<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Emilia Romagna</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/luoghi/italia/emilia-romagna/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano</title><link>http://www.archeoguida.it/006936_bologna-sette-chiese-di-santo-stefano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006936_bologna-sette-chiese-di-santo-stefano.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 14:39:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Sara Bini</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6936</guid> <description><![CDATA[Il complesso ecclesiastico di Santo Stefano sorge ora entro il centro storico bolognese e all’interno di quell’ultima cinta muraria, detta Circla, che cinse la città a partire dall’inizio del XIII secolo e della quale adesso rimane il ricordo nell’andamento urbano dei viali di circonvallazione. Il complesso viene abitualmente chiamato “le Sette Chiese” e ciò grazie [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>complesso ecclesiastico di Santo Stefano</strong> sorge ora entro il centro storico bolognese e all’interno di quell’ultima cinta muraria, detta <em>Circla</em>, che cinse la città a partire dall’inizio del XIII secolo e della quale adesso rimane il ricordo nell’andamento urbano dei viali di circonvallazione. Il complesso viene abitualmente chiamato “<strong>le Sette Chiese</strong>” e ciò grazie al fatto che effettivamente la basilica si articola in una serie di edifici addossati l’uno all’altro che però non raggiungono più il numero di sette, che venne in realtà scelto dalla tradizione soprattutto per il suo valore mistico. Santo Stefano ha subito infatti nei secoli notevoli rimaneggiamenti, soprattutto durante il XIX e XX secolo, che contribuirono a conferirgli l’aspetto visibile attualmente. Ancora più antico è l’appellativo “Santo Stefano detto Gerusalemme”, la <em>Sancta Hierusalem</em> bolognese, e con tale dicitura la troviamo negli atti notarili della città, fin da quelli antecedenti l’anno <strong>Mille</strong>.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6938" title="Bologna, le Sette Chiese di Santo Stefano," src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Figura-1-Il-complesso-di-Santo-Stefano1.jpg" alt="Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano" width="600" height="407" /></em><br /> <em>Il complesso di Santo Stefano</em></p><p><strong>Gli edifici del complesso di Santo Stefano</strong></p><p>Gli edifici che formano il <strong>complesso stefaniano</strong> hanno avuto diverse dedicazioni attraverso i secoli. Attualmente la chiesa in cui si officiano le liturgie è la <strong>chiesa di San Giovanni Battista</strong> (titolo che possedeva anche nel 1019) <strong>o del Crocefisso</strong>, prima chiamata <strong>chiesa della Passione</strong> (1637) e prima <strong>ancora San Giovanni di Sotto o della Maddalena</strong> (1575). La parte alta dello stesso edificio è chiamata <strong>San Giovanni Battista di Sopra</strong>. Sotto il presbiterio si accede a un’elegante cripta ad oratorio che durante il Rinascimento era titolata<strong> Chiesa dei Confessi</strong> (1520). Mediante un piccolo accesso sul lato settentrionale della chiesa di San Giovanni Battista si accede alla <strong>Rotonda</strong>, <strong>dedicata a Santo Stefano</strong> nel 1019, chiamata poi <strong>Santo Sepolcro</strong> nel 1520 e infine oggi è conosciuta come <strong>Calvario</strong>. Attraversando la Rotonda, verso nord, si giunge nella<strong> chiesa dei Santi Vitale e Agricola</strong> che, nel 1942 ha ripreso l’antico titolo conosciuto nel 1019.</p><p>Cambiò infatti nel 1141 quando venne <strong>dedicata a Sant’Isidoro</strong>, poi ancora alla fine del XIV secolo, quando venne<strong> intitolata a San Pietro</strong> e di nuovo nel XIX secolo, chiamata <strong>chiesa dei Santi Pietro e Paolo</strong>. Sempre attraverso la Rotonda ma mediante un accesso a est è possibile giungere nel<strong> Cortile di Pilato</strong>, nome che lo spazio ha avuto fin dal 1520 quando prima invece era semplicemente chiamato <em>atrium in medium</em> (testimonianza del 1141). Dalla parte opposta rispetto il <strong>Calvario</strong>, a est del cortile, è posta la <strong>Chiesa della Trinità</strong> (dedica dal 1620), prima conosciuta come <strong>Chiesa della Croce</strong> o del Golgota (1141). Dietro di essa vi è una piccola<strong> cappella dedicata alla Sacra Benda</strong> alla quale si può accedere mediante il <strong>grande Chiostro</strong> che caratterizza tutta la zona orientale del complesso.</p><h3>Origini delle Sette chiese di Santo Stefano</h3><p>La basilica è sicuramente <strong>uno dei monumenti più antichi di Bologna</strong> e uno dei primi che vennero costruiti dai cittadini all’inizio dell’era cristiana. Proprio per questa sua vetusta origine, la data di costruzione non è conosciuta e per ora solo la tradizione ha attribuito la sua fondazione a<strong> San Petronio</strong>, vescovo di Bologna tra il 431 e il 450 ed odierno patrono della città, che venne sepolto proprio all’interno di Santo Stefano. Fu proprio quest’ultimo avvenimento a creare tale tradizione poiché nel mondo cristiano antico era abitudine che il vescovo commissionante un’importante chiesa cittadina vi trovasse poi riposo dopo la morte.</p><p>Per quanto riguarda la dedicazione a<strong> Santo Stefano</strong>, essa viene ricordata tale fin dal V secolo: è presumibile quindi che fin dalle origini il complesso, o parte di esso, fosse dedicato al Protomartire. Sappiamo dalle fonti, infatti, che le sue reliquie vennero rinvenute a <strong>Gerusalemme</strong> nel 415 e da quell’anno, in tutta la cristianità, cominciò a espandersi con grande fervore il suo culto e sorsero numerosi edifici ecclesiastici a lui dedicati. Se, come abbiamo detto, attualmente la basilica sorge all’interno dell’ultima cerchia urbana medievale, è vero che in origine la prima cinta muraria della città, detta “di selenite” e mai precisamente datata ma sicuramente esistente prima del Mille, racchiudeva una porzione molto piccola del tessuto urbano e dalla quale la basilica non era compresa. Il complesso sorse inoltre vicino alle due grandi vie di comunicazione dell’antica <em>Bononia</em> romana: la via Emilia, verso Rimini e corrispondente all’attuale Strada Maggiore, e la via <em>Flaminia minor</em>, verso Arezzo e identificata con l’attuale via Santo Stefano.</p><p>Era posto quindi nel suburbio cittadino e già dalla fine del IV secolo l’area fu utilizzata come cimitero cristiano formato da un piccolo recinto e una <em>trichora</em> (santuario cruciforme) collocata dove ora sorge la<strong> chiesa della Trinità</strong> (una delle chiese del complesso). L’elemento a forma di croce viene raffigurato in una pianta realizzata nel 1574/1575 da un architetto bolognese, Ottaviano Mascherino, in occasione di alcuni lavori al complesso stefaniano che non vennero poi realizzati (1). Questo edificio non compare però già più nella successiva pianta che abbiamo a disposizione raffigurante il complesso e riferibile al lavoro del perito agrimensore <strong>Francesco Martinelli</strong> datato all’inizio del XVII secolo (2). Fu nel recinto funerario del primitivo Santo Stefano che nel 387 o nel 393 sant’Ambrogio assieme a San Petronio traslarono le reliquie dei due santi <strong>martiri bolognesi, Vitale e Agricola</strong> che il vescovo milanese aveva scoperto in un cimitero giudaico.</p><h3>“Rotonda” stefaniana</h3><p>Sicuramente è l’edificio ecclesiastico a pianta circolare il più particolare di tutti quelli che compongono il complesso. Secondo molti studiosi è infatti questo il nucleo più antico dell’intera basilica, risalente al II secolo d.C., in piena età imperiale. Si tratta di una costruzione ottagonale e irregolare al cui centro è posto un giro di diciannove colonne (cinque in mattone, sette in marmo cipollino affiancate da altre sette in mattoni) (3). Le <strong>sette colonne di marmo cipollino</strong> vengono da molti identificate come gli ultimi resti di un tempio dedicato a <strong>Iside</strong>. A favore di tale ipotesi sappiamo che nell’area immediatamente antistante la basilica venne rinvenuta un’iscrizione recante il nome della dea egiziana la cui copia è ora murata sul perimetrale nord della <strong>chiesa di San Giovanni Battista</strong>. Quando poi l’edificio venne modificato per il nuovo culto cristiano, i costruttori scelsero di recuperare le sette colonne di pregiato marmo che avevano a disposizione dalla costruzione precedente. L’irregolarità dell’edificio, che si allarga verso l’adiacente chiesa dei Santi Vitale e Agricola, causa il bisogno di un ulteriore sostegno per la parte superiore e viene quindi utilizzata una colonna di reimpiego in marmo nero con una base sottostante, sempre reimpiegata. Questa viene poi chiamata, sempre dalla tradizione, la “Colonna della Flagellazione” e diventa così un altro richiamo alla Passione di Cristo.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6939" title="Bologna, le Sette Chiese di Santo Stefano, cortile e catino di Pilato" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Figura-2-La-Rotonda-e-al-centro-il-Catino-di-Pilato.jpg" alt="Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano" width="600" height="407" /></em><br /> <em>La Rotonda e al centro il Catino di Pilato</em></p><h3>Santo Stefano nell’alto Medioevo</h3><p>Importanti vicende colpirono la basilica durante l’occupazione longobarda dell’Italia e più precisamente nel 727, anno in cui il popolo germanico, guidato da <strong>Liutprando</strong> e <strong>Ildebrando</strong>, occupò Bologna e vi instaurò un presidio nella zona orientale della cerchia di selenite (poi chiamata “<em>additio</em> longobarda”), proprio dove sorgeva Santo Stefano. Fortunatamente i <strong>Longobardi</strong> si erano già convertiti alla religione cristiana sotto il regno di Cuniperto (morto nel 700) e quindi i due re, giunti a Bologna, furono favorevolmente accolti dall’allora vescovo Barbato e, secondo la tradizione, insieme fondarono la chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Del loro passaggio rimane il ricordo nel cosiddetto “Catino di Pilato”, ora posto al centro del cortile interno, sul cui orlo è incisa un’iscrizione che ricorda i due sovrani. Si tratta di un grande vaso di pietra, decorato con costole verticali, che inizialmente era destinato a raccogliere le offerte dei fedeli per le celebrazioni liturgiche. In origine doveva essere collocato nella stessa chiesa dedicata al Battista che avrebbero fondato insieme i due sovrani.</p><h3>Le vicende del complesso dopo il Mille</h3><p>Gli anni a cavallo del Mille furono sicuramente più burrascosi per il complesso stefaniano. Prima di tutto abbiamo notizia che verso la metà del IX secolo, il vescovo di Bologna cedette al vescovo di Parma, Vibondo, Santo Stefano con tutte le sue pertinenze ecclesiastiche e patrimoniali. Fu sicuramente una decisione politica in quanto <strong>Vibondo</strong> era un fedelissimo sostenitore dell’allora imperatore Carlo III il Grosso che infatti gli riconfermò il possesso della chiesa nell’anno 887 indicandolo come “<strong>Santo Stefano, detto Gerusalemme</strong>”. Pochi anni più tardi, tra l’899 e il 900, vi fu l’ennesima calata degli Ungari in Italia che già da qualche anno compivano scorrerie valicando i confini dell’impero.</p><p>Per evitare il saccheggio da parte di questa popolazione, vennero nascoste le reliquie dei santi martiri Vitale e Agricola, da tempo custodite all’interno del complesso stefaniano. Anni di intenso rinnovamento edilizio interessarono la città di Bologna tra la fine del secolo X e l’inizio del secolo XI. In quegli anni a Santo Stefano l’abate Martino fece costruire una cripta a oratorio sotto il presbiterio della chiesa di San Giovanni Battista. Era una tipologia di cripte che ebbe fortunato uso e diffusione proprio negli anni immediatamente successivi al Mille e viene detta “a oratorio” per l’ampiezza dello spazio utilizzato, diviso in navate ed entro la quale si poteva sostare comodamente in preghiera.</p><p>Lo stesso abate Martino il 3 marzo 1019 trasferì entro la nuova cripta le reliquie dei martiri bolognesi poiché la chiesa a loro dedicata aveva bisogno di restauri. In quell’occasione la chiesa dei Santi Vitale e Agricola cambiò dedicazione e venne intitolata a<strong> Sant’Isidoro</strong>. A memoria dell’antico titolo venne però scolpito un rilievo raffigurante i due martiri con Cristo al centro la cui copia è ancora visibile sopra l’entrata della stessa chiesa, dove era originariamente collocata. Per quanto riguarda la decorazione architettonica sembrano ascrivibili allo stesso secolo anche alcuni capitelli posti nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola.</p><h3>Santo Stefano detto <em>Hierusalem</em></h3><p>Le reliquie nascoste in occasione della calata degli <strong>Ungari</strong> alla fine del IX secolo vennero nuovamente rinvenute solo nel 1141. In quell’anno venne compiuta una minuziosa ricerca per ritrovarle e della quale si è conservato un puntuale rendiconto. Un altro importante documento che ci descrive sommariamente la disposizione e le vicende del complesso stefaniano è la <em>Vita</em> di San Petronio, descritta da un monaco rimasto anonimo (4). In quest’opera l’autore, oltre a narrare la vita del santo, descrive la basilica di Santo Stefano come una delle tante imitazioni del complesso gerosolimitano chiamandola, infatti, con l’antico appellativo <em>Hierusalem</em> (5).</p><p>Costruzioni che in qualche modo riprendevano gli edifici di Gerusalemme cominciarono a venire innalzate lungo le vie dei pellegrinaggi in tutta Europa. Già a partire dal IV secolo i fedeli desideravano visitare i luoghi della Passione di Cristo ma a partire dall’VIII secolo e soprattutto durante il X secolo, una Gerusalemme ormai conquistata dai musulmani causò un diradamento dei pellegrinaggi verso questa terra (6). Per questo motivo le costruzioni edificate a imitazione della cupola dell’<em>Anastasis </em>o il Santo Sepolcro gerosolimitano volevano essere una possibile meta di pellegrinaggio sostitutiva. A tutto questo non va tolto il rinnovato interesse per i sovrani carolingi del culto per la Terrasanta e proprio questi sono gli anni della costruzione della cappella funeraria di San Michele di Fulda (ca. 820) dove riposano le reliquie di San Bonifacio.</p><p>Una <strong>chiesetta dedicata al Santo Sepolcro</strong> e datata a circa il 934 sorge nella <strong>Valle Tiberina</strong>. Alla fine del X secolo risale il piccolo sacello della basilica di Aquileia, visibile ancora oggi. È probabile che negli stessi anni di attività dell’abate Martino si cominciarono i lavori al grande chiostro collocato a est ma, vista la decorazione tardo-romanica dei capitelli e delle basi della galleria, potrebbero essere stati prolungati fino al XIII secolo.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6940" title="Bologna, le Sette Chiese di Santo Stefano, chiostro con colonnato e pozzo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/12/Figura-3-Il-chiostro-orientale.jpg" alt="Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano" width="410" height="600" /></em><br /> <em>Il chiostro orientale</em></p><p>Sempre durante il XII secolo si collocò il cenotafio di Cristo in forma di edicola a tomba al centro della Rotonda, ripreso poi nel XIV secolo che gli conferì l’aspetto attuale. Inoltre venne costruita la galleria superiore posta tra il muro dell’edificio e le colonne al centro sopra le quali fu innalzata una cupola a dodici spicchi.</p><p><strong>Santo Stefano e San Petronio</strong></p><p>Fino al<strong> XIV secolo</strong> rimase quindi Santo Stefano la chiesa di Bologna che custodiva il culto del vescovo Petronio, che rimase sempre caro alla città e ai suoi cittadini. La questione cambiò quando nel 1388 il Comune decise di costruire una nuova basilica dedicata esclusivamente a San Petronio, affacciata sulla piazza principale della città, piazza Maggiore, dove la vediamo tuttora. I monaci di Santo Stefano corsero allora ai ripari e, approfittando del momento di grande tensione politico-religiosa provocato dallo <strong>Scisma d’Occidente</strong>, fecero credere che il corpo di San Pietro non si trovasse a Roma, sotto il Vaticano, ma proprio a Santo Stefano e, più precisamente, nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Proprio lì, infatti, era stato rinvenuta la sepoltura di un individuo con un’iscrizione, <em>Simon</em>, che venne identificata con Pietro.</p><p>I pellegrini cominciarono a visitare il monastero che riuscì finanziariamente a resistere alla costruzione della basilica di San Petronio che gli tolse il primato nella venerazione del santo vescovo. Poco dopo, però, Eugenio IV smentì il fatto che la tomba di Pietro si trovasse a Bologna e punì i monaci stefaniani con la chiusura a porte murate della chiesa dei Santi Vitale e Agricola. L’edificio, lasciato in stato di abbandono, crollò. Dopo la costruzione della basilica comunale il Piazza Maggiore, la festività legata al santo patrono di Bologna venne eseguita dai canonici di San Petronio. Durante quella giornata i monaci di Santo Stefano “prestavano” il reliquiario contenente il capo del vescovo facendo redigere un atto notarile che impegnava i canonici alla restituzione dando una garanzia di diecimila scudi. Il giorno di festa la reliquia veniva esposta in San Petronio e, dopo il vespro, veniva riportata a Santo Stefano con una solenne processione.</p><p><strong>Dal Rinascimento ai nostri giorni</strong></p><p>Alla fine del XV secolo il vescovo di Bologna Giuliano della Rovere, che diverrà poi papa nel 1503 col nome di <strong>Giulio II</strong>, si preoccupò della situazione in cui era stata lasciata la basilica di Santo Stefano e provvide subito a rimediare. Ottenne il permesso dall’allora papa Alessandro VI per introdurre una nuova comunità monastica che qualche tempo prima era stata sostituita da preti secolari. Erano monaci benedettini della congregazione di San Pietro a Maiella, detti “Celestini” e presenti a Bologna già dal 1368 (7).</p><p>Il vescovo bolognese riuscì anche a far restaurare la diroccata chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Furono quindi anni di intensa attività per il complesso: nel 1469 due orefici eseguirono su commissione del vescovo un tabernacolo d’argento per custodire la reliquia della “<strong>Sacra Benda</strong>”, nel 1475 <strong>Nicolò Sanuti</strong> collocò una transenna a colonnine tra le colonne della Rotonda, nel 1488 si iniziarono i lavori per la costruzione del piccolo pulpito in muratura ancora visibile nell’angolo settentrionale della chiesa di San Giovanni Battista. Anche nei secoli seguenti numerosi interventi interessarono il complesso stefaniano: nel 1568 venne eseguito, ad opera di Gaspare e Antonio Billi, il sarcofago dei Santi Quaranta Martiri, nel 1574 venne eretta la <strong>cappella di Santa Giustina</strong> sotto al portico del Cortile di Pilato, nel 1632 venne rifatto il pozzo del chiostro, nel 1637 venne rifatto il presbiterio della chiesa di San Giovanni Battista.</p><p>Nel 1743 i monaci donarono la reliquia contente il capo del Santo vescovo a Benedetto XIV che, a sua volta, la donò ai canonici di San Petronio dove è tuttora conservata. Nel corso del XVIII secolo vennero compiuti lavori nel dormitorio e nel refettorio dei monaci da parte del Dotti (1700-1710) e dal 1738 il patrimonio di Santo Stefano fu concesso al Senato di Bologna che lo tenne fino al 1797 quando vennero soppressi gli ordini religiosi durante il periodo napoleonico, anni in cui, molto probabilmente, la chiesa subì anche il saccheggio di arredi liturgici. Attualmente vi risiedono i Benedettini Olivetani che si stabilirono nel complesso fin dal 1941.</p><h3>Gli scavi archeologici nell’area di Santo Stefano</h3><p>All’inizio del XX secolo l’area di Santo Stefano fu interessata dai primi scavi archeologici finalizzati a conoscere l’antichità del complesso ecclesiastico. Iniziarono il 13 settembre del 1920 attorno alla chiesa del Crocifisso e portò alla luce la vasta area cimiteriale con tombe a cassa a copertura piana e a doppio spiovente (8). Altri scavi vennero effettuati nel 1984 nella piazza antistante la chiesa. Venne rinvenuta una vasta platea, riferita alla fase petroniana del complesso, composta da marmi diversi per tipologia e dimensioni e quindi di recupero da precedenti costruzioni (come è successo per le colonne di cipollino presenti nella Rotonda) (9).</p><p>Grazie a queste indagini archeologiche molto si è riuscito a capire e a studiare del complesso di Santo Stefano. Numerosi sono però ancora i dubbi che circondano l’edificio, molti dei quali forse non si potranno mai ovviare.</p><h3>Note</h3><ul><li>1. Lenzi 1987, pp. 176-181.</li><li>2. Nikolajević 1987, pp. 70-87.</li><li>3. Bergonzoni 1987, pp. 50-57.</li><li>4. Fanti 1987, pp. 125-139.</li><li>5. Fanti 1984, pp. 122-133.</li><li>6. Neri 1971.</li><li>7. Fasoli 1987, p. 16.</li><li>8. Donini – Belvederi, 1924.</li><li>9. Gelichi 1987, pp. 58-69.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>AA.VV., <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano in Bologna</em>, Bologna, 1987.</li><li>F. Bergonzoni, <em>Le Sette colonne</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>B. Borghi, <em>In viaggio verso la Terrasanta: la basilica di Santo Stefano in Bologna</em>, Argelato, 2010.</li><li>L. Donini – G. Belvederi, <em>Gli scavi nella chiesa di Santo Stefano</em>, Bologna, 1924.</li><li>M. Fanti, <em>Sulla simbologia gerosolimitana del complesso di Santo Stefano di Bologna</em>, in “Il Carrobbio”, X (1984).</li><li>M. Fanti, <em>I luoghi e gli edifici della “Hierusalem”<br /> bolognese nella </em>Vita<em> latina di San Petronio</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>G. Fasoli, <em>Le “Sette Chiese”: una vicenda ultramillenaria</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>S. Gelichi, <em>Scavi nell’area del complesso di Santo Stefano</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>D. Lenzi, <em>Un progetto di ristrutturazione del complesso stefaniano non realizzato</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>D. Neri, <em>Il Santo Sepolcro riprodotto in occidente</em>, Gerusalemme, 1971.</li><li>I. Nikolajevi</li><li>, <em>L’architettura nelle<br /> planimetrie più antiche</em>, in <em>7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano</em>, Bologna, 1987.</li><li>R. Scannavini, <em>La piazza Santo Stefano: da trebbo medievale a piazza prospettica rinascimentale</em>, Bologna, 1991.</li></ul><h3>Immagini</h3><p>Vedi la galleria con tutte le <a href="http://www.archart.it/italia/Emilia-Romagna/provincia-Bologna/Bologna-sette-chiese-di-Santo-Stefano/index.html" target="_blank">foto delle Sette chiese di Santo Stefano</a></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006936_bologna-sette-chiese-di-santo-stefano.html" data-text="Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006936_bologna-sette-chiese-di-santo-stefano.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006936_bologna-sette-chiese-di-santo-stefano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ravenna, Basilica di San Vitale, decorazioni vegetali nei mosaici</title><link>http://www.archeoguida.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:18:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandra Pignotti</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[mosaici]]></category> <category><![CDATA[Ravenna]]></category> <category><![CDATA[San Vitale]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2694</guid> <description><![CDATA[Il mondo vegetale nei mosaici della Basilica di San Vitale a Ravenna Il mondo vegetale è protagonista indiscusso della maggior parte delle decorazioni musive della basilica di San Vitale. 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È certo che qui non si può parlare di naturalismo perché si tratta di riproduzioni artistiche che secondo determinati schemi e convenzioni ritrae ognuno il mondo naturale secondo un aspetto a volte più verosimile altre più stilizzate , ma dall’andamento sinuoso e virtuosistico.</p><p>Le prime decorazioni che si notano entrando nella basilica sono frammentarie e provengono dalla pavimentazione originaria della chiesa. I frammenti del mosaico pavimentale mostrano una decorazione vegetale a girale continuo; la pianta sfruttata per questo elemento decorativo puramente decorativo sembrerebbe l’acanto.</p><p>L’acanto è una pianta della famiglia delle Acantacee , Dicotiledone, erbacea molto diffusa nel Mediterraneo a foglie larghe pennatofide, talvolta spinose con fiori rossi o rosei e frutto a a capsula .Il mito greco vuole che una ninfa amata da Apollo,Acanta, si sai tramutata in acanto per sfuggire al dio. Nel mondo classico l’aspetto decorativo della pianta la porta ad essere molto usata per i capitelli(corinzi e corinziegianti ) e per ornare varie parti in scultura, pittura e mosaico (2). Nel mondo pagano l’acanto per l’essere sempreverde, la lega alla simbologia di immortalità e di eternità . Nel cristianesimo medioevale simboleggia la consapevolezza del peccato ma anche il cielo.</p><p>Nell’arte paleocristiana tale pianta si presta molto come elemento riempitivo e alternativa a motivi figurati sia con resa verosimile alla realtà dove sono rese le foglie della pianta sia come “people-scrool “in cui si creano girali abitati da figue umane o teriomorfe. I girali degli spicchi di mosaico sono resi con eleganza e sembrerebbero ricordare la tradizione romana di questo motivo.</p><p>A mio avviso , in questo caso,non si dovrebbe dare nessuna interpretazione simbolica si tratta di un motivo di repertorio che il musivarius ha realizzato con tutta la sua maestria. Le tessere sono sistemate in modo da creare l’effetto del chiaroscuro o meglio della luce-penombra. Ad una prima visione dall’alto i girali sembrerebbero dipinti sul pavimento e colorati con pennellature a puntini. L’abilità del mosaicista risiede nel nascondere la fatica della sua opera, fingendo di avere realizzato un mosaico “spontaneo “. Tale finzione è tradita dalla scioltezza delle linee e del disegno e dall’eleganza del motivo.</p><p>Altro frammento pavimentale di motivo floreale proviene dal sacello di San Vitale ; presenta una decorazione di “genere “ con uccelli e sarmenti fioriti e un vaso su uno sfondo bianco neutro. Questa rappresentazione è minuziosa nella resa dei singoli elementi , sottolineata da un sapiente uso delle tessere colorate. È curioso notare come le tonalità usate per il pavimento siano tenui e delicate contrapposte alla vivacità della zona presbiterale e absidale . Infatti, altri mosaici vegetali o decorazioni musive figurate con motivi vegetali sono quelli della zone absidale e dalla zona presbiterale, che peraltro sono quelli rimanenti dell’ ornamento della chiesa ; non ci sono altre figurazioni vegetali in mosaico.</p><p>Compreso tra il fregio dei quindici medaglioni del grande arco e il presbiterio si collocano due fasce coloratissime di elementi geometrici tra fiori bianchi ,azzurri , rosa, e di altri colori difficili da identificare botanicamente. Questi fiori vivaci ed eleganti non hanno nessun richiamo con la realtà o con la Bibbia. Questo indurrebbe a pensare che siano solo a scopo riempitivo. Forse il mosaicista “soffre” di horror vacui ? Non è investigabile.</p><p>Le immagini del presbiterio e dell’abside si dividono in:</p><ol><li>scene figurate con sfondi di paesaggio (VT NT doni imperiali e San Vitale ) di interni e di esterni</li><li>campi decorati con piante, “nature morte” scene di “genere e di completamento di un contesto allegorico.</li></ol><p>Le scene figurate sono contestualizzate da certi elementi in ambienti interni o esterni.</p><p>È particolare l’uso generalizzato di un verde brillante per i prati e i pavimenti ; più specifico con fiori e arbusti sono i prati un solo albero da l’idea del paesaggio con qualche roccia delle scene di Abramo nella lunetta della patere sinistra del presbiterio. Irrealistico è il paesaggio degli Evangelisti Luca e Giovanni e di Geremia. Articolato con particolari è il paesaggio di Mosè e la Legge e rocce che seguitano nella scena sotto Mosè sempre nella parete sinistra del presbiterio. La parte destra del presbiterio mostra una concezione simile alla sinistra; si tratta probabilmente di una convenzione scelta dal mosaicista per rappresentare i vari paesaggi delle scene bibliche..</p><p>Per il paesaggio di Mosè anche di qua si è più precisi il fuoco per l’incontro con il roveto ardente (Dio) e Mosè pastore con un pascolo. Di nuovo è completamente irreale l’architettura del paesaggio del profeta Isaia. Rocce e verde contestualizzano gli Evangelisti Marco e Matteo. Evidentemente il mosaicista ha concepito il paesaggio secondo una retorica semplice e apparentemente non elaborata per risaltare il contenuto delle scene principali. È lo stile di questa maestranza che ha fatto questa basilica.</p><p>Ci sono studiosi che nel caso di San Vitale e nel caso di San Apollinare in Classe sostengono che il paesaggio è praticamente escluso dalla rappresentazione, eccetto la forma del paradiso terrestre come nel mosaico absidale di San Apollinare in Classe, dove è ordinato come Hortus di essenze ridotte a puri segni simbolici ; il paesaggio si svolgerebbe di conseguenza secondo costoro bidimensionalmente a incorniciare i simboli divini (3).</p><p>A mio parere questa interpretazione andrebbe rivista , non è vero che l’arte paleocristiana e quella bizantina o alto medioevale si concentri solo sull’uomo come entità etica e metafisica né che quando la descrizione del paesaggio è più attenta sia una ripresa del repertorio classico o tardo romano.</p><p>A San Vitale e nel medioevo si hanno semplicemente altri interessi ,altri gusti, altre richieste dai committenti, differenti maniere d’espressione derivanti da diverse estetiche che oggi non si possono per la maggior parte dei casi ricostruire per mancanza di dati e di reperti conservati o per una mal conservazione dei pezzi . ad esempio perché in passato non si era bene restaurata la cappella Sistina si riteneva che fosse stata realizzata da Michelangelo con colori tenui e pastello ., invece c0on gli ultimi restauri sono usciti fuori dei colori così brillanti e vivaci da essere misconosciuti da alcuni critici dell’arte.</p><p><a rel="attachment wp-att-2709" href="http://guida.archart.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/ravenna-san-vitale-mosaici01"><img class="alignnone size-full wp-image-2709" title="ravenna-san-vitale-mosaici01" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-mosaici01.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="422" /></a></p><p>Nell’abside si vede un paesaggio paradisiaco che no è dio questo mondo. Il paradiso qui è raffigurato con l’aspetto del giardino dell’Eden con fiori e fiumi sgorgano dell’Eden .</p><p>Le due scene laterali dell’abside sono abbellite da due scene di doni di suppellettili liturgici a San Vitale da parte della coppia imperiale Giustiniano e Teodora , il primo nel palazzo con un paesaggio semplice ridotto a paraste o pilastri ai margini della scena uno strano soffitto con “ventagli di foglie” e un pavimento di colore verde. La seconda in un cortile adiacente al giardino del palazzo con architetture che accennano al luogo ( fontana , decorazioni architettoniche, tende, gazebo ) e il solito verde ( pavimento o già giardino?) .</p><p>il paesaggio dell’abside nel contesto umano è artefatto, ma si mostra semplice grazioso , leggiadro e di garbo . La realizzazione nel suo insieme sembrerebbe armoniosa e euritmica tra il paesaggio e il contesto umano e del “creato”. La tecnica decorativa applicata è un unicum dell’arte paleocristiana e ravennate.</p><p>Nell’antichità e in altri periodi dell’arte, infatti, sono state operate delle scelte criticate dai contemporanei e dai posteri , ma che spesso hanno dato una ventata di novità come i mosaici della basilica di San Vitale. Non si sa cosa pensassero realmente i ravennati di VI secolo di questi capolavori ; non si sono conservate fonti critiche al riguardo. In <em>opus musivum</em> sono raffigurate anche piante a sé che non si legano ad una figurazione complessa di scene narrative. Infatti ,oltre il grande arco è il presbiterio con un soffitto diviso in quattro settori o vele da festoni con: :</p><ul><li>girali di acanto allungati, descritti minuziosamente nelle piccole venature e separazione delle foglie ,abitati da animali e fiori a quattro petali di varie forme sull’arancio e sul rosso e da cui fuoriescono foglie cuoriformi (edera)</li><li>ghirlande allungate in verticale di foglie lanceolate forse di lauro intrecciate con fiori bianchi (gigli) e fiori bianco e rossi in boccio (rosa)</li><li>serti allungati in verticale di foglie lanceolate forse di lauro intrecciate con melograni, fiori a quattro petali bianco–rossi , pere, cedri e uccelli..</li></ul><p>Questi si alternano tra loro così:</p><ul><li>un angelo e due girali di acanto ai lati su sfondo aureo</li><li>due festoni di foglie ai lati su sfondo aureo</li><li>un angelo e due girali di acanto ai lati su sfondo verde neutro con fiori a quattro petali “volanti attorno”</li><li>due festoni di foglie ai lati su sfondo aureo.</li></ul><p>I fiori rosa e bianchi dalla forma rotondeggiante con sfumatura più scura verso l’esterno sono rose rappresentate in maniera non molto dissimile dal mosaico tardo antico di Piazza Armerina, Villa del Casale che riproduce la raccolta delle rose ; la realizzazione formale dei due mosaici non sembrerebbe molto differente e confrontabile se non fosse per la diversa epoca di realizzazione dei due mosaici e provenienza. Certa è l’assimilazione della tecnica musiva romana a Ravenna, ma non corretto e possibile il confronto tra le due opere. Ciò sarebbe un paragone distorto e fuorviante  (4).</p><p><a rel="attachment wp-att-2710" href="http://guida.archart.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/ravenna-san-vitale-mosaici02"><img class="alignnone size-full wp-image-2710" title="ravenna-san-vitale-mosaici02" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-mosaici02.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="334" /></a></p><p>La rosa oggi è uno dei fiori più diffusi comuni e belli del mediterraneo ; nell’antichità il tipo coltivato dagli antichi Greci e dai Romani è totalmente diverso dalle specie selvatiche oggi diffuse nel mediterraneo e da quelle coltivate (5).La rosa gallica è la specie nota agli antichi e usata per decorazioni floreali e per la costituzione di giardini. Si tratta di una specie molto semplice detta a volte a cinque petali per la caratteristica corolla a cinque petali . originaria del continente asiatico sud occidentale(Persia e Media) nota dai Greci sin dall’epoca omerica . le altre specie e le più ornamentali rose con più di cinque petali sono sconosciute nell’antichità . La bellezza e la delicatezza del fiore sono delle caratteristiche riconosciute universalmente per questo il suo evidente carattere decorativo la vincola all’arte. La sua forma e la sua bellezza , infatti , si prestano ad una interpretazione simbolica .</p><p>Tradizionalmente, presso il mondo classico, è allo stesso tempo simbolo di virtù e di lussuria per la sensualità prodotta dai suoi petali e dal loro uso lussuoso nei banchetti e nei convivi. Per i Romani, tale fiore è simbolo di amore trascinante e passionale , di orgoglio , di vittoria . è il fiore per antonomasia della dea Venere, dea della bellezza e dell’amore.</p><p>I giardini dei Romani sono ricchi di rose tra le varie specie botaniche ; più particolare e rara è l’usanza di piantarle vicino le tombe, documentata nelle iscrizioni testamentarie. A questo ultimo costume si lega l’associazione alla morte e alla “resurrezione” (6).</p><p>Nel mondo cristiano la rosa assume un simbolismo complesso. È simbolo:</p><ul><li><strong>martiriale<br /> </strong>ovvero la rosa ricorda la passio di Gesù e dei martiri</li><li><strong>virginale </strong>/ <strong>purificatorio<br /> </strong>perché la rosa bianca è indice di purezza per via del colore bianco e del fiore in sé delicato , puro e non “violato”</li><li><strong>escatologico<br /> </strong>in quanto le sue spine ricordano i peccati dell’uomo come fiore terrestre; l’assenza di queste segnala la citazione della rosa dell’Eden , una specie senza spine. Tale a volte si lega alla figura della vergine Maria con l’attributo di “ la rosa senza spine “ perché lei è l’unica donna esente dalle conseguenze del peccato originale e priva di peccati.</li></ul><p>Nelle varie parti dei mosaici in cui questa essenza compare nella basilica di San Vitale, si nota il carattere decorativo ed estetico , ma non è da escludersi una sua valenza simbolica visto il contesto religioso di propaganda del culto di San Vitale a Ravenna. I fiori bianchi di dimensioni notevoli delle varie pareti mosaicate della basilica di San Vitale per forma e per colore rappresentano i gigli. Dal punto di vista botanico il giglio si presenta come una pianta a bulbo squamoso , fusto dritto , foglie lanceolate e grandi fiori terminali, solitari o riuniti in grappoli (7) Ci sono sei stami ad antera oscillante ; il frutto è una capsula. Appartiene al genere Lilium , della famiglia delle Gigliacee ; conta varie specie (circa 80 ) provenienti dall’Europa , dall’Asia , dall’America settentrionale. Può avere un’altezza compresa tra 1,20 e 1,50 m. La specie più diffusa è il <em>Lilium candidum</em>, dal profumo intenso e dalla corolla nettamente bianca. Tuttavia, molto interessanti e in via dei crescente diffusione , sono i gigli colorati , specie di origine esotica :</p><ul><li><em>Lilium auratum (Giappone)</em></li><li><em>Lilium tigrinum </em></li><li><div lang="en-GB"><em>Lilium longiflorum (Bermuda)</em></div></li><li><div lang="en-GB"><em>Lilium regale</em></div></li><li><div lang="en-GB"><em>Lilium concolor,</em></div></li><li><em>Lilium “carniliolicum” (8)</em></li></ul><p>La specie bianca è originaria dell’Asia occidentale fino all’Anatolia; è giunta nel mediterraneo in epoca molto antica ed è nota anche per le notevoli proprietà medicinali .</p><p>Notevole e comune a tutte le specie di giglio è l’interesse decorativo per l’eleganza dei fiori portati da lunghi steli netti .Per questo motivo è sfruttato come elemento araldico e considerato dagli araldisti il più nobile dei fiori : nell’arte araldica presenta un enorme varietà di forme:</p><ol><li>arabescato</li><li>a ferro di lancia</li><li>a tre foglie appuntite</li><li>a più di tre foglie</li><li>a più di tre foglie forate</li><li>a più di tre foglie merlettate</li><li>a più di tre foglie accattorciate</li></ol><p>Nella basilica di San Vitale il giglio, di dimensioni ragguardevoli, ricorda per forma il tipo araldico a tre foglie , ma la resa delle foglie presenta una convenzione rappresentativa verosimile alla realtà come un “artifizio naturale”. La sua iconografia e iconologia si prestano anche ad un’interpretazione simbolica del fiore. Nell’antichità è effigiato nelle rappresentazioni egizie e cretesi sin dal II millennio a. C. .Nella Bibbia compare il giglio non bianco, ciò è una documentazione del fatto che la specie bianca non è nota agli ebrei del V. T (9).</p><p><a rel="attachment wp-att-2711" href="http://guida.archart.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/ravenna-san-vitale-mosaici03"><img class="alignnone size-full wp-image-2711" title="ravenna-san-vitale-mosaici03" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-mosaici03.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="423" /></a></p><p>La sua introduzione botanica è dovuta ai greci per il suo valore terapeutico e perciò considerata prezioso e regale. È un fiore che nel mondo classico è considerato regale e simbolo di purezza per il suo candore , con nobiltà pari alla rosa secondo Gaio Plinio Secondo Il Vecchio. (Nat. Hst. XXI,11). La sua fortuna dal punto di vista dell’architettura del paesaggio continua ininterrottamente nel mondo tardo antico. Nel mondo cristiano, il giglio, nell’arte, assume un forte significato simbolico ereditato dal mondo pagano, legato al suo candore .</p><p>Il giglio bianco è simbolo di purezza perciò diviene simbolo della Vergine Originariamente è usato come attributo delle sante vergini . Il giglio tra le spine è simbolo della purezza preservata tra i peccati del mondo e quindi dell’Immacolata Concezione . Uno degli eventi della Vergine, quello dell’Annunciazione, è associato ai gigli ., Legato a questo episodio, diviene attributo dell’Arcangelo Gabriele. Raramente Gesù –bambino è raffigurato mentre offre un mazzo di gigli ai santi ; qui i gigli simboleggiano la virtù di castità .</p><p>“Il giglio della valle “ è il primo fiore del’anno e annuncia il ritorno della primavera. Per questo motivo poi nel cristianesimo è diventato simbolo dell’Avvento di Cristo ; il suo candore e la sua dolcezza sono attributi dell’Immacolata Concezione : “ io sono la rosa di Sharon e il giglio delle valli ( Canto di Salomone 2:1 ) .</p><p>Le vele seguono una colorazione di sfondo diagonale a due a due gli sfondi con gli angeli sono oro o verde. Le tessere sonno disposte in modo da dare una forte luminosità interna all’immagine e sono di tonalità vivaci che si smorzano con alcune tonalità più scure e di colore diverso ( es. blu/ verde ) come se si trattasse di una pittura di colori giustapposti come si è soliti vedere nell’arte contemporanea con l’impressionismo, ma qui siamo nel periodo di passaggio tra la fine dell’antichità e l’inizio dell’arte alto medioevale, che cos’è allora ? Una novità tecnica coloristica dell’epoca che è utili8zzata nel VI secolo : l’uso di colori diversi o di tonalità differenti per la resa della luce del chiaro scuro.</p><p>Al centro della volta a vela è raffigurato l’Agnello Divino nimbato in bianco su sfondo stellato blu racchiuso in una corona di alloro incorniciata tra cerchi aurei. Queste fronde ricche di elementi flogistici e faunisitci sono eseguite con estrema cura nel dettaglio e attenzione nel disegno delle figure che sono sublimate dai colori delle tessere .</p><p>Il lauro è una pianta che si è prestata ad essere rappresentata in composizioni floreali. È originaria dell’Asia Minore e importata nel mediterraneo per il legame nel mondo classico con il dio Apollo. È usata per cingere poeti e i vittoriosi cari ad Apollo. Il suo carattere sempreverde ne fa una tra le piante sacre e di interpretazione simbolica;nel mondo classico è simbolo del trionfo associato ad Apollo, così nella tradizione cristiana, legato alla tradizione romana, riprende l’accezione della vittoria trionfale applicata al trionfo di Cristo sulla morte, di eternità. È anche simbolo di castità e della Madonna.</p><p>Difficile è stabilire se nella volta abbia un significato simbolico o meno; secondo me l’unica valenza simbolica potrebbe essere quella del trionfo di Cristo vincolata alla figura allegorica dell’Agnello. Questo non mi impedisce di affermare che l’alloro qui si presta straordinariamente come pianta ornamentale piegata dal musivarius a occupare uno spazio curvo con un risultato virtuosistico molto disinvolto.</p><p>La frutta in queste corone vegetali è varia e variegata ; analizzando ogni singola specie si potrebbe ricavare un valore simbolico a sé, ma in questo caso la presenza del melograno non deve richiamare la passione ,la sessualità o la regalità , valori noti dall’antichità,né i cedri a Cristo o a Maria(Cedro del Libano ) per il valore di forza e grandezza e fedeltà che deriva dalla tradizione classica di Pomo delle Esperidi e di tipo orientale nell’ambito sessuale (10).</p><p><a rel="attachment wp-att-2712" href="http://guida.archart.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/ravenna-san-vitale-mosaici04"><img class="alignnone size-full wp-image-2712" title="ravenna-san-vitale-mosaici04" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-mosaici04.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="402" /></a></p><p>Si tratta della citazione di vari tipi di frutta che ha lo scopo di mostrare l’abbondanza dei frutti e la loro varietà ; si tratta anche di <em>varietas</em> compositiva. Il <em>musivarius</em> evidentemente ha voluto variare la decorazione che sui lati del presbiterio è simmetrica e speculare per la scelta delle scene delle lunette e nella struttura generale dei due “fronti”. Non si può dire se le parti figurate e quelle vegetali di questo soffitto siano frutto della stessa mano o di un altro artista. L’ambizione di questo mosaico curvo risiede nella grande cura ed eleganza e dell’ insieme e dei particolari , non tutti visibili dal basso .Inoltre l’alta retorica è ribadita dall’uso al centro di un linguaggio elitario non comprensibile a tutti e il diffuso dispendio dell’oro che non serve unicamente per la luce o altro.</p><p>La parete sinistra del presbiterio presenta alternate alle scene figurate della lunetta e fuori la lunetta dell’arcata, immagini floreali al di sopra e della trifora del piano del matroneo. Si tratta di due enormi vasi a due anse da cui scaturiscono due serie di spirali di tralci di vite. Il motivo è molto diffuso nel mondo classico su sculture , sarcofagi e mosaici soprattutto a partire dal III secolo, durante il principato dei Severi ; si legano al culto di Dioniso/Bacco e al suo significato simbolico escatologico del carattere misterico (11).</p><p>La vite nell’ Antichità ha una doppia valenza:</p><ul><li><strong>simbolica<br /> </strong>esuberanza dei grappoli rimanda all’abbondanza e il vino all’ebbrezza e al potere inebriante</li><li><strong>ornamentale<br /> </strong>per la capacità di svilupparsi con tralci che si attorcigliano formando girali.</li></ul><p>Nell’Antico Testamento l’invenzione del vino è attribuita a Noè ( Gen 9: 20-21 ) .Nella tradizione cristiana si lega a Cristo:</p><ul><li>“Io sono la vite , voi i tralci “(Giov 15,1 Mt. 26, 26 Mc 14,22, Lc 22, 14 )</li><li>“allo stesso modo prese il calice e disse: prendete e bevetene tutti questo è il calice del mio sangue …” (NT)  (12)</li></ul><p>La vite e i suoi prodotti sono stati considerati allusivi all’unione con il divino; ma qui c’è questo riferimento? In assenza di prove per una ipotesi al riguardo non è consigliato pronunciarsi. Il modo di rappresentare questa pianta a San Vitale farebbe supporre ad una citazione romana, ma sarà stato reperibile un modello classico a Ravenna nel VI secolo ? quale interesse si aveva a citare un’opra del passato? Si ripete specularmene lo stesso schema decorativo sulla parete sinistra. Decorazioni vegetali nel presbiterio sono:</p><ul><li>nelle coperture delle arcate delle trifore fiori e piante coloratissime</li><li>entro campi trapezoidali sopra i pulvini spirali stilizzati del piano superiore e nature morte di cesti o capitelli a canestro di frutta e con uccelli alternati due lati su sfondo non definito .Si tratta di mot8ivi di repertorio che sono resi bisenso originale e spontaneo con scopo ornamentale.</li></ul><p><strong>Nell’abside</strong> ci sono:</p><ul><li>un ‘arcata di cornucopie policrome incrociate con fiori vivaci alternati a uccelli e mazzetti artificiali di foglie con il crismon al centro</li><li>una fascia curva di tralcio continuo di vite abitato su sfondo blu e</li><li>le parti interne delle arcatelle absidali con fiori dai lunghi pistilli simili a strane ninfee di colore blu rosa e verde su sfondo blu scuro</li></ul><p>nella facciata in alto della trifora che appare di fronte lo spettatore, guardando l’abside da due canestri ai lati e da due vasi sopra i pulvini delle arcatelle, si dipartono racemi a voluta diversificati:</p><ul><li>al centro acanto</li><li>ai lati la vite</li></ul><p>Questi motivi ornamentali sono concepiti come gli altri del presbiterio; anche nell’abside il mosaicista sentirebbe l’esigenza:</p><ul><li>di coprire ogni spazio vuoto come se fossero pitture continue o meglio tappeti</li><li>di variare la decorazione cambiando le piante da rappresentare e piegare agli spazi ora curvi ora rettilinei</li></ul><p>La grandezza di queste decorazioni e di pretendere di essere come le scene principali eleganti , belle ,raffinate ricche, abbondanti attraverso la grandezza degli elementi e il loro dettaglio o la cura estrema delle singole parti , a volte miniaturistiche rispetto alle altre. I colori sono quasi violenti e gestiti come se ricevessero la luce dall’interno con contorni scuri e l’interno molto chiaro. Le foglie sono bicolori di blu o di verde o blu e verde ; è una cosa che si vede solo a Ravenna . si può riscontrare nell’adiacente Mausoleo di Galla Placidia , dove l’ornamentale si incontra con il simbolico e dialoga o si annulla con esso. La funzione estetica di queste piante è chiara ma non si sa se avessero altre valenze.</p><p><a rel="attachment wp-att-2713" href="http://guida.archart.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/ravenna-san-vitale-mosaici05"><img class="alignnone size-full wp-image-2713" title="ravenna-san-vitale-mosaici05" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-mosaici05.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="442" /></a></p><p>La qualità è elevatissima, non scalfita anche in questi motivi di riempimento. È dubbia l’attribuzione di questi mosaici a una sola mano o ad altri artisti della maestranza ; c’è che si chiede se ci possa essere la possibilità di un cantiere con più maestranze contemporaneamente a San Vitale, dato che si sa che più compagnie hanno lavorato contemporaneamente a Ravenna in vari edifici con linguaggi e stili unici e differenti nella stessa fabbrica per Sarebbe sbagliato confrontare cinicamente le chiese di VI secolo sia tra loro sia di Ravenna,trovando somiglianze, analogie, ripetizioni e disuguaglianze, perché ognuna è un opera d’arte unica e irripetibile.</p><p>Il mondo vegetale della basilica di San Vitale contribuisce allo splendore e al fascino di questa basilica, forse la chiesa più ambiziosa di Ravenna.</p><p class="aaa3">Bibliografia</p><ul><li>Bandinelli. 2000<br /> Ranuccio Bianchi Bandinelli”La Fine dell’arte antica” Bur</li><li>Bendazzi, 1994<br /> W. Bendazzi – R.Ricci “Ravenna guida ai monumenti e ai musei della città “, 1994</li><li>Benzi, 1999<br /> Benzi, “Paesaggio Mediterraneo”, 1999</li><li>Dourmont, 1981<br /> Dourmont , 1981, in Herausgegeben Von Temporini Hildegard ,”Principat- Walter de Guyter “Berlin – New York 1981 pp. 290-317 .</li><li>Leocaldano, 1968<br /> P. Leocaldano e A. Solomi, “Enciclopedia Universale Larousse “, 1968 Milano</li><li><div lang="en-GB">Magrini, 1972<br /> G. Magrini. “Guida Verde”, 1972.</div></li><li><div lang="en-GB">Mercante , 2001<br /> A.S.Mercante , “Dizionario dei miti e delle leggende “, 2001</div></li></ul><p class="aaa3">Note</p><p>(2) Mercatante ,2001, p.20, voce Acanto</p><p>(3) Benzi, 1999, p. 21 e in port. Nota 15</p><p>(4) Benzi, 1999, pp. 150-152.</p><p>(5) Si tratta di specie più complesse introdotte prevalentemte dalla Cina nel 1700 .</p><p>(6) Mercante, 2001, p542, voce rosa .</p><p>(7) Leocaldano, 1968, p. 142. v.d. voce giglio della parte bot. E arald.</p><p>(8) Magrini, 1972,p 336 pianta giglio .</p><p>(9) Ciò che segue è riscontrabile in Benzi, 1999, p.150 giglio</p><p>(10) Benzi 1999., pp. 80 per il melograno originario della Asia occidentale ; 98 per il cedro originario della Media ; 133 per il cedro del Libano importato in Europa nel 1683.</p><p>Mercante , 2001, p.169, voce Cedro.</p><p>(11) Bandinelli. 2000, pp.. 48 52</p><p>(12) Benzi,1999, p.83.</p><p>Mercante , 2001, P.626 , voce Uva .</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html" data-text="Ravenna, Basilica di San Vitale, decorazioni vegetali nei mosaici" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002694_ravenna-basilica-di-san-vitale-decorazioni-vegetali-nei-mosaici.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ravenna, Basilica di San Vitale, mosaici</title><link>http://www.archeoguida.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:18:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandra Pignotti</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Luoghi]]></category> <category><![CDATA[mosaici]]></category> <category><![CDATA[Ravenna]]></category> <category><![CDATA[San Vitale]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2692</guid> <description><![CDATA[Molto spesso si guarda, si studia e si visitano le basiliche di Roma e nel mondo, ma non capita quasi mai di fermarsi ai dettagli. I nuovi studi, di cui questo testo cerca di far parte, si muovono sul cercare il senso e il significato dell’arte e dell’archeologia dialogando con diverse discipline e rivalutando le [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2703" href="http://guida.archart.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html/ravenna-basilica-san-vitale01"><img class="alignnone size-full wp-image-2703" title="ravenna-basilica-san-vitale01" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-basilica-san-vitale01.jpg" alt="Ravenna, Basilica di San Vitale" width="600" height="413" /></a></p><p>Molto spesso si guarda, si studia e si visitano le basiliche di Roma e nel mondo, ma non capita quasi mai di fermarsi ai dettagli. I nuovi studi, di cui questo testo cerca di far parte, si muovono sul cercare il senso e il significato dell’arte e dell’archeologia dialogando con diverse discipline e rivalutando le posizioni del passato.</p><p>Si cercherà di descrivere e illustrare la componente vegetale dei vari mosaici paleocristiani della Basilica di San Vitale a Ravenna all’interno dell’ambito figurativo cui appartengono.</p><p>Si fornirà, dove opportuno, un’interpretazione, il valore e il significato delle immagini che si prederanno in esame. Il percorso di indagine si avvarrà di conoscenze botaniche, archeologiche storico- religiose e filosofiche (simbologie) e iconografico- iconologiche del settore artistico. Il fine sarà mostrare l’unicità e l’eccezionalità della maestranza revennate della basilica nonché il pensiero e il gusto sottesi nell’arte musiva tra le più ambiziose di Ravenna.</p><p>La basilica di San Vitale appare come un vero e proprio prodigio di sapienza tecnica, di audacia nelle forme strutturali e di esaltante splendore degli elementi decorativi. Rappresenta un esempio eccezionale di meravigliosa conservazione di mosaici, contribuendo alla ricchezza del patrimonio dei mosaici della città di valore mondiale .Benché questo edificio religioso sia una struttura straordinaria di architettura e di decorazione musiva locale,gli studiosi non hanno ancora analizzato la chiesa con attenzione ai particolari che possono risultare secondari come i vari elementi che costituiscono un mondo vegetale unico. Si tratta di una serie di ornamenti vegetali da contestualizzare nelle scene figurate o che ornano a tappeto le pareti della basilica. </p><p class="aaa3">Ravenna : il contesto culturale e urbano della Basilica</p><p>Ravenna è la città del mosaico, riconosciuta patrimonio mondiale dall’UNESCO con la motivazione :” L’insieme dei monumenti religiosi paleocristiani e medioevali locali è d’importanza straordinaria in ragione della suprema maestria artistica dell’arte del mosaico. Essi inoltre sono la prova delle relazioni e dei contatti artistici e religiosi di un periodo importante della storia della cultura europea”. La basilica di San Vitale appare, come si è già accennato, come un vero e proprio prodigio di sapienza tecnica, di audacia nelle forme strutturali e di esaltante splendore degli elementi decorativi.</p><p><a rel="attachment wp-att-2705" href="http://guida.archart.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html/ravenna-san-vitale-interno02"><img class="alignnone size-full wp-image-2705" title="ravenna-san-vitale-interno02" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-interno02.jpg" alt="Ravenna, basilica di San Vitale, mosaici" width="600" height="903" /></a><a rel="attachment wp-att-2704" href="http://guida.archart.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html/ravenna-san-vitale-interno01"></a></p><h2>Basilica di San Vitale: edificio e mosaici</h2><p>San Vitale è un edificio caratterizzato da pianta centrale a otto lati ed è composto da un corpo interno più alto (che contiene la cupola) e da uno esterno, di sostegno per l’ambulacro (pian terreno) e per il matroneo (primo piano). L’architettura di questa basilica è il risultato straordinario di esecuzione di maestranze locali con elementi greco- orientali, forse bizantini. Il tipo di pianta centrale non è una forma comune in Occidente, soprattutto con tali dimensioni.</p><p>Unica ,(rispetto alle altre basiliche ravennati), è la scelta di addossare il peso dell’intero edificio sugli otto pilastri della zona centrale, anziché il ricorso a un sistema di scarico leggero basato su una cupola di tubi fittili. La zona adibita ad ambulacro è molto ampia rispetto ai modelli greco -orientali o bizantini ( vedere la basilica di SS. Sergio e Bacco dove detto ambulacro è stretto e angusto ) .</p><p>Attualmente una decorazione musiva ricopre le pareti del presbiterio, dell’abside e del relativo catino, mentre lo zoccolo dell’abside e parte del pavimento sono rivestiti con marmi colorati. Alcune parti del pavimento conservano il mosaico pavimentale.</p><p>La struttura attuale della basilica presenta interventi alto medioevali e medioevali. A queste fasi appartiene il campanile.</p><p>La fase più antica è divisa in due momenti :</p><ol><li>Ecclesio commissiona la costruzione dell’edificio( 526 ca )</li><li>L’edificio è consacrato e riceve doni di suppellettili liturgici dall’imperatore Massimiano e dall’imperatrice Teodora (548).</li></ol><p>San Vitale rappresenta per gli studiosi della storia dell’arte e di archeologia cristiana e medioevale uno degli esempi meglio conservati di arte Ravennate della prima metà del VI secolo. Purtroppo a tutt’oggi non tutti i ricercatori non la pensano tutti così ; numerosi studiosi si sforzano di trovare a Ravenna e in Italia confronti con il mondo bizantino , anche se può essere chiaro che le chiese ravennati presentino caratteristiche proprie e non derivate, imitate o copiate dall’arte bizantina .</p><p>È vero che il mondo bizantino si presentava come la diretta continuazione del mondo romano e che numerosi furono i contatti tra l’Italia e Costantinopoli, ma l’arte che si manifesta a Ravenna, se pur influenzata talvolta dai modelli orientali, è frutto di artisti e artigiani locali con una propria tradizione di bottega e creatori di nuove tendenze stilistico formali o di opere assolutamente straordinarie come questa.</p><p>Accostare questo monumento con un esemplare bizantino quindi sarebbe fuori luogo e infruttuoso. La grandezza , l’ambizione e la retorica del progetto di VI secolo d .C. di questa non si esaurisce nell’architettura , ma si manifesta fermamente nei mosaici che ornano quasi a tappeto , le pareti del presbiterio l’abside e il relativo catino.</p><p><a rel="attachment wp-att-2704" href="http://guida.archart.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html/ravenna-san-vitale-interno01"><img title="ravenna-san-vitale-interno01" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/ravenna-san-vitale-interno01.jpg" alt="Ravenna, Basilica di San Vitale" width="600" height="800" /></a></p><p>Le caratteristiche generali di questi mosaici sono :</p><ol><li>il chiasmo e il continuo rimando tra il vecchio e il nuovo testamento nelle scene narrative,</li><li>il simbolismo e il carattere quasi ermetico delle scene con animali che rappresentano virtù o attributi legati alla liturgia cristiana comprensibili solo ai cristiani e non a tutti,</li><li>la cura nel dettaglio con giochi di colore dati dalla sfumatura delle tessere o più frequentemente dalla giustapposizione dei colori</li><li>un forte decorativismo che si nota maggiormente nelle zone riempite con fregi musivi floreali di ottima fattura</li><li>un cromatismo violento fuori dal comune, conservatoci come sai doveva presentare in epoca paleocristiana con colori brillanti e vivaci al contrario di quanto l’opinione comune possa immaginare con l’uso di tonalità più spente tipiche di alcune produzioni etrusche e dell’arte moderna.</li></ol><p>La concezione dell’arte antica, tardo antica e alto medioevale è falsata nella storia del pensiero critico dai movimenti artistici contemporanei che hanno portato gli studiosi a intepretare le produzioni passate con l’occhio dei contemporanei e non ricostruendo visioni dell’arte “storica” attenendosi a ciò che si vede e al gusto documentato del periodo storico artistico in analisi , con ipotesi spesso non sperimentabili o confrontabili.</p><p>I mosaici della parete sinistra del presbiterio raffigurano:</p><ol><li>nella lunetta sopra la grande trifora l piano terreno quattro scene della storia di Abramo dall’annuncio della futura nascita di un figlio da parte della moglie Sara al sacrificio di Isacco</li><li>fuori la lunetta in lato a destra Mosè e le tavole della Legge ; sotto Aronne e dodici tribù di Israele quindi a sinistra Geremia e al centro due angeli con il simbolo della croce</li><li>nella trifora del matroneo che da sul presbiterio Giovanni e Luca e i loro animali simbolici; due tralci di vite che si spandono da due vasi.</li></ol><p>Quelli della parete destra illustrano :</p><ol><li>nella lunetta sopra la grande trifora l piano terreno,a sinistra Abele mentre esce da una capanna con un agnellino per l’offerta a Dio; a destra della lunetta Melichide4sec che offre un pane al tempio ;: al centro un altare con pani e vino.</li><li>sopra la lunetta , Mosè con il gregge è raffigurato; in alto Mosè e il roveto e a destra il profeta Isaia</li><li>i riquadri della trifora del matroneo Matteo e Marco, con i rispettivi animali simbolici al di sopra di questi come la parete sinistra.</li></ol><p>L’abside è preceduta da un arco decorato con la riproduzione delle città di Gerusalemme e di Betlemme al centro due angeli che mostrano un disco incandescente.</p><p>Nell’abside si riconoscono :</p><ul><li>nel semicatino,una scena apocalittica con il Redentore e i sette sigilli e il ricordo della fondazione della chiesa</li><li>due pannelli ai lati dello stesso semicatino, che illustrano un evento riprodotto eccezionalmente solo qui a Ravenna in questo edificio: due doni di suppellettili a San Vitale dei due imperatori bizantini Teodora e Giustiniano paragonati all’Epifania (sull’estremità inferiore della parete destra)</li></ul><p>Completano la decorazione musiva del VI secolo i resti della pavimentazione(due spicchi e nell’ambulacro) a girali di acanto, integrati oggi da una pavimentazione di epoca medioevale(?) (1) simile ai “mosaici cosmateschi” di Roma a SS Cosma e Damiano che sono di un tipo particolare di incrostazione marmorea che sembra imitare il mosaico con frammenti di lastre di porfido rosso , serpentino e marmo bianco con motivi geometrici riecheggianti nell’intento, a modo loro e con una nuova estetica, il modello “classico “ ( anche se classico non è).</p><p>Il resto della decorazione a mosaico è “ campita da elementi floreali “e motivi che nel mosaico romano di epoca classica costituivano i motivi di genere e di xenia. Questi sono molto amati nell’antica perché si sono sempre prestati per l’arte decorativa a causa della facilità di resa della plasticità delle forme, nello scaturire il movimento dalla sinuosità dei rami, dei girali e delle foglie, a causa del senso di eleganza che suscitano i fiori e le piante rappresentati talvolta con una convezione dell’immagine più vicina alla realtà altre invece che si piegano allo spazio a disposizione del “musivarius “o sono stilizzate per una risultato di una linea del disegno fine e armoniosa come si noterà dopo in specifico.</p><p>La tecnica di questi mosaici non è nota; non è documentato se questa fosse una basilica in cui i musivari abbiano ricorso al metodo diretto o al metodo indiretto sul rovesciamento del mosaico che comincia a essere applicato nel VI secolo in Italia. I capitelli sono raffinati tanto quanto i mosaici e in linea con il generale fasto decorativo del tempio si collocano gli intarsi marmorei dello zoccolo del catino absidale. L’intero complesso della basilica di San Vitale , se pur modificato successivamente, mostra una retorica eccezionale e una qualità artistica unica e quindi difficilmente riscontrabile in altre basiliche paleocristiane contemporanee a questa, anche tra quelle provenienti dalla stessa città cioè da Ravenna.</p><p class="aaa3">Note</p><p>(1) Alcuni studiosi ritengono che questi ultimi siano di XVI secolo.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html" data-text="Ravenna, Basilica di San Vitale, mosaici" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002692_ravenna-basilica-di-san-vitale-mosaici.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Rossena, castello e torre di Rossenella</title><link>http://www.archeoguida.it/00988_rossena-castello-e-torre-di-rossenella.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/00988_rossena-castello-e-torre-di-rossenella.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:33:23 +0000</pubDate> <dc:creator>redazione</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Canossa]]></category> <category><![CDATA[castello]]></category> <category><![CDATA[Rossena]]></category> <category><![CDATA[Rossenella]]></category> <category><![CDATA[torre]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=988</guid> <description><![CDATA[Il castello di Rossena, come la torre di Rossenella, prende il nome dalla collina di basalto rosso su cui sorge. Il progetto originale, voluto da Adalberto atto poco dopo la metà del X secolo, prevedeva due torri identiche poste ai lati della strada che portava – e porta tuttora &#8211; a Canossa. Dopo pochi decenni [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>castello di Rossena</strong>, come la <strong>torre di Rossenella</strong>, prende il nome dalla collina di basalto rosso su cui sorge. Il progetto originale, voluto da Adalberto atto poco dopo la metà del X secolo, prevedeva due torri identiche poste ai lati della strada che portava – e porta tuttora &#8211; a <strong>Canossa</strong>.</p><p>Dopo pochi decenni dalla sua costruzione (i primi rimaneggiamenti risalgono al XII secolo) Rossena comincia a modificarsi, fino a diventare il castello visibile ancora oggi. L’apparato difensivo consta di tre cinta murarie, la terza delle quali, più ampia e più recente, circonda il parco, la chiesa di san Matteo (fine XII sec.) e la canonica. Quest’ultima cinta fu costruita nel Cinquecento, quando già erano in uso le armi da fuoco, per questo è dotata di una cannoniera (visibile durante la salita al castello) e di torrioni cilindrici, più adatti a resistere alle palle da cannone.</p><p>Il primo locale che si incontra all’interno del castello è quello della cisterna. All’interno è visibile il pozzo, una piccola fornace e i fori di incastro delle travi che sostenevano un deposito per le derrate alimentari.</p><p>Salendo alcuni gradini si arriva alla stanza della prigione: un piccolo ambiente munito di una sola finestra, praticamente buio, con pavimento in terra battuta e originariamente privo di scale di accesso (la porta si trovava a circa tre metri di altezza).</p><p>La parte più alta del castello ospita il grande terrazzo e il piano nobile. Ben riconoscibile dal diverso materiale da costruzione (ciottoli di fiume sbozzati) è la torre originaria, che racchiude un salone di rappresentanza con camino originale, decorato poi nel Settecento con stucchi policromi. Allo stesso periodo risalgono gli affreschi dello studiolo adiacente, rappresentanti le allegorie delle sette virtù cristiane, e la cappella del castello, ricavata dall’unione di stanze preesistenti.</p><p>Le mura del castello sono percorse da almeno tre scale segrete, interne al muro, costruite intorno al XII secolo e chiuse in un’epoca a noi sconosciuta, per poi essere riscoperte durante lavori di rimaneggiamento moderni. In particolare due di esse giungono sul terrazzo che conclude il percorso di visita. Da lì, probabilmente, era possibile, calandosi con corde lungo il dirupo, fuggire verso il borgo (tuttora esistente) in caso di assedio.</p><p>La torre di Rossenella si erge dall’altro lato della strada, e, nonostante manchi del terzo e ultimo piano, conserva intatte le strutture principali. Il piano terra, adibito a magazzino viveri, era senza accesso, posto invece al primo piano e raggiungibile attraverso una scala a pioli calata dall’interno. La cisterna si trovava esattamente al di sotto dell’accesso, in modo da poter attingere l’acqua calando un secchio, senza dovere scendere al piano terra.<br /> Nel piano d&#8217;arrivo è tuttora visibile il camino, di fronte al quale stava lo spazio adibito alla sosta per il pasto di chi occupava la torre. Il piano superiore poteva essere utilizzato per una destinazione abitativa, costituendo l&#8217;alloggio di chi difendeva la postazione, oppure per una funzione di avvistamento. Sul lato meridionale, dove la roccia strapiomba, sono ancora visibili due latrine.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/00988_rossena-castello-e-torre-di-rossenella.html" data-text="Rossena, castello e torre di Rossenella" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F00988_rossena-castello-e-torre-di-rossenella.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/00988_rossena-castello-e-torre-di-rossenella.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Canossa, sito archeologico di Luceria</title><link>http://www.archeoguida.it/00986_canossa-sito-archeologico-di-luceria.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/00986_canossa-sito-archeologico-di-luceria.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:32:05 +0000</pubDate> <dc:creator>redazione</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Canossa]]></category> <category><![CDATA[Luceria]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=986</guid> <description><![CDATA[Il sito archeologico di Luceria si trova all’ingresso del comune di Canossa, venendo dalla pianura, non lontano dal greto del fiume Enza. Il toponimo Luceria è passato sia al torrente che vi scorre accanto che alla via di accesso al sito. La frequentazione del sito si estende all’incirca dal II sec. a.C. fino ad almeno [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>sito archeologico di Luceria</strong> si trova all’ingresso del comune di <strong>Canossa</strong>, venendo dalla pianura, non lontano dal greto del fiume Enza. Il toponimo Luceria è passato sia al torrente che vi scorre accanto che alla via di accesso al sito.</p><p>La frequentazione del sito si estende all’incirca dal II sec. a.C. fino ad almeno il IV d.C. I primi abitanti dovettero essere Liguri, probabilmente della tribù dei Friniati, visto il ritrovamento di una fibula (spilla) ad arco fogliato e di altri reperti riferibili alla cultura ligure nelle tombe più antiche.</p><p>Importante dal punto di vista commerciale, la città di Luceria si trovava all’incrocio di importanti direttrici che conducevano a sud all’Appennino e quindi alla Lunigiana, a est al crinale delle colline su cui sono attestati altri piccoli insediamenti d’altura.</p><p>I primi scavi, iniziati nel 1776 ad opera dei duchi di Parma, erano mirati al solo recupero di reperti da esporre nel neonato museo archeologico. Di questo periodo è una moneta, datata 1777, ritrovata in scavi posteriori, probabilmente caduta ad uno degli operai. Gli scavi condotti nel XIX secolo hanno portato alla luce una strada basolata a schiena d’asino presumibilmente pedonale (non si ritrovano solchi dovuti al passaggio dei carri) larga tre metri e fiancheggiata da marciapiedi, lungo la quale si erigeva un grande ambiente rettangolare scoperto circondato da un muro continuo, probabilmente un luogo di mercato in cui gli abitanti delle zone circostanti potevano vendere i prodotti dell’allevamento ovino. Dall’altro lato della strada sono tuttora visibili le fondamenta di una casa-bottega munita di pozzo incamiciato in arenaria e frammenti di una canaletta di scolo.</p><p>I reperti provenienti da Luceria sono conservati nei musei di Reggio Emilia (Civici Musei) e Parma (Museo Archeologico). Si tratta di bottigliette per profumi in vetro, numerose monete, decorazioni di mobilio in bronzo, lamine iscritte, lucerne, monili.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/00986_canossa-sito-archeologico-di-luceria.html" data-text="Canossa, sito archeologico di Luceria" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F00986_canossa-sito-archeologico-di-luceria.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/00986_canossa-sito-archeologico-di-luceria.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Canossa, castello</title><link>http://www.archeoguida.it/00984_canossa-castello.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/00984_canossa-castello.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:31:04 +0000</pubDate> <dc:creator>redazione</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Canossa]]></category> <category><![CDATA[castello]]></category> <category><![CDATA[Matilde di Canossa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=984</guid> <description><![CDATA[Il Castello di Canossa sorge su una rupe di arenaria circondata da calanchi. Proprio dal colore bianco dell’arenaria, in latino canus, deriva il nome della località e della famiglia che costruì il castello. Purtroppo nel corso dei secoli terremoti e assedi hanno distrutto buona parte della costruzione: delle strutture originarie rimangono parte delle mura meridionali [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Castello di Canossa</strong> sorge su una rupe di arenaria circondata da calanchi. Proprio dal colore bianco dell’arenaria, in latino <em>canus</em>, deriva il nome della località e della famiglia che costruì il castello. Purtroppo nel corso dei secoli terremoti e assedi hanno distrutto buona parte della costruzione: delle strutture originarie rimangono parte delle mura meridionali e la cripta della <strong>chiesa di Sant’Apollonio</strong>. Un pilastro, rotolato in basso in seguito ad uno dei frequenti terremoti (si calcola che nei secoli la piattaforma di arenaria su cui sorgeva il castello si sia ridotta di circa due terzi), si trova ora sulla via di salita al castello, insieme ad alcuni bassorilievi di <strong>Galileo Scorticati</strong> (1913-1993) che ritraggono episodi salienti della storia di Canossa.</p><p>Il castello venne costruito verso la metà del X secolo da <strong>Adalberto Atto</strong>, bisnonno di <strong>Matilde di Canossa</strong>, sui resti di un insediamento romano probabilmente connesso a quello notevolmente più sviluppato di Luceria. Nel 1077 il luogo fu teatro della conciliazione, mediata dalla Contessa Matilde di Canossa, tra <strong>Enrico IV</strong>, imperatore del Sacro Romano Impero, e Papa Gregorio VII. Distrutto e ricostruito due volte, nel XIII e XV secolo, il castello viene definitivamente cannoneggiato dalle artiglierie di <strong>Ottavio Farnese</strong> nel 1557.</p><p>Sulla sommità della rupe, circondato dalle rovine del castello, sorge il <strong>Museo Nazionale &#8220;Naborre Campanini&#8221;.</strong> Tra i reperti conservati all’interno del museo spicca, oltre a suppellettili di epoca rinascimentale, mattoni manubriati di epoca romana e frammenti architettonici risalenti all’XI-XII secolo, un fonte battesimale in pietra del XII secolo, perfettamente conservato, decorato esternamente con i simboli dei quattro evangelisti. Il materiale informativo è molto ricco: sono infatti esposti disegni delle due arche romane utilizzate da Matilde come sepoltura per i propri avi e l’albero genealogico della dinastia degli <strong>Attonidi</strong>; un plastico mostra la ricostruzione più plausibile del castello: tre cinta di mura, l’ultima delle quali racchiudeva tre costruzioni poste in successione e divise tra loro da mura difensive, il primo ambiente riservato alle guardie, poi la residenza vera e propria ed infine il convento di Sant’Apollonio, sede di una delegazione di monaci di Cluny, con chiesa annessa.</p><p>Una curiosità: in una teca del museo è esposta la riproduzione del poema &#8220;<em><strong>De vita Mathildis</strong></em>&#8220;, opera di <strong>Donizone</strong> da Canossa. Il codice originale, del XII sec, presenta una minatura in cui il poeta-biografo consegna l’opera alla Contessa. Si tratta di un falso storico, benché antico: Matilde morì prima che Donizone terminasse il suo poema.</p><h3>Andare a Canossa</h3><p>Quando qualcuno deve chiedere perdono, ammettendo una propria colpa, si dice che “<strong>va a Canossa</strong>”. Questo perché proprio nel castello di Canossa si consumò uno dei perdoni più celebri della storia.</p><p>La vicenda si svolge nel gennaio 1077. L’anno prima <strong>Enrico IV</strong>, imperatore di Germania e parente della Contessa, nell’ambito dell’aspra lotta per le investiture che vide scontrarsi Impero e Papato per circa un secolo, aveva convocato un’assemblea dei principi del sacro Romano Impero durante la quale era stato disconosciuto il valore dell’elezione di <strong>Ildebrando di Sovana</strong>, divenuto papa col nome di <strong>Gregorio VII</strong>. Quest’ultimo, per tutta risposta, lo aveva scomunicato. La scomunica, provvedimento già grave per qualunque fedele, lo era ancor di più per un imperatore: i sudditi, infatti, non avevano più obbligo di obbedienza nei suoi confronti. Enrico IV comprese che per poter tornare ad esercitare il suo potere doveva soggiacere ai voleri del papa, che in quel momento soggiornava a Canossa presso la sua fedele contessa <strong>Matilde</strong>.</p><p>La storia popolare tramanda che l’inverno 1076-1077 fosse particolarmente freddo e che la rupe di Canossa fosse coperta da uno spesso manto di neve. Nonostante ciò Enrico arrivò a Canossa da <strong>Spyra</strong> e, spogliatosi dell’armatura di guerriero per indossare un saio da penitente, attese tre giorni al di fuori delle mura del castello che il papa lo ricevesse per perdonarlo. Grazie anche alla mediazione di Matilde, fedelissima al papato ma parente dell’imperatore, il perdono avvenne ed Enrico poté tornarsene in Germania nel pieno dei propri poteri.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/00984_canossa-castello.html" data-text="Canossa, castello" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F00984_canossa-castello.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/00984_canossa-castello.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Canossa</title><link>http://www.archeoguida.it/00982_canossa.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/00982_canossa.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:29:20 +0000</pubDate> <dc:creator>redazione</dc:creator> <category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category> <category><![CDATA[Canossa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=982</guid> <description><![CDATA[Canossa è un piccolo comune in provincia di Reggio Emilia, situato tra l’Appennino Tosco-Emiliano e la Pianura Padana. Nel suo confine occidentale è lambito dal fiume Enza, importante direttrice che sarà utilizzata fino ai primi anni del Novecento, quando verrà trasportato via fiume il legname necessario alla costruzione della ferrovia. Proprio durante gli scavi per [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Canossa</strong> è un piccolo comune in provincia di Reggio Emilia, situato tra l’Appennino Tosco-Emiliano e la Pianura Padana. Nel suo confine occidentale è lambito dal fiume Enza, importante direttrice che sarà utilizzata fino ai primi anni del Novecento, quando verrà trasportato via fiume il legname necessario alla costruzione della ferrovia. Proprio durante gli scavi per posare le rotaie viene ritrovata un’accetta in pietra che testimonierebbe la presenza dell’uomo già in epoca preistorica.</p><p>Abitato in <strong>epoca romana</strong>, è però nel medioevo che il nome di Canossa si diffonde per l’intera Europa: nel <strong>castello</strong> omonimo, infatti, si svolgerà il famoso episodio del perdono.</p><p>Nel paese-capoluogo, <strong>Ciano d’Enza</strong>, si può ammirare la <strong>chiesa parrocchiale di San Martino</strong>, eretta nel XVIII secolo, che presenta un notevole patrimonio artistico: argenti e mobilio d&#8217;epoca, opere pittoriche tra le quali un tela attribuita a <strong>Guido Reni</strong> raffigurante <strong>Agar</strong> e <strong>Ismaele</strong> nel deserto e, recentemente restaurato, un bel dipinto di un allievo del pittore reggiano <strong>Luca</strong> <strong>Ferrari</strong>, raffigurante <strong>l’Annunciazione</strong>.</p><p>Sul territorio comunale sono disseminati numerosi e affascinanti borghi di origine medievale, caratterizzati da suggestive corti e case-torri. Notevoli in particolare:</p><ul><li><strong>Cerezzola</strong>, con l’oratorio di <strong>S. Maria Maddalena</strong></li><li><strong>Bergogno</strong>, borgo turrito</li><li><strong>Cerredolo dei Coppi</strong>, con i &#8220;volti di pietra&#8221; apotropaici incastonati nelle case</li><li><strong>Pianzo</strong>, con la sua chiesa sproporzionata rispetto ai pochi abitanti del borgo</li></ul><p>Numerosi, lungo il corso del fiume, sono i mulini ad acqua che sfruttano la corrente, in gran parte ancora attivi.</p><p>Notevole è anche la riserva naturale orientata &#8220;<strong>Rupe di Campotrera</strong>&#8220;, in cui è possibile visitare le cave per l’estrazione del basalto, attive dal 1922 al 1963, notevoli esempi di archeologia industriale.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/00982_canossa.html" data-text="Canossa" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F00982_canossa.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/00982_canossa.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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