sola imboccatura emergente dalla parete. Della villa e del paesaggio il poeta latino Stazio ha lasciato una affascinante descrizione:</p><p>Profondi boschi incombono su impetuose acque ed una falsa immagine risponde al fogliame e la stessa ombra fugge per lunghe onde. E, meraviglia, lo stesso Aniene, al di sopra e al di sotto sassoso, depone qui la gonfia rabbia e i mormorii spumeggianti, quasi timoroso di turbare le diurne ore del placido Vopisco e i suoi sonni pieni di poesia. Dall’una e dall’altra parte della casa c’è la sponda, eppure il mitissimo corso di acqua non la divide; i palazzi guardano le alterne rive, non come elementi diversi separati dal corso d’acqua. (Stazio, <em>Silvae</em>, I, 3, 1-110)</p><p>Uscendo dalla villa, e dirigendosi verso la Rocca Pia, si passa dinanzi la chiesa di Sant’Andrea, luogo in cui doveva esser situato un <strong>edificio termale</strong>, di cui nulla si conserva, ma del quale si suppone l’esistenza con relativa sicurezza grazie ad una serie di rinvenimenti avvenuti tra il 1753 ed il 1852, fortunatamente documentati. Si arriva così all’edificio più importante dell’area meridionale dell’antica <em>Tibur</em>, l’<strong>anfiteatro</strong>, di epoca adrianea, sito a nord della fortezza voluta da Pio II e rasato al momento dell’erezione di quest’ultima. Se ne conserva pertanto solo la parte settentrionale, in opera mista, per un’altezza massima di tre metri, dalla quale si può dedurre una struttura di 85 metri lungo l’asse maggiore, e di 65 metri lungo l’asse minore, con un’arena di 61 metri per 41 circa. Parte degli ambienti orientali inglobavano una via preesistente, dal momento che evidentemente non era stato possibile modificarne il tracciato.</p><p>Immediatamente al di là del corso dell’Aniene, lungo la riva destra, nei pressi della stazione ferroviaria, si può invece visitare il <strong>sepolcro della vestale Cossinia</strong>, scoperto nel 1929, dedicato da un liberto della vestale e risalente al II-III secolo d.C.: è costituito da un altare marmoreo posto su di un basamento formato da diversi gradini di travertino, dietro il quale una ulteriore base doveva sorreggere la statua della vestale. Qui vi era la tomba della sacerdotessa, inumata con accanto una bambola in osso, emblema della sua verginità, oggi conservata al Museo Nazionale Romano.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4810" title="tivoli- sepolcro della vestale Cossinia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/tivoli-sepolcro-della-vestale-Cossinia.jpg" alt="Il sepolcro della vestale Cossinia" width="600" height="393" /></em><br /> <em>Il sepolcro della vestale Cossinia</em></p><p><em>Risalendo la scaletta che conduce al monumento funerario, imboccando via di Quintiliolo, si possono intravedere le vestigia degli ultimi grandi complessi nelle immediate vicinanze di Tivoli: nei pressi dell’ex convento di Sant’Antonio si innalza un suggestivo </em><strong>ninfeo</strong> a pianta basilicale, di circa dieci metri di larghezza per otto di lunghezza, absidato e coperto con volte a botte, decorata con incrostazioni atte a ricreare una grotta naturale. Erronea è l’attribuzione della villa, di cui è parte, al poeta Orazio. Poco più avanti si trova invece un’immensa villa attribuita a quel <strong>Quintilio Varo</strong> che tanto dispiacere arrecò ad Augusto con la totale disfatta nella battaglia di Teutoburgo. Si estende per sei ettari, occupando tutte le propaggini circostanti la via di Quintiliolo, nel cui toponimo si perpetua il ricordo della famiglia del generale romano: di essa rimane soprattutto l’amplissima platea artificiale rettangolare, di 270 per 152 metri, a più ripiani per regolarizzare tutto il fianco collinare, mentre sulla sommità spiccano, per imponenza, un criptoportico e le cisterne.</p><p>Tornando indietro verso il centro cittadino, infine, a 60 metri circa dall’attuale Largo Sant’Angelo, si scorgono i resti del <strong>viadotto</strong> grazie al quale la via Tiburtina scavalcava l’Aniene, consistenti in un arco in conci di travertino e muri in opera incerta. Qui ha termine l’itinerario che ci ha portato alla scoperta della Tivoli più antica, tra monumenti di bellezza incomparabile e noti da tempo, e perle nascoste, che non attendono altro che l’attenzione ed il rispetto di chiunque abbia la curiosità, e spesso la pazienza, di andare alla loro ricerca.</p><p><strong>Note</strong></p><ul><li>1) Per saperne di più, si consiglia la visione dell’articolo sulla Via Tiburtina, del medesimo autore del presente, e <a href="http://www.archeoguida.it/001575_villa-adriana.html">http://www.archeoguida.it/001575_villa-adriana.html</a></li><li>2) Si rimanda al paragrafo introduttivo dell’articolo sulla Via Tiburtina.</li><li>3) http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/01/26/news/il_trionfo_di_ercole_torna_alla_luce_il_santuario_di_tivoli-11667265/</li><li>4) http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/arte/gallerie/ercole-gall/ercole-gall/1.html</li></ul><p><strong>Bibliografia</strong></p><ul><li>M. T. Natale, <em>Via Tiburtina</em>, Roma, Bonsignori Editore, 1993</li><li>P. Olivanti, <em>Via Tiburtina</em>, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1997</li><li>S. Quilici Gigli, <em>Roma fuori le mura</em>, Roma, Newton Compton, 1986, pp. 217-230</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004802_tivoli.html" data-text="Tivoli" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004802_tivoli.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004802_tivoli.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Falerii Veteres: storia</title><link>http://www.archeoguida.it/004775_falerii-veteres-storia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004775_falerii-veteres-storia.html#comments</comments> <pubDate>Thu, 21 Apr 2011 09:59:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Menichelli</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4775</guid> <description><![CDATA[Carta archeologica di Falerii Veteres realizzata da Adolfo Cozza Un’aurea mitica avvolge le origini di Falerii Veteres; narra infatti il poeta Ovidio che la città sarebbe stata fondata da Halesus, figlio di Agamennone, fuggito da Argo dopo la morte del padre (Ovidio, Amores, III, 13, 31). Il fascino della presunta origine greca ha accentuato l’idea [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4777" title="Falerii Veteres: storia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/04/Carta-archeologica-di-Falerii-Veteres-realizzata-da-Adolfo-Cozza.jpg" alt="Falerii Veteres: storia" width="600" height="629" /><br /> <em>Carta archeologica di Falerii Veteres realizzata da Adolfo Cozza</em></p><p>Un’aurea mitica avvolge le origini di <em>Falerii Veteres</em>; narra infatti il poeta <strong>Ovidio</strong> che la città sarebbe stata fondata da <em>Halesus</em>, figlio di <strong>Agamennone</strong>, fuggito da <strong>Argo</strong> dopo la morte del padre (Ovidio, <em>Amores</em>, III, 13, 31). Il fascino della presunta origine greca ha accentuato l’idea di una marcata differenziazione culturale rispetto alla popolazioni limitrofe; ma è evidente come tale fonte debba essere considerata un suggestivo contributo letterario, e che le vere origini della città vadano cercate nelle evidenze archeologiche conservate. Le prime tracce di frequentazione risalgono all’età preistorica a partire dal Neolitico, come dedotto dal ritrovamento di manufatti in pietra e ceramiche nelle cosiddette “cavernette falische”, piccole cavità ricavate dalle pareti tufacee che circondano la città.</p><p>Testimonianze più concrete di una vera e propria occupazione si hanno dall’Età del Bronzo, in particolare sull’altura di Vignale, protetta naturalmente da pareti tufacee, tanto da diventare poi acropoli. E’ soltanto però dalla fine dell’VIII sec. che la città comincia ad emergere tra i centri dell’agro falisco fino ad appropriarsi, dall’ età tardo arcaica, del ruolo di città egemone caratterizzata da una notevole vivacità culturale: uso della scrittura, produzioni artistiche di pregio, forme architettoniche monumentali, sono i segni tangibili dell’affermazione artistica di <em>Falerii Veteres</em>; la trasformazione avvenuta nel V sec. grazie all’adozione di un impianto urbanistico regolare e alla costruzione di una cinta muraria, la ricchezza delle necropoli e dei santuari, testimoniano infine una città pienamente cosciente del primato politico e culturale raggiunto.</p><p>Il V sec. però segnò anche l’inizio di un estenuante conflitto con <strong>Roma</strong> che portò inevitabilmente il centro falisco verso la distruzione: <em>Falerii Veteres</em> entrò in un vortice di mutevoli alleanze, prima con <strong>Veio</strong> e <strong>Capena</strong>, poi con <strong>Tarquinia</strong>, che per nulla riuscirono ad intaccare le mire espansionistiche romane: nel 241 a.C. ormai impotente venne sconfitta e rasa al suolo; gli abitanti superstiti furono deportati in una nuova città fondata in un luogo pianeggiante, <em>Falerii Novi</em>, lontano dalle vie di comunicazione più importanti e priva di difese naturali: creata <em>ex novo</em>, cinta di imponenti mura e con assetto urbanistico ortogonale, monumentale nell’aspetto, ma completamente nell’orbita di Roma, priva dell’autonomia culturale dell’antica <em>Faleri Veteres</em>.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004775_falerii-veteres-storia.html" data-text="Falerii Veteres: storia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004775_falerii-veteres-storia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004775_falerii-veteres-storia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vicarello (Rm). Terme Apollinari</title><link>http://www.archeoguida.it/004593_vicarello-rm-terme-apollinari.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004593_vicarello-rm-terme-apollinari.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Mar 2011 13:14:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Vicarello]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4593</guid> <description><![CDATA[Lungo la Via Clodia si trovavano le Aquae Apollinares Novae nel Vicus Aurelii che fu costruito nel II sec. d. C. sul lato nord del lago di Bracciano. Il lago nasconde un villaggio sommerso dell’Età del Bronzo a 10 metri di profondità. Le terme, invece furono costruite forse già dagli Etruschi. In zona i Romani [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lungo la<strong> Via Clodia </strong>si trovavano le<em> Aquae Apollinares Novae </em>nel <em>Vicus Aurelii</em> che fu costruito nel II sec. d. C. sul lato nord del lago di <strong>Bracciano</strong>. Il lago nasconde un villaggio sommerso dell’Età del Bronzo a 10 metri di profondità. Le terme, invece furono costruite forse già dagli Etruschi.</p><p>In zona i Romani vi costruirono un tempio dedicato ad <strong>Apollo</strong> ed <strong>Esculapio</strong> e forse, in questo modo, si spiegherebbe il nome di <strong><em>Termae Apollinares ad lacus Sabatinum</em></strong>. Collegata al complesso termale, vi era una grande villa appartenuta all’imperatore <strong>Domiziano</strong> o a <strong>Lucio Iunio Cesennio Peto</strong>. Sono anche visibili i resti dell’acquedotto di Traiano.</p><p>Inoltre si costruirono anche luoghi di ristoro per la cura dei veterani delle campagne spagnole, germaniche e galliche, viste le virtù terapeutiche delle acque (45-50 gradi) per l’attività del vulcano Sabatino estinto ormai da 40.000 anni il cui cratere è occupato dal lago di Bracciano.</p><p>Nel 1977 fu trovato il torso di una statua di Apollo oggi conservato nel <strong>Museo di Civitavecchia</strong>. Nel 1852 fu trovata invece una stipe votiva che conteneva migliaia di monete greche, etrusche e romane e quattro coppe d’argento, databili al I sec. d. C., con inciso l’itinerario da <strong>Gades</strong> (Cadice) a Roma con le cento mansiones utile a ricostruire l’antica topografia dei luoghi. Tutto è oggi conservato al Palazzo Massimo di Roma. L’area termale era dotata di un ninfeo con ambienti di svago e di riposo. Sicuramente dovevano esserci anche una palestra e un’area a giardino, ma gli scavi sono ancora lontani dall’essere ripresi.</p><p>Il sito fu distrutto prima dai Saraceni e poi dai Longobardi e così condannato all’oblio. Alla fine del XII secolo tutta l’area è di proprietà del monastero di S. Saba. Tutti i beni della zona furono però venduti agli Abati Commendatari da Papa Pio IV per pagare le spese del Concilio di Trento. Successivi proprietari furono poi gli Orsini che non fecero altro che mandare in rovina il sito.</p><p>Il sito di Vicarello è una realtà archeologica importantissima ma purtroppo sconosciuta ai più. Non è al momento nemmeno possibile pensare a un progetto di sviluppo perché i terreni non sono stati espropriati e così il grande pubblico di studiosi e appassionati è escluso dal conoscere e dall’apprezzare. Pertanto oggi le terme sono in uno stato di abbandono, con piante ed erbacce che ricoprono soprattutto il piano inferiore. Inoltre la falda acquifera si è abbassata a causa di alcune perforazioni effettuate in zona.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004593_vicarello-rm-terme-apollinari.html" data-text="Vicarello (Rm). Terme Apollinari" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004593_vicarello-rm-terme-apollinari.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004593_vicarello-rm-terme-apollinari.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nemi: navi</title><link>http://www.archeoguida.it/004240_nemi-navi.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004240_nemi-navi.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 21 Feb 2011 10:30:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Saverio Malatesta</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Nemi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4240</guid> <description><![CDATA[Nemi: le navi del mito La storia delle navi di Nemi ha tutti i connotati per essere definita una fiaba: vi è un tesoro immenso, leggendario, di cui gli abitanti del luogo bisbigliano e del quale, di tanto in tanto, a distanza di decenni, sembra emergere qualche minuscola parte; vi sono coloro che lottano con [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4256" title="nemi-navi-2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/nemi-navi-2.jpg" alt="Nemi: navi" width="600" height="402" /></p><p class="aaa3">Nemi: le navi del mito</p><p>La storia delle navi di Nemi ha tutti i connotati per essere definita una fiaba: vi è un tesoro immenso, leggendario, di cui gli abitanti del luogo bisbigliano e del quale, di tanto in tanto, a distanza di decenni, sembra emergere qualche minuscola parte; vi sono coloro che lottano con ogni forza per raggiungerlo; vi sono ostacoli che sembrano insormontabili per un essere umano, occorrendo sforzi titanici, al di sopra delle forze di un uomo, per arrivare non tanto a sfiorarlo, quanto a comprenderne l&#8217;incredibile essenza. Potrebbe essere uno dei tanti racconti che i nonni, nelle fredde notti d&#8217;inverno dei Colli Albani, narravano ai nipoti, raccolti intorno al focolare: statue magnifiche, ori a profusione, bronzi divini, colonne affusolate, templi galleggianti, palazzi reali, ce n&#8217;è abbastanza per infiammare l&#8217;immaginazione di chiunque.</p><p>Potrebbe dunque essere una leggenda, ma non lo è. E difatti, al contrario delle favole, la conclusione di questa vicenda sarà irreale, senza senso, priva di qualunque spiegazione razionale, data l&#8217;ambientazione – anch&#8217;essa folle – all&#8217;interno della quale si svolse. È una storia di fraintendimenti, abbagli, passione, audacia: il ripercorrerla, come noi faremo, tappa per tappa, può far capire molto della natura umana. Un monumento, di qualunque tipo esso sia, è un qualcosa creato dagli uomini per altri uomini, depositario di un messaggio o di conoscenze che rivelano l’animo di chi lo ha ideato, di chi lo ha esplorato, giungendo così a scoprire che gli Antichi, poi, tanto antichi non sono. Abbiamo cambiato vestiti, abbiamo mutato mezzi, ma impulsi e reazioni sensibili sono rimasti gli stessi: se ci si avvicina ad una testimonianza del passato privi di pregiudizi e con la voglia di sviscerarne i segreti, si scopre che ben presto essa inizierà a narrare di eventi remoti, eppure stranamente vicini a noi, una voce del passato che sembra tanto attuale.</p><p>È una storia che si distacca dal fiabesco, nel quale si era sdipanata per secoli, per entrare, con tutta la sua magnificenza e la sua maestosità, nel mondo reale, tangibile, imprimendovi una forte impressione di meraviglia e stupore dinanzi all&#8217;ingegno, all&#8217;audacia dei costruttori, alla follia di un sogno realizzatosi; e, come tutte le cose che entrano nel tempo caduco degli uomini, è stata condannata a scomparire, ritornando nel mito, questo sì, eterno ed immortale.</p><p>È questa storia, che ci accingiamo a raccontare.</p><p class="aaa3">Una divina unione</p><p>Per quale motivo le navi rinvenute in un lago vulcanico destano così tanta curiosità? Come mai nel corso dei secoli hanno suscitato una forza di attrazione tanto elevata da parte di chi si imbatteva in notizie su di esse? È difficile non avvertirne il potere di seduzione: al fascino di essere una testimonianza del passato si unisce il senso di avventura della ricerca, ma, soprattutto, l&#8217;avvertirne l&#8217;intima carica di sfida lanciata dall&#8217;uomo per proiettarsi oltre i suoi limiti, oltre le Colonne d&#8217;Ercole della propria intelligenza. È il motivo per cui le Piramidi di Giza esercitano un forte richiamo sul nostro animo, opere che sembrano gareggiare contro i secoli e la caducità del tempo, immortali, fatte costruire da uomini spinti dalla loro fede in un&#8217;idea, e che per quell&#8217;idea erano disposti a mettere in campo un&#8217;enorme quantità di mezzi e di energie: nulla, allora, risulta impossibile, nemmeno spostare blocchi dalle dimensioni di duecento tonnellate.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4257" title="nemi-navi-1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/nemi-navi-1.jpg" alt="" width="600" height="354" /></p><p>Nemmeno costruire un tempio sull&#8217;acqua.</p><p>Il cimento ingegneristico costituito dalla costruzione delle due navi di Nemi non poteva essere posto da una volontà comune, priva dei necessari mezzi per realizzarla: alle sue spalle doveva esserci una committenza di elevato rango e potere. Sebbene l&#8217;ideazione di navi colossali fosse stata già precedentemente portata a termine con successo (celebre era la <em>Syrakosia</em> voluta dal tiranno di Siracusa Ierone II, tanto colossale da non poter essere ospitata da alcun porto se non da quello di Alessandria d&#8217;Egitto, cui fu inviata come regalo per il faraone Tolomeo III), era totalmente nuovo il progetto di edificarvi un qualcosa che, per sua natura intrinseca, necessita di assoluta stabilità. Grazie al rinvenimento di alcune fistole plumbee recanti inciso il nome del committente, sappiamo che la mente dietro l&#8217;impresa fu Caio Giulio Cesare Germanico, imperatore tra il 37 ed il 41 d.C., meglio conosciuto come Caligola.</p><p>“Sinora ho parlato del principe; ora racconterò del mostro”: con una frase dalla brutale semplicità, Svetonio, nella sua <em>Vita dei Cesari</em>, dipinge teatralmente una delle figure più controverse della sciagurata dinastia dei Giulio-Claudii. È entrata nell&#8217;immaginario collettivo &#8211; sia antico, sia moderno, che dalle fonti classiche è influenzato &#8211; come eccentrica, stravagante, dispotica, depravata, legata all&#8217;immagine di orge, stragi, follie, come quella di un cavallo nominato senatore. Svetonio in questi particolari sguazza a proprio agio: a fronte di nove episodi legati alla sua attività di imperatore, ben trentanove riguardano invece le stravaganze (per utilizzare un eufemismo) di un giovane inizialmente amato dall&#8217;esercito, dal Senato e dal popolo. Sebbene la critica contemporanea tenda a rileggere in chiave meno romanzata molti dei suoi atti, il nome di Caligola continua ad incarnare l&#8217;emblema della degenerazione del potere assoluto: tanta era la potenza accentrata nelle sue mani che, al culmine del suo regno, avrebbe voluto essere innalzato al rango di divinità, cosa assolutamente vietata in vita (il machiavellico Augusto c&#8217;era invece riuscito, nella pratica, tramite un espediente subdolo).</p><p>Nulla lo fermava: a chi aveva osato affermare che sarebbe divenuto imperatore quando avrebbe cavalcato tra Baia e Pozzuoli, facendo erroneamente affidamento sull&#8217;impossibilità fisica di un cavallo di passeggiare sulle acque, Caligola rispose ordinando di costruire un ponte di barche e ricoprirlo di terra, per poi percorrerlo in groppa al suo destriero non una, ma ben tre volte; fece varare appositamente un&#8217;imbarcazione per trasportare un obelisco dall&#8217;Egitto a Roma (sito ora al centro del colonnato di San Pietro, è stato il più grande obelisco eretto nell&#8217;Urbe fino all&#8217;innalzamento nel Circo Massimo di quello di Tuthmosis III, oggi al Laterano, per volontà di Costanzo II, nel 357 d.C.), tanto grande che venne riutilizzata, affondandola, come basamento per il faro del porto di Claudio; e Svetonio ricorda come avesse fatto costruire navi mai viste prima per costeggiare in tutta comodità i luoghi più ameni delle rive campane:</p><blockquote><p>“Fece costruire anche navi liburniche a dieci ordini di rematori con poppe incastonate di gemme, vele variopinte, con dovizia di terme, portici e triclinii e grande varietà di viti e di alberi da frutta, a bordo delle quali, banchettava di giorno, tra danze e musiche, navigando lungo le coste della Campania.” (1).</p></blockquote><p>Suo desiderio – è sempre lo storico romano ad informarci, principale fonte a noi giunta riguardo la vita dell&#8217;imperatore – era proprio la realizzazione di opere ritenute impossibili. La volontà di andare al di là dell&#8217;umano portò Caligola, secondo la tradizione, a ritenersi a tal punto divino da voler giacere con Selene, la Luna, emblema femminile per eccellenza. Il lago di Nemi, che i Romani chiamavano <em>speculum Dianae</em>, era dunque il luogo perfetto dove celebrare quest&#8217;unione: Nemi era infatti sacra alla dea Diana, in parte assimilabile alla greca Artemide, e ad essa era dedicato un culto antichissimo, fatto risalire addirittura all&#8217;eroe mitologico Oreste, figlio di quell&#8217;Agamennone che tanta sciagura causò a Troia. Addetto al rito era un sacerdote ex schiavo fuggitivo, il <em>Rex </em><em>Nemorensis</em>, l&#8217;unico che potesse spezzare le fronde di un albero ritenuto sacro, e che entrava in carica solo dopo aver ucciso il predecessore secondo un preciso rituale. Svetonio ci informa che Caligola fece trucidare il sacerdote allora reggente perché da troppo tempo nessuno era riuscito a vincerlo: probabilmente rinnovò un antico culto laziale che stava ormai scomparendo, ma lo storico, come abbiamo visto, ama indugiare nelle facezie e nel pettegolezzo, dando maggior rilievo al particolare truculento e degenere.</p><p>Connessa alla figura di Diana-Artemide è l&#8217;emblema lunare: come Apollo, il gemello, è simbolo del Sole e dell&#8217;Uomo, così la dea incarna la Luna e pertanto la Donna. L&#8217;imperatore è come il Sole, è benefico, porta luce, dona vita: non a caso al Sole si rifaranno altri imperatori con tendenze assolutistiche e teologiche orientalizzanti, come Nerone (la sua statua colossale, posta nelle vicinanze del posteriore Anfiteatro Flavio – dalla quale trarrà il popolare nome di <em>Colosseo</em> – lo raffigurava proprio nelle vesti del dio Elios), Caracalla, Elagabalo, per citarne alcuni. È il principio maschile per eccellenza. Affinché vi sia equilibrio, prosperità, felicità, è necessario che si congiunga con l&#8217;altro principio universale, il femminile: ecco dunque che l&#8217;unione sacra, la <em>ierogamia</em>, diventa atto imprescindibile per garantire benessere a Roma, cioè all&#8217;Impero, cioè al mondo. A conferma di questa ipotesi, viene ad aggiungersi un elemento fondamentale come il culto orientale della dea Iside, venerata nello stesso santuario di Diana e probabilmente su una delle navi, come il ritrovamento di un sistro lascerebbe supporre (2).</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4258" title="nemi-navi-4" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/nemi-navi-4.jpg" alt="" width="600" height="917" /></p><p><em>Due maniglioni in bronzo a forma di testa di lupo e leone, recuperati dal fondo del lago</em></p><p><img class="alignnone size-full wp-image-4259" title="nemi-navi-3" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/nemi-navi-3.jpg" alt="" width="600" height="771" /></p><p>Iside è legata al ciclo della morte e della rinascita – tramite il mito di Osiride, sul quale risulterebbe troppo dispersivo dilungarsi in questa sede – e pertanto della fertilità e dell&#8217;immortalità: essa dilagò letteralmente per l&#8217;Impero Romano, riscuotendo notevolissima fortuna. Caligola, attentissimo al mondo orientale, a quello faraonico in particolar modo, mediato attraverso la tradizione ellenistica, non poteva non esser sensibile ad una serie di significati escatologici così profondi: anche i suoi antenati, Marc&#8217;Antonio, Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, non erano rimasti indifferenti, anche se in modalità differenti, al fascino dell&#8217;incarnazione terrena di Iside, la regina Cleopatra (3).</p><p>Il lago di Nemi verrebbe così a costituire il fulcro di un&#8217;unione sacra: di forma circolare, abbastanza piccolo da poter essere abbracciato interamente in un sol colpo d&#8217;occhio, sacro a <strong>Diana</strong> e <strong>Iside</strong>, può divenire nelle notti di luna piena la temporanea dimora dell&#8217;astro notturno, concretizzata nella forma di un palazzo galleggiante nella quale risiede anche l&#8217;imperatore-Sole, e venerata appieno nel tempio galleggiante al centro della superficie acquatica. <em>Speculum Dianae</em>, lo specchio d&#8217;acqua caro a Diana, ma anche lo specchio in cui si riflette la Luna.</p><p>Tuttavia, per quanti elementi si possano addurre a sostegno di una tesi così suggestiva, che farebbe apparire Caligola non come un folle megalomane, ma come un imperatore dal preciso piano politico-religioso con il fine di introdurre una forma di teocrazia, così diffusa in ambiente orientale ed ellenistico, ma profondamente avversa dall&#8217;animo romano, rimane appunto solo quello, un&#8217;ipotesi. Nella realtà delle fonti, <strong>Caio</strong> <strong>Germanico</strong> è &#8211; e rimane &#8211; un folle tracotante. Tanta superbia venne punita: egli fu ucciso, ed il suo nome condannato alla <em>damnatio memoriae</em>, alla cancellazione totale di qualunque cosa lo potesse ricordare. Eliderne il nome dai monumenti e dai documenti ufficiali equivaleva ad eliminarlo dalla mente dei presenti e dunque dei posteri, come se non fosse mai esistito. La maledizione che fu scagliata contro una figura tanto deprecata colpì anche quanto il suo sfrenato capriccio aveva desiderato e poi realizzato: e le due grandiosi navi ancorate nel lago di Diana, prima furono abbandonate a sé stesse e saccheggiate, quindi affondate e dimenticate. Solo la popolazione locale, di generazione in generazione, ne preservò il ricordo, diluendolo nei fumosi strali del fiabesco ed ammantandolo delle dorate vesti della leggenda.</p><p class="aaa3">Indagine di un mito</p><p>Storia, nel senso etimologico del termine, significa “indagare”: condivide la radice verbale greca con il vocabolo che indica “vedere”. Storia è dunque, propriamente, la ricerca fatta visivamente e che alla vista si affida: nulla di inventato o di immaginario, solo realtà tangibile o che considera chi ha potuto esser presente ai fatti posti al centro della propria indagine cognitiva. Contrapposto a <em>storia </em>è <em>mito</em>: ed è come mito che le due navi di Nemi vennero bollate dagli studiosi fino alle fine del XIX secolo, nonostante circa quattrocento anni prima fosse stata condotta un&#8217;indagine tesa a documentare la realtà di quanto le leggende del luogo andavano affermando.</p><p>Spiegazione di questa contraddizione è offerta dall’archeologo ottocentesco Felice Barnabei:</p><blockquote><p>“A noi archeologi nuoce sovente il soverchio riserbo sopra alcuni fatti, che per qualche particolare soltanto non furono pienamente dichiarati. La tradizione intorno ad una nave romana affondata nel lago di Nemi fu ricacciata nell&#8217;ordine delle fiabe, pel motivo che, secondo la opinione volgare, tale nave sarebbe stata costruita per ordine di Tiberio; mentre i tubi di piombo col nome di questo imperatore, ripescati in quel lago e nel sito ove dicevasi affondata la nave, erano stati trascritti con una leggenda, che dagli epigrafisti non poteva essere accetta come genuina. A tali conclusioni epigrafiche si diede tanto valore che si ritenne perfino ozioso il discutere intorno alla esistenza di questa nave nel fondo di quel lago; e quando nel Museo Kircheriano passavamo innanzi alla trave indicata come appartenente alla nave di Tiberio e trovata nel lago di Nemi, non ci curavamo neanche di domandare a noi stessi se realmente quel legno avesse potuto appartenere ad una nave.” (4)</p></blockquote><p>Mai errore di valutazione – e Barnabei, con onestà, lo ammette – fu più grande: eppure pochi anni prima il tedesco Heinrich Schliemann, forte della sua letterale fede nel più antico testo greco pervenutoci, l&#8217;Iliade, aveva dimostrato, scoprendo il sito della città di Troia, come il mito potesse avere un solido fondamento di realtà.</p><p>Le fonti antiche tacciono pressoché totalmente su quanto lo specchio d&#8217;acqua potesse celare, pur esaltandone continuamente la bellezza dei luoghi e sottolineandone la sacralità, essendo dedicato, come abbiamo visto, a Diana: l’oblio che avvolse le navi fu del più totale, forse perché, essendo legate a riti cui poteva accedere solo una ristrettissima cerchia di personaggi, erano ignote ai più (mentre quelle sulle quali Caligola navigava in Campania erano state, come visto in precedenza, ampiamente descritte); forse perché volutamente dimenticate. Tuttavia, che ci fosse qualcosa di maestoso e prezioso, nel lago di Nemi, lo si sapeva da tempi immemori: spesso i pescatori del luogo riferivano di reti impigliate nel fondo e che, issate con fatica sulle barche, restituivano ora un pezzo di legno sapientemente lavorato, ora qualche oggetto ben più consistente. Nel 1446 si decise di scoprire se tali racconti avessero nucleo di verità: di indagare, appunto. Il cardinale <strong>Prospero</strong> <strong>Colonna</strong>, signore di Nemi e Genzano, coltissimo studioso di antiquaria, volle appurare quanto fossero fondati: fece venire Leon Battista Alberti sulle rive del lago, al fine di ideare un metodo per scandagliare il fondale lì dove i pescatori li avevano indirizzati.</p><p>Oltre che umanista ed architetto, infatti, l&#8217;Alberti era anche un valente ingegnere idraulico (suo è il restauro e la riattivazione del condotto dell&#8217;Acqua Vergine, l&#8217;acquedotto che alimenta, tra l&#8217;altro, la Fontana di Trevi): fece realizzare una piattaforma su botti vuote, così da garantirne la galleggiabilità, sulle quali vennero poste delle “machine” dotate di uncini; fatti venire da Genova dei <em>marangoni</em>, ossia degli specialisti in lavori subacquei, li impiegò per una ricognizione del fondo. Grande fu la meraviglia quando, nella semioscurità delle acque, si iniziarono ad intravedere le forme di un relitto dalle proporzioni inaudite: subito ne furono prese le misure – almeno di quanto emergeva dalle sabbie – e se ne decretò la riemersione tramite l&#8217;aggancio degli uncini precedentemente approntati. Il risultato di tale operazione non fu certo dei più felici: inghiottita dal fango, troppo grande e pesante per essere sollevata dai congegni dell&#8217;Alberti, la nave rimase al suo posto, ma una cospicua parte di una delle strutture di cui si componeva fu letteralmente strappata via; essa fu tuttavia sufficiente a suscitare una profonda e vibrante ammirazione. A distanza di sei secoli, possiamo ancora quasi toccarla con mano, grazie alle parole dell&#8217;umanista <strong>Flavio</strong> <strong>Biondo</strong>:</p><blockquote><p>“<em>Essa era composta tutta di tavole</em> grosse tre dita di un legno chiamato larice; e tutta intorno al di fuori era coperta d&#8217;una buona colla di color giallo, o purpureo; e sopra questa vi erano tante piastrelle di piombo, chiavate con<em> spessi chiodi non di ferro</em>, ma di bronzo, che mantenevano le navi e la colla intera, e la difendevano dall&#8217;acqua e dalle pioggie. Di dietro poi era talmente fatta, che non solo era sicura dall&#8217; acqua; ma si <em>poteva dire e dal ferro</em>, e dal fuoco. Era prima sopra il legno tutto disteso di buona creta, sparsa tanto ferro liquefatto (sarà stato in altra maniera) <em>che faceva una piastra</em>, poco meno quanto era tutta la nave di tavole, ed in qualche luogo era grossa un dito, in alcun altro due; e sopra il ferro era un&#8217;altra impiastrazione di creta; <em>e ci parve di vedere che</em> mentre era il ferro caldo vi fosse su posta la creta; per essere talmente così la creta di sotto, come quella di sopra, <em>afferrata, e ristretta</em> col ferro, che pareva e il ferro e la creta una medesima colla. […] f<em>urono nel fondo del</em> lago trovate alcune fistole, o tubi di piombo, lunghe due cubiti e ben massicce, le quali si vedeva, che erano attaccate l&#8217; una all&#8217; altra […] In ognuna [...] <em>erano scolpite belle lettere</em>, le quali dimostravano (come pensiamo), che l&#8217;autore della nave fosse stato Tiberio Cesare; e giudicò Leon Battista Alberti, che dal bel fonte ed abbondante che scaturisce presso Nemore […] si stendessero molte di quelle fistole di piombo <em>infin nel mezzo del lago</em>, per condurre acque in servizio delle case sontuose e belle che noi crediamo che fossero sopra quelle navi edificate. <em>Bella cosa e quasi meravigliosa</em> a vedere i grandi chiodi di bronzo, di un cubito lunghi, così interi e così puliti che pareva che allora appunto fossero da mano del maestro usciti.” (5)</p></blockquote><p>Il reperto fu trasportato solennemente a Roma, e qui esposto per un breve periodo di tempo: se ne trova menzione nelle memorie di papa Pio II (6), morto nel 1464, che si recò ad osservare quanto scoperto, dopodiché, ogni traccia sembra divenire evanescente. Ma la breccia nell&#8217;immaginario collettivo ormai era stata aperta, e sarebbe occorso solo qualche decennio affinché un nuovo avventuriero tentasse l&#8217;impresa.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4243" title="navi-nemi-Fig_01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_01.jpg" alt="" width="540" height="650" /><br /> Il palazzo galleggiante di Caligola in una ricostruzione di fantasia (American Scientific Magazine, luglio 1906)</em></p><p class="aaa3">Visioni subacquee</p><p>Nel 1535 il lago di Nemi fu teatro di un nuovo audace tentativo di carpirne i suoi secolari segreti. Il 15 luglio di quell&#8217;anno, infatti, il bolognese Francesco De Marchi, erudito al servizio di Alessandro de Medici, duca di Toscana, nonché valente architetto esperto di arte militare, sfidò l&#8217;oscurità delle acque spinto dalla voglia di esaminare quanto vi fosse celato. Della sua ardita impresa lasciò un gustoso, quanto preciso rendiconto all&#8217;interno della sua opera, <em>Della architettura militare</em>: tra situazioni ironiche ed annotazioni che rivelano una acuta curiosità scientifica, si può percepire l&#8217;entusiasmo che lo porta a sfidare gli elementi a rischio della propria vita, pur di vedere in prima persona uno straordinario frammento del passato. Grazie ad un tal Guglielmo di Lorena, si immerse mediante un “istromento” da questi costruito, sul cui funzionamento Francesco aveva giurato di mantenere il più assoluto riserbo almeno fino alla morte del suo inventore.</p><p>Passiamo dunque la parola al nostro architetto &#8211; con il quale ci intratterremo per un po’ &#8211; primo, orgoglioso testimone oculare delle meraviglie che giacevano sott&#8217;acqua (il corsivo è di chi scrive):</p><blockquote><p>“Non mi parerà fuori di proposito di parlare della barca de Traiano; poiché il <em>Biondo da Forlì, nella descrittione d`ltalia</em> <em>e il Faueno nelle anticaglie di Roma</em> <em>ne hanno parlato senza vederla; ma io che l&#8217;ho veduta e tocca con mano, parlarò parte di quello che saprò</em>. Dico che la barca di Traiano è sommersa nel lago di Nemo. Passa rnille trecento quarant&#8217;anni che detta barca è nel fondo di detto lago, alla ripa che guarda verso il levante; la quale sta in pendivo nel lago; dove che maestro Gulielmo da Lorena trovò un istromento nel qual&#8217;entrava in essa; e se faceva calare nel fondo del lago, dove stava ivi un&#8217;ora, e più e rneno. secondo l`haveva da fare, overo che il freddo lo cazzava via, con il qual&#8217;istromento si può lavorare, con segare, tagliare, turare, ligar corde, adoperar mazzi, scarpelli, tanaglie et altri simili instromenti […] Si vede per un christallo che è d&#8217;una grandezza di un palmo: la vista è in questo modo, che una cosa per piccola che sia, par molto grande, dico molto maggiore ch&#8217;ella non è a vederla in acqua. Dico che li pesci detti Laterini, che sono in questo lago, li quali non sono maggiori del minimo dito della mano, paiono di sotto grossi come è il brazzo […] li quali, se io non ero informato di detti pesci me haveriano posto paura per la gran moltitudine, che abbondavano alla volta mia; massime che io portai quattro onze di pane, e una de formaglio con esso meco per magnare; e perchè il pane era duro et nero se sbrizulava, dove concorse tanta moltitudine de pesci che mi cingevano intorno, dove che io era senza braghe m&#8217;andavano a piccare in quella parte che l’huomo può pensare, e io con le man li dava, ma non curavano nulla, come quelli che erano in casa sua […] Ancora il maestro Gulielmo mi volle turare le orecchie con del bambaso, con del muscho, e altri odori; ed io non volsi con dire ch&#8217;io voleva vedere so io udiva a chiamarmi, dove fui chiamato molte volte ad alta voce, e non sentiva; et non era sotto l&#8217;acqua più di sei canne romane: ma sentiva bene il tuono di dei sassi, che battevano l&#8217;uno con tra l&#8217;altro, sotto l&#8217;acqua un mezzo brazzo e più si sentiva dei martelli battere l&#8217;un contra l&#8217;altro, dico in modo che mi offendevano le orecchie […] Hora nell&#8217;andare giù sotto l&#8217;acqua io sentiva una passione nell&#8217;orecchie tanto grande che pareva che mi fusse posto un stillo d&#8217;azzale, che mi trapassasse dall&#8217;una orecchia all&#8217;altra: grandissimo dolore io sentii; dico che fu tale che mi si rompete una vena del capo, ch&#8217;l sangue mi usciva per la bocca, e per il naso dove che quando io cominciai a battere con il martello nella barca, mi cominciò a moltiplicar il dolore, e abondare il sangue […] quando io fui […] fuori dell&#8217;instrumento, era tutto sangue il giupone bianco, ch&#8217;io haveva a dosso […] Io steti mezz&#8217;hora di horologio la prima volta sotto l&#8217;acqua, et haveva portalo l&#8217;horologio con me per veder il tutto, e da poi che io fui di sopra, saltai nel lago a notare, e subito ch&#8217;io presi acqua in bocca, e che hebbi bagnato il capo, si fermò il sangue […] ligai una parte della sponda della barca, la qual con un&#8217;argano che havevano di sopra in su un ponte di botte, <em>trassimo tanto di questo legname che haveressimo potuto caricare doi buonissimi muli, il qual legname era di più sorte</em>; <em>v&#8217;era larice, pino e cipresso</em>; cosi fu giudicato in Roma da tutti gli valent’huomini. Poi vi eran certi cavigli, li quali erano di rovere, e venati così neri che parevano dì ebano; et questo era per il gran tempo che erano stati sotterrati, ma erano sani come il resto del legno. Vi erano ancora delli chiodi di ferro li quali dimostravano di essere stati grossi quanto è il dito grosso della mano d&#8217;un huomo. et erano tornati sottili come una penna d&#8217;occha da scrivere; e per la ruggine s&#8217;erano assottigliati e scurtati. V&#8217;erano poi altri infiniti chiodi di metallo, li quali erano tanto lucenti e intieri che parevano che fossero fatti quella settimana, li quali chiodi erano di infinite misure […] ma è ben vero che li più piccoli havevano più largo il capo, come è una di un terzo di scudo di argento, <em>e sotto vi erano corti raggi di rilievi a similitudine di una stella</em>; <em>li quali chiodi erano posti per di fuori della barca, e quelli tenevano le lastre de piombo e la vela di lana coperta d&#8217;una mistura che sapeva di buono, e ardeva facilmente, questa era tra le sponde della barca e il piombo</em>.”</p></blockquote><p>Quest’ultima annotazione riveste una certa importanza: la testimonianza di De Marchi fu ritenuta non attendibile, se non del tutto ignorata o respinta come inventata di sana pianta, fino al termine del XIX secolo, quando il rinvenimento di chiodi simili a quelli descritti nel resoconto portò ad una rivalutazione dell’insieme. Certo, è di notevole suggestione, non si può non rimanere avvinti dal senso di avventura che traspare dalle parole dell’autore: è passato meno di un secolo dalla prima esplorazione documentata delle navi, e si è passati da nuotatori professionisti, i <em>marangoni</em>, ad un’innovativa attrezzatura scientifica con la quale si cala in un mondo inesplorato, alla stregua di un astronauta, nel quale egli è l’intruso. Ma è anche, e soprattutto, una preziosa attestazione di come si presentasse una delle navi: dopo l’impresa di De Marchi, infatti, passeranno tre secoli prima che si decida di nuovo di indagare, trecento anni durante i quali sicuramente avvennero decine di spoliazioni e danneggiamenti, che, unendosi a quanto era stato ritrovato e poi smarrito o rubato (l’architetto stesso fu vittima del furto di un certo quantitativo di chiodi e metalli ivi rinvenuti), comportarono la perdita di preziosi dati per comprendere la natura delle imbarcazioni.</p><p>Torniamo ora al racconto. Dopo aver esplorato la chiglia della nave, Francesco si avventura nell’interno (il corsivo è di chi scrive):</p><blockquote><p>“Dentro della barca v&#8217;erano delli pavimenti de matoni dì tre palmi per ogni verso, e grossi quattro dita, li quali erano rossi come è un carmesino. Ancora cavassimo un pezzo de smalto di un pavimento, il quale era rosso e di bel colore; era cinque palmi per un verso, e otto per l&#8217;altro, grosso un mezzo palmo. In detta barca si vedevano certe scurità, le quali erano le camere del palazzo, che qui ora edificato sopra questa barca, dove non mi attentai di entrarvi per paura di non mi perdere; e ancora per il pericolo dell&#8217;instromento che se per sorte l&#8217;huomo cadesse e non restasse dritto subito saria morto, per l&#8217;acqua che entraria nell&#8217;instromento con tanta velocità, ancora perchè pesa assai bene; ma quando fusse uno che sapesse notare o havesse animo, potria lasciare l&#8217;instromento a basso, e venire di sopra; corne faceva il maestro spesse volte. II maestro diceva che ancora egli haveva paura a entrare in dette camare, perchè se cadeva era necessario lassar l&#8217;instromento, ma trovare la porta di riuscire era il fatto. Il provare con una corda, e tornare per essa hebbi una volta a restarvi, perchè hebbi a cader giù per una scala. Dove che &#8217;1 s&#8217;avisò di voler levar detta barca per di fuori andandola disfacendo. <em>Mi disse che vi sono delli travi di metallo, ma io non gli ho veduti</em>. <em>Trovassimo in quel giorno certo tanaglie che erano attaccate a certe catene della nave, che altri havevano voluto rompere, e cavare della barca</em>; <em>ma mostrava che restassino, per la corda, che si rompesse; come si fece a noi, che attaccassimo un travo con una corda grossa che pareva da nave, e con un argano e un mollinello voltavamo per cavar una quantità di questa barca. Eravamo sedici huomini a girar l&#8217;argano; la gomena si rompè e non potessimo far nulla</em> […] <em>Ancora trovassimo delle ancore, o cose fatte a somiglianza di ancora, quali adoperavano nel tempo del Biondo historico per cavare di detta barca. Vi sono altri c&#8217;hanno parlato di detta barca, che con barche o ponti vi andavano sopra e gittavano a basso instromenti per cavarne</em>; e di quel poco che cavarno ne fecero mentione per iscrittura. Ancora si trovò in esso un pezzo d&#8217;un canone di piombo, grosso tre dita; e haveva tanto di vacuo, che vi entrava il pugno della mano dentro. […] Ancora faccio sapere che detta barca è in detto lago, solo una minima particella vi manca, che manca che maestro Gulielmo levò via; e quella che io cavai. Et di questa barca de Traiano tanto ve ne sia detto.” (7)</p></blockquote><p>Ecco dunque la testimonianza autoptica di un’attività di spoliazione che spesso sconfinava nella più bieca depredazione: chissà quanto dev’essere scomparso nell’intervallo tra le due esplorazioni, che attirarono certamente le attenzioni di quanti intravidero nel relitto un’occasione di rapido arricchimento, e chissà quanto doveva essere svanito in precedenza… Guglielmo aveva riferito a Francesco la presenza di travi in metallo, ma il nostro non le vide più; oltretutto, lo stesso Guglielmo si era evidentemente più volte avventurato nell’esplorazione, e di certo non era stato l’unico. Tenaglie ed altri resti indicavano chiaramente l’attività di altri “estrattori”, che da piattaforme dovevano aver tentato il sollevamento dei reperti come aveva a suo tempo fatto l’Alberti, e come lo stesso De Marchi tentò di fare, con il risultato di lacerare la struttura della nave, danneggiandola irrimediabilmente.</p><p class="aaa3">Cala il silenzio</p><p>Il racconto dell’architetto è importante anche per un’altra serie di motivi: vi sono le misure di quanto risulta visibile dell’imbarcazione, vi sono acute annotazioni riguardanti la posizione e la giacitura del relitto, e vi si trova un breve appunto riguardante un “pezzo d’un canone di piombo”, che passa quasi inosservato all’interno della narrazione complessiva. Come in un gigantesco puzzle, qual è la Storia, di cui alcuni pezzi sono smarriti, altri sono in attesa di essere scoperti o riscoperti per poterne comprendere la collocazione, può capitare di avere la fortuna di trovare due pezzi che si uniscano tra loro, consentendoci di avere un’idea più chiara del quadro complessivo. Recuperiamo così l’interessantissima nota di un altro studioso, l’olandese Steven Pigge (latinizzato, come d’uso a quell’epoca, in <em>Stephanus Pighius</em>), che, venuto in Italia nel 1547, dodici anni dopo l’impresa di De Marchi, riferisce che su quel “canone”, in realtà un fistula acquaria, era riportata la dicitura ti · caesar · augustus · germanicus.</p><p>È una nomenclatura che non trova riscontri in alcuna fonte, in quanto nessun imperatore aveva tale serie di nomi: escludendo l’ultimo termine, potrebbe indicare Tiberio, che la tradizione popolare voleva legato alla creazione delle navi; tuttavia egli non ebbe mai l’appellativo di “Germanico”, al contrario di Caligola che di Germanico, nipote di Tiberio, era figlio. Il nome completo dell’imperatore “folle” era, però, come abbiamo visto, Caio Giulio Cesare Germanico: l’errore dunque non si spiega, forse dovuto ad un errore di trascrizione o interpretazione da parte dell’erudito. È comunque un primo riferimento a Caligola in relazione alle imbarcazioni, finora attribuite a Tiberio o Traiano, come riportato da Flavio Biondo, a sua volta citato da De Marchi. Il secondo, ben più esplicito, è fornito dall’umanista cinquecentesco Pirro Ligorio, che doveva trovarsi a Roma contemporaneamente al De Marchi: nei suoi manoscritti, raccolti in trenta volumi, parla più volte di Nemi, anche se la monumentalità di alcune descrizioni e di taluni ritrovamenti lo spingono a ritenere che nel lago non si celasse una nave, ma fosse sprofondata una villa costruita nel mezzo del lago, per volontà di Caligola. Leggiamo infatti, nel X volume, alla voce <em>lachi</em>, di una villa che “Caio Caligola fece nel mezzo del lago Aricino” aggiungendo di averne letto il nome su “lettere di rilievo di piombo”, probabilmente sul “canone” rinvenuto da De Marchi, del quale conosceva le scoperte citandolo esplicitamente nel volume III nella voce <em>Aricia</em>. Nel V, invece, troviamo la descrizione della “villa”, sotto il termine <em>Caiana</em>:</p><blockquote><p>“Villa di Caio Caligola fatta di legno nel mezzo del lago detto di Nemo in Latio [...] la quale era grandissima et con molto artificio, ove per perpetuarla tutta la foderò attorno di tela e pece greca sopra il legno et poscia la incrostò di lastre di piombo; e tutti gli chiodi grandi e piccoli, fece di rame, et di dentro la foderò del medesimo, et di vari marmi la lastrigò et fermò in tal maniera essa macchina nell&#8217;acqua che era immovibile e da dentro terra in mezzo d&#8217;essa dedusse per canaletti di piombo acqua viva e saitante, cosa ammirabile, et insieme ai nostri giorni sono stati cavati delli suoi fragmenti e nella tavola di piombo sono veduto simili iscrizioni: <em>C. Caesar divi Aug. pronepos Augustus Pontif&#8217;ex Maxìmus, tribun. potest. iii. f. p. imp. ii</em>.; ed altre intitolate: <em>C. Caesar Germanici f. divi aug. nepos. Augustus germ. trib. pot. iii. imp. p. p</em>.” (8)</p></blockquote><p>Nonostante sia stato l’unico ad inquadrare esattamente le navi nel loro periodo storico, Ligorio non venne preso in seria considerazione dagli studiosi, sia per la tendenza, comune tra gli eruditi del Cinquecento, di integrare i reperti, siano essi statue o epigrafi, in base alla propria opinione di verosimiglianza (arrivando anche a creare vere e proprie opere di fantasie), sia per la alquanto sospetta ampiezza delle iscrizioni riportate nella nota, che fece pensare ad una falsificazione.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4244" title="navi-nemi-Fig_02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_02.jpg" alt="" width="600" height="364" /><br /> Un palombaro sta per immergersi nel lago di Nemi (Archivio LUCE 03.12.1928)</em></p><p class="aaa3">Un nuovo tentativo</p><p>Dopo l’avventura di De Marchi, per tre secoli nessuna grande impresa interessò lo specchio lacustre sacro a Diana. Si ha notizia di sporadici ritrovamenti, di pescatori che si tuffavano cercando di portare qualcosa in superficie, di barche che stazionavano nell’area del relitto, causando una lenta ed inarrestabile emorragia di reperti, ma non sembrava più suscitare la curiosità degli studiosi: con grave atteggiamento pregiudiziale di sufficienza, avevano bollato la storia della nave come fantasiosa, trattandosi evidentemente dei resti di una villa un tempo sul pelo dell’acqua, e che era quindi sprofondata restando di fatto irraggiungibile. Del resto le fonti antiche parlavano di possedimenti imperiali nella zona, ed anzi citavano una villa, appartenuta a Giulio Cesare, fatta radere al suolo dal dittatore e ricostruire proprio da Caligola (9): le cose, dunque, sembravano più o meno quadrare, e tanto bastava.</p><p>Solo nel 1827 si decise di intraprendere una nuova esplorazione del relitto, con l’intento di riportarlo completamente alla luce: nel settembre di quell’anno, il cavaliere Annesio Fusconi, davanti ad una moltitudine trepidante, diede il via alle operazioni utilizzando una versione da lui modificata della campana di Halley, tanto grande che permetteva ad otto <em>marangoni</em> di operare contemporaneamente, e che per essere manovrata necessitava di quattro argani. Furono tratti in superficie mattoni bollati, chiodi, e vario altro materiale, per la durata di una ventina di giorni; fortunatamente le condizioni atmosferiche peggiorarono, e Fusconi, che aveva in animo di far riemergere la nave pezzo per pezzo, dovette rimandare le operazioni quando i materiali rinvenuti furono trafugati, come successe tanto tempo prima a De Marchi, venendo meno i fondi, ricavabili dalla vendita dei reperti, per proseguire nella ricerca. La maggior parte fu però recuperata: alcuni pezzi, tra i quali un capitello di colonna in metallo, furono acquisiti dai Musei Vaticani, altri conobbero sorte diversa. Quaranta tavolini in terracotta furono utilizzati come pavimentazione per il gabinetto gotico del principe Alessandro Torlonia nel suo palazzo di Piazza Venezia; altri settanta tavolini in larice ed abete furono comprati sempre dal nobile; parecchi frammenti di trave e in legno furono invece destinati, da Fusconi stesso, ad essere lavorati per ricavarne bastoni da passeggio, tabacchiere, ricordini vari…</p><p>A conferma di quanto la cronologia avanzata da Ligorio fosse stata tenuta in scarsa considerazione, basta notare il titolo con il quale Fusconi pubblicò le memorie della sua impresa, <em>Memoria archeologica idraulica sulla nave dell’imperatore Tiberio</em>, edite nel 1839. Sulla scia di quanto la vulgata accademica andava da tempo credendo, ben più incisivo fu Antonio Nibby, celebre storico e topografo ottocentesco, presente alle operazioni del 1827:</p><blockquote><p>“Celebre è la pretesa nave, da altri detta di Tiberio, da altri di Traiano, esistente sott&#8217;acqua […] Nuove ricerche su tal proposito si fecero a&#8217; giorni nostri, alle quali essendo stato presente, ed avendo esaminato attentamente quanto venne estratto, ed udito da coloro, che vi erano calati, ciò che avevano veduto, parmi poter ricavarsi che la pretesa nave altro non sia che la intelaratura dei fondamenti di un fabbricato; […] che il pavimento o almeno lo strato inferiore di esso era formato di grandissimi tegoloni, posti sopra una specie di graticole di ferro sopra le quali havvi il marchio CAISAR in lettere di forma assai antica; e […] possono vedersi nella Biblioteca Vaticana […] il marchio CAISAR è appunto quello di Cesare, perchè è solo, isolato, non accompagnato dal prenome TI, cioè Tiberio, o dal cognome TRAIANVS; quindi io credo che la pretesa barca altro non sia che il fondamento di questa villa medesima fatto dentro il lago, onde dar luogo al fabbricato superiore; e questo essendo stato distrutto da Cesare stesso, il fondamento sott&#8217;acqua rimase, come pure sott&#8217;acqua si trovano avanzi sconvolti della fabbrica demolita. Il punto scelto per questa villa era opportuno, essendo collocata dirimpetto al tempio della dea, in riva al lago.” (10)</p></blockquote><p>Non si capisce perché Nibby abbia così decisamente voluto negare l’evidenza, dal momento che la chiglia era perfettamente riconoscibile, andando anche contro la logica costruttiva (fondazioni di un edificio o di una piattaforma sarebbero risultate profondamente infisse nel fondale, e non soltanto appoggiate) né fu possibile tuttavia confutarlo, in quanto i materiali da lui menzionati, ossia i tegoloni marchiati, risultarono, dopo attenta ricerca, scomparsi. Anzi, durante il controllo dei materiali, si appurò che anche i reperti elencati da Fusconi come ceduti ai Musei Vaticani erano svaniti. Sulle navi sembra aleggiare una strana maledizione…</p><p class="aaa3">Una Medusa piangente</p><p>Abbiamo visto come i vari tentativi di recupero e di esplorazione integrale delle navi di Nemi fossero affidati all’iniziativa di singoli studiosi o privati in possesso di mezzi finanziari sufficienti. Non esistendo in pratica una tutela legislativa dei reperti rinvenuti (nello Stato Pontificio se ne ha una prima forma nel Chirografo di Pio VII, del 1802, e, soprattutto, nel celebre editto del cardinale Pacca, del 1820), chi li scopriva ne era a tutti gli effetti proprietario, e pertanto ne poteva fare ciò che voleva. È a causa dell’assenza di un qualsiasi tipo di protezione statale, che migliaia e migliaia di reperti antichi sono andati dispersi, se non proprio distrutti. Nel caso di Nemi, centinaia di rinvenimenti furono strappati dal loro contesto per essere esposti come trofei, essere rubati, venire trasformati in oggetti di arredamento. Era ormai chiaro che, date le continue sottrazioni ed i ripetuti danneggiamenti, occorreva un intervento risolutivo e definitivo.</p><p>Nel 1895, venticinque anni dopo la breccia di Porta Pia e l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia, tale sentore si concretizzò in una <em>joint-venture</em> ante litteram, che vide la collaborazione di un soggetto privato con lo Stato. Il lago, infatti, era di proprietà della famiglia Orsini, che addirittura deteneva le chiavi dell’emissario, atto a regolare il livello delle acque: fu ad essa che si rivolse Eliseo Borghi per ottenere l’autorizzazione, su mandato governativo, di ispezionare non solo lo specchio d’acqua, ma anche le rive. Ottenuto in ottobre il permesso, subito vennero intraprese le indagini, che immediatamente, grazie all’avanzata tecnica esplorativa costituita dall’impiego di palombari, regalarono i primi strabilianti reperti. Dopo quasi duemila anni riemerse una ghiera bronzea di timone modellata aa testa di leone, stringente, tra le fauci, un anello; un’altra ghiera, riproducente una magnifica Medusa, descritta, nel momento in cui emerse dalle acque tra le braccia del palombaro grondando acqua, come addolorata sino alle lacrime per la sua pace durata secoli così bruscamente interrotta; “scatole” di testata bronzee, poste al congiungimento di diverse travi strutturali delle fiancate del relitto, sempre a forma leonina; una transenna bronzea lunga oltre un metro; paste vitree e marmi lavorati, tali da far pensare a pavimenti mosaicati; una gran quantità di legno, chiodi con la testa stellata nella parte inferiore, come testimoniato tre secoli prima da De Marchi, e frammenti di ogni genere.</p><p>Furono ritrovati ulteriori fistole acquatiche plumbee, con inciso il nome di Caligola, senza possibilità di errori: l’attribuzione a questo imperatore, ora, non era più in discussione. Risultò evidente che la nave non poteva essere disincagliata tramite argani o leve, ed anzi fu impedita ogni violenza nel sollevare o distaccare parti della chiglia, data anche la sua particolare posizione. Vennero infatti confermati i rilievi effettuati dall’architetto bolognese nel 1535, trovando che la poppa era a sette metri di profondità, contro i quattordici della prua: ogni azione di innalzamento avrebbe comportato la distruzione del relitto. Si trovava in aggiunta immorsata in tre strati diversi del fondale: la parte inferiore era sita in uno strato sabbioso, che altro non era se non l’antico fondo del lago; quella centrale nella melma, per cui si era deteriorata; e la parte superiore, totalmente immersa nell’acqua e perciò marcita. Si comprese inoltre che la chiglia era rinforzata da una piattaforma di tre metri per lato per favorirne la galleggiabilità e garantire una maggiore manovrabilità ai rematori: le testate in bronzo, infatti, furono tutte rivenute intorno lo scafo alla distanza suddetta. Vennero prese finalmente misure decisamente più precise, mediante un piccolo espediente: ai palombari fu detto di legare un sughero alle parti esterne della nave, cosicché, galleggiando in superficie, permettessero di visualizzare l’ingombro del relitto. Ma, soprattutto, in data 18 novembre, fu rinvenuto, a diciannove metri di profondità, a qualche centinaio di metri dal primo, un secondo, maestoso naviglio, di cui si era sempre sospettata l’esistenza e del quale non si aveva mai avuta la conferma. Da esso venne tratta una gran quantità di tegole in rame, frammenti di marmo, pezzi metallici e una testata di una trave con in rilievo un braccio ed una mano..</p><p>Moltissimi reperti vennero acquisiti dal Museo Nazionale Romano, ma, nonostante la presenza dello Stato, altri ritrovamenti ebbero sorte diversa: è il caso di una testa di Elios, bronzea, scomparsa; di una statua, trafugata, mentre altre giunsero al British Museum; di un elmo, che finì a Berlino; di una statuetta di Eros, ora al Museo dell’Ermitage; di ben quattrocento metri di travi e listelli lignei, che, estratti e depositati sulle rive in attesa di poterli ricomporre, finirono per marcire e divennero legna da ardere. Divenne sempre più pressante l’esigenza di mettere in sicurezza, una volta per tutte, lo straordinario insieme di opere incastonate nel fondale del lago di Nemi: diversi studiosi inviarono lettere al ministro della Pubblica Istruzione al fine di sollecitare un intervento deciso da parte del governo, alcune quasi di supplica. Ma dovette passare del tempo, prima che si passasse all’azione.</p><p class="aaa3">Un posto al sole</p><p>La scoperta della seconda nave aveva aumentato lo sforzo, da parte della comunità accademica, affinché lo Stato intervenisse in maniera decisa ed integrale nella gestione del sito di Nemi: è possibile seguire l’intera vicenda e comprenderne l’entità attraverso le lettere inviate al Ministero ed ai dibattiti su riviste specializzate dell’epoca. Tanta premura non fu vana: il ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, sollecitò il ministro della Marina a collaborare, fornendo attrezzature ed un ingegnere navale (prescelto fu l’ingegnere militare Vittorio Malfatti) al fine di effettuare un attento esame dei relitti ed escogitare il modo migliore di recuperarli. Nonostante la precisa ed accurata ispezione, però, non si fece nulla: gli anni intorno al Novecento furono particolarmente delicati, e vi erano priorità più pressanti. La curiosità, intanto, dilagava anche tra il pubblico non specialista, portando ad un fiorire di opuscoli e racconti vari.</p><p>Bisognò aspettare il 1926 perché si agisse: in Italia si era ormai instaurato il fascismo, il mito della romanità era il tema dominante, le navi divennero un potente mezzo di propaganda. Venne istituita una Commissione di Studio, con presidente Corrado Ricci: essa esaminò il lavoro di Malfatti adottandone la soluzione proposta, ossia lo svuotamento parziale del lago tramite emissario. Pochi mesi dopo, nel 1927, Mussolini poté annunciare, durante un discorso tenuto presso la Reale Società Romana di Storia Patria, la volontà di recuperare le navi ed effettuare scavi archeologici nei pressi al fine di scoprire eventuali materiali caduti fuori bordo. Per abbassare la superficie dell’acqua del lago si stabilì di riattivare l’antica galleria, lunga 1653 metri, che in epoca romana fungeva da valvola per mantenere costante il livello del lago ed impedire che il santuario di Diana, che sorge sulle sue rive, venisse sommerso. Si tratta di un’opera stupefacente, con diaframmi posti a filtrare quanto potesse trovarsi in sospensione nello specchio lacustre e fosse in grado di ostruire lo strettissimo passaggio; durante le ispezioni tese ad assicurare le condizioni del condotto, si scoprì che era stato scavato a partire dai due estremi, e che</p><p>“Le incisioni, tutt’ora visibili, lasciate sulla roccia dagli arnesi a punta adoperati, attestano il lavoro duro, paziente ed estremamente penoso che gli schiavi hanno dovuto compiere, obbligati a lavorare raggomitolati od in posizione orizzontale e con limitatissima possibilità di movimenti. L’incontro è documentato dalla opposta direzione delle incisioni, ancora nettamente visibili, lasciate sulla roccia dagli utensili di lavoro ed è stato raggiunto per via di tentativi guidati, verosimilmente, da segnali acustici. In tal modo si sono raccordati i due avanzamenti, che si trovano a divergere fra loro di circa quattro metri in senso planimetrico e di circa due in senso altimetrico. Errore certo non grave, quando si pensi ai mezzi primitivi che, allora, si possedevano per tracciare e mantenere le direzioni di avanzamento e soprattutto quando si pensi che accade, talvolta, anche oggi&#8230;” (11)</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4246" title="navi-nemi-Fig_03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_03.jpg" alt="" width="332" height="582" /><br /> Mussolini che esce dal cunicolo dell&#8217;emissario &#8216;dopo averlo attentamente visitato&#8217; (da Capitolium, V, 1929)</em></p><p>I lavori durarono quasi un anno, fino al settembre del 1928, quando cominciarono ufficialmente le operazioni di svuotamento, sotto lo sguardo incuriosito dell’intera comunità internazionale; nel frattempo vennero avviati i lavori di costruzione di un edificio atto ad ospitare i relitti e di una strada che, affiancandosi a quella romana, diverticolo della Via Appia, consentisse un più rapido accesso alla piana antistante il lago, teatro delle operazioni; contemporaneamente una serie di leggi <em>ad hoc</em> sancì la protezione non solo dei reperti, ma anche del paesaggio che faceva da cornice al lago. Nella primavera del 1929 iniziarono ad emergere le strutture della prima nave: grande fu la meraviglia di quanti, incuriositi, si recarono a visitare l’avanzamento dei lavori, addirittura esponenti del Ministero della Marina inglese, interessati ad esaminare la tecnologia costruttiva dei Romani, rimanendo stupiti di alcune innovazioni tecniche che si pensava ideate secoli più tardi. Centinaia di fotografie furono scattate, testimoniando il progressivo abbassarsi delle acque, mentre venivano approntate le prime strutture atte a reggere lo scafo e consentirne lo spostamento fino alla sede appositamente edificata, a forma di chiglia rovesciata.</p><p>Non erano mancate le polemiche, legate al particolare momento storico, di chi sostenne l’inutilità di recuperare dei relitti ridotti in pratica alla sola struttura a fronte di una spesa enorme, sottintendendo che i problemi del Paese erano ben altri. A tali discussioni rispose in Senato, in occasione della presentazione del bilancio statale dell’anno 1929, il ministro della Pubblica Istruzione:</p><blockquote><p>&#8220;Il Lago di Nemi, il cui livello è stato abbassato di circa 7 metri, ha restituito alla luce del sole una parte della prima nave in condizioni tali da restare ancora una volta confermato, che la terra o l’acqua sono più gelosi conservatori dell’uomo. C’è qualcuno che davanti a quel che rimane della prima nave affondata circa 19 secoli fa, si domanda, se valeva la pena di compiere così enorme lavoro di recupero. Onorevoli Senatori, consentitemi di rispondere a quel qualcuno ed a tutti i dubbiosi: sì, valeva la pena. Se anche le spese e gli sforzi avessero dovuto essere maggiori, sarebbe valsa ugualmente la pena [...] Qualche ingenuo attendeva forse di ritrovare la nave intatta nelle sue strutture e con tutti i suoi ornamenti, e si sente oggi deluso; ma quelli che conoscono le vicende, due volte millenarie, delle navi di Caligola dichiarano che la realtà supera le speranze, e che il rapporto fra lo stato attuale e quello originale della nave scoperta è di gran lunga superiore al rapporto tra lo stato attuale e quello originale del Foro Romano. E c’è poi un immenso interesse tecnico giacchè la nave recuperata ci appalesa a quale perfezione ed a quali virtuosismi fosse pervenuta, presso i Romani, l’arte del costruire navi di legno&#8221;. (12)</p></blockquote><p>Nonostante alcuni inconvenienti tecnici legati all’asciugamento differenziato delle varie parti del relitto e del fondale, le due navi furono in tempi diversi felicemente trasportate all’interno del vastissimo museo, quando completato, segnando la conclusione dell’intera operazione, nel 1930.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4247" title="navi-nemi-Fig_04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_04.jpg" alt="" width="600" height="363" /><br /> Immagine dall&#8217;alto di una delle navi romane durante una fase del recupero (Archivio LUCE 10.09.1929)</em></p><p><em><img title="navi-nemi-Fig_05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_05.jpg" alt="" width="600" height="370" /><br /> La prima nave da poco emersa (Foto da archivio privato)</em></p><p class="aaa3">Ingegneria all’avanguardia</p><p>Finalmente le due navi erano tornate alla luce, a disposizione di chi volesse vederle e studiarle, pronte a rivelare i propri segreti a chiunque avesse avuto la pazienza di leggere un testo fatto non di parole, ma di travi, sapere costruttivo ed ingegno speculativo.</p><p>Lo stupore fu grande: sebbene, infatti, degli edifici ospitati sul ponte non fosse rimasto molto, tuttavia, analizzando la struttura delle navi, che dovevano esser state ovviamente progettate appositamente per sostenere carichi ben localizzati, si iniziò ad ipotizzare su come dovessero presentarsi. Secondo una recente ricostruzione (13), la prima nave ad essere scoperta fungeva da residenza di svago, straordinaria appendice mobile della villa imperiale situata sulla piana antistante il lago, secondo un modello ellenistico che tanto successo avrà in seguito, come con Nerone, ad esempio, per il quale fu allestito dal prefetto Tigellino un festino notturno sullo <em>Stagnum Agrippae</em> nel Campo Marzio a Roma, oppure con Domiziano, sul vicino lago di Albano. Verso poppa doveva presentare degli ambienti chiusi splendidamente ornati, alcuni addirittura riscaldati, mentre dalla parte opposta vi erano probabilmente sacelli e padiglioni. Non era dotata di una propulsione autonoma (non vi era spazio per i rematori), ma doveva essere trainata plausibilmente da due brache più piccole, con funzioni paragonabili a quelle di un moderno rimorchiatore.</p><p>La seconda nave svolgeva invece una funzione cultuale, come testimoniato dal rinvenimento di oggetti sacri, come un sistro, alla venerazione di Iside. Si trattava di una nave colossale, lunga oltre settanta metri, larga venticinque, vale a dire come cinque campi da tennis posti l’uno di fianco all’altro. Anche in questo caso la chiglia non offriva lo spazio sufficiente per i rematori, pena la compromissione della galleggiabilità, ma era fasciata sui lati lunghi da due piattaforme, aventi una distanza massima dal bordo di circa tre metri, nei quali trovavano posto i diversi ordini di vogatori; quattro enormi timoni, due a prua e due a poppa, garantivano una efficiente manovrabilità.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4251" title="navi-nemi-Fig_06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_06.jpg" alt="" width="420" height="315" /><br /> Ricostruzione delle prima nave (da BONINO 2003)</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4252" title="navi-nemi-Fig_07" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_07.jpg" alt="" width="420" height="315" /><br /> Ricostruzione delle seconda nave (da BONINO 2003)</em></p><p>Dovevano essere dei capolavori architettonici ed ingegneristici mozzafiato: e proprio questo era l’intento di Caligola, stupire. Per esaudire le volontà dell’imperatore, non si badò a spese nella realizzazione, ed i risultati, a duemila anni di distanza, potevano ancora esser colti nella loro straordinarietà. Se, infatti, con la ricostruzione poteva essere soddisfatta l’immaginazione (ed oggi è purtroppo l’unica cosa che rimane, coadiuvata, naturalmente, dai dati documentari), tramite i reperti si scoprì che la realtà superava le ipotesi sinora formulate sulle capacità tecniche dei Romani. La chiglia evidenziava la notevole perizia raggiunta nell’arte della carpenteria, con l’utilizzo di legnami differenti per le varie parti sottoposte a sollecitazioni idrodinamiche differenti, e con l’assemblaggio delle giunzioni e delle travi pressati da maggior sforzo. Per distribuire in maniera equivalente l’incredibile peso soprastante su tutta la superficie dello scafo, fu ideato un sistema di pilastri lignei perpendicolari, in corrispondenza dei quali vi erano poste poi le <em>suspensurae</em>, pilastrini in mattoni, sulle quali poggiavano il pavimenti e gli edifici ospitati dall’imbarcazione.</p><p>Ma le soprese non finiscono qui: durante le operazioni di svuotamento del lago, furono rinvenute due grandi ancore, una rivestita da metallo, una in legno, non più conservata. La loro particolarità era di essere a ceppo mobile, ossia che l’asse perpendicolare al fusto dell’ancora era smontabile, innovazione tecnica che si credeva, prima della scoperta delle navi, più tarda di secoli. Sul ceppo di quella in metallo venne anche riportato il peso: 1275 libbre, ossia 417 chilogrammi. E la carena? Già dalla prima esplorazione del 1446 erano visibili i vari strati di cui si componeva, cercando di mantenere lo scafo impermeabile e isolato termicamente: le analisi paleobotaniche e chimiche evidenziarono però un ulteriore accorgimento. La chiglia risultò essere spalmata con minio di ferro, mentre l’impermeabilizzazione era garantita da lana impregnata di una miscela di pece vegetale, di bitume e di colofonia: l’intero rivestimento costituiva un’ottima difesa dagli attacchi dei tipici molluschi che aggrediscono e divorano il legno in immersione, come si può riscontrare sulla chiglia di qualsiasi natante moderno. Casualità o precisa cognizione tecnica? Dinanzi all’abilità costruttiva dei Romani e degli Antichi in generale, i legittimi dubbi che possono nascere di fronte alle loro conoscenze non dovrebbero essere pregiudizialmente liquidati con sentenze aprioristiche, sottovalutandoli.</p><p>Va però precisato che in acqua dolce i suddetti molluschi non vivono, ma è probabile che gli ingegneri, avendo a che fare con Caligola – il cui motto era il celebre “mi odino, purché mi temano” – volessero andare più che sul sicuro. Difatti, nonostante il guscio impermeabile, furono previste anche diverse pompe di sentina, atte a travasare l’acqua penetrata nello scafo fuori bordo. Sulle navi ne furono rinvenute di due tipi: una, classica, simile alla <em>noria</em>, una ruota dentata cui era connessa una catena con una serie di recipienti bronzei, conservatisi, azionata da manovella, così da trasportare l’acqua dal basso verso l’alto; l’altro tipo, invece, costituito da una vera e propria pompa aspirante, costituita da una leva a due braccia collegata a due stantuffi che scendono con movimento alterno, cosicché mentre un cilindro, salendo, risucchiava l’acqua, l’altro, scendendo, la espelleva, il tutto ciclicamente. Nel museo odierno, dell’una vi è solo la ricostruzione, dell’altra, in aggiunta, i miseri resti scampati alla triste fine che colpì le navi.</p><p>Tanti accorgimenti sarebbero bastati di per sé per chinarsi ammirati dinanzi al progresso cui erano giunti gli Antichi senza avere a disposizione gli odierni mezzi, arrivando a concepire attrezzi che, caduti in disuso per secoli, sarebbero stati riscoperti soltanto alla fine del XVIII secolo, come l’ancora a ceppo mobile. Le navi di Nemi, però, coerentemente con la loro incredibile mole, avevano in riserbo un’ulteriore sorprendente dono. Venne infatti scoperto un disco in legno con delle sfere di metallo fissate lungo la circonferenza: evidentemente queste ultime servivano a ridurre l’attrito durante la rotazione del disco, in base allo stesso principio dei moderni cuscinetti a sfera! A cosa servisse, se base di un argano o di una gru, non si sa, ma il gran numero di sfere rinvenute lascia suppore che di strumenti simili dovessero essercene diversi. E non parliamo del rubinetto, conservatosi in perfetto stato…</p><p>Queste sono le meraviglie rimaste, chissà di quanti e quali accorgimenti e creazioni non si saprà mai nulla. Se delle strutture si mantiene poco o niente degli alzati (tegole in rame, splendide colonne di quattro metri di altezza, innumerevoli frammenti marmorei), ma abbastanza per poter avanzare qualche tentativo di ricostruzione, di altro dobbiamo fare ricorso all’immaginazione, unitamente alla logica. Le famose fistole acquatiche che abbiamo incontrato numerose volte in precedenza, ad esempio, furono interpretate come facenti parte di un acquedotto che adduceva l’acqua dalla fonte <em>sulla</em> nave: ciò sarebbe però impossibile, se non ammettendo che l’imbarcazione fosse perennemente all’ancora. Probabilmente sulla nave che fungeva da residenza doveva esserci una cisterna, nella quale veniva fatta confluire l’acqua da apposite collettori posti sui moli (rinvenuti in varie riprese), e dalla quale dovevano dipartirsi varie condutture di servizio per le diverse parti dell’imbarcazione. Una cisterna, inoltre, servirebbe a bilanciare l’enorme peso del palazzo, che, nelle ricostruzioni più recenti, apparirebbe invece, nonostante una piattaforma teorizzata in aggiunta alla chiglia posta a poppa della nave, non molto equilibrato; del resto, avendo fatto l’imperatore costruire già delle terme su imbarcazioni (vd. nota 1), gli ingegneri del tempo non dovevano esser nuovi ad una soluzione del genere. Tutto questo li rende degni della stessa indefessa ammirazione che oggi tributiamo agli architetti di spettacolari edifici all’avanguardia come il Colosseo, il complesso dei Mercati di Traiano ed il Pantheon, soltanto per citare quelli più noti.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4253" title="navi-nemi-Fig_08" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_08.jpg" alt="" width="600" height="368" /><br /> Antica ancora a ceppo mobile nel Museo navi romane (Archivio LUCE 11.04.1940)</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4254" title="navi-nemi-Fig_09" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_09.jpg" alt="" width="600" height="363" /><br /> Un mosaico parzialmente ricoperto di terra (Archivio LUCE 20.09.1929)</em></p><p class="aaa3">Follia umana</p><p>Un imperatore “folle” aveva voluto le due navi. Un gesto folle (questa volta senza virgolette) ne decretò la fine. Resistite due millenni sott’acqua, nonostante le continue spoliazioni, avendo vinto il tempo, seppur danneggiate, scomparirono nel giro di una notte.</p><p>Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale, in una delle fasi più cruente: a Nemi si è asserragliato un distaccamento di truppe tedesche, cercando di controllare il territorio per contrastare l’inarrestabile avanzata alleata da sud. Tra il 31 maggio ed il 1 giugno del 1944 scoppiò un incendio che, trovando facile alimento nel legno degli scafi, divampò con furia devastante: il sole, sorgendo, trovò al posto delle imbarcazioni solo un cumulo di ceneri. Fortunatamente alcuni dei reperti più preziosi, come la serie delle testate in bronzo, erano stati trasportati un anno prima nella più sicura sede del Museo Nazionale Romano, per proteggerli dalla furia del conflitto. Immediatamente fu istituita una commissione d’inchiesta, che arrivò alla conclusione che “con ogni verisimiglianza” l’incendio fosse stato causato dai tedeschi in ritirata. A tale sciagura si andò ad aggiungere la perdita di tutte le centinaia di foto scattate durante le operazioni di prosciugamento, poiché una bomba colpì il locale dove erano conservate, a Genzano; rimasero soltanto quelle già pubblicate.</p><p>Ma l’incendio fu davvero un estremo atto di sfregio di un nemico che sentiva prossima la sconfitta? La relativa incertezza che aleggiava sulla vicenda, unitamente alla decisa smentita da parte del comando germanico, portò alla valutazione di altre ipotesi, alcune delle più fantasiose, altre tristemente possibili. Una di queste, la più probabile, vede protagonista la miseria più nera: nella notte si sarebbero introdotte nel museo alcune persone del luogo che volevano impossessarsi dell’enorme quantità di piombo che ricopriva gli scavi, dato l’alto valore rivestito dai metalli nel periodo bellico. Furono visti lumi aggirarsi nel museo per tutta la notte, prima dell’incendio: la lanterna di uno dei ladri, si vuol sperare accidentalmente, dovette entrare in contatto con il legno delle navi, attecchendo immediatamente. Tutto fu distrutto. E l’enorme spazio vuoto che oggi accoglie il visitatore del Museo delle Navi di Nemi, sembra essere una silenziosa lapide posta a segnacolo del luogo in cui la leggenda divenne realtà, e la realtà, mito.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4261" title="navi-nemi-Fig_10" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/02/navi-nemi-Fig_10.jpg" alt="" width="600" height="371" /><br /> Veduta della nave all&#8217;interno del Museo</em></p><p class="aaa3"><em>Abbreviazioni bibliografiche utilizzate</em></p><p>Barnabei 1895 - Barnabei F., Delle scoperte di antichità nel lago di Nemi, in Notizie degli scavi, Roma, Tipografia della Accademia dei Lincei, 1895, pagg. 361 e ssgg.<br /> Bonino 2003 &#8211; Bonino M., Un sogno ellenistico: le navi di Nemi, Pisa, Felici, 2003<br /> De Marchi 1810 &#8211; De Marchi F., Della Architettura Militare, II, capo 82, Roma, 1810 (rist.)<br /> Ghini 1992 &#8211; Ghini G., Museo navi romane, Santuario di Diana, Nemi, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1992<br /> Nibby 1837 &#8211; Nibby A., Analisi storico-topografico-antiquaria della carta dei dintorni di Roma, Roma, Tip. delle Belle Arti, 1837, vol. II, pp. 395-396<br /> Ucelli 1950 &#8211; Ucelli G., Le navi di Nemi, Roma, La Libreria dello Stato, 1950</p><p class="aaa3">Bibliografia </p><ul><li>Biagini A., <em>Il ricupero delle navi di Nemi: comunicazione fatta al Rotary Club di Roma</em>, Roma, 1928</li><li>Cultrera G., <em>Ricordi dei lavori per il ricupero delle navi di Nemi e di altre singolari vicende</em>, Siracusa, Societa Tipografica , 1954</li><li>Ghini G., <em>Il lago di Nemi &amp; il suo museo</em>, Roma, SAL , 1996</li><li>Giuria E., <em>Le navi romane del lago di Nemi: memoria storica</em>, Firenze, Rassegna Nazionale, 1901</li><li>Giuria E., <em>Le navi romane del lago di Nemi: progetto tecnico per i lavori di ricupero delle antichità lacuali nemorensi e notizie di altro emissario scoperto a Sud del lago</em>, Roma, Officina Poligrafica Romana, 1902</li><li>Giuria E., <em>Le navi romane di Nemi : i progetti tecnici di recupero</em>, Rovigo, Popolare, 1928</li><li>Maes C<em>., Sic Vos, non vobis. La nave di Tiberio sommersa nel lago di Nemi, </em>Roma, Tip. Della Pace di Filippo Cuggiani, 1896</li><li>Maes C., <em>Le navi romane di Nemi : ricorso protesta a S. E. il Ministro dell&#8217;istruzione pubblica</em>, Roma 22 maggio 1902,</li><li>Roma, 1902</li><li>Maes C., <em>Le navi imperiali romane del lago di Nemi: sacrosanta rivendicazione: ricorso a S. M. il re Vittorio Emanuele III in forma di lettera pubblica</em>, Roma, Tip. della Pace di F. Cuggiani , 1902</li><li>Maes C., Re Vittorio Emanuele III e le navi romane di Nemi: [colla] risposta sovrana al ricorso 30 Marzo 1902, Roma, Tip. Della Pace di Filippo Cuggiani , 1902</li><li>Malfatti V., <em>Nuove ricerche nel lago di Nemi e programma per mettere in secco le antichità quivi rintracciate</em>, in <em>Notizie degli scavi</em>, Roma, Tip. della R. Accademia dei Lincei, 1896, pagg. 393 e ssgg.</li><li>Malfatti V., <em>Le navi romane del Lago di Nemi</em>, Roma, Officina tipografica italiana, 1905</li><li>Montecchi L., <em>Nemi : il suo lago, le sue navi</em>, Roma, 1929</li><li>Moretti G<em>., Il Museo delle navi romane di Nemi</em>, Roma, La libreria dello Stato, 1940</li><li>Morgante G., <em>Penultima fase delle navi di Nemi</em>, Roma, 1911</li><li>Morpurgo L., <em>Visita alle navi di Nemi</em>, Roma, 1930</li><li>Ricci C., <em>Gloriose imprese archeologiche: il Foro d&#8217;Augusto a Roma, le Navi di Nemi, Pompei ed Ercolano</em>, Bergamo, Istituto italiano d&#8217;arti grafiche, 1927</li><li>Sabatini F., <em>Le due navi romane nel Lago di Nemi: una odissea archeologica</em>, Roma, Tip. L. Filippini , 1907</li><li>Tomassetti G., <em>Le scoperte nel lago di Nemi</em>, in <em>Nuova antologia</em>, 60, ser. 3., fasc. 1, 1895, Roma, Forzani e c. , 1895</li><li>Ucelli G., <em>I lavori del lago di Nemi</em>, in <em>Rivista Illustrata del Popolo d&#8217;Italia</em>, n. 12, dic. 1928</li><li>Ucelli G., <em>Scienza e tecnica di Roma documentate dall’Impresa di Nemi</em>, Roma, Reale Istituto di Studi Romani , 1946</li><li>Ucelli G., <em>Per la ricostituzione del Museo delle navi romane del Lago di Nemi</em>, in <em>L&#8217;ingegnere</em>, nov. 1948, n. 11., Milano, Industrie grafiche italiane Stucchi , 1949</li></ul><p class="aaa3">Note</p><ul><li>1) Svetonio, <em>Vita dei Cesari</em>, <em>Caligola</em>, 37, Newton Compton, Roma, 1995</li><li>2) Ucelli 1950</li><li>3) Ghini 1992</li><li>4) Barnabei 1895</li><li>5) Barnabei 1895</li><li>6) <em>Pii II Commentarior,</em> II, Roma, 1585, pag. 565</li><li>7) De Marchi 1810</li><li>8)<strong> </strong>Pirro Ligorio,<strong> </strong><em>XXX Libri delle Antichità</em>, Torino, Archivio di Stato</li><li>9) Villa che è stata rinvenuta e studiata soltanto durante indagini condotte nell’ultimo decennio; l’area di Nemi è infatti ancora poco conosciuta, e solo da poco nuovi ritrovamenti hanno iniziato a gettare nuova luce sulla topografia e sulla storia dei luoghi, in gara con i tombaroli. È recentissima la notizia del trafugamento di un notevole reperto, si rimanda a <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/gennaio/15/tombarolo_con_statua_dell_imperatore_co_9_110115018.shtml" target="_blank">http://archiviostorico.corriere.it/2011/gennaio/15/tombarolo_con_statua_dell_imperatore_co_9_110115018.shtml</a></li><li>10) Nibby 1837</li><li>11) Intervento del presidente del fascista <em>Comitato Industriale Scoprimento Navi Nemorensi</em> in Ucelli 1950.</li><li>12) In Ucelli 1950</li><li>13) Bonino 2003</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004240_nemi-navi.html" data-text="Nemi: navi" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004240_nemi-navi.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004240_nemi-navi.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Lavinium (Rm), museo archeologico</title><link>http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 14 Nov 2010 16:05:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Lazio]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[Lavinium]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3433</guid> <description><![CDATA[Situato a Pratica di Mare, una frazione di Pomezia (a sud di Roma, lungo il litorale), il museo interattivo dell’antica Lavinium è stato inaugurato nel 2005. Grazie alla sua modernità e alla sua linea di pensiero incentrata sullo slogan “Esporre per comunicare”, questo museo raccoglie reperti dell’antica città e li presenta al pubblico tramite filmati [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3437" href="http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html/lavinum-museo-sala1"></a><img class="alignnone size-full wp-image-3436" title="LavinumM124" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/LavinumM124.jpg" alt="" width="600" height="321" /></p><p>Situato a <strong>Pratica di Mare</strong>, una frazione di <strong>Pomezia</strong> (a sud di <strong>Roma</strong>, lungo il litorale), il museo interattivo dell’antica <strong>Lavinium</strong> è stato inaugurato nel 2005.</p><p>Grazie alla sua modernità e alla sua linea di pensiero incentrata sullo slogan “Esporre per comunicare”, questo museo raccoglie reperti dell’antica città e li presenta al pubblico tramite filmati e ricostruzioni animate di alcuni scorci della vita degli antichi padri. L’unione tra testi e immagini, reperti e filmati-ricostruzioni (anche in 3D) con le colonne sonore danno forza a una nuova idea di percepire il museo e il messaggio che esso può dare.</p><p>Alcuni brani dell’Eneide avvolgono l’atmosfera di un’aura sacra e allo stesso tempo misterica, i giochi di luci affascinano l’ospite di quello che non è più un semplice museo ma un oscuro corridoio che porta indietro di 2700 anni, in quello che era e che sarà sempre il centro sacro e il cuore pulsante dell’italica stirpe fondata da Enea e continuata dai suoi discendenti tramite la grande civiltà di Roma antica.</p><p class="aaa3">Sala I</p><p><em><img title="Lavinum-museo-sala1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-museo-sala1.jpg" alt="Lavinium (Rm), museo archeologico" width="600" height="372" /><br /> Sala I</em></p><p>La <strong>prima sala</strong> è intitolata alla <strong>Tritonia Virgo</strong> (Vergine Tritonia), una statua in terracotta di Minerva (Athena), collocata nel santuario laviniense poiché protettrice dei giovani che intraprendevano il passaggio verso l’età adulta e verso la maturazione civica. Il nome <em>Tritonia</em> si deve alla presenza del Tritone al suo fianco. Questa divinità marina, metà uomo e metà pesce, era il padre di Pallade, la famosa compagna di giochi di Athena, accidentalmente uccisa dalla dea. E proprio questo nesso tra la giovane Minerva-Athena che gioca con l’amica Pallade e la divinità adulta, ci indica la sfera protettiva dei fanciulli che diventano uomini.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3438" title="Lavinum-Tritonia Virgo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-Tritonia-Virgo-.jpg" alt="Tritonia Virgo" width="400" height="600" /></em><br /> <em>La statua della Tritonia Virgo</em></p><p>Altre statue fittili (in terracotta), provenienti da una favissa (fossa votiva) del santuario, vengono esposte nella prima sala. Sono tutte datate tra V e III secolo a.C. Il video “Riti di passaggio” da vita e voce a queste statue facendo vivere (a loro e al pubblico) quello che era sentito come il punto obbligato per chi voleva e doveva diventare il nuovo cittadino di una società come quella latina.</p><p class="aaa3">Sala II</p><p>La <strong>seconda sala</strong> ci riporta al <strong>Mundus muliebris</strong> (mondo femminile) ricco di esempi di acconciature e di mode in voga nel mondo latino tra V e II secolo a.C.</p><p>Le statue, che ci mostrano l’eleganza delle mode tra la prima e la media Repubblica romana, provengono sempre da fosse votive del santuario di Lavinium. Qui presenziano fanciulle appena adolescenti, future e novelle spose: le acconciature sono impresse nell’arte statuaria fittile.</p><p class="aaa3">Sala III</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3439" title="Lavinum-museo-sala-nave" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-museo-sala-nave.jpg" alt="" width="600" height="400" /></em><br /> <em>Sala III</em></p><p>La <strong>terza sala</strong> ha la forma di una nave antica, quella stessa nave che portò in salvo il pio Enea, l’anziano padre Anchise e il piccolo figlio Iulo-Ascanio nella funesta notte che segnò la rovina e la caduta della gloriosa Troia omerica. Le coste laziali divennero il nuovo porto sicuro dell’eroe troiano che qui fondò Lavinium, in onore alla sua sposa Lavinia.</p><p>La città è mostrata, nella sua evoluzione da villaggio di capanne a vero e proprio insediamento urbano, alla luce delle scoperte archeologiche. Un filmato espone come si costruiva una nave e quali potevano essere i pericoli di una traversata per mare. Tutto ciò mostra la nuova patria di Enea: <strong>Hic domus Æneae.</strong></p><p class="aaa3">Sala IV</p><p>La <strong>quarta sala</strong> riassume lo spirito della <strong>Civitas religiosa</strong> ovvero di Lavinium “città religiosa”, città di culti antichissimi e di memorie degli avi. È inscindibile la realtà cinetica del mondo dei vivi da quella statica e oscura del mondo dei defunti: i corredi di una necropoli protostorica scoperta negli anni ’70 mostra la semplicità e l’austera pratica dell’incinerazione nella nuda terra.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3442" title="Lavinum-museo11" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-museo11.jpg" alt="Sacerdote virtuale" width="600" height="337" /><br /> Il sacerdote virtuale</em></p><p>Più avanti nella sala il filmato in 3D di un sacerdote virtuale ci condurrà nell’atmosfera del luogo di culto più famoso e visitato dell’antico Lazio: il santuario extraurbano dei Tredici altari (ormai 14 in seguito alla recente scoperta dell’ultimo) presso l’Heroon (santuario eroico) di Enea.</p><p class="aaa3">Sala V</p><p>La <strong>quinta sala</strong> mostra il plastico di una tomba principesca, con annesso corredo, dell’età orientalizzante (VIII-VI secolo a.C.), riconosciuta come il famoso Heroon di Enea, un tumulo di VII secolo a.C., utilizzato fino al IV a.C. Il tutto è avvolto da una selva oscura di alberi morti e da un religioso silenzio.</p><p><a rel="attachment wp-att-3443" href="http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html/lavinumm070-071"><img class="alignnone size-full wp-image-3443" title="LavinumM070-071" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/LavinumM070-071.jpg" alt="" width="600" height="467" /></a></p><p>L’installazione video-scenografica mostra un espediente narrativo (in lingua italiana ed inglese) in cui viene elogiata l’umanità del personaggio Enea. Le scritte scorrono ai lati di una grande porta ricostruita sulla falsariga dei portali arcaici dei tumuli in area etrusca e laziale. Queste porte sono la cesura tra due mondi: il presente e il futuro, la vita e la morte come seconda vita nella memoria dei posteri. E se anche alcune imprese degli eroi accrebbero la propria portata in seguito e con invenzioni successive, la loro vera grandezza sta nell’essere ricordati ancora oggi, dopo millenni di distanza e di riposo nelle case dell’Ade.</p><p>È l’inizio di un mito che terrà in piedi speranze e sogni, preghiere e ritualità di un mondo in evoluzione: è la nascita del culto di <strong>Æneas Indiges</strong>, l’Enea Indigete, eroe locale divinizzato dopo la morte e venerato come nume tutelare della nazione.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3448" title="lavinium-13_altari" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/lavinium-13_altari.jpg" alt="Lavinium altari" width="600" height="648" /></em><br /> <em>Gli altari, collocati nel sito archeologico, poco distante dal Museo</em></p><p><em>Nota: Chi scrive ha potuto visitare di persona nell’agosto 2010 il museo di Lavinium ritenendo doveroso comporre un articolo dedicato alla memoria delle origini della civiltà romano-italica. Lo stesso, complimentandosi per la realizzazione dell’opera museale innovativa, auspica un rinnovato interesse nelle nostre radici e nella curiosità per il mondo del passato, stimolata con l’aiuto di mezzi tecnologici modernissimi.</em></p><p class="aaa4">Siti web</p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.museopomezia.it/" target="_blank">http://www.museopomezia.it/</a></span></p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.culturalazio.it/site/it-IT/Community/Buone_Gestioni/Buone_Gestioni/buonegestioni_13.html" target="_blank">www.culturalazio.it/site/it-IT/Community/Buone_Gestioni/Buone_Gestioni/buonegestioni_13.html</a></span></p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.anticalavinium.it/" target="_blank">http://www.anticalavinium.it/</a></span></p><p><a rel="attachment wp-att-3449" href="http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html/lavinum-museo12"><img class="alignnone size-full wp-image-3449" title="Lavinum-museo12" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-museo12.jpg" alt="" width="600" height="329" /></a></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3450" title="Lavinum-museo13" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/11/Lavinum-museo13.jpg" alt="" width="600" height="400" /></em><br /> <em>Altre due vedute delle sale del museo al piano superirore</em></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html" data-text="Lavinium (Rm), museo archeologico" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003433_lavinium-rm-museo-archeologico.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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