<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Australia</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/luoghi/australia/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Batavia</title><link>http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Sep 2010 14:54:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimiliano Secci</dc:creator> <category><![CDATA[Australia]]></category> <category><![CDATA[Relitti]]></category> <category><![CDATA[Batavia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=3048</guid> <description><![CDATA[La ‘retourship’ Batavia (1628-1629): storia di un relitto e del suo equipaggio Le vicende del naufragio e dello scavo archeologico relativi al relitto del Batavia risultano degli esempi chiarificatori delle potenzialità insite nella ricerca archeologica, sia per quanto riguarda la ricerca vera e propria che per quanto concerne la tutela e valorizzazione dei siti sommersi. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3066" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia-00"><img class="alignnone size-full wp-image-3066" title="batavia-00" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia-00.jpg" alt="Batavia" width="502" height="447" /></a></p><h2>La ‘retourship’ Batavia (1628-1629): storia di un relitto e del suo equipaggio</h2><p>Le vicende del naufragio e dello scavo archeologico relativi al relitto del Batavia risultano degli esempi chiarificatori delle potenzialità insite nella ricerca archeologica, sia per quanto riguarda la ricerca vera e propria che per quanto concerne la tutela e valorizzazione dei siti sommersi. Questo breve contributo intende sottolineare queste potenzialità, ma anche i precetti e le pratiche che costituiscono la base sia metodologica che concettuale dell’archeologia subacquea presentandone degli esempi pratici seppure specifici e limitati al caso studio in esame.</p><p class="aaa3">Introduzione</p><p>Come brevemente accennato in un precedente contributo pubblicato in questa stessa collana, l’esperienza prodotta sul sito del relitto del <em>Batavia</em> rappresenta un caso particolarmente compiuto della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia (<a href="http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html" target="_blank">leggi il nostro articolo al riguardo)</a>. Come risulterà evidente dalla esposizione che segue, il sito subacqueo e i siti terrestri collegati al relitto del <em>Batavia</em> sono stati oggetto di studio particolareggiato e i risultati delle ricerche oltre ai rinvenimenti sono stati attentamente protetti, valorizzati e pubblicati sia scientificamente che a livello divulgativo, e resi fruibili attraverso l’esposizione museale. Le tre fasi di studio, attraverso le attività di scavo, la protezione/conservazione e la valorizzazione della cultura materiale relativa al relitto rappresentano, coincidono perfettamente con i tre punti cardine dell’attività archeologico &#8211; subacquea intesa nella sua accezione più generale e inclusiva.</p><p class="aaa3">Storia del naufragio</p><p>La vicenda del <em>Batavia</em> risulta particolarmente interessante grazie anche alla sua storia caratterizzata dall’ammutinamento della ciurma capeggiato dal capo mercante Jeronimus Cornelisz e dal timoniere Ariaen Jacobsz. L’ammutinamento influenzò notevolmente sia la storia precedente che quella successiva al naufragio, caratterizzando inoltre il sito dal punto di vista della ricostruzione storico &#8211; archeologica. La scoperta del <em>Batavia</em>, datata 1963, si deve ad alcuni subacquei sportivi che rinvennero i resti del relitto nelle acque antistanti la Beacon Island nel arcipelago denominato Houtman Abrolhos al largo delle coste del Western Australia. Come accennato nel precedente contributo, questa scoperta stimolò una notevole attenzione nell’opinione pubblica che portò all’avvio di un programma strutturato per la protezione dei relitti e per lo sviluppo della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia (1).</p><p>Nel 1628 il <em>Batavia</em> prese il largo dal porto dell’isola di Texel nel nord dell’Olanda, diretto a Batavia (odierna Jakarta, Indonesia), sotto il commando di Francisco Pelsaert. La nave, costruita l’anno precedente, compiva il suo viaggio inaugurale trasportando un carico di oro e argento utile all’acquisto di spezie nella colonia della Compagnia delle Indie Orientali Olandese (<em>Verenigde Oostindische Compagnie &#8211; </em>VOC). Lasciata Città del Capo in Sud Africa, ove l’imbarcazione aveva fatto sosta per il rifornimento delle provviste necessarie per il proseguimento del viaggio, i due cospiranti diedero inizio al loro piano. Preso il commando della nave cambiarono rotta con l’intenzione di iniziare una nuova vita grazie anche al cospicuo e ricco carico trasportato. E’ noto come Jacobsz ebbe attriti personali con Pelsaert in India, anni prima, mentre Cornelisz si trovava in fuga dalle Netherlands, dove era stato accusato di bancarotta, e dov’era a rischio di arrestato per alcune accuse di eresia.</p><p>Il viaggio terminò il 4 giugno 1629 allorché l’imbarcazione urtò il Morning Reef nel Wallabi Group dell’Houtman Abrolhos, un gruppo di isolotti e barriere coralline al largo di Geraldton nel Western Australia (2). Delle 322 persone a bordo, 40 perirono nel tentativo di raggiungere la terraferma, mentre i sopravvissuti organizzarono un campo di sopravvivenza nella Beacon Island. La mancanza di acqua potabile e di approvvigionamenti nell’isola obbligarono il comandante Pelsaert, il timoniere Jacobsz, alcuni membri dell’equipaggio e alcuni passeggeri a compiere un disperato viaggio, a bordo di una scialuppa di salvataggio (9.1 metri di lunghezza), in direzione di Batavia alla ricerca di soccorsi (3). Dopo 33 giorni di navigazione il comandante e gli altri a bordo (non vi fu’ alcuna perdita!) riuscirono a raggiungere l’Indonesia e, ottenuta un altra imbarcazione – la <em>Sardam</em> – ripresero il largo in direzione dell’Houtman Abrolhos.</p><p>Intanto nel campo dei sopravvissuti, durante l’assenza del comandante, Cornelisz continuò a portare avanti il suo piano. Egli era infatti cosciente di essere a rischio di giudizio in caso il comandante fosse riuscito a ritornare con i soccorsi. A questo proposito, progettò addirittura di dirottare eventuali imbarcazioni di soccorso, prendendone possesso, per poter così completare il suo piano e stabilirsi da qualche parte ad iniziare una nuova vita grazie al carico di oro e argento (4). Cornelisz era comunque cosciente di dover eliminare qualsiasi ostacolo che potesse frapporsi tra lui ed il successo del suo piano. A questo riguardo, il primo provvedimento che attuò fu di ottenere che tutte le armi e le provviste fossero poste sotto il suo diretto controllo. Ordinò inoltre al gruppo di soldati, posti a guarnigione del prezioso carico, di andare a cercare provviste d’acqua in uno dei vicini isolotti e, convinto dell’impossibilita’ di successo, li lasciò al loro destino (5). A questo punto, sicuri di aver ottenuto il completo controllo dei sopravvissuti, Cornelisz e gli altri ammutinati si lasciarono ad atti di barbarie (Fig. 1).</p><p>Cornelisz in effetti non commise mai alcun omicidio anche se tentò, senza successo, di strangolare un bambino. Convinse tuttavia i suoi sottoposti a commettere gli atti di barbarie per lui, accusando le vittime di crimini quali il furto. Il suo piano era quello di ridurre i sopravvissuti a circa 45 unità, cosi che le provviste potessero durare a lungo. Il tragico risultato fu che gli ammutinati uccisero almeno 125 persone tra uomini, donne e bambini (6). Nel frattempo, le guarnigioni inviate nell’adiacente West Wallabi Island, all’oscuro di quanto stesse succedendo sulla Beacon Island, riuscirono effettivamente a trovare fonti di approvvigionamento d’acqua e cibo. Le notizie di ciò che Cornelius e gli ammutinati portavano avanti indisturbati li raggiunse grazie alla fuga di alcuni sopravvissuti (7).</p><p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3051" title="batavia01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia01.jpg" alt="Batavia" width="600" height="418" /></em><br /> <em>Incisione rappresentante il massacro dei sopravvissuti al naufragio del Batavia nella Beacon Island dalla pubblicazione di Jan Jansz ‘Ongeluckige Voyagie van’t Schip Batavia’ pubblicata poco dopo il naufragio (Jansz 1647; tratto da Paterson &amp; Franklin 2004, p. 82)</em></p><p>Allo stesso tempo Cornelisz, sulla Beacon Island, venne a conoscenza del fatto che i soldati erano effettivamente sopravvissuti. Affinché il suo piano avesse successo, ‘ovviamente’, i soldati dovevano essere eliminati. A questo fine Cornelisz e alcuni ammutinati cercarono di sopraffare i soldati con la forza, non riuscendovi, fino a ché l’arrivo del comandante Pelsaert, con i soccorsi a bordo della <em>Sardam</em>, pose fine alle crudeli e folli vicende dell’Houtman Abrolhos (8). Lo stesso comandante Pelsaert, condizionato anche dalla limitata capacità della <em>Sardam</em> di ospitare passeggeri, decise di procedere al giudizio degli ammutinati direttamente sull’isola. Jeronimus Cornelisz e i principali ammutinati vennero giudicati colpevoli. Per punire gli atti di barbarie gli vennero prima tagliate entrambe le mani e successivamente vennero impiccati come era usanza a quel tempo con i colpevoli di ammutinamento.</p><p class="aaa3">Ricerca archeologica relativa al <em>Batavia</em>: ricerche subacquee e terrestri</p><p>La scoperta del relitto del <em>Batavia</em>, avvenuta nel 1963, fu accompagnata da una grande attenzione dell’opinione pubblica e dall’interesse del Western Australian Maritime Museum (WAMM), nella persona di Jeremy Green – Curatore Capo del Western Australian Maritime Museum – che indagò e documentò il sito durante quattro stagioni di scavo (Fig. 2).</p><p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3052" title="batavia02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia02.jpg" alt="Batavia" width="600" height="404" /></em><br /> <em>Archeologo subacqueo del WAMM all&#8217;opera sul relitto del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p><p>Durante la prima stagione di scavo venne mappata e scavata l’area compresa tra la poppa del relitto e un gruppo molto incrostato di oggetti metallici situato a mezza via, comprendente 3 cannoni ed un ancora (Fig. 3).</p><p lang="en-AU"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3055" title="batavia03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia03.jpg" alt="Batavia" width="600" height="448" /></em><br /> <em>Ancora del relitto del Batavia nella sua posizione in situ (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p><p>Lo scavo venne prodotto con il metodo <em>stratigrafico</em>, rimuovendo sistematicamente le formazioni coralline e i sedimenti fino a scoprire gli strati più ricchi di manufatti. La rimozione dei manufatti, particolarmente di uno dei cannoni, mise in luce la struttura lignea del relitto, ora alla completa mercé degli elementi naturali (correnti e mareggiate). (rischio e necessità di protezione) Per questa ragione, venne deciso di recuperare i materiali dello scafo dopo una attenta mappatura e una completa documentazione fotografica. (necessità di un attenta mappatura dei siti) La seconda stagione di scavo andò molto a rilento a causa della quantità di corallo e concrezioni da rimuovere nella zona poppiera del relitto. Durante questa stagione vennero recuperati altri due cannoni, numeroso fasciame, concrezioni contenenti proiettili da cannone e una rilevante quantità di ceramiche e vasellame (Fig. 4).</p><p lang="en-AU"><a rel="attachment wp-att-3056" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia04"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3056" title="batavia04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia04.jpg" alt="Batavia" width="413" height="600" /></em></a><br /> <em>Esempio di ceramica rinvenuta nel sito del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p><p>Durante la terza stagione, invece, le ultime parti del fasciame di poppa vennero recuperati e lo scavo si spostò nella zona prodiera, nella quale vennero rinvenute una gran quantità di monete, un astrolabio in buono stato di conservazione oltre a un gran numero di blocchi in pietra da costruzione (9) . La quarta stagione di scavo fu infine caratterizzata da condizioni meteorologiche avverse e fu possibile spendere solo 10 giorni di lavoro sul sito. Durante questo periodo vennero recuperate alcune concrezioni contenenti proiettili per cannoni e altri manufatti di vario tipo. Al termine dello scavo integrale del sito fu possibile recuperare, scomponendolo, il fasciame della parte poppiera dello scafo, l’unico preservatosi integro (Fig. 5). Tutti i materiali hanno subito il processo di conservazione grazie allo staff del WAMM prima di venire esposti nella galleria appositamente approntata per ospitare la collezione archeologica.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-3059" title="batavia05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia05.jpg" alt="Batavia" width="600" height="402" /></em><br /> <em>Musealizzazione dei resti dello scafo, di un cannone e del portico a seguito del restauro conservativo (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)</em></p><p class="aaa3">Valorizzazione dei resti archeologici del Batavia: la loro musealizzazione</p><p>A seguito delle ricerche archeologiche sviluppate negli anni ’70 del ventesimo secolo ed alla grande quantità di materiale rinvenuto sui vari siti, il WAMM – depositario dei rinvenimenti relativi ai relitti storici per lo stato del Western Australia – istituì, un’area dedicata al relitto del <em>Batavia</em> (all’interno della c.d. Shipwreck Gallery), che costituisce ora la colonna portante del museo. In accordo con questi termini, tutti i materiali recuperati dal sito subacqueo e dai siti terrestri associati al <em>Batavia</em> sono ora esposti nella Shipwreck Gallery all’interno del WAMM (10). Notevole importanza assunse, per l’apertura della nuova sede del museo nel 2002 nella città di Geraldton, il lavoro sviluppato dal gruppo guidato da Geoff Kimpton che replicò il portico costituito da blocchi di pietra originariamente diretti a Batavia e rinvenuti nel sito subacqueo (11). A questa replica venne affiancata la ricostruzione della parte poppiera dello scafo del <em>Batavia</em> con il fasciame originale dopo un attento procedimento conservativo prodotto dai tecnici del WAMM. La sala dedicata al relitto del Batavia include inoltre un cannone originale propriamente restaurato e la ricostruzione della sepoltura di una vittima del massacro così come rinvenuta nella Beacon Island (Fig. 5).</p><p class="aaa3">Archeologia sperimentale: la ricostruzione in scala 1:1 del relitto</p><p>E’ importante mettere in risalto un progetto di archeologia sperimentale sviluppato, tra il 1985 e il 1994, in uno sforzo congiunto del governo olandese e del Western Australian Maritime Museum al fine di ricostruire il <em>Batavia</em> in scala 1:1 (Fig. 6; 12). Nell’idea di Robert Parthesius (13), l’archeologo olandese che diresse i lavori, il progetto aveva due principali obbiettivi: mantenere viva la tradizione dei maestri d’ascia e fornire, ai giovani interessati, un addestramento nelle tecniche di costruzione e restauro navale. Questo progetto sperimentale permise inoltre di verificare, attraverso la sperimentazione appunto, le tecniche e le metodologie della costruzione navale nel XVII secolo, tramite l’utilizzo di materiali e strumenti del mestiere tipici di quel periodo (14).</p><p><a rel="attachment wp-att-3060" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia05-2"></a><a rel="attachment wp-att-3061" href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/batavia06"><em><img class="alignnone size-full wp-image-3061" title="batavia06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2010/09/batavia06.jpg" alt="Batavia" width="600" height="471" /></em></a><br /> <em>La ricostruzione della ‘retourship’ Batavia all’ormeggio presso il Bataviawerf a Lelystad nei Paesi Bassi</em></p><p class="aaa3">Conclusioni</p><p>Come si può notare da questo breve sommario delle vicende e della ricerca prodotta sul relitto del <em>Batavia</em>, questo può ben dirsi un esempio compiuto di quello che la ricerca archeologico subacquea può e dovrebbe rappresentare e portare a termine. La vicenda di questo relitto sviluppa molte di quelle sezioni che vanno a costituire una ricerca archeologica ampia, coerente e all’altezza dei più moderni standard della scienza archeologica. Lo scavo venne difatti preceduto da una lunga ricerca negli archivi storici della VOC nel tentativo di ottenere il maggior numero di notizie sul possibile stato di conservazione del relitto e costituire un piano di scavo adatto alle caratteristiche del sito, ma sarebbe meglio dire dei siti (subacqueo e terrestre). Lo scavo venne portato avanti inoltre con minuzia e con, come detto, altissimi standard di ricerca. Ma i punti forse più notevoli sono rappresentati dal periodo post scavo, momento nel quale i materiali sono stati ampiamente conservati e stabilizzati, consentendo la ricerca sperimentale che ha contribuito così tanto alla comprensione dell’arte navale della VOC per il XVII secolo.</p><p class="aaa4">Note</p><ol><li>Vedi: (link al primo contributo sull’archeologia subacquea in Australia)</li><li>Paterson A. &amp; Franklin D. 2004, The 1629 mass grave for Batavia victims, Beacon Island, Houtman Abrolhos Islands, Western Australia. In <em>Australasian Historical Archaeology</em>, 22, pp. 71-78.</li><li>Ibidem</li><li>Bevaqua R. 1974, Archaeological Survey of Sites relating to the<em> Batavia</em> shipwreck. Unpublished Report prepared for the Western Australian Museum, no. 81.</li><li><div lang="en-US"> Ibidem</div></li><li>Ibidem</li><li>Ibidem</li><li>Ibidem</li><li>Green J. &amp; Henderson G. 1974, Marine Archaeology at the Western Australian Museum. In <em>Australian Archaeology</em>, 1, pp. 15-17.</li><li>Il Western Australian Museum venne istituito nel 1891. A partire dagli anni ’60 del XX secolo il ruolo del museo si espanse ad includere ricerche ed esposizioni nei campi disparati dell’antropologia, dell’archeologia marittima, storia sociale e culturale. Una prima sede del WAMM venne approntata nei locali del Commisariato (Commissariat Store) a partire dal 1977 ed aperta al pubblico nel 1979. Vedi Hosty K. 2006, Maritime Museums and Maritime Archaeological Exhibitions. In Staniforth M. &amp; Nash M. (eds.), <em>Maritime Archaeology: Australian Approaches</em>, Springer, New York, NY, pp. 151-162.</li><li><div lang="en-US"> Curtin A. (ed) 2002, <em>Western Australian Museum – Annual Report 2002</em>, Western Australian Museum, Perth.</div></li><li><div lang="en-US"> Corioli S. (ed.) 2007, Report on the 2007 Western Australian Museum, Department of Maritime Archaeology, <em>Batavia</em> Survivor Camps Area, National Heritage Listing, Archaeological Fieldwork. Report &#8211; Department of Maritime Archaeology, Western Australian Museum, No. 224 Special Publication No. 12, Australian National Centre of Excellence for Maritime Archaeology.</div></li><li><div lang="en-US"> Parthesius R. 1994, The <em>Batavia</em> Project: an experimental reconstruction of a 17<sup>th</sup> century East Indiaman. In <em>The Bulletin of the Australian Institute for Maritime Archaeology</em>, 18 (2), pp. 25-32.</div></li><li><div lang="en-US"> Ibidem </div></li></ol><p class="aaa4">Bibliografia Supplementare</p><p lang="en-US">Curtin A. (ed) 2002, Western Australian Museum – Annual Report 2002. Western Australian Museum, Perth.</p><p lang="en-US">Ingelman-Sundberg C. 1975, The V.O. C. Ship Batavia 1629 Report on the Third Season of Excavation. In <em>Australian Archaeology</em>, 3, pp. 45-53</p><p lang="en-US"><strong>Foto di apertura</strong></p><p lang="en-US">La foto di apertura è una raffigurazione pittorica del Batavia, opera del pittore australiano <strong>John</strong> <strong>Cornwell</strong>, <a href="http://www.johncornwell.com.au/index.html" target="_blank">http://www.johncornwell.com.au/index.html</a></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html" data-text="Batavia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F003048_batavia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Australia, archeologia subacquea: situazione e prospettive</title><link>http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 Jun 2010 10:19:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimiliano Secci</dc:creator> <category><![CDATA[Australia]]></category> <category><![CDATA[Guide]]></category> <category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category><guid isPermaLink="false">http://guida.archart.it/?p=2600</guid> <description><![CDATA[Australia. Archeologia subacquea: ricerca e prospettiva storica Come è nata e come si è sviluppata l’archeologia subacquea in Australia? Quali sono le vicende, le attività e le esperienze che hanno fatto dell’archeologia subacquea australiana una realtà conosciuta e rispettata a livello internazionale? Questo breve contributo propone una seppur breve panoramica sulle esperienze di ricerca e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2603" href="http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html/batavia"><img class="alignnone size-full wp-image-2603" title="batavia" src="http://guida.archart.it/wp-content/uploads/2010/06/batavia.jpg" alt="Batavia" width="415" height="500" /></a></p><p class="aaa3">Australia. Archeologia subacquea: ricerca e prospettiva storica</p><p><strong>Come è nata e come si è sviluppata l’archeologia subacquea in Australia?</strong> Quali sono le vicende, le attività e le esperienze che hanno fatto dell’archeologia subacquea australiana una realtà conosciuta e rispettata a livello internazionale? Questo breve contributo propone una seppur breve panoramica sulle esperienze di ricerca e gestione dei beni culturali sommersi in Australia, identificando quelli che, a giudizio dell’autore sono termini chiave per la comprensione dello sviluppo della disciplina nel continente australe.</p><p><strong class="aaa4">Aspetti generali dell&#8217;Archeologia Subacquea</strong></p><p>E’ capitato, nella mia personale esperienza, una volta dichiarata la mia professione di archeologo subacqueo, di trovarmi di fronte a luoghi comuni, confusioni ma, anche, totale ignoranza di ciò che l’archeologia subacquea, in quanto scienza, comporta e cosa effettivamente faccia l’archeologo subacqueo. E’ spesso diffusa l’idea dell’archeologo subacqueo quale scopritore di tesori, avventuriero in luoghi e profondità sconosciute, una sorta di Indiana Jones dei mari. Niente è più lontano dalla realtà dei fatti. Con il termine archeologia subacquea si definisce infatti lo studio scientifico dei resti materiali dell’uomo e delle sue attività sul mare (1), ovvero quell’insieme di discipline che concorrono allo studio e ricostruzione della cultura marittima di una determinata area geografica sulla base dei resti materiali e delle informazioni che questi resti possono offrire ad un attento studio (2).</p><p>Contrariamente a quanto spesso si crede, i resti di imbarcazioni o altre strutture sommerse subiscono un lento ma costante deterioramento, che può essere eventualmente accelerato o rallentato da fattori antropici o naturali, dovuto all’azione delle correnti marine, a movimenti bradisismici, terremoti, ma anche a seguito di attività umane quali la pesca, la nautica da diporto e le attività estrattive in bassi e alti fondali, solo per fare alcuni esempi. A questo scopo è nata e si è sviluppata, negli ultimi due &#8211; tre decenni, una disciplina specificatamente mirata alla tutela e conservazione dei beni sommersi: la gestione del patrimonio culturale sommerso. Questa disciplina si compone di fasi e strutture autonome che oltre a svolgere il loro ruolo caratteristico partecipano congiuntamente e interagiscono nello sviluppo delle attività di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione di tale patrimonio (3). La necessità di studiare, prima, e proteggere, poi, ciò che rappresenta una testimonianza del passato e dell’identità culturale di una determinata comunità, tramite una infrastruttura abile a preservare il bene, si afferma perfettamente nella finalità ultima della ricerca archeologica: ovvero studiare il bene, proteggerlo ma, infine, permetterne il godimento alla generazione presente assicurandone al contempo la preservazione per le future generazioni.</p><p><strong class="aaa4">Panoramica storica dell&#8217;archeosub in Australia</strong></p><p>Assoluto valore in questo campo è internazionalmente riconosciuta all’esperienza australiana. La prima occupazione del continente australiano risale a circa 60.000 – 50.000 anni fa allorché popolazioni, molto probabilmente, provenienti dal sud-est asiatico si stanziarono sui territori australiani. L’Australia è sempre stata un isola, nonostante le distanze che la dividevano con la Papua Nuova Guinea, al nord, sono state in passato molto minori. Tuttavia, questa sua insularità prova, senza ombra di dubbio, che le prime popolazione insediatesi debbano aver raggiunto la terra continentale a bordo di un qualche mezzo adatto alla navigazione. Purtroppo non rimangono testimonianze materiali di queste imbarcazioni se non, forse (?), nelle <strong>canoe monossili</strong> che ancora fino a non molti anni fa venivano approntate e utilizzate dalle popolazioni Aborigene. Ad ogni modo, molto dell’archeologia subacquea in Australia è legata ai periodi esplorativo e coloniale che si sviluppano dal secondo quarto del <strong>XVII</strong> secolo in avanti.</p><p>I primi avvistamenti della costa australiana si datano infatti al 1606, quando i navigatori olandese <strong>Willem Janszoon</strong> e spagnolo <strong>Luis Vaez de Torres</strong> navigano, rispettivamente, a ridosso del Capo York nel nord Australia e nel canale che separa l’Australia dalla <strong>Papua Nuova Guinea</strong> e che dal navigatore prese il nome, Stretto di Torres. Il primo sbarco ci riporta invece al 1688 quando, l’esploratore britannico <strong>William Dampier</strong>, calca il suolo continentale nella zona nord-occidentale dell’Australia. Un altro momento di notevole importanza per la colonizzazione del vasto territorio australiano si ha con l’esplorazione e la mappatura, da parte del famosissimo Capitano <strong>James Cook</strong>, della zona orientale del continente intorno agli anni ’70 del XVIII secolo. Al Capitano Cook si deve inoltre la dichiarazione del territorio orientale proprietà della Corona Britannica. Questi sviluppi portarono ben presto allo sfruttamento sistematico dei territori australiani da parte dell’Impero Britannico. L’iniziale sviluppo di questo sfruttamento avvenne sotto forma di insediamenti penali, nei quali il Governo di Sua Maestà Britannica inviava i condannati dalla madre patria per scontare la propria pena.</p><p>Tuttavia, a questa ‘immigrazione penale’, se così la possiamo definire, si affiancò ben presto una immigrazione libera dettata da una serie di fattori. L’iniziale immigrazione fu infatti dettata da un sovraffollamento in madre patria, da una serie di carestie e dal sovraffollamento delle carceri che rendeva la vita in Inghilterra molto dura e la scelta alternativa, per quanto rischiosa, della traversata per mare e dell’insediamento in terre così lontane preferibile. Certamente vi saranno stati anche individui mossi dalla passione per l’avventura o stimolati dalla possibilità di trovare ricchezza e benessere in terre poco o nulla sfruttate. Ad ogni modo, il 26 gennaio 1788 la <strong>Prima Flotta</strong> (First Fleet) raggiunse il porto di Sydney nel sud-est del continente trasportando 1500 persone, 50% dei quali era costituito da detenuti inviati nei nuovi territori per scontare la loro pena. Era dunque iniziata la colonizzazione sistematica del continente australiano. Circa cinquant’anni dopo, nel 1831, venne inoltre istituito un programma di ‘immigrazione assistita’, in base al quale i cittadini britannici che volessero emigrare in Australia sarebbero stati assistiti economicamente dal Governo con il pagamento del costo della traversata (4). Il Governo avrebbe poi ottenuto i soldi per finanziare questo programma dalla vendita delle parcelle di terreno nelle colonie d’oltremare. Il grande territorio australiano assicurava infatti la possibilità di sfruttare un territorio vergine e particolarmente ricco di risorse.</p><p><strong class="aaa4">Il riconoscimento internazionale dell’archeologia subacquea australiana</strong></p><p>Dopo questo breve <em>excursus</em> storico, ritorniamo all’archeologia subacquea che, come detto, è particolarmente e strettamente legata alla vita delle colonie. L’esperienza nel campo della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia ha avuto le sue origini con la scoperta, nei primi anni ’60 del ventesimo secolo, dei due relitti della <strong>Compagnia delle Indie Orientali Olandese</strong> (<em>Verenigde Oostindische Compagnie &#8211; </em>VOC), il <a href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html" target="_blank"><em><strong>Batavia</strong></em> </a>(1629) e il <em><strong>Vergulde</strong> <strong>Draeck</strong></em> (1656), nelle acque al largo dello Stato del Western Australia (Australia occidentale). In questo periodo l’Australia, come la maggior parte delle altre nazioni, si trovava totalmente sprovvista sia di una legislazione che di un programma coerente e strutturato per far fronte alle problematiche di studio e di ricerca, oltreché di tutela, dei beni archeologici sommersi. A migliorare questa situazione ha contribuito notevolmente l’attenzione ed il valore che l’opinione pubblica ha attribuito a questi beni ritenuti di primaria importanza per la ricostruzione della propria storia e identità culturale. In questa direzione, la pressione sulle istituzioni generata da questa sensibilità pubblica ha prodotto, inizialmente, l’attenzione del legislatore verso l’emanazione di leggi mirate alla protezione di questi beni sommersi.</p><p><strong class="aaa4">Legislazione</strong></p><p>Il primo provvedimento legislativo in questo campo emanato dallo stato del Western Australia, datato al 1963, venne promulgato precisamente a ridosso della scoperta dei due relitti della VOC (5). Questo atto venne successivamente emendato fino a giungere nel 1973 all’emanazione del <em><strong>Maritime Archeology Act</strong> <strong>1973</strong></em> (6). Nel 1977, una delibera della Corte Suprema d’Australia dichiarò la legge invalida per le acque territoriali del Commonwealth d’Australia (7). Per ovviare a questa mancanza, in previsione della delibera della Corte Suprema, il Commonwealth promulgò la legislazione che, con poche modifiche (8), è arrivata fino ad oggi: il <em><strong>Commonwealth Historic Shipwreck Act 1976</strong></em> (<em>HSA 1976</em>) (9). Tra i vari dettami della misura legislativa, a ciascuno Stato o Territorio australiano veniva richiesto di includere lo <em>HSA 1976</em> all’interno del proprio <em>corpus</em> delegando un ente o istituto alla esecuzione dei dettami legislativi. A questo fine, gli approcci sono risultati in soluzioni differenti.</p><p><strong class="aaa4">Istituzioni che gestiscono il patrimonio sommerso</strong></p><p>Alcuni Stati hanno infatti delegato la gestione dello <em><strong>HSA</strong> 1976</em> a enti governativi (Government Departments), come ad esempio il <strong>New South Wales</strong> e il <strong>South Australia</strong>, mentre in altri casi la delega è stata attribuita a musei già attivi nel campo della ricerca storica o archeologico &#8211; subacquea (è il caso, ad esempio, del <strong>Western Australian Maritime Museum</strong> o del <strong>Queensland Museum</strong>). A questi dipartimenti e musei era inoltre delegato l’onere di pianificare e sviluppare i programmi di ricerca in archeologia subacquea. In questo campo l’attività australiana ha forse raggiunto il suo maggiore e migliore sviluppo, arrivando a toccare praticamente tutti i settori della ricerca, tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali subacquei. E’ comunque vero che, perlomeno in un primo momento, la ricerca archeologico &#8211; subacquea ha avuto, in Australia, un focus particolare sui relitti di imbarcazione. Tuttavia, il merito della comunità archeologica è stato proprio quello di identificare questo sbilanciamento e tentare di porvi rimedio.</p><p><strong class="aaa4">Ricerca scientifica</strong></p><p>Per indicare solo alcune di queste esperienze, possono qui venir citate gli scavi sul relitto del <em><a href="http://www.archeoguida.it/003048_batavia.html" target="_blank">Batavia</a></em>, dell’HMS <em><strong>Pandora</strong></em>, del <em><strong>William</strong> <strong>Salthouse</strong></em> e del <em><strong>Sydney</strong> <strong>Cove</strong></em>. Non mi dilungherò troppo su ciascun singolo caso, anche perché è mia intenzione presentarli in maniera più ampia e particolareggiata, ciascuno in un singolo contributo. A livello storico, questi quattro relitti identificano momenti fondamentali per lo sviluppo delle colonizzazione e, ciascuno a suo modo, aprono finestre importanti su aspetti particolari della navigazione, del commercio, ma offrono anche interessanti e curiose notizie legate al naufragio, ad alcuni ammutinamenti e alle vicende ad essi legati. Sarà sufficiente accennare inoltre che questi quattro esempi rappresentano casi compiuti della ricerca archeologico &#8211; subacquea, nel senso che ciascun sito ha percorso tutte le tappe necessarie acciocché una ricerca archeologico &#8211; subacquea possa dirsi completamente metodologica e scientifica. Con questo mi riferisco alle attività di ricerca precedenti allo scavo, allo scavo vero e proprio, alla protezione e conservazione del sito, alla sua valorizzazione, fino ad arrivare alla musealizzazione dei reperti e, in alcuni casi, alla fruizione <em>in situ</em> del bene culturale attraverso itinerari subacquei strutturati. Tutti queste fasi sono state infatti pienamente sviluppate nei casi elencati.</p><p><strong class="aaa4">Sforzi volti alla fruizione e sensibilizzazione del pubblico</strong></p><p>Gli itinerari culturali subacquei rappresentano un altro fiore all’occhiello dell’archeologia subacquea Down Under (10). Il primo esperimento in questo campo venne compiuto nel 1980 nelle acque attorno all’Isola di <strong>Rottnest</strong>, al largo del Western Australia. Alcuni siti sommersi vennero allora provvisti di segnaletica terrestre e subacquea, su plinti, contenente informazioni sul relitto e sulla sua storia, mappe del sito indicanti i materiali visibili sul fondo e altre informazioni. A questa segnaletica si aggiungeva un libretto informativo distribuito dal museo locale nel quale era inoltre esposta la collezione di reperti provenienti dai siti inclusi nell’itinerario. L’accesso ai siti era infine assicurato da un gruppo di privati operanti centri per l’immersione e imbarcazioni a fondo trasparente, i quali avevano l’esclusiva delle visite a patto di operare correttamente e di svolgere un ruolo di controllo e tutela dei siti. L’itinerario subacqueo così strutturato assicurava l’accesso ad una grossa fetta del pubblico fruitore, sia per il pubblico subacqueo che per quello che in acqua non voleva o non poteva andare, agevolando in questo caso la visita attraverso la segnaletica terrestre e le imbarcazioni a fondo trasparente (11).</p><p><strong class="aaa4">Conclusioni</strong></p><p>L’archeologia subacquea in Australia si trova ora in una fase di transizione. Il Commonwealth d’Australia ha in atto la revisione sia della legislazione, per renderla più comprensiva (12), sia del programma di archeologia subacquea per ovviare a mancanze e disgiunzioni e soprattutto per creare una maggiore coesione fra i programmi di ogni singolo Stato e Territorio. La brevità di questo contributo non ha reso possibile, per quanto estremamente interessanti, il completo sviluppo delle tematiche riguardanti ciascun settore della ricerca archeologico &#8211; subacquea in Australia. Tuttavia spero che questa breve sintesi possa avere stimolato i lettori ad un maggiore approfondimento. A questo riguardo, rimando ai link in calce che approfondiscono l’argomento.</p><p class="aaa4" lang="en-US">Link di approfondimento</p><p>Per informazioni su legislazione, programma di archeologia subacquea e itinerari culturali subacquei, vedere:</p><p><a href="http://www.environment.gov.au/heritage/shipwrecks/index.html" target="_blank">http://www.environment.gov.au/heritage/shipwrecks/index.html</a></p><p>Per informazioni su musealizzazioni dei siti, vedere:</p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.museum.wa.gov.au/maritime/swg.asp" target="_blank">&gt;http://www.museum.wa.gov.au/maritime/swg.asp</a></span></p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.mtq.qm.qld.gov.au/en/Events+and+Exhibitions/Exhibitions/Permanent/Pandora+gallery" target="_blank">&gt;http://www.mtq.qm.qld.gov.au/en/Events+and+Exhibitions/Exhibitions/Permanent/Pandora+gallery</a></span></p><p>Per informazioni sulla storia e il patrimonio culturale australiano, vedere:</p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.dfat.gov.au/aib/history.html" target="_blank">&gt;http://www.dfat.gov.au/aib/history.html</a></span></p><p><a href="http://www.environment.gov.au/heritage/about/index.html" target="_blank">&gt;http://www.environment.gov.au/heritage/about/index.html</a></p><p class="aaa4">Note</p><p>(1) Muckelroy K. 1978, <em>Maritime Archaeology</em>, Cambridge University Press, New York, p. 4.</p><p>(2) Tra le materie oggetto di studio dell’archeologia subacquea, si possono indicare: la navigazione antica, le tecnologie di costruzione delle imbarcazioni, la vita di bordo e il commercio per mare nelle sue componenti materiali (carico e oggetti commerciati) ma anche in termini di direttrici e rotte. Ad esempio il carico e i materiali commerciati che spesso offrono informazioni utili all’identificazione dell’origine e destinazione dell’imbarcazione o se non altro del tragitto percorso nel periodo antecedente al naufragio. E’ stato suggerito che i mari possano essere rappresentati come un vasto incrocio di rotte del tutto simili alle reti autostradali moderne, utilizzate come vie preferenziali per i commerci d’altura o di cabotaggio (breve distanza).</p><p>(3) Le fasi della gestione dei beni sommersi possono essere così suddivise: 1) la fase della <em>conoscenza delle risorse </em>(attraverso l’indagine archeologica, l’inventario e la catalogazione, lo scavo e la ricerca); 2) la fase di <em>protezione </em>(attraverso la legislazione e la conservazione delle risorse); e 3) la fase <em>educativa </em>(attraverso le attività di educazione e fruizione).</p><p>(4) Per la cosiddetta ‘emigrazione assistita’ ulteriori notizie sono fornite nel contributo di Haines, R. &amp; Shlomowitz, R., 1991, Nineteenth century government- assisted and total immigration from United Kingdom to Australia. In <em>Journal of the Australian Population Association</em>, 8 (1), pp. 50-61.</p><p>(5) Il provvedimento è conosciuto sotto il nome di <em>Museum Act 1963</em>.</p><p>(6) Questa misura legislativa prevedeva la protezione dei relitti precedenti al 1900 localizzati nelle acque territoriali del Western Australia.</p><p>(7) E’ necessario chiarire che la legislazione e l’amministrazione pubblica in Australia, essendo esso uno stato federale, sono costituite da due livelli distinti: un livello federale (Commonwealth) e un livello statale (singoli Stati o Territori).</p><p>(8) Lo HSA 1976 inizialmente prevedeva la protezione dei relitti in base ad una dichiarazione di storicità prodotta dal ministro competente. Questa filosofia detta ‘caso per caso’ creava un intervallo notevole fra scoperta e dichiarazione di storicità, ponendo il sito sotto forte pressione e a rischio saccheggio. Nel 1985, per ovviare a questo genere di problematiche venne inserito un emendamento che richiedeva al ministro responsabile di dichiarare storici, dunque protetti, tutti i relitti, rinvenuti e non, più vecchi di 75 anni. L’emendamento, definito ‘blanket declaration’, venne accettato e promulgato dal ministro nel 1993 inserendo nei dettami della legislazione la cosiddetta ‘blanket protection’ ovvero una protezione diffusa a tutti i relitti dal compimento del loro 75esimo anno.</p><p>(9) Per un approfondimento sulla legislazione in Australia vedi: Green J. 1995, Management of maritime archaeology under Australian legislation. In <em>The Bulletin of the Australian Institute for Maritime Archaeology</em>, 19 (2), pp. 33-44.</p><p>(10) Così viene definita colloquialmente l’Australia. Il termine deriva dal fatto che il continente australiano si trova nell’emisfero sud, a sud della maggior parte delle altre terre. Da qui Down Under, letteralmente ‘Giù Sotto’.</p><p>(11) Per una panoramica sulle esperienze in questo campo in Australia vedi: Strachan S. 1995, Interpreting Maritime Heritage: Australian Historic Shipwreck Trails. In <em>Historic Environment</em>, 11 (4), pp. 26-35.</p><p>(12) E’ infatti uno degli obbiettivi di questa revisione di includere nel novero dei siti protetti anche tipologie di beni culturali diverse dai relitti di imbarcazione quali, ad esempio, le strutture portuali e gli automezzi della Seconda Guerra Mondiale, siano essi aerei o mezzi meccanici in generale che si trovino sommersi semi-sommersi.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html" data-text="Australia, archeologia subacquea: situazione e prospettive" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002600_australia-archeologia-subacquea.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002600_australia-archeologia-subacquea.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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