<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Guide</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/guide-storiche/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Infanzia nel mondo greco-romano</title><link>http://www.archeoguida.it/007854_infanzia-nel-mondo-greco-romano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007854_infanzia-nel-mondo-greco-romano.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:15:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Ilaria Bendinelli</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7854</guid> <description><![CDATA[Per gli antichi il bambino è un essere privo di ragione, che solo l&#8217;educazione potrà rendere un un individuo vero e proprio. Con il termine infans (non parlante) veniva indicato il neonato fragile e dipendente. In un frammento di Eraclito (536-475 a.C.) leggiamo: “αί̉ον (aion) è un bambino che gioca spostando qua e là le [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7867" title="Infanzia nel mondo greco-romano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/infanzia-mondo-greco-romano.jpg" alt="Infanzia nel mondo greco-romano" width="600" height="446" /></p><p>Per gli antichi il <strong>bambino</strong> è un <span style="color: #800000;">essere privo di ragione</span>, che solo l&#8217;educazione potrà rendere un un individuo vero e proprio. Con il termine <strong><em><span style="color: #800000;">infans</span></em></strong> (non parlante) veniva indicato il neonato fragile e dipendente. In un frammento di <span style="color: #800000;">Eraclito</span> (536-475 a.C.) leggiamo:</p><blockquote><p>“αί̉ον (aion) è un bambino che gioca spostando qua e là le pedine del gioco: un regno di bambino”</p></blockquote><p><span style="color: #800000;">Aion</span> è il tempo che scorre e nel quale le cose accadono senza che la scintilla divina regoli il loro corso, il bambino gioca con i dadi senza comprendere perchè i fatti accadano.</p><h2>Raffigurazioni dell&#8217;infanzia nell&#8217;antichità</h2><p>In <span style="color: #800000;">età</span> <span style="color: #800000;">arcaica</span> (VII-V secolo a.C.) le raffigurazioni realistiche di bambini sono molto rare; in questo periodo testimonianze sull&#8217;infanzia le abbiamo soprattutto dal <span style="color: #800000;">racconto mitologico</span>, dove i bambini assumono l&#8217;aspetto di amorini, semidei, dei ed eroi fanciulli. Nei santuari di <span style="color: #800000;">divinità curotrofiche</span> la presenza di statue di bambini è relativa alla preoccupazione per la loro salute, molto precaria nei primi anni di vita. Nel santuario di <span style="color: #800000;">Afrodite </span><em><span style="color: #800000;">Kourotropha</span></em>a <em>Kition</em> (Cipro) e in quello di <span style="color: #800000;">Apollo </span><em><span style="color: #800000;">Hylatas</span></em><span style="color: #800000;"> a </span><em>Kourion</em> (Cipro) sono state rinvenute una serie di statuette con la funzione di <em>ex-voto</em> raffiguranti fanciulli in posizione accovacciata, completamente nudi o con un corto chitone che lascia scoperti i genitali.</p><p>Statue simili sono conosciute anche nel mondo fenicio e sono databili tra il V e il III secolo a.C. Molti studiosi pensano che statue di questo genere fossero dedicate come <em>ex-voto </em>dai genitori a divinità come <span style="color: #800000;">Apollo</span> o <em><span style="color: #800000;">Eshmun</span></em> (l&#8217;Asclepio fenicio) perchè proteggessero i loro bambini; altri, invece, ritengono che questi <em>ex-voto</em> fossero offerti per chiedere alla divinità di poter generare un figlio maschio o che si tratti di sculture per commemorare un rito di passaggio che prevedeva l&#8217;affidamento del bambino alla protezione della divinità.</p><p>In <span style="color: #800000;">epoca ellenistico-romana</span> le raffigurazioni sul tema dell&#8217;infanzia sono più numerose. Adesso il bambino acquista una propria personalità e i tipi iconografici con i quali lo troviamo rappresentato sono essenzialmente due: <span style="color: #800000;">il fanciullo nelle sue sembianze quotidiane e l&#8217;infanzia come simbolo di una dimensione pura dell&#8217;esistenza</span>. Esistono testimonianze molto profonde sul dolore di genitori che hanno perso i propri figli e sono frequenti anche ritratti di fanciulli soli, o all&#8217;interno del contesto familiare, che sembrerebbero confermare la presenza di un nuovo sentimento d&#8217;affetto nei confronti del bambino.</p><h3>L&#8217;importanza dei primi anni di vita</h3><p>L&#8217;<span style="color: #800000;">allattamento</span> è uno dei temi più rappresentato nel mito: Efesto allattato da Era, Ettore da Ecuba, Astianatte da Andromaca.</p><p>All&#8217;inizio il bambino veniva allattato solo ed esclusivamente dalla <span style="color: #800000;">madre</span>, perchè ricorrere al latte di una nutrice o al latte animale era considerato un <span style="color: #800000;">grandissimo</span> <span style="color: #800000;">disonore</span> per la madre e un pericolo per la salute del bambino. Con il passare del tempo e l&#8217;introduzione di nuove esigenze sociali alle quali le madri appartenenti ai ceti più alti non potevano o non volevano sottrarsi, prese sempre più campo il costume di affidare i propri figli a <span style="color: #800000;">nutrici</span>.</p><p>In un passo dell&#8217;opera <span style="color: #800000;">“Le notti attiche”</span> di <span style="color: #800000;">Aulo Gellio</span> (II secolo d.C.), troviamo un&#8217;appassionata perorazione, tenuta dal filosofo Favorino, nella quale egli parla di una nobile matrona romana che non aveva nessuna intenzione di aggiungere il gravoso compito dell&#8217;allattamento ai dolori e alle fatiche del parto, temendo che ciò potesse rovinarle l&#8217;aspetto.</p><p>Fra i ritrovamenti più interessanti riguardo all&#8217;infanzia abbiamo numerosi <span style="color: #800000;">poppatoi</span> in terracotta di vari periodi, che avevano un significato simbolico nell&#8217;ambito dei culti curotrofici, per proteggere i neonati nei primi anni di vita. Questi contenitori sono caratterizzati da una base molto larga per poter contenere il liquido e da un beccuccio che permettesse di succhiare. Qualche volta l&#8217;imboccatura era chiusa da un piccolo piano forato nel quale restavano incastrati pezzi di cibo troppo grandi per poter essere ingeriti dai lattanti.</p><p>Molti poppatoi avevano la <span style="color: #800000;">forma di animaletti</span> (cagnolini, pocellini, cinghialetti …) in modo da attirare l&#8217;attenzione del lattante e divertirlo. In molti di essi era anche contenuta una pallina di ceramica o un sassolino cossicchè, una volta finito di succhiare il contenuto, potessero essere agitati e producessero un suono piacevole all&#8217;interno del contenitore, che veniva usato come svago per il poppante.</p><h3>Giochi dell&#8217;infanzia nel mondo greco-romano</h3><p>Esistevano anche altri tipi di sonagli, ad esempio la <em><span style="color: #800000;">platage</span></em> che era formata da due dischetti che sbattevano fra loro e l&#8217;invenzione della quale era attribuita al pitagorico <span style="color: #800000;">Archita</span> (IV secolo a.C.). La <em>platage</em> era di legno o di metallo e poteva avere la forma di animaletti, ma se ne conoscono esemplari a forma di culla di neonato. Altri giochi divertenti per i poppanti erano i <span style="color: #800000;">fischietti</span> in terracotta oppure <span style="color: #800000;">amuleti tintinnanti </span>a forma di piccole falci, fiorellini, conchiglie, animali che venivano appesi al polso o al collo del bambino e oltre a divertirlo tenevano lontano il malocchio e gli spiriti mi. Questo tipo di oggetti poteva essere di vario materiale: osso, bronzo, rame, argento e anche oro e i romani li chiamavano <em><span style="color: #800000;">crepundia</span></em> (dal verbo <em>crepare </em>&gt; far rumore), <span style="color: #800000;">Tertulliano</span> li denominava <em><span style="color: #800000;">crepitacula</span></em>, <span style="color: #800000;">Arnobio</span> <em><span style="color: #800000;">tintinnabula</span></em>.</p><p>Quando il bambino non era più un poppante, le <span style="color: #800000;">femmine</span> si dedicavano a <span style="color: #800000;">giochi</span> <span style="color: #800000;">con le bambole</span>, mentre i <span style="color: #800000;">maschi</span> erano interessati a <span style="color: #800000;">modellini di cavalli, carri e bighe</span>. Crescendo, l&#8217;attenzione di entrambi si spostava su giochi che richiedevano una certa <span style="color: #800000;">abilità</span>, come la <span style="color: #800000;">trottola</span> costruita in metallo, legno o terracotta, il <span style="color: #800000;">rocchetto</span> che aveva la funzione di un moderno yo-yo e il <span style="color: #800000;">cerchio</span>, spesso in bronzo, adornato da campanellini che suonavano quando si faceva ruotare.</p><p>Ma raffigurazioni e fonti letterarie greco-romane mostrano ragazzini che giocano con i propri coetanei (1) all&#8217;aperto <span style="color: #800000;">a nascondino, mosca cieca, al tiro alla corda, con l&#8217;altalena, il dondolo o l&#8217;aquilone</span>. I bambini greci giocavano al <em><span style="color: #800000;">moskinda</span></em> (da <em>moskios</em> &gt; vitello), che corrispondeva al nostro salto alla quaglia o cavallina e fu poi praticato secoli dopo anche dai coetanei romani. Molti giochi erano costituiti da oggetti semplici e facilmente reperibili, ad esempio le <span style="color: #800000;">noci</span>, che divennero ben presto uno dei simboli dell&#8217;antichità. <span style="color: #800000;">Persio</span> (I secolo d.C.), per indicare il passaggio dall&#8217;infanzia all&#8217;età adulta, si serve dell&#8217;espressione <em><span style="color: #800000;">“nuces reliquere”</span></em> cioè letteralmente “lasciare le noci”.</p><p>Uno dei giochi più frequenti con le noci era il <em><span style="color: #800000;">ludus castellorum</span></em> nel quale uno dei partecipanti cercava di gettare la sua noce sopra altre tre per terra per formare la base, se riusciva a far stare la noce sopra le altre senza farle cadere e a formare il castello, aveva vinto. Nel gioco della <em><span style="color: #800000;">tropa</span></em> i giocatori dovevano far cadere le noci in una serie di piccole buche scavate nel terreno, o nella bocca di un vaso piuttosto stretto. Al posto delle noci si potevano usare gli <em><span style="color: #800000;">astragali</span></em>, ossicini situati nel tarso di pecore e di altri animali, che successivamente saranno forgiati in bronzo, piombo, marmo, terraccotta e persino in oro e avorio.</p><p>Questi oggetti venivano dati come premio a scuola ai bambini che si erano dimostrati particolarmente studiosi. Per la loro forma regolare e la dimensione differente dei lati, che faceva sì di poter attribuire ad ogni lato un valore numerico, gli astragali erano usati come dadi veri e propri, che erano molto simili ai nostri.</p><p>Sicuramente il più caro compagno di giochi che un bambino possa desiderare è un <span style="color: #800000;">animale vivente</span>. Anticamente, come oggi, molti avevano in casa un gatto, un cane o un uccellino da gabbia. Su monumenti funerari greci e romani, i bambini sono spesso rappresentati con animali con i quali in vita avevano giocato. Ma se non era possibile possedere un animale domestico esisteva l&#8217;alternativa di poterne avere <span style="color: #800000;">uno in terracotta o il legno, molto colorato</span>. Spesso il bambino lo legava con una corda e lo tirava dietro di sé, cosicchè sembrasse che lo seguiva fedelmente.</p><p>Reperti di animali giocattolo sono fra i ritrovamenti più diffusi e si trovano in contesti di vario periodo, fin dal <span style="color: #800000;">III millennio a.C.</span>, sia nel Mediterraneo che in Mesopotamia ed Egitto. Possono essere dei tipi più vari: topi, tigri, leoni, cavalli, cinghiali, montoni, porcospini, tartarughe, uccellini, ippopotami, coccodrilli, galli, galline, oche, anatre&#8230;</p><h3>Riti di passaggio nel mondo greco-romano</h3><p>I <span style="color: #800000;">giocattoli</span> erano anche utilizzati come <span style="color: #800000;">oggetti sacri</span> durante rituali infantili, che avvenivano durante feste che ricorrevano annualmente a scandire la vita sociale.</p><p>In molte città italiote e siceliote, fra la fine del V e tutto il IV secolo a.C., era diffusa una festa di origine attica, la cosidetta <em><span style="color: #800000;">Anthesteria</span></em>, durante la quale esemplari di <em><span style="color: #800000;">chous</span></em> (un tipo particolare di brocca legato a riti dionisiaci) di grandi e medie dimensioni erano riservati agli adulti, mentre quelli in <span style="color: #800000;">forma</span> <span style="color: #800000;">miniaturistica</span> erano specifiche di un tipico rito di passaggio che vedeva come protagonisti i bambini che avevano compiuto i <span style="color: #800000;">tre anni di età </span>ai quali, durante questa festa, veniva donato il primo <em>chous</em>. Da qui nacque l&#8217;usanza di deporre un <em>chous</em> nella tomba degli infanti morti prima del terzo anno di età.</p><p>Durante le feste in onore di <span style="color: #800000;">Zeus </span><em><span style="color: #800000;">Melichios</span></em> (benigno) ad Atene, le <em><span style="color: #800000;">Diasie</span></em> festeggiate il 23 del mese di <em>Antesterione</em> (intorno al 14 marzo), era usanza regalare ai bambini dei <span style="color: #800000;">carrettini</span> e offrire alla divinità focacce a forma di animali insieme a sacrifici pubblici e privati, affinchè venissero allontanati i mali.</p><p>A Roma i giocattoli si regalavano alla nascita o quando i genitori davano il nome ai neonati o durante il loro compleanno. Ad ogni modo, l&#8217;usanza di <span style="color: #800000;">donare</span> <span style="color: #800000;">giocattoli</span> era spesso legata al <span style="color: #800000;">momento di passaggio dall&#8217;infanzia alla loro vita di adulti </span>e molti sono stati trovati in santuari come <em>ex-voto</em> di adolescenti a divinità che hanno loro dato protezione da fanciulli. Un esempio di ciò sono le <span style="color: #800000;">bambole</span> che anticamente rappresentavano <span style="color: #800000;">Afrodite</span>, dispensatrice di amore e <span style="color: #800000;">Era</span>, il modello di sposa.</p><p>Le <span style="color: #800000;">bambole</span> infatti sono legate al rito del <span style="color: #800000;">matrimonio</span>: le fanciulle si sposavano molto giovani e il giorno prima della cerimonia nuziale, in Grecia, erano solite dedicare la propria bambola ad Afrodite o ad Artemide; a Roma invece la deponevano come offerta sull&#8217;altare dei <span style="color: #800000;">Lari</span> (divinità protettrici del focolare domestico), a sottolineare il distacco dal mondo della fanciullezza e l&#8217;accesso al rango di donna adulta. Le bambole erano, nella maggior parte dei casi, in terracotta, forgiate da matrici, con arti snodabili collegati al corpo tramite sottili fili di bronzo. Le più preziose potevano essere di oro, avorio e legno.</p><p>Se le fanciulle restavano nubili non offrivano la propria bambola agli dei, ma la conservavano fino alla morte. Un esempio famoso è la bambola in avorio rinvenuta nella tomba della piccola <em><span style="color: #800000;">Crepereia Thyphaena</span></em> (150-160 d.C.) a Roma, curata fin nei minimi particolari, con anelli d&#8217;oro alle dita, un piccolo specchio in argento, alcuni pettini in avorio e uno scrigno, tutti oggetti miniaturistici.</p><h3>Rappresentazioni di divinità bambine nel mondo greco-romano</h3><p><span style="color: #800000;">Eros</span>, il dio dell&#8217;amore, è la divinità bambina per eccellenza nel mondo greco. Nella <em>Teogonia</em> di <span style="color: #800000;">Esiodo</span> (VIII secolo a.C.) Eros è figlio di <span style="color: #800000;">Afrodite</span> ed è descritto come un adolescente bello e capriccioso. In <span style="color: #800000;">età ellenistica</span>, invece, assume l&#8217;aspetto di un bambino tenero e dolce, ma capace di scherzi e gesti birichini e, a volte, anche crudeli, con arco e frecce. In questo periodo viene rappresentato come un bambino paffuto con ali piccole e corte, spesso ha un ciuffo o una treccia che indicano l&#8217;aspetto infantile ed è nudo. La maggior parte delle volte, lo troviamo in compagnia di Afrodite, ma anche di Grazie e Nereidi. In Grecia il culto più importante a lui dedicato era presso <span style="color: #800000;">Tespie</span> (Beozia), ma generalmente veniva adorato insieme ad Afrodite nei templi a lei dedicati.</p><p>A Roma Eros viene chiamato con l&#8217;appellativo di <em><span style="color: #800000;">Amor</span></em> e, per continuità con la tradizione greca, è figlio di <span style="color: #800000;">Venere</span>. Abbiamo la testimonianza di una poesia di <span style="color: #800000;">Catullo</span> (I secolo a.C.) nella quale c&#8217;è un riferimento a un culto domestico di <em>Amor</em>.</p><p>Un&#8217; altra figura di bambino è quella di <span style="color: #800000;">Dioniso</span>. Secondo la tradizione egli è figlio di <span style="color: #800000;">Zeus</span> e <span style="color: #800000;">Semele</span>. La spietata Era, tramite l&#8217;inganno, fa sì che Semele chieda a Zeus di unirsi a lei con la pienezza divina con la quale si congiunge alla moglie e così muore incenerita dalla potenza del dio. Dioniso viene estratto dal ventre della madre ancora incompiuto e la sua gestazione ha termine nella coscia del padre. Dioniso, dunque, nasce due volte ed è allevato da Sileno e cullato da Ninfe e Menadi, mentre gioca nelle terre d&#8217;Oriente. Esistono molte rappresentazioni di Dioniso bambino a cavallo di animali esotici come tigri o pantere .</p><p>A Roma egli assume il nome di <span style="color: #800000;">Bacco</span> e viene raffigurato con un volto paffuto e rubicondo.</p><p>In età ellenistica il pantheon greco e romano accoglie l&#8217;immagine della divintà egiziana <span style="color: #800000;">Arpocrate</span>, figlio di <span style="color: #800000;">Iside</span> e <span style="color: #800000;">Osiride, </span>che è spesso rappresentato seduto su un fiore di loto. Il suo culto arriva in Grecia insieme a quello di Iside e Serapide ed è venerato nei templi a loro dedicati. Le maggiori attestazioni le abbiamo in <span style="color: #800000;">età</span> <span style="color: #800000;">imperiale</span> (II-III secolo d.C.) e viene rappresentato mentre è allattato da Iside, o come un piccolo Eros con ali e faretra, o recante sulla testa la corona dell&#8217;Alto e del Basso Egitto (che con il passare del tempo diventerà un semplice ornamento) e in mano la <span style="color: #800000;">cornucopia,</span> che lo caratterizza come divinità della fertilità e della fecondità. Inoltre, egli ha la funzione di custodire il segreto che avvolge i riti misterici che concernono il culto della madre e proprio la presenza accanto a lui di quest&#8217;ultima fa sì di renderlo molto gradito.</p><h3>Note</h3><ul><li>(1) Sia Platone, nelle Leggi, che Aristotele, nella Politica, attribuiscono grande importanza pedagogica al gioco, perchè favorisce fin dalla più tenera età lo sviluppo dell&#8217;abilità personale e un sano spirito competitivo. Non a caso, i giochi coinvolgevano sempre due o più partecipanti.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>Aristotele, <em>Politica</em>, VII, 15</li><li>Gellio Aulo, <em>Noctes Atticae</em>, X 23</li><li><em>Ludus in fabula, giochi e immagini dell&#8217;infanzia nell&#8217;antichità</em>, pagg. 7-14, mostra tenutasi al museo archeologico di Firenze, febbraio 2008</li><li>Persio Aulo Flacco, <em>Satira</em> I, 1-18</li><li>Platone, <em>Leggi</em> I, 643</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007854_infanzia-nel-mondo-greco-romano.html" data-text="Infanzia nel mondo greco-romano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007854_infanzia-nel-mondo-greco-romano.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007854_infanzia-nel-mondo-greco-romano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sumeri: introduzione</title><link>http://www.archeoguida.it/007853_sumeri-introduzione.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007853_sumeri-introduzione.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:04:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Ilaria Bendinelli</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7853</guid> <description><![CDATA[Sumeri, primi abitanti della Mesopotamia Nella parte centrale del Vicino Oriente scorrono due grandi fiumi: il Tigri e l&#8217;Eufrate che nascono dai monti dell&#8217;Armenia. Il Tigri scende verso sud-est con un corso più rettilineo, l&#8217;Eufrate, invece, descrive una larga ansa fino a 150 chilometri dal Mediterraneo. Una volta che entrambi i fiumi hanno raggiunto la pianura, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7864" title="sumeri" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/sumeri.jpg" alt="Sumeri: introduzione" width="600" height="600" /></p><h2>Sumeri, primi abitanti della Mesopotamia</h2><p>Nella parte centrale del <span style="color: #800000;">Vicino Oriente</span> scorrono due grandi fiumi: il <span style="color: #800000;">Tigri</span> e l&#8217;<span style="color: #800000;">Eufrate</span> che nascono dai monti dell&#8217;<span style="color: #800000;">Armenia</span>. Il Tigri scende verso sud-est con un corso più rettilineo, l&#8217;Eufrate, invece, descrive una larga ansa fino a 150 chilometri dal Mediterraneo. Una volta che entrambi i fiumi hanno raggiunto la pianura, si avvicinano e scorrono quasi parallelamente per sfociare nel <span style="color: #800000;">Golfo</span> <span style="color: #800000;">Persico</span>. Oggi prima della foce si riuniscono nello <em>Shatt-el-Arab</em>, ma nell&#8217;antichità la linea di costa era molto più arretrata. Entrambi i fiumi, come il Nilo, erano soggetti a <span style="color: #800000;">piene periodiche</span>, anche se meno regolari di quest&#8217;ultimo, le quali rendevano feconde le terre lungo il loro corso inferiore.</p><p>I greci avevano denominato la zona compresa fra questi due fiumi (all&#8217;incirca l&#8217;attuale <em>Iraq</em>) <span style="color: #800000;">Mesopotamia</span>, termine che nella lingua greca significa “in mezzo a due fiumi”. Intorno al <span style="color: #800000;">10.000 a.C</span>., questo territorio, che prima era coperto da vegetazione rigogliosa e fertili praterie, subì un drastico cambiamento: <span style="color: #800000;">le piogge divennero</span> <span style="color: #800000;">molto scarse e le terre si mutarono in deserto</span>. Allora i gruppi umani che abitavano qui si spostarono nelle oasi e lungo le valli dei fiumi, presso le quali il clima era più favorevole e i contatti umani erano agevolati dalla loro vicinanza. Tutto questo favorì un graduale passaggio da un&#8217;<span style="color: #800000;">economia essenzialmente fatta di caccia a una di agricoltura</span>. Intorno al <span style="color: #800000;">3200 a.C.</span> in Mesopotamia nacquero le prime città.</p><p>I primi abitanti della Mesopotamia furono i <span style="color: #800000;">sumeri</span> che, fra il <span style="color: #800000;">3200</span> e il <span style="color: #800000;">2800 a.C.</span>, occuparono <span style="color: #800000;">la zona inferiore della regione proprio nelle vicinanze delle foci dei fiumi</span>. Essi chiamavano se stessi <span style="color: #800000;">“le teste nere”</span> e la regione da loro abitata <span style="color: #800000;">Sumer</span> e costruirono numerose città lungo i fiumi, circondate da grandi mura di difesa e capaci di contenere una ingente popolazione. Nel <span style="color: #800000;">5000 a.C.</span> l&#8217;insediamento più grande era <span style="color: #800000;">Eridu</span>, vicinissimo al Golfo Pesico, ma era ancora un centro tipicamente neolitico nel quale si praticavano sia la pesca che l&#8217;agricoltura. Nel IV millennio a.C. nacque sull&#8217;Eufrate <span style="color: #800000;">Uruk</span>, la prima città, che comprendeva circa cinquantamila abitanti.</p><p>Il nucleo centrale era costituito da templi grandiosi e nel corso del III millennio a.C. si munirà di una grande cerchia muraria per un percorso di nove chilometri con centinaia di alte e robuste torri. I sumeri non si organizzarono in uno stato unitario vero e proprio, ma in una serie di <span style="color: #800000;">città autonome</span>, sul modello di quelle che saranno le città-stato greche. Fra le più importanti troviamo: <span style="color: #800000;">Ur</span>, <span style="color: #800000;">Kish</span>, <span style="color: #800000;">Lagash</span>, <span style="color: #800000;">Umma</span>&#8230;Intorno a ciascuna si estendevano campi irrigui e i territori in mezzo fra l&#8217;una e l&#8217;altra erano lasciati a deserto.</p><h3>Organizzazione sociale dei Sumeri</h3><p>Come Uruk, ogni città era sorta intorno a un <span style="color: #800000;">tempio</span> intorno al quale si concentrava la <span style="color: #800000;">vita religiosa</span>, ma anche <span style="color: #800000;">politica</span> ed <span style="color: #800000;">economica</span>. Il tempio infatti era il <span style="color: #800000;">luogo di culto</span>, <span style="color: #800000;">centro direttivo delle attività economiche e pubbliche</span>, <span style="color: #800000;">magazzino</span>, <span style="color: #800000;">mercato</span> e <span style="color: #800000;">scuola</span>. Una struttura di questo tipo viene chiamata <span style="color: #800000;">tempio-palazzo</span> e l&#8217;autorità era detenuta dal <span style="color: #800000;">sovrano-sacerdote</span> al quale il potere viene concesso direttamente per discendenza divina e che, inizialmente, abita all&#8217;interno del tempio.</p><p>Successivamente, in quello che è chiamato <span style="color: #800000;">periodo</span> <span style="color: #800000;">protodinastico</span>, il potere politico si differenziò da quello religioso e, mentre il re diventò il vero e proprio capo dello stato, il tempio fu affidato a un primo sacerdote, capo di una potente casta cittadina. I sacerdoti avevano anche il ruolo di funzionari, infatti distribuivano ai contadini le terre da coltivare, immagazzinavano le derrate alimentari e organizzavano attività della vita cittadina. Gli agricoltori dovevano consegnare il frutto delle loro fatiche al tempio, cioè alla divinità della quale erano considerati servitori e, in cambio, ricevevano dai sacerdoti il necessario per vivere e una razione di cibo giornaliera corrispondente a una ciotola di cereali.</p><p>La proprietà privata era sconosciuta: i terreni appartenevano alla collettività e tutti dovevano adoperarsi alla costruzione di grandi opere pubbliche delle quali la città aveva bisogno. Il re adesso risiede con le sue guardie nel suo palazzo, che i sumeri chiamavano <span style="color: #800000;">“casa grande”</span>, al centro della città e circondato da altri edifici di culto. I sovrani che erano a capo delle varie città di Sumer avevano titoli diversi: <em><span style="color: #800000;">en</span></em> (signore), <em><span style="color: #800000;">lugal</span></em> (grande uomo), <em><span style="color: #800000;">ensi</span></em>. La differenza di senso delle varie titolature non è facile da spiegare, ma pare dipenda da <span style="color: #800000;">usanze locali</span>. Il titolo più usato era <em>lugal</em>, <em>ensi</em> invece è la titolatura preferita dai sovrani di <em>Lagash</em>; <em>en</em> è invece legato ai re di <em>Uruk</em>.</p><h3>Imprese di conquista dei Sumeri</h3><p>Per molto tempo la società sumera mantenne l&#8217;ordine e la pace fra le rispettive città. Alla <span style="color: #800000;">fine del III millennio a.C.</span> ci fu un periodo di intenso fermento politico e alcuni sovrani iniziarono le prime imprese di conquista. Ciò dipese, probabilmente, dal rafforzamento del potere del sovrano: è il caso del re della città di <em>Lagash</em>, <em><span style="color: #800000;">Urukagina</span></em>, che promulgò un editto per porre tutti i funzionari cittadini sotto il suo controllo. Ad ogni modo gli stati sumeri, da questo periodo in poi, guerreggiarono aspramente fra di loro, ma senza mai unificare il paese. Infine, nel <span style="color: #800000;">2460 a.C.</span> le città sumere furono assoggettate sotto un unico sovrano, noto dalle tavolette cuneiformi con il nome di <em><span style="color: #800000;">Lugazzaggesi</span></em>, re di <em><span style="color: #800000;">Umma</span></em>, il quale pose la sua sede a <em><span style="color: #800000;">Uruk</span></em> e si proclamò re del paese.</p><h3>Economia dei Sumeri</h3><p>I sumeri furono per la maggior parte <span style="color: #800000;">agricoltori</span> e, grazie alla sapiente opera di canalizzazione dell&#8217;Eufrate, la regione divenne molto fertile e produttiva. Venivano prodotti <span style="color: #800000;">grano</span> e <span style="color: #800000;">orzo</span> in grande quantità, ma anche piante da frutto fra le quali la più diffusa era la <span style="color: #800000;">palma da dattero</span>, che era alla base dell&#8217;alimentazione della comunità. Si svilupparono anche i commerci, per venire in possesso di materie prime che la città non aveva: <span style="color: #800000;">metalli</span>, in particolare <span style="color: #800000;">rame</span>, <span style="color: #800000;">legname</span> per la costruzione di templi, <span style="color: #800000;">pietre preziose</span>, non solo per ornamento personale, ma anche per intagliare <span style="color: #800000;">sigilli</span>, che davano validità legale a contratti, editti e documeti ufficiali. La contropartita che poteva offire la città erano manufatti pregiati di artigiani, oggetti di oreficeria, ceramiche.</p><h3>L&#8217;invenzione della scrittura</h3><p>Ai sumeri risale l&#8217;invenzione della scrittura intorno al <span style="color: #800000;">3000 a.C.</span> Le necessità amministrative e organizzative delle città, come ad asempio la registrazione di merci e di derrate nei magazzini, la misurazione di campi e canali e la promulgazione di editti e leggi, portarono all&#8217;elaborazione di un sistema di segni e di calcolo e in seguito a un complesso sistema di scrittura.</p><p>Inizialmente, il sistema di scrittura sumerico presentava segni molto simili ai geroglifici egizi ma, successivamente, divenne sempre meno pittorico e più stilizzato fino a dare origine ai caratteristici <span style="color: #800000;">segni cuneiformi</span>, cioè a forma di <span style="color: #800000;">chiodo</span> (<em>cuneus</em> in latino), che potevano essere obliqui, orizzontali o verticali. I sumeri si servivano di asticelle appuntiche con le quali incidevano i segni cuneiformi su tavolette ricoperte di argilla. Questo tipo di scrittura è noto fin dal <span style="color: #800000;">1616</span>, anno nel quale il mercante e viaggiatore <span style="color: #800000;">Pietro della Valle</span> fece conoscere le iscrizioni che aveva visto sulle rovine babilonesi dei palazzi di Persepoli. La lingua sumera, infatti, veniva ancora scritta secoli dopo che si era cessato di parlarla (come il latino nel medioevo).</p><h3>Religione dei Sumeri</h3><p>Le divinità venerate dai sumeri erano <span style="color: #800000;">dei della natura e della fertilità</span>. <em><span style="color: #800000;">Anu</span></em> era il signore del cielo, <em><span style="color: #800000;">Enlil</span></em> il dio del vento e delle tempeste, che poteva essere benefico e rovinoso nello stesso tempo, <em><span style="color: #800000;">Enki</span></em> era la divinità della saggezza e delle acque dolci. Questi dei erano legati ai cicli dell&#8217;agricoltura, ma erano venerati anche i principali corpi celesti, ad esempio il <span style="color: #800000;">Sole</span>, la <span style="color: #800000;">Luna</span>, il pianeta <span style="color: #800000;">Venere</span>. Questo spiega l&#8217;importanza dello studio degli astri, che presso questa e altre popolazioni mesopotamiche raggiunse livelli da specialisti.</p><p>Ogni città aveva i propri dei protettori, che venivano venerati in un caratteristico edificio a forma di torre, chiamato <em><span style="color: #800000;">ziqqurat</span></em> e nel quale la casta sacerdotale provvedeva al culto. Oltre alle divinità principali, i sumeri credevano all&#8217;esistenza di <span style="color: #800000;">geni</span> e <span style="color: #800000;">demoni</span>, sia buoni che cattivi, che influenzavano in vario modo le attività umane.</p><p>Ad esempio il terribile demone <em><span style="color: #800000;">Pazuzu</span></em> era ritenuto responsabile di molte malattie e catastrofi. A differenza degli egizi, i sumeri non ritenevano <span style="color: #800000;">l&#8217;Aldilà</span> un luogo dove poter vivere felici, ma piuttosto <span style="color: #800000;">squallido</span> e <span style="color: #800000;">oscuro</span>, nel quale gli uomini erano costretti a stare infelici in eterno come parvenze di vita. Per loro era quindi la <span style="color: #800000;">vita terrena</span> quella a cui dare importanza e durante la quale cercare di vivere felicemente e prosperamente.</p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>-Cantarella Eva-Guidorizzi Giulio, <em>Polis, società e storia</em>, Torino 2010, pagg. 30-36</li><li>-Invernizzi Antonio, <em>Dal Tigri all&#8217;Eufrate</em>, Firenze 2007 pag. 222</li><li>-Proto Beniamino, <em>Alle fonti della storia</em>, Milano 1982 pagg. 76-80</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007853_sumeri-introduzione.html" data-text="Sumeri: introduzione" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007853_sumeri-introduzione.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007853_sumeri-introduzione.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ittiti: introduzione</title><link>http://www.archeoguida.it/007851_ittiti-introduzione.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007851_ittiti-introduzione.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:50:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Ilaria Bendinelli</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category> <category><![CDATA[Hittiti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7851</guid> <description><![CDATA[Ittiti, una popolazione indoeuropea Intorno alla fine del III millennio a.C. fanno la loro comparsa gli Indoeuropei in diverse regioni del mondo quali: Asia Minore, Altopiano Iranico, India ed Europa. Il termine indoeuropei vuole attribuire una valenza linguistica e definisce una serie di popoli che parlano una stessa lingua o lingue che derivano da un [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7857" title="ittiti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/ittiti.jpg" alt="Ittiti: introduzione" width="600" height="419" /></p><h2>Ittiti, una popolazione indoeuropea</h2><p>Intorno alla <span style="color: #800000;">fine del III millennio a.C.</span> fanno la loro comparsa gli <span style="color: #800000;">Indoeuropei</span> in diverse regioni del mondo quali: <span style="color: #800000;">Asia Minore</span>, <span style="color: #800000;">Altopiano Iranico</span>, <span style="color: #800000;">India</span> ed <span style="color: #800000;">Europa</span>.</p><p>Il termine indoeuropei vuole attribuire una valenza linguistica e definisce una serie di popoli che parlano una stessa lingua o lingue che derivano da un idioma comune. Tuttavia, ancora oggi, non sappiamo da dove gli Indoeuropei provenissero e perchè si stanziarono in uno spazio geograficamente così ampio. Secondo alcuni la loro patria sarebbe stata l&#8217;<span style="color: #800000;">Europa settentrionale</span>, tra le Alpi ed il Mar Baltico, secondo altri, invece, essi proverrebbero dalle <span style="color: #800000;">regioni della Russia</span> <span style="color: #800000;">meridionale</span>, nei pressi del Mar Nero, altri ancora ritengono che inizialmente abitassero <span style="color: #800000;">alcune zone dell&#8217;Anatolia</span> e che fossero non popolazioni di nomadi guerrieri, ma agricoltori sedentari.</p><p>Intorno al <span style="color: #800000;">2300 a.C.</span>, nell&#8217;area anatolica, un gran numero di insediamenti, soprattutto ad ovest e a sud, vanno incontro ad una rapida decadenza e la popolazione autoctona viene progressivamente sostituita da popolazioni di lingua indoeuropea: i <span style="color: #800000;">Luvi</span> a sud-ovest, i <span style="color: #800000;">Palaici</span> a nord e gli <strong><span style="color: #800000;">Ittiti</span></strong> (che parlavano una lingua detta <em>nesite</em>) al centro e ad est. Intorno al <span style="color: #800000;">2000 a.C.</span> proprio gli Ittiti, una popolazione di pastori nomadi provenienti, secondo alcuni, dalla Russia meridionale, fondarono un regno nella penisola anatolica (nell&#8217;attuale Turchia).</p><p>La zona nella quale si stabilirono era protetta da aspre catene montuose folte di boschi: questo ostacolò lo sviluppo della loro vita cittadina che non raggiunse mai i livelli di quella presente in Egitto e in Mesopotamia.</p><p>Tuttavia l&#8217;Anatolia era ricca di legname, che altre popolazioni dovevano importare e di altre materie prime, quali argento e metalli preziosi e ciò permise loro di poter allargare la rete commerciale. Inoltre gli <strong>Ittiti</strong> furono artefici di un&#8217;importante innovazione tecnica: furono i primi a conoscere il segreto della trasformazione del ferro in acciaio, tecnica della quale mantennero, fino alla loro caduta, l&#8217;assoluto monopolio.</p><h3>Espansione e tecniche di guerra degli Ittiti</h3><p>La storia del <strong>popolo Ittita</strong> viene abitualmente divisa in due fasi: <span style="color: #800000;">antico regno</span> (1600-1450 a.C.) e <span style="color: #800000;">nuovo regno</span> (1320-1200 a.C.), con, eventualmente, una fase intermedia (1450-1320 a.C.). Durante tutto il periodo della storia Ittita, questo popolo è stato dominato da re appartenenti tutti ad un ristretto numero di famiglie fra loro imparentate. Il fondatore dell&#8217;impero Ittita fu il re <em><span style="color: #800000;">Pitkhana</span></em> di <em><span style="color: #800000;">Kussara</span></em> (circa 1800 a.C.), che riuscì a riunire alcune tribù sotto il protettorato della città di <em><span style="color: #800000;">Kutelpe</span></em>: questo fu il primo nucleo del futuro impero. A <em>Pitkhana</em> successe il figlio <em><span style="color: #800000;">Anittas</span></em>, che estese il dominio di <em>Kussara</em> conquistando le città di <em><span style="color: #800000;">Nesa</span></em>, che divenne prima capitale del regno Ittita, e <em><span style="color: #800000;">Hattusa</span></em>. <em>Nesa</em>, come capitale, raggiunse un certo grado di sviluppo. Cento anni dopo, sotto il regno di <em><span style="color: #800000;">Hattusili</span></em><span style="color: #800000;"> I</span>, <em>Hattusa</em> (1) divenne la vera capitale degli Ittiti.</p><p>Gli <strong>Ittiti</strong> riuscirono a sottomettere le popolazioni locali, grazie alla loro superiorità militare. Durante gli scontri essi si servivano di armi fino allora sconosciute, come le <span style="color: #800000;">spade</span> e soprattutto i veloci <span style="color: #800000;">carri da guerra trainati dai cavalli</span>, animali che furono introdotti in Mesopotamia proprio dagli Ittiti (2). Sui carri, solitamente, salivano due combattenti: un auriga per condurli e un arciere per scoccare le frecce contro i nemici. A partire dal <span style="color: #800000;">1600 a.C.</span>, grazie all&#8217;operato dei sovrani <em>Hattusili</em> e <em>Murshili</em> I, gli Ittiti si espansero verso la Siria e la Mesopotamia e diedero origine ad un potente impero. Intorno al <span style="color: #800000;">1530 a.C.</span> il re <em><span style="color: #800000;">Murshili</span></em><span style="color: #800000;"> I</span> conquistò e saccheggiò Babilonia, mettendo fine all&#8217;antico impero babilonese. Dopo questo periodo di splendore, il regno Ittita subì una fase di declino dovuta a lotte intestine fra il re, l&#8217;aristocrazia e l&#8217;assemblea popolare.</p><p>Di questa situazione approfittò il <span style="color: #800000;">regno di</span> <span style="color: #800000;">Mitanni</span>, una popolazione nata dalla fusione degli <em><span style="color: #800000;">Hurriti</span></em> (3) con una componente indoeuropea. Essi tolsero agli Ittiti le loro conquiste e dettero luogo ad un potente regno tra l&#8217;Anatolia e l&#8217;alta Mesopotamia. Nel <span style="color: #800000;">1500 a.C.</span> il re <em><span style="color: #800000;">Telipinu</span></em> restaurò il potere e l&#8217;espansione Ittita. Dopo di lui il massimo sviluppo del regno fu raggiunto dal sovrano <em><span style="color: #800000;">Shuppiluliuma</span></em>, fra il <span style="color: #800000;">1380</span> e il <span style="color: #800000;">1346 a.C.</span>, il quale sottomise il regno di Mitanni, occupò tutta la Siria settentrionale, fino alle montagne del Libano e si trovò di fronte il potente regno degli Egizi, con i quali, per il momento, non ci furono scontri devastanti.</p><p>Dopo un periodo di lotte e di instabilità gli Egizi, con a capo il faraone <em><span style="color: #800000;">Ramses</span></em><span style="color: #800000;"> II</span>, si scontrarono con gli Ittiti, capeggiati dal re <em><span style="color: #800000;">Muwatalli</span></em>, a <em><span style="color: #800000;">Qadesh</span></em> (<em>Kinza</em> in lingua Ittita) nel <span style="color: #800000;">1284 a.C.</span>, nell&#8217;attuale territorio della Siria. La battaglia ebbe esito incerto, nonostante documenti egizi celibrino la loro vittoria e il loro coraggio. Gli Ittiti, infatti, riuscirono ad impedire la presa di Qadesh e, dopo la battaglia, venne firmato un trattato di pace con il nome di <span style="color: #800000;">“pace eterna”</span>, con il quale entrambi i popoli si impegnavano ad aiutarsi reciprocamente, nel caso di attacco di un terzo popolo. Attorno al <span style="color: #800000;">1200 a.C.</span> circa, si verificarono invasioni di alcune popolazioni sempre del ceppo indoeuropeo, che sono annoverate sotto il nome di <span style="color: #800000;">“popoli del mare”</span>, i quali si erano stanziati sulle coste del Mediterraneo orientale e sulle isole dell&#8217;Egeo.</p><p>I primi a subire le cause del loro passaggio furono proprio gli Ittiti che videro annientare il loro impero. Dopo questo periodo la mappa dell&#8217;Asia Minore apparve completamente trasformata e, quelle che erano le rovine dell&#8217;antico impero Ittita sulla costa occidentale dell&#8217;Anatolia, furono occupate da vari stati autonomi, fra i quali il <span style="color: #800000;">regno dei Frigi</span> con capitale <span style="color: #800000;">Gordio</span> e il <span style="color: #800000;">regno di Lidia</span> con capitale <span style="color: #800000;">Sardi</span>, mentre ad oriente, verso il fiume Eufrate, sopravvissero solo alcuni piccoli regni indipendenti, chiamati <span style="color: #800000;">regni neo-Ittiti</span>, che raccolsero l&#8217;eredità Ittita.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-7858" title="territorio-ittiti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/territorio-ittiti.jpg" alt="Ittiti: introduzione" width="600" height="486" /></p><h3>Organizzazione sociale degli Ittiti</h3><p>L&#8217;organizzazione politica e delle leggi della civiltà Ittita presentava alcune originalità rispetto alle diverse popolazioni che abitavano la Mesopotamia. Il loro codice, a differenza di quello di Hammurabi, prevedeva <span style="color: #800000;">pene pecuniarie</span> invece della legge del taglione. La figura del sovrano era quella di una sorta di <em><span style="color: #800000;">primus</span></em> <em><span style="color: #800000;">inter pares</span></em> (primo fra persone di pari rango) e quindi era molto diversa da quella presente in Egitto, dove il faraone era considerato il figlio di un dio e in Mesopotamia, dove rappresentava gli dei sulla terra.</p><p>Una struttura politica molto importante era il <em><span style="color: #800000;">pankus</span></em>, l&#8217;assemblea degli uomini liberi, che prendeva decisioni su numerosi aspetti della vita sociale e alla quale spettava l&#8217;elezione del nuovo re. Una componente fondamentale della popolazione era costituita dai <span style="color: #800000;">cavalieri</span>, che facevano dell&#8217;uso delle armi e del carro, trainato dal cavallo, una vera e propria professione. Il sovrano doveva distribuire ad essi grandi lotti di terra coltivate da servi, in cambio del loro servizio militare. Essi rappresentavano la classe dei cosidetti <span style="color: #800000;">guerrieri di professione</span>, che in lingua Ittita erano chiamati <em><span style="color: #800000;">maryannu</span></em>, cioè giovani combattenti, i quali affiancavano gli scribi, i sacerdoti e i mercanti.</p><h3>Religione degli Ittiti</h3><p>Gli <strong>Ittiti</strong> veneravano gli dei non come forme di realtà universali, ma di <span style="color: #800000;">unità</span> <span style="color: #800000;">territoriali</span>: dio nazionale dell&#8217;impero era un dio sovrano con caratteri del &#8220;dio della tempesta&#8221; siriano, il suo nome era indicato con l&#8217;ideogramma <em><span style="color: #800000;">IM</span></em>, poi <em><span style="color: #800000;">U</span></em>, comune a vari dei di località diverse (in una lista, troviamo ben ventuno <em>U</em>). Evidentemente ogni <em>U</em> si distingueva dall&#8217;altro non per una diversa natura, ma per una diversa sede di culto, e quindi serviva ad identificare un territorio. Lo stesso dicasi della divinità indicata con l&#8217;ideogramma mesopotamico <em><span style="color: #800000;">UTU</span></em> (sole). Risulta esserci più di un <em>UTU</em> e <em>UTU</em> era anche la dea-sole della città di <em><span style="color: #800000;">Arinna</span></em>, la quale, nel <em>pantheon</em> Ittita, appare come sovrana e sposa del dio della<em> </em>tempesta.</p><p>Ai piedi di questa dea venivano deposti, come offerta alle divinità, gli atti che registravano le imprese del re. In questo panorama il pantheon Ittita era composto di divinità dall&#8217;origine più varia e non rifletteva una visione del mondo, ma piuttosto denominava il territorio Ittita. Secondo gli <strong>Ittiti</strong>, il peccato per eccellenza era la trasgressione alle norme o agli ordini divini. L&#8217;idea stessa del peccato fu personificata in un dio, <em><span style="color: #800000;">Wastulassis</span></em>, che insieme ad altre divinità astratte quali <em><span style="color: #800000;">Hantassas</span></em>, che rappresentava l&#8217;equità e <em><span style="color: #800000;">Istamanassas</span></em>, che personificava l&#8217;esaudimento (a differenza degli altri dei che ordinavano il territorio) regolavano i rapporti tra uomini e dei e quindi il comportamento umano. Tuttavia la casta religiosa, a differenza delle altre popolazioni del vicino Oriente, non ebbe mai un&#8217;importanza rilevante per gli Ittiti da condizionare la vita politica.</p><h3>Lingua degli Ittiti</h3><p>La <strong>lingua Ittita</strong> era una <span style="color: #800000;">lingua indoeuropea</span> del <span style="color: #800000;">ceppo anatolico</span>. È detta anche <span style="color: #800000;">nesiano</span> &#8211; con le varianti &#8220;nesico&#8221;, &#8220;nesili&#8221;, &#8220;nasili&#8221; &#8211; da <em>nešili</em> (&#8220;nella lingua di Nesas&#8221; o &#8220;Nesh&#8221;)- espressione che ricorre nei testi Ittiti. La scoperta della lingua Ittita risale al <span style="color: #800000;">1834</span>, quando <span style="color: #800000;">Charles Texier</span> individuò, presso la città turca di <em><span style="color: #800000;">Bogazköi</span></em>, le rovine di un grande centro abitato. Il sito sarebbe stato in seguito identificato con <em>Hattusa</em>. Gli scavi sistematici ebbero inizio, però, solo nel <span style="color: #800000;">1906</span>, con <span style="color: #800000;">Hugo Winckler</span>, il quale rinvenne enormi archivi reali redatti su tavolette di argilla scritti in caratteri cuneiformi e risalenti fino al <span style="color: #800000;">XX secolo a.C</span>.</p><p>La lingua risultò di difficile decifrazione, nonostante la leggibilità dei caratteri cuneiformi e, inizialmente, essa fu ritenuta una lingua semitica. Quindi ogni tentativo di comprensione dell&#8217;Ittita si concentrò sulla ricerca di affinità con lingue mesopotamiche non indoeuropee, quali l&#8217;accadico o il sumero. Soltanto nel <span style="color: #800000;">1915</span> un indoeuropeista, <em><span style="color: #800000;">Bedřich Hrozný</span></em>, si interessò all&#8217;Ittita e, applicando il metodo comparativo dell&#8217;indoeuropeistica alla lingua sconosciuta, riuscì a penetrarne il senso, identificando chiari elementi indoeuropei, come per esempio un <em><span style="color: #800000;">vadar</span></em> con il significato di &#8220;acqua&#8221;.</p><p>I risultati dei suoi studi, pubblicati nel <span style="color: #800000;">1917</span>, furono accolti, inizialmente, con scetticismo, ma finirono presto con l&#8217;imporsi, anche se i rapporti dell&#8217;Ittita con il resto della famiglia linguistica indoeuropea furono ancora a lungo oggetto di dibattiti. Numerosi elementi Ittiti sono stati rintracciati anche nelle lingue anatoliche del I millennio a.C., quali il lidio, il cario e soprattutto il luvio, già parlato in regioni confinanti e, in certi periodi, sottoposte al potere Ittita.</p><p>Quasi tutti i testi in lingua Ittita provengono dall&#8217;Anatolia centrale, nucleo originario dell&#8217;impero. La maggior parte è stata rinvenuta a <em><span style="color: #800000;">Hattusa</span></em>, <em><span style="color: #800000;">Tapikka</span></em>, <em><span style="color: #800000;">Sapinuwa</span></em>, <em><span style="color: #800000;">Sarissa</span></em>. Altri testi isolati provengono da località minori, comprese fra l&#8217;Anatolia e la Siria. Infine due testi, lettere inviate a faraoni, sono stati rinvenuti in Egitto ad <em><span style="color: #800000;">Akhetaton</span></em> (attuale <em>Amarna</em>). Accanto al sistema cuneiforme esisteva anche una scrittura geroglifica, anch&#8217;essa generalmente trascritta su argilla, in cuneiforme, in epoche più recenti (a partire dal XVIII secolo a. C.) e utilizzata più ampiamente per il luvio.</p><h3>Letteratura e storiografia sugli Ittiti</h3><p>Nei vari generi letterari gli <strong>Ittiti</strong> non furono molto produttivi e dipesero sempre da modelli mesopotamici, ma in un campo dimostrarono una notevole originalità: la <span style="color: #800000;">storiografia</span>. Non giunsero ad avere conoscenza dei fini e dei metodi della storia come accadrà con i Greci, ma mostrarono uno spiccato interesse per i fatti del passato e ne fecero menzione negli atti costituzionali e nei trattati. I sovrani, inoltre, facevano registrare gli avvenimenti dei loro regni con molta più precisione e veridicità rispetto ad altri popoli.</p><h3>Note</h3><ul><li>(1) L&#8217;antica città si trovava nel cuore dell&#8217;Anatolia, presso l&#8217;attuale villaggio di <em>Bögazköy</em>, a circa 100 km da <em>Ankara</em>, nella regione montagnosa compresa nell&#8217;ansa del fiume <em>Halys</em>.</li><li>(2) Il cavallo giunse in Mesopotamia dalle regioni settentrionali dell&#8217;Eurasia attraverso l&#8217;Anatolia e la catena montuosa degli <em>Zagros</em>, che separa l&#8217;Iraq e l&#8217;Iran. I primi documenti nei quali si trovano riferimenti al cavallo sono sumeri e sono databili fra il 2300 e il 2100 a.C. In questi testi il cavallo viene chiamato <em>anshekura</em>, che significa asino di montagna. All&#8217;inizio, nel mondo Mesopotamico, al cavallo fu preferito l&#8217;asino perchè era più docile, ma per gli Ittiti divenne un vero e proprio compagno di battaglia.</li><li>(3) Gli <em>Hurriti</em> si affacciarono alle vicende del Mediterraneo a partire dal XVIII secolo a.C., scendendo verso le pianure della Siria e della Mesopotamia.</li></ul><h3>Bibliografia</h3><ul><li>Cantarella Eva-Guidorizzi Giulio, <em>Polis, società e storia I</em>, Torino 2010, pagg. 40-43.</li><li>Proto Beniamino, <em>Alle fonti della storia I</em>, Milano 1982, pagg. 96-103.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007851_ittiti-introduzione.html" data-text="Ittiti: introduzione" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007851_ittiti-introduzione.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007851_ittiti-introduzione.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Germani: introduzione</title><link>http://www.archeoguida.it/007848_germani-introduzione.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007848_germani-introduzione.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:35:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Ilaria Bendinelli</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7848</guid> <description><![CDATA[I Germani Il termine “ Germani “ fu usato per la prima volta da Giulio Cesare, alla metà del I secolo a.C., per designare una massa di tribù barbariche che abitavano un esteso ambito territoriale, comprendente: il confine del Reno, il Danubio, la Vistola e il Mar Baltico. A Roma, tale termine era usato per [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-11716" title="germani-usi-costumi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/germani-usi-costumi.jpg" alt="Germani: introduzione a usi e costumi" width="520" height="614" /></p><h2>I Germani</h2><p>Il termine “ <strong>Germani</strong> “ fu usato per la prima volta da <strong>Giulio Cesare,</strong> alla metà del I secolo a.C., per designare una massa di tribù barbariche che abitavano un esteso ambito territoriale, comprendente: il confine del Reno, il Danubio, la Vistola e il Mar Baltico. A Roma, tale termine era usato per indicare una collettività di tribù che erano, invece, molto diverse fra loro etnicamente e culturalmente. L’erronea idea di unitarietà che avevano i romani su queste popolazioni fu rafforzata dall’opera di <strong>Tacito</strong> “ Germania “, del 98 d.C., nella quale l’autore trasmise l’immagine di un popolo unico di Germani da un punto di vista culturale e politico.</p><p>I romani vedevano i Germani come uomini selvaggi e irati, che conducevano una vita semplice e retta, a contatto con la natura e priva di abitudini corrotte, ma nello stesso tempo, pigri e amanti della libertà; secondo loro queste caratteristiche dipendevano dall’ambiente in cui vivevano e, a causa delle basse temperature, il liquido che scorreva nel loro corpo non riusciva ad evaporare, provocando, spesso, stati di eccitazione. La pigrizia li rendeva molli e incapaci di concentrarsi, motivo per cui erano del tutto inetti all’agricoltura.</p><p>Generalmente, i romani consideravano i barbari di bell’aspetto, in particolare quelli del nord, di alta statura, biondi e con gli occhi chiari, ma terribilmente sporchi. Essi si lavavano in fiumi freddi, usavano il burro come pomata per i capelli e indossavano pellicce di animali selvatici, lasciando gran parte del corpo scoperto.</p><h3>Usi e costumi degli antichi Germani</h3><p>Ma chi erano in realtà i <strong>Germani</strong>?</p><p>Cercare la loro vera origine è un argomento non privo di questioni aperte e di indagini non facili da condurre. Innanzi tutto, il loro nome sembra essere di <strong>origini sconosciute</strong>. Il termine “ Germani “ è stato fatto derivare da diverse lingue: ebraico, ligure, latino, celtico, germanico, venetico, illirico e antico europeo. <strong>Strabone</strong> riteneva che i romani, con il termine germanus, avessero voluto distinguere i celti autentici da quelli stanziati sulla sinistra del Reno. Secondo i linguisti, tale termine non è di origine né germanica né latina, inoltre, pare che gli stessi Germani non si autodefinnissero tali, ma che il nome sia stato loro attribuito per primi dai <strong>belgi celtici</strong>.</p><p>Tuttavia, pare che le prime attestazioni dei Germani siano riferibili attorno al 500 a.C., nella <strong>cultura di </strong><em><strong>Jastorf</strong></em> dell’Età del Ferro. <em>Jastorf</em> è una località nei pressi di <em>Uelzen</em>, ai margini orientali della brughiera di <em>Luneburgo</em>, nella bassa Sassonia, ed è il luogo di ritrovamenti archeologici che danno il nome a questa cultura. L’area funeraria qui presente si formò fra il VII e il VI secolo a.C.. Grazie alle scoperte archeologiche, si è visto che la cultura di <em>Jastorf</em> si diffuse sul basso Reno, sul medio e basso <em>Oder</em> e sull’ansa dell’Elsa, fino alla zona boema. Il fenomeno è forse originato dalle migrazioni dei gruppi germanici. Molti aspetti simili si ritrovano anche nella cultura degli abitanti della penisola dello <em>Jutland</em>, delle isole danesi, della Scandinavia meridionale e delle isole baltiche adiacenti.</p><p>Fino alla fine del IV secolo a.C., presso i Germani , prevalse la pratica funeraria della cremazione dei cadaveri, sostituita, poi, con l’inumazione. Un dato interessante è il rinvenimento di oltre mille cadaveri nelle paludi, che pare risalgano al primo periodo germanico, fino al II secolo d.C.. Non sappiamo, con precisione, se si tratti di sepolture vere e proprie, o di persone morte accidentalmente lì, ma la cosa più importante è che, grazie alla conservazione dovuta alle condizioni del luogo, ci sono pervenuti corpi con ossa ancora circondate da parti molli.</p><p>Inoltre, i crani rinvenuti con ancora i capelli, testimoniano l’acconciatura tipicamente germanica, che era il <strong>nodo suebo</strong>. Altri rinvenimenti mostrano uomini con un cappio intorno al collo, forse vittime di sacrifici a <em><strong>Wotan / Odino</strong></em>. Alcuni cadaveri si presentano coperti da rami intrecciati, forse simbolo di un’usanza tramandata da <strong>Tacito</strong>, secondo la quale i Germani affondavano nelle paludi i vili, i codardi e coloro che avevano peccato con il proprio corpo, ricoprendoli con graticci di vimini per evitare il possibile ritorno di morti pericolosi.</p><p>Un dato interessante è il rinvenimento di <strong>crani deformati</strong>. Questa usanza era molto diffusa presso i goti, i burgundi, gli alamanni e i bavari e consisteva nel deformare il cranio dei neonati stringendolo con le mani e mettendovi delle bende, così da accrescerne la lunghezza; la testa allungata, infatti, era simbolo di <strong>nobiltà</strong> e <strong>distinzione sociale</strong>.</p><p>Sebbene i Germani godessero di un’alta e robusta costituzione, i reperti antropologici dimostrano quanto fosse bassa, all’epoca, l’aspettativa di vita. La mortalità infantile era molto elevata e l’età media era attorno ai trent’anni. Le donne morivano molto spesso di parto, anche se erano numerose fra gli anziani. Gli uomini soffrivano di artrosi e di cari dentarie.</p><p>Grazie al rinvenimento dei luoghi di inumazione, si è potuto constatare anche la grandezza dei loro stanziamenti abitativi. In un singolo insediamento vivevano fra le duecento e trecento persone, in case molto semplici, sprofondate nella terra, con pali sistemati ad angolo retto e ricoperti di paglia e canne. Il riempimento fra i pali, per le pareti, era di vimini, ricoperti di argilla e intonacati.</p><p>Le fonti principali di sostentamento per i Germani erano <strong>l’agricoltura</strong> e <strong>l’allevamento</strong>. Sicuramente conoscevano i cereali: grano, orzo e avena, anche se buona parte del cibo proveniva da animali quali bovini, suini, ovini e caprini. Per la coltivazione erano preferiti suoli sabbiosi, perché più facili da lavorare con strumenti in legno, ancora primitivi.</p><p>L’albero genealogico delle loro divinità è molto complicato. <strong>Cesare</strong> voleva raffigurare i Germani come genti selvagge e primitive, che avevano una religione naturale di tipo animistico, con l’unica conoscenza del sole, della luna e del fuoco.</p><p>In realtà, il nord scandinavo ci tramanda un pantheon germanico bipartito e il racconto di una battaglia fra due gruppi di divinità: <strong>Asi</strong> e <strong>Vani</strong>, con una conciliazione finale. I <strong>Vani</strong>, da un lato, più vecchi, dispensatori di fertilità, che ammettevano matrimoni fra fratelli e strutture matriarcali, dall’altro gli <strong>Asi</strong>, giovani e bellicosi, che rifiutavano i costumi dei Vani. A capo degli Asi c’era <em><strong>Wotan / Odino</strong></em>, divinità attorno alla quale si raccoglieva una struttura patriarcale.</p><p>Al momento in cui Cesare conquistò la Gallia, giungendo fino al Reno e oltrepassandolo, si rese conto che le popolazioni germaniche non avevano alcun re, ma che erano governate da prìncipi imparentati fra loro e spesso in lotta. Ai margini del mondo celtico-germanico si conservavano, invece, monarchie di vecchio stampo, soprattutto sulle isole britanniche, in Scandinavia, presso i Germani orientali e nell’Europa sud-orientale. I romani tentarono di impedire il ritorno delle antiche monarchie, agevolando e favorendo i prìncipi oligarchici; in seguito, appoggiarono la formazione di regni, se potevano loro stessi scegliere e insediare al potere i prìncipi barbari.</p><p>In guerra, i Germani combattevano in formazione mista, i cavalieri su piccoli cavalli, ispidi e arruffati e i fanti si aggrappavano alle criniere degli animali. A causa della scarsità del ferro, non potevano permettersi un equipaggiamento molto fornito, erano infatti rare spade e grandi lance e anche corazze e elmi. Lo scudo era, però, molto importante, quasi tutti i combattenti ne avevano uno dipinto con vari colori. Perderlo era un grave disonore, tanto da non poter più partecipare a cerimonie sacre e assemblee e, in alcuni casi, da istigare al suicidio per impiccagione.</p><h3>Bibliografia</h3><ul><li>Quast Dieter, <em>Gli Alamanni, in catalogo della mostra Roma e i barbari</em>, 2008 pagg. 316-317.</li><li>Wolfram Herwing, <em>I Germani </em>, Bologna 2005 pagg. 7-119.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007848_germani-introduzione.html" data-text="Germani: introduzione" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007848_germani-introduzione.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007848_germani-introduzione.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Popoli Italici: Liguri</title><link>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:09:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7820</guid> <description><![CDATA[Liguri I limiti geografici del territorio dei Liguri non sono facilmente identificabili. Generalmente si considera che nel periodo precedente il dominio etrusco e poi quello romano alcune aree del Piemonte meridionale, la Lombardia e parte dell’Emilia occidentale fossero sotto il controllo ligure. Cartina con la diffusione geografica dei Liguri Fonti Sebbene spesso considerati come un [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-7824" title="guerriero ligure" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Liguri036.jpg" alt="guerriero ligure" width="600" height="891" /></strong></p><h2>Liguri</h2><p>I limiti geografici del territorio dei Liguri non sono facilmente identificabili. Generalmente si considera che nel periodo precedente il dominio etrusco e poi quello romano alcune aree del <strong>Piemonte meridionale</strong>, la <strong>Lombardia</strong> e parte dell’<strong>Emilia</strong> occidentale fossero sotto il controllo ligure.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7825" title="Cartina liguri" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-liguri.jpg" alt="guerriero ligure" width="600" height="335" /><br /> Cartina con la diffusione geografica dei Liguri</em></p><h3>Fonti</h3><p>Sebbene spesso considerati come un popolo marginale nella protostoria italiana i Liguri sono largamente citati dalle fonti storiche e letterarie greche o latine. <strong>Tucidide</strong> li nomina più volte, <strong>Esiodo</strong> invece ce li presenta come abitanti dei confini della terra, quando ovviamente le Grecia era il centro del mondo conosciuto. <strong>Eratostene</strong> chiamava addirittura l’intera penisola italiana e la Spagna <em>Ligustikè</em>, cioè Liguria. <strong>Livio</strong> e <strong>Plinio</strong> invece identificano gli antichi abitanti dell’odierna regione come Laevi e Marici.</p><h3>Lingua</h3><p>Non è facile definire la lingua parlata dai liguri a causa della scarsità delle fonti. I pochi testi giunti fino a noi sembrano scritti in una lingua celtica che utilizza l’alfabeto etrusco: il <strong>leponzio-ligure</strong>. L’alfabeto proviene dall’Etruria settentrionale, mentre la scrittura ha una derivazione dalla zona di Orvieto e di Vulci, nell’area sud del territorio occupato dagli etruschi.</p><h3>Storia</h3><p>Si può parlare di un vero e proprio popolamento del territorio a partire dal <strong>XVI sec a.C.</strong>, quando probabilmente alcuni gruppi di cavalieri si spostarono dall’Europa centro orientale fino alla regione ligure, portando con sé tradizioni fino ad allora sconosciute, come la coltivazione della canapa e dalla segale, l’allevamento del cavallo, l’utilizzo di carri da guerra, l’uso di lunghe spade ed asce da guerra.</p><p>Nel <strong>XIV sec</strong> la colonizzazione del territorio sembrava completata: particolarmente importanti erano le vie d’acqua, che venivano controllate attraverso insediamenti abitativi in prossimità di porti o fiumi. Nacquero i primi centri che nel corso dei secoli si sviluppano: dapprima Chiavari, poi l’importante porto di Genova (V sec) e Ameglia-Cafaggio.</p><p>I liguri lentamente però, a partire al <strong>V sec</strong>, persero il predominio delle vie commerciali, soppiantati dagli Etruschi, che nel <strong>IV sec</strong> assunsero il controllo della costa. Ciò che rimaneva dei Liguri si unì ai Cartaginesi nella guerra contro Roma che vide una serie di duri scontri e un’estenuante guerriglia civile <strong>tra il 200 e il 177 a.C.</strong>, anno in cui i romani insediarono i propri coloni nelle aree sottratte al dominio ligure.</p><h3>Città e abitazioni</h3><p>Per l’età più antica si conosce ben poco degli insediamenti Liguri: si trattava di piccoli villaggi per lo più in altura, spesso terrazzati, situati lungo le vie del transito tra la costa ligure e il Piemonte meridionale.</p><p>Nel VI sec nacque la città di <strong>Chiavari</strong>, la cui parte abitativa ci è poco nota. Sappiamo che era dotata di un porto, ma non presentava le caratteristiche di predominio delle vie di comunicazione nell’entroterra.</p><p>Tra la fine del VI e l’inizio del V sec a.C. gruppi etruschi, con la collaborazione di indigeni liguri, fondarono la città di <strong>Genova</strong>. Inizialmente le abitazioni dovevano essere costituite di capanne realizzate con l’incrocio di alcuni pali; in seguito le capanne di evolsero, con l’uso di muri a secco per le pareti. La stessa tecnica costruttiva fu utilizzata per realizzare i muraglioni difensivi e i terrazzamenti. Nel momento di massima espansione, tra Ve IV sec, Genova doveva occupare una superficie di due ettari e mezzo.</p><p>Dell’insediamento di <strong>Ameglia </strong>sappiamo ben poco; la maggior pare delle notizie ci arriva dalla vastissima necropoli.</p><h3>Arte funeraria e necropoli</h3><p>La <strong>necropoli di Chiavari</strong> è stata utilizzata a partire al 720-750 a.C. Le sepolture erano composte da recinti circolari o rettangolari delimitati da lastre di ardesia, al cui interno si trovava una cassetta, sempre in lastre di ardesia, che conteneva i resti del defunto o dei defunti, in caso di sepolture multiple. Ancora una volta il rito principale è l’<strong>incinerazione</strong>, per cui i resti combusti del caro estinto venivano raccolti in un vaso con un alto collo a forma di imbuto e chiusi da una scodella che fungeva da coperchio. Sono stati ritrovati anche altri vasi, bicchieri e olle di ceramica, come corredo funebre. Parte del corredo erano anche gioielli, nel caso di sepolture femminili, e armi per gli uomini. Gli oggetti di metallo erano invece bruciati sulla pira funebre, per cui sono stati ritrovati solo resti ormai combusti.</p><p><a href="http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html/necropoli-chiavari" rel="attachment wp-att-7830"><img class="alignnone size-full wp-image-7830" title="necropoli-chiavari" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/necropoli-chiavari.jpg" alt="necropoli di Chiavari, " width="600" height="400" /></a><br /> <em>Ricostruzione della necropoli di Chiavari</em></p><p>La <strong>necropoli di Genova</strong> aveva una notevole estensione, che doveva raggiungere i 450 metri quadrati. Le tombe sono dette <strong>a pozzetto</strong>, perché all’interno di una buca stretta e profonda si trovava un piccolo pozzo inferiore in cui era deposta l’urna cineraria, costituita da un cratere, un ampio vaso con forma di derivazione greca. I corredi sono composti da vasellame per il simposio, cioè per il banchetto conviviale, come nella tradizione etrusca.</p><p>Dalla <strong>necropoli di Ameglia</strong> abbiamo altre urne cinerarie deposte in tombe organizzate attraverso muri di recinzione. Le tombe sono tumuli, collinette di terra più o meno estese, ricoperte di pietre. I corredi presentano, ancora una volta, armi per gli uomini e gioielli per le donne.</p><p>Da ricordare le cosiddette stele lunigiane: si tratta di lastre di arenaria rappresentanti e rilievo figure maschili o femminili. Il loro utilizzo non è certo, perché sono sempre state rinvenute lontano dal contesto originario, ma è probabile che facessero parte delle sopolture.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7826" title="Genoa 2005, Mostra sui Liguri, statua stele della Lunigiana" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/statua-stele-lunigiana.jpg" alt="statua-tele della Lunigiana" width="600" height="891" /><br /> Una tipica statua-tele della Lunigiana</em></p><h3>Gioielli</h3><p>Da Chiavari ci giungono numerosi ornamenti, tra cui <strong>orecchini a forma di paniere</strong>, realizzati in oro, con numerose decorazioni incise: volti umani, barchette o addirittura quadrifogli e cerchi concentrici, di derivazione irlandese o britannica. In oltre sono stati trovati numerosi anelli, probabilmente utilizzati come <strong>ferma trecce</strong>, in argento, e <strong>anelli paradita</strong>, realizzati in bronzo.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7827" title="Orecchini aurei chiavari" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Orecchini-aurei-chiavari.jpg" alt="Orecchini in oro da Chiavari" width="500" height="366" /><br /> Orecchini in oro da Chiavari</em></p><h3>Armi</h3><p>Dalle sepolture si può dedurre l’importanza dell’arte della guerra per il popolo ligure: il combattente era sepolto con tutta la sua armatura. Principalmente l’armamento era composto da un <strong>elmo</strong> allungato nella parte alta, a forma di tromba, una <strong>corazza di cuoio</strong> ricoperta da dischi metallici, uno <strong>scudo</strong> con centro in metallo, una corta <strong>spada di ferro</strong> e <strong>tre lance</strong>, che venivano spezzate ritualmente per venire sepolte con il guerriero.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7829" title="Genoa 2005, Mostra sui Liguri, elmo in bronzo, epoca italica" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Elmo-da-tomba-di-Ameglia.jpg" alt="Elmo da una tomba di Ameglia" width="600" height="525" /><br /> Elmo da una tomba di Ameglia</em></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html" data-text="Popoli Italici: Liguri" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007820_popoli-italici-liguri.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Popoli italici: Veneti</title><link>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:58:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7812</guid> <description><![CDATA[Una statuetta e una lamina, entrambe in bronzo, provenienti da santuario di Caldevigo, VII sec a.C. con immagini di guerrieri Veneti. I Veneti La regione abitata dall’antico popolo dei Veneti, detti anche Venetici o Paleoveneti, corrisponde grossomodo all’attuale Veneto. In quest’area una popolazione con una grande unità culturale, simile a quella degli Etruschi, si è [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7815" title="Statuetta e lamina ex voto da Caldevigo VII sec" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Statuetta-e-lamina-ex-voto-da-Caldevigo-VII-sec.jpg" alt="Veneti" width="600" height="474" /><br /> <em>Una statuetta e una lamina, entrambe in bronzo, provenienti da santuario di Caldevigo, VII sec a.C. con immagini di guerrieri Veneti.</em></p><h2>I Veneti</h2><p>La regione abitata dall’antico popolo dei Veneti, detti anche Venetici o Paleoveneti, corrisponde grossomodo all’attuale <strong>Veneto</strong>. In quest’area una popolazione con una grande unità culturale, simile a quella degli Etruschi, si è insediata a partire dal XIII sec a.C.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-7814" title="Cartina veneti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-veneti.jpg" alt="Cartina delle aree abitate dai veneti" width="600" height="702" /><br /> <em>Cartina delle aree abitate dai veneti</em></p><h3>Lingua</h3><p>La lingua parlata è fondamentalmente una sola, il <strong>venetico</strong>, che si attesta ad Este, Padova, Vicenza, Adria, nella zona di Belluno e nel Veneto orientale. Si tratta di una lingua indoeuropea, appartenente quindi allo stesso gruppo linguistico di cui fanno parte il latino, il greco, ma anche il sanscrito. Tutte le informazioni sull’antico venetico ci giungono esclusivamente da iscrizioni, scritte in un alfabeto di derivazione etrusca. Da queste iscrizioni, per la maggior parte votive o funerarie, si evidenziano alcuni tratti in comune con il latino, confermando la derivazione indoeuropea.</p><h3>Fonti</h3><p>Dei Veneti ci parlano diversi storici antichi, tra cui <strong>Polibio</strong>, <strong>Erodoto</strong> e <strong>Tito Livio</strong>, che ci informano che, secondo tradizione, questo popolo sarebbe il diretto discendente degli <em><strong>Enetòi</strong></em>, un popolo eroico menzionato nell’Iliade come combattente nella guerra contro la città di Troia. <strong>Sofocle</strong> ci riferisce anche che una volta terminata la guerra i figli degli <em>Enetòi</em> sopravvissuti partirono alla volta delle regioni adriatiche, dove si stabilirono definitivamente, trovando rifugio in una vasta pianura a sud delle Alpi.</p><h3>Storia</h3><p>Il popolamento delle prime aree venete iniziò nel <strong>XIII sec a.C.</strong>, nell’area veronese, con insediamenti di tipo tribale che sopravvissero grazie ad un economia di sussistenza basata su agricoltura e pastorizia. Questi centri proto urbani furono però abbandonati nel corso del <strong>XII sec</strong>, quando alcune condizioni climatiche avverse, forse una forte alluvione, obbligarono gli abitanti a cercare nuovi insediamenti.</p><p>Nell’<strong>XI sec</strong> iniziarono a svilupparsi una serie di importanti centri urbani, come Frattesina, sul ramo settentrionale del Po, e successivamente Este.</p><p>Nel <strong>IX secolo</strong> il grande centro di Frattesina si spopolò a favore di nuovi abitati sull’Adige, sulla linea da Este a Gazzo, che assunse un importante ruolo commerciale. I centri principali erano quindi in pianura, a controllo delle principali vie fluviali che nell’<strong>VIII sec</strong> assunsero una grande importanza commerciale. Il corso dell’Adige divenne così uno delle vie principali e si sviluppò in questo periodo la città di Padova.</p><p>Iniziarono gli scambi con il mondo etrusco, che lentamente fece penetrare in area veneta alcune proprie particolarità culturali e artistiche, che si consolidarono con i frequenti scambi del <strong>VII sec a.C.</strong>.</p><p>A sud di Este nacquero una serie di centri minori che si avvicinano sempre più al grande emporio greco-etrusco di Adria nel <strong>VI sec.</strong> La massima espansione territoriale dei Veneti si attuò tra il <strong>V e il II sec a.C.</strong>, alla quale seguì una lenta disgregazione sociale.</p><p>Non abbiamo traccia di eventi traumatici che portino alla fine di questo popolo; probabilmente gli assi commerciali si spostarono altrove e lentamente iniziò un declino che terminerà inevitabilmente con l’assunzione all’interno del territorio romano, sancita definitivamente nel <strong>89 a.C.</strong> dalla <em>Lex Pompeia</em>.</p><h3>Abitazioni</h3><p>Uno dei maggiori esempi di centro abitato veneto giunto fino a noi è quello di <strong>Frattesina</strong>, vitale tra l’XI e il X sec a.C.. Questo centro urbano intratteneva rapporti commerciali con l’Adriatico (la linea di costa era differente da quella moderna) ed era esteso su una superficie di 30 ettari. Le capanne avevano pavimenti in argilla cotta e pareti di rami e canne, su cui era steso l’intonaco.</p><p>L’abitato di <strong>Este</strong>, invece, nacque intorno al X sec. e mantenne la propria importanza a lungo. Le capanne erano a pianta rettangolare e avevano pavimenti in argilla cotta. I muri erano in legno o canne e all’interno si trovava un focolare rialzato. All’esterno delle abitazioni erano presenti numerose fosse di scarico che servivano per gettare i rifiuti.</p><p>Nel corso dell’VII sec si sviluppò invece l’insediamento di <strong>Padova</strong>, di cui non abbiamo molti dati, se non che all’interno dello spazio urbano erano separate le aree abitative da quelle produttive, quindi supponiamo che la città fosse pianificata con cura già prima di essere costruita.</p><h3>Religione e luoghi di culto</h3><p>I primi santuari o luoghi di culto, che avevano anche lo scopo di controllo del territorio, nacquero intorno all’VIII sec e si svilupparono principalmente nei due secoli successivi. Inizialmente piccoli centri religiosi, che avevano anche la funzione di controllo del territorio cittadino, lentamente questi santuari si ampliano fino a raggiungere dimensioni notevoli. Generalmente tutti i luoghi di culto veneti si trovavano in zone direttamente collegate con l’<strong>acqua</strong>, che aveva un’importante valenza mistica e religiosa.</p><p>Il santuario più importante fu quello ad <strong>Este</strong>, consacrato alla dea <em><strong>Reitia</strong></em>, divinità femminile con poteri sananti, a cui sono stati dedicati numerosissimi <em>ex-voto</em> per richiedere la guarigione di un malato. Gli oggetti dedicati alla dea giunti fino a noi sono moltissimi, e vanno dalle statuette di bronzo ai gioielli di vario tipo, passando per le monete e le fibule.</p><p>Nella zona di <strong>Caldevigo</strong>, nel nord della regione, troviamo una serie di ex-voto che indicano la presenza di un altro santuario che senza dubbio doveva avere una certa rilevanza nella zona, anche se non abbiamo dati archeologici certi in questo senso. A Caldevigo sono state trovate anche moltissime lamine a sbalzo rappresentanti figure di donne, guerrieri e parti anatomiche.</p><p>Lungo le valli alpine, invece, i centri urbani presero come luogo di culto di riferimento il santuario di <strong>Lagole di Calalzo</strong>, dedicato ad una divinità maschile guaritrice, probabilmente assimilata in seguito ad Apollo, dio greco con proprietà taumaturgiche. Dell’edificio principale non rimane traccia: sappiamo però dalle numerose lamine bronzee iscritte che doveva contenere un gran numero di oggetti dedicati al dio dai devoti, giunti qui da tutta la zona orientale della regione.</p><h3>Rito funebre</h3><p>Come in quasi tutta la penisola nel XIII sec a.C. prevaleva la <strong>sepoltura ad incinerazione</strong>: il corpo del defunto veniva bruciato su di una pira funebre e le ceneri e ciò che restava della ossa veniva deposto in un vaso, un’urna funeraria, di forma biconica. Fino al IX sec possiamo dire che la maggior parte delle sepolture avvenne in questo modo, con la deposizione dell’urna in una buca circondata da alcuni oggetti di uso quotidiano, con lo scopo di accompagnare il defunto nell’aldilà.</p><p><img class="alignnone  wp-image-7816" title="Coltelli, rasoio e ascia, VIII sec" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Coltelli-rasoio-e-ascia-VIII-sec.jpg" alt="coltelli, rasoio ed ascia VIII sec Un coltello, un rasoio e un’ascia provenienti da una sepoltura dell’VIII sec" width="600" height="459" /><br /> <em>Un coltello, un rasoio e un’ascia provenienti da una sepoltura dell’VIII sec</em></p><p>Nell’VIII sec, però gli stretti rapporti commerciali con il mondo etrusco fecero sì che anche le sepolture subissero questa influenza e lentamente si raffinarono, come ci testimonia la <strong>necropoli di Este</strong>. Iniziarono in questo periodo le prime differenziazioni sociali riscontrabili nelle necropoli, che ormai si trovavano al di fuori dei centri urbani, vicino a corsi d’acqua: i corredi dei personaggi più importanti divennero sempre più ricchi, accompagnati da oggetti di lusso in ceramica, pasta vitrea, osso, ambra e da raffinati oggetti etruschi importati. Si affermò anche in questo periodo l’uso di deporre oggetti di uso quotidiano spezzati appartenenti al defunto sopra l’urna cineraria.</p><p>Nel secolo successivo si consolidò anche l’uso di deporre le ceneri maschili in ossuari biconici, mentre quelle femminili in situle, cioè vasi in metallo o terracotta a forma di secchio, con la parte bassa rastremata.</p><p>Nel VI sec nella <strong>necropoli di Padova</strong>, benché le sepolture siano rimaste fondamentalmente simili a quelle dei secoli precedenti per l’urna e il corredo, si sviluppò l’utilizzo di lastre rettangolari in pietra, con uno specchio nel centro, deposte sulle tombe, le cosiddette <strong>stele patavine</strong>. Le stele ritrovate presentano spesso iscrizioni in venetico, con incisioni di scene della vita nell’aldilà o semplicemente di vita quotidiana.</p><h3>Arte</h3><p>La principale manifestazione artistica dei Veneti fu la cosiddetta <strong>arte delle situle</strong>, i vasi bronzei a forma di secchio, rastremati sul fondo, generalmente accompagnate da un coperchio,<br /> utilizzate per contenere le ceneri di un defunto. L’arte delle situle però ha origini molto antiche, che le riportano all’Europa centro settentrionale e al vicino Oriente. Molti dei motivi finemente realizzati su questi contenitori sono di origine Mesopotamica, databili quindi al III millennio a.C. Considerata il capolavoro veneto, la situla della <strong>tomba Benvenuti 124</strong>, datata al 600 a.C., è di un tipo tutto nuovo che nasce ad Este in questo periodo, e presenta una grande alternanza di motivi floreali e vegetali e scene di vita quotidiana o di guerra.</p><p><img class="alignnone  wp-image-7817" title="Situla Benvenuti" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Situla-Benvenuti.jpg" alt="La celebre situla Benvenuti, datata al 600 a.C." width="600" height="407" /><br /> <em>La celebre situla Benvenuti, datata al 600 a.C.</em></p><p>Altri oggetti molto raffinati, realizzati dagli artigiani paleoventi sono le <strong>placche dei cinturoni</strong> delle armature e <strong>i foderi dei pugnali</strong>, che venivano ornati a sbalzo, ad incisione e con scene figurate.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html" data-text="Popoli italici: Veneti" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007812_popoli-italici-veneti.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Italici: l’Italia preromana</title><link>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:45:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Annalisa Felisi</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7797</guid> <description><![CDATA[Italici, gli abitanti dell’Italia preromana Con il termine Italia preromana generalmente si intende la penisola italiana prima dell’unificazione realizzata dalla conquista romana, che ha uniformato gran parte dei costumi, delle lingue e della cultura. Tutto ciò che veniva prima è stato a lungo sottovalutato dagli studiosi dell’antichità perché considerato in qualche modo minore, dato la [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="none size-medium wp-image-7800" title="foto05" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/foto05-300x449.jpg" alt="" width="300" height="449" /></p><h2>Italici, gli abitanti dell’Italia preromana</h2><p>Con il termine <strong>Italia preromana</strong> generalmente si intende <strong>la penisola italiana prima dell’unificazione realizzata dalla conquista romana</strong>, che ha uniformato gran parte dei costumi, delle lingue e della cultura. Tutto ciò che veniva prima è stato a lungo sottovalutato dagli studiosi dell’antichità perché considerato in qualche modo minore, dato la quasi totale assenza di fonti letterarie e la scarsità dei dati archeologici. In realtà l’Italia preromana è composta da un coacervo di popoli che hanno le più diverse culture, tradizioni, lingue e livelli di avanzamento.</p><h3>Suddivisione dei popoli Italici</h3><p><em><img class="none size-full wp-image-7798" title="Cartina Italia preromana.ipg" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-Italia-preromana.ipg_.jpg" alt="Italici" width="600" height="713" /><br /> Carta della penisola con i popoli che la abitavano in epoca preromana</em></p><p>Per farsi un’idea della moltitudine dei popoli possiamo considerare le <strong>undici regio augustee</strong>, cioè gli undici grandi distretti (o regioni) in cui l’imperatore Ottaviano Augusto ha diviso la penisola per motivi amministrativi:</p><ul><li><div>I regio<br /> composta da <em>Latium et Campania</em>, corrispondenti ad una parte più ristretta del Lazio rispetto all’area attuale e buona parte dell’odierna Campania</div></li><li><div>II regio<br /> formata da <em>Apulia, Calabria, Salentini et Hirpini</em>, cioè dalla Puglia, compreso il Salento, dalla zona nord della Calabria e dall’area appenninica campana</div></li><li><div>III regio<br /> comprendeva i territori di <em>Lucania et Brutii</em>, cioè Basilicata e punta estrema della Calabria</div></li><li><div>IV regio<br /> comprendeva <em>Sabini et Samnium</em>, cioè l’area del Lazio verso l’Appennino e una parte di Abruzzo e Molise</div></li><li><div>V regio<br /> l’area del <em>Picenum</em>, all’incirca corrispondente con le odierne Marche</div></li><li><div>VI regio<br /> <em>Umbria</em>, è pressoché identica alla regione attuale</div></li><li><div>VII regio<br /> <em>Etruria, </em>una vasta area che comprende una parte nord del Lazio, la Toscana e parte dell’Emilia</div></li><li><div>VIII regio<br /> <em>Aemilia, </em>la cosiddetta Gallia Cispadana, prima del corso del Po</div></li><li><div>IX regio<br /> <em>Liguria, </em>comprende il territorio attuale della regione e la parte più sud del Piemonte</div></li><li><div>XI regio<br /> <em>Venetia et Histria, </em>corrisponde a tutto il nord est della penisola italiana</div></li><li><div>XI regio<br /> <em>Transpadana</em>, cioè la Gallia al di là del fiume Po, comprendente Lombardia e gran parte del Piemonte.</div></li></ul><p>Dobbiamo però considerare che all’interno di ognuna di queste regioni esistevano più popoli e più culture che spesso finivano per fondersi o influenzarsi a vicenda.</p><p>Senza dubbio il popolo più numeroso che i greci incontrarono giungendo sulle coste italiane per la fondazione di colonie sono i cosiddetti <strong>Italici</strong>, cioè un cospicuo numero di popolazioni che abitavano le vallate della catena appeninica dall’Umbria alla Lucania. Questi Italici, una volta entrati in contatto con i più evoluti popoli greci, iniziarono a disperdersi e lentamente ad assimilarsi con una componente indigena non ben definita già presente nella penisola.</p><h3>Origini degli Italici</h3><p>Per quanto riguarda le origini dei vari popoli non è facile stabilire un processo di formazione e di sviluppo di ogni area geografica. Gli antichi credevano che un evento ben puntualizzato nella storia, ad opera di un <strong>mitico fondatore</strong>, potesse essere l’unica origine possibile di un popolo, secondo uno schema che si ripete molto spesso: un <strong>eroe straniero</strong>, solo o accompagnato dai suoi guerrieri, giunge in un territorio e dapprima lotta con le tribù indigene, per poi finire con lo sposare la figlia del capo ed ereditare il dominio o fondare una nuova città. È il caso di Diomede in Puglia e di Enea in Lazio.</p><p>In realtà non è chiaro se i popoli italici siano autoctoni, quindi originari della regione che occupano, o siano arrivati a seguito di imponenti migrazioni, probabilmente dal <strong>centro Europa</strong>. Le ipotesi più plausibili, però, tendono a considerare il loro processo di formazione come dovuto ad una molteplicità di fattori, dalle migrazioni interne agli scambi commerciali, per arrivare ad assorbimenti di elementi stranieri.</p><p><strong>Plinio il Vecchio</strong>, nella sua <em>Naturalis Historia</em>, narra come avvenisse la nascita di nuove popolazioni. In occasione di carestie e calamità gli Italici consacrarono <strong>i primi nati</strong> agli dei. Una volta raggiunta l’età adulta questi giovani avrebbero lasciato la comunità per cercare nuove terre sotto la protezione di un <strong>animale totem</strong>, che avrebbe poi dato il nome al popolo che sarebbe nato. Come esempi basti pensare ai Lucani e agli Irpini, connessi al lupo (<em>lukos</em> in greco e <em>hirpus</em> in latino), o ai Piceni (<em>picus</em> significa picchio in latino).</p><h3>Il problema della lingua degli Italici</h3><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html/cartina-lingue-italiche" rel="attachment wp-att-7799"><img class="none size-full wp-image-7799" title="Cartina lingue italiche" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/Cartina-lingue-italiche.jpg" alt="lingue parlate dai popoli preromani" width="600" height="700" /></a><br /> Carta delle lingue parlate dai popoli preromani</em></p><p>Gli <strong>Italici</strong> parlavano una lingua che, al di là delle differenze dovute alle contaminazioni e alla dispersione, era a tutti gli effetti <strong>indoeuropea</strong>, cioè presentava elementi comuni a molte altre lingue (come l’iranico, il sanscrito, il greco, il latino e le lingue germaniche) definite indoeuropee. L’origine di queste lingue era un territorio che si estendeva <strong>tra il Reno e il Mar Nero</strong>.</p><p>Durante <strong>l’età del Bronzo </strong>(I millennio a.C.) a seguito di numerose migrazioni da est ad ovest, in Italia si affermò un ramo particolare dell’indoeuropeo, definito appunto <strong>italico</strong>, che si suddivide in:</p><ul><li><div>venetico</div></li><li><div>falisco</div></li><li><div>sabino</div></li><li><div>umbro</div></li><li><div>osco</div></li><li><div>sud piceno</div></li></ul><p>e che con molte differenze era parlato inizialmente nell’area nord est della penisola e lungo la dorsale appenninica, ma che poi si è diffuso nei territori circostanti.</p><p>Vanno considerate lingue non indoeuropee l’<strong>etrusco</strong> e il <strong>sicano</strong>, parlato nell’agrigentino, anche se è necessario tener conto che di numerose lingue parlate nella penisola non abbiamo quasi nessuna testimonianza diretta e quindi non è possibile un confronto con le lingue indoeuropee.</p><h3>I popoli Italici</h3><ul><li><a title="Veneti" href="http://www.archeoguida.it/007812_popoli-italici-veneti.html" target="_blank">Veneti</a></li><li><a title="Liguri" href="http://www.archeoguida.it/007820_popoli-italici-liguri.html" target="_blank">Liguri</a></li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html" data-text="Italici: l’Italia preromana" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007797_italici-litalia-preromana.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007797_italici-litalia-preromana.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Medioevo: le spezie</title><link>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:31:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7790</guid> <description><![CDATA[Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario Poche cose, nel Medioevo, hanno riscosso tanta fortuna come le spezie. I loro colori, i loro profumi e i loro intensi sapori, hanno stimolato nell’immaginario medievale immagini di sacro e di profano, di terre lontane e di misteri, immagini capaci di far compiere all’uomo una delle più [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7791" title="bottega-spezie-medioevo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/bottega-spezie-medioevo.jpg" alt="Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario" width="500" height="551" /></p><h2>Le spezie nel Medioevo, tra realtà e immaginario</h2><p>Poche cose, nel Medioevo, hanno riscosso tanta fortuna come le spezie. I loro colori, i loro profumi e i loro intensi sapori, hanno stimolato nell’immaginario medievale immagini di sacro e di profano, di terre lontane e di misteri, immagini capaci di far compiere all’uomo una delle più grandiose spedizioni della storia, quella della ricerca della “Via per le Indie”.</p><p>Il concetto di spezie nel Medioevo è assolutamente lontano da quello che abbiamo oggi; queste non erano solo un aroma utilizzato strettamente nell’alimentazione ma molto di più. L’uso delle spezie aveva una vastissima applicazione che andava dal campo farmaceutico a quello alimentare passando da quello sacro-rituale e simbolico, non tralasciando quello sociale. Inoltre, non erano compresi in questa definizione solo sostanze vegetali quali semi, bacche, foglie e cortecce, come accade oggi, ma anche animali e minerali.</p><p>Queste erano le spezie nel Medioevo: qualcosa di profumato, raro e costoso, terapeutico e miracoloso, sacro e immorale, proveniente da terre avvolte nella leggenda conosciute con il generico nome di Indie. Ma perché le spezie erano così preziose per l’uomo medievale?</p><h3>I lunghi viaggi dei mercanti di spezie</h3><p>Innanzitutto per una questione di costi: il <strong>commercio delle spezie</strong> avveniva in modo indiretto. Gli occidentali non raggiungevano i luoghi di produzione delle spezie per acquistarle, ma si recavano ai grandi mercati del Medio Oriente, i cui mercanti facevano da mediatori tra produttori e consumatori.</p><p>Questo ovviamente portava ad un aumento dei costi di vendita, esaltato, inoltre, dai lunghi viaggi affrontati da entrambe le parti, viaggi spesso conditi da fantastiche leggende legate ai luoghi di crescita e ai metodi di raccolta delle diverse spezie, pericolosi per la stessa vita dei mercanti e popolati di animali e personaggi fantastici. Una curiosa leggenda riguarda ad esempio la raccolta del pepe, una delle spezie più apprezzate.</p><p>Secondo i racconti dei mercanti medio orientali, esisteva un’isola nelle Indie, completamente ricoperta da foreste di pepe e popolata da mostruosi serpenti, che avevano il potere di tramutare in pietra gli esseri umani solo con il loro sguardo. Al mercante restava, quindi, di incendiare completamente le foreste per mettere in fuga questi strani e pericolosi esseri, ma facendo ciò, si sarebbero distrutti ettari ed ettari di foresta, rendendo difficile l’approvvigionamento di pepe nel futuro. Prova di questa impresa, era lo stesso aspetto del pepe: nero e rugoso per via del fuoco. Ed è così che, condizioni ardue, difficoltà di approvvigionamento e mistero, rendevano questo prodotto così prezioso e desiderato.</p><h3>Spezie, simbolo di nobiltà</h3><p>Proprio per gli alti costi, le <strong>spezie</strong> ben presto divennero un simbolo di status nella società medievale e coloro che potevano permettersi di acquistarle non rinunciavano ad ostentare in modo smisurato le loro capacità economiche, soprattutto durante i banchetti.</p><p>Si poteva assistere, così, a portate coloratissime e profumatissime, dove le spezie, in abbondanza, quasi del tutto coprivano l’aspetto e il sapore originario dei cibi. Si diffuse una moda che prevedeva di servire piatti caratterizzati di colori caldi nelle stagioni invernali, con colori freddi nei mesi estivi. Principe dell’inverno, per cui, era lo zafferano, che, con il suo colore dorato, conferiva un sapore di regalità ai piatti dei nobili, a differenza del coriandolo, con il suo colore e sapore fresco, che caratterizzava le fantasiose ricette estive.</p><p>Il concetto dello stupore e dell’importanza estetica delle portate a scapito del gusto, scomparirà completamente nel Rinascimento , fino ad oggi in cui del tutto estraneo, diventando l’uomo così attento ad esaltare, con erbe e spezie,il sapore naturale dei cibi nella cucina.</p><h3>Spezie e medicina medievale: la teoria dell’equilibrio di Galeno</h3><p>Ma la cucina e le sue ricette non mescolavano casualmente gli alimenti. Con una precisione farmaceutica, vi era l’attenzione ad accostare tra loro le sostanze che rispondevano a determinate proprietà, seguendo fedelmente la teoria degli umori di Galeno. Secondo questa teoria, l’uomo era costituito da quattro umori fondamentali, che rispondevano esattamente all’ordine dei quattro elementi dell’universo.</p><p>Questi umori erano: il sangue, corrispondente all’aria, che aveva le caratteristiche del caldo e umido; la bile gialla, corrispondente al fuoco, con le caratteristiche del caldo e secco; la bile nera, corrispondente alla terra, con le caratteristiche del freddo e secco; la flemma, corrispondente all’acqua, con le caratteristiche del freddo e umido. Ogni individuo aveva un personale equilibrio di umori che ne determinava la personalità, il “temperamento”.</p><p>L’equilibrio di questi umori determinava la buona salute della persona, ed è qui che entrano in gioco le spezie. Queste, avendo la caratteristica del caldo e secco, tendevano a “neutralizzare” cibi troppo freddi, o troppo umidi, che avrebbero “ristagnato” e “putrefatto” all’interno del corpo, diventando causa di malesseri e avvelenamenti. Nel medioevo, infatti, l’ igiene “interna” al corpo era fondamentale nell’ educazione alimentale. A questo scopo, le spezie venivano servite nelle diverse portate, da sole a fine pasto, caramellate, sotto forma di confetti, nelle bevande. Famosissimo, a questo punto il cosiddetto Vino di Ippocrasso o Vin concio: vino rosso o bianco, aromatizzato con miele e spezie.</p><h3>Spezie e senso del sacro</h3><p>La <strong>capacità terapeutica delle spezie</strong> era dovuta però, non solo a questioni farmaceutiche, ma aveva in sé anche qualcosa di miracoloso. Questo qualcosa era legato principalmente all’idea di India che era radicata nell’immaginario medievale, una India indefinita geograficamente, sconosciuta, popolata di esseri mostruosi e meravigliosi e soprattutto terra in cui sorgeva (o si identificava) il Paradiso Terrestre. Un’antica descrizione dell’Oceano Indiano, ce lo presenta così:</p><blockquote><p>“mare delle isole indiane dove si trovano le spezie. In questo mare navigano navi di molte nazioni. Qui si trovano anche tre tipi di pesce chiamati Sarenas, dei quali uno è metà donna metà esce e l’altro è metà donna e metà uccello.”(1)</p></blockquote><p>Lo stesso profumo che emanavano le spezie richiamava alla mente il senso del sacro: profumata era l’aria che si respirava nel paradiso secondo alcune fonti, profumate erano le reliquie dei santi, spezie ed erbe profumate venivano bruciate o offerte alle divinità come omaggio, profumi intensi si avvertivano quando il sacro si manifestava all’uomo, immagini, queste, che sono continuate nei secoli, fino ad arrivare a noi.</p><h3>I monaci: spezie e immoralità</h3><p>Contrapposto al senso del sacro e del miracoloso, però, vi era il lato oscuro delle <strong>spezie</strong>, simbolo del piacere dell’effimero, dell’ingordigia, dell’ostentazione. Severamente vietato era il consumo delle spezie agli uomini di Dio, soprattutto ai monaci, che, però, come ci raccontano le fonti, non di rado si concedevano a vini speziati e banchetti opulenti.</p><p>Nel monastero di Cluny, come ci racconta San Bernardo nella sua “Apologia” l’appetito veniva stimolato dalle ricche e variegate portate e dalle sostanze piccanti, che accendevano la voracità e non solo:</p><blockquote><p>“Veniva servita una portata dopo l’altra e, in luogo di un unico, grande piatto di carne, dalla quale ci si astiene, ci sono due grandi portate di pesce. E quando tu sei sazio della prima, se tocchi la seconda, ti parrà di non aver ancora assaggiato pesce. La ragione è che sono preparate con tale cura e maestria da cuochi che, divorate quattro o cinque portate, la prima non chiude l’accesso all’ultima e la sazietà non lo chiude all’appetito. Perché il palato,sin tanto che venga stimolato da nuovi condimenti, gradualmente perde attrazione per ciò che è familiare e viene ricondotto pieno di brama nel suo desiderio delle spezie straniere.”(2)</p></blockquote><p>San Bernardo denuncia non solo, dunque, le proprietà stimolanti di alcune spezie, che permettevano di mangiare a dismisura anche al di fuori della capacità del proprio stomaco, ma anche le proprietà afrodisiache di certe spezie come lo zenzero e il pepe, certamente non consone a uomini che avrebbero dovuto dedicare la loro vita all’astinenza e alla povertà.</p><h3>Note</h3><ul><li>(1) L’atlas Català de Cresques Abraham, Barcellona, 1975</li><li>(2) Bernardo di Chiaravalle, Apologia ad Guillelum Abbatum, in S.Bernardi Opera, III, Roma, 1963.</li></ul><h3>Per approfondire il ruolo delle spezie nel medioevo</h3><ul><li><a href="http://www.archeoguida.it/007661_curarsi-nel-medioevo-spezie-ed-erbe-officinali.html">Curarsi nel medioevo: spezie ed erbe officinali</a></li><li>P. Freedman 2009, Il gusto delle Spezie nel Medioevo.</li><li>K. John 2007, La Via delle Spezie.</li><li>T. Jack 2006, Spezie. Storia di una tentazione.</li><li>S. Francesco 2009, La via delle spezie. La carreira da India portoghese e la Cina.</li><li>S. Wolfgang 1999, Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html" data-text="Medioevo: le spezie" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007790_medioevo-le-spezie.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007790_medioevo-le-spezie.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Timo</title><link>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:22:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7718</guid> <description><![CDATA[Timo Thymus vulgaris È’ una pianta cespugliosa tipica dell’area mediterranea che ama l’esposizione in pieno sole. Di essa si utilizzano le foglie e le sommità fiorite, che vengono essiccate all’ombra, in ambiente ventilato, in modo tale da conservarne l’aroma. In antichità il Timo veniva utilizzato per favorire la guarigione di eruzioni cutanee di varia natura [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7765" title="timo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/timo.jpg" alt="timo" width="450" height="550" /></p><h2>Timo</h2><p><em>Thymus vulgaris</em></p><p>È’ una pianta cespugliosa tipica dell’area mediterranea che ama l’esposizione in pieno sole. Di essa si utilizzano le foglie e le sommità fiorite, che vengono essiccate all’ombra, in ambiente ventilato, in modo tale da conservarne l’aroma. In antichità il Timo veniva utilizzato per favorire la guarigione di eruzioni cutanee di varia natura compresa l’acne. In genere non veniva mai consumato crudo, ma solo come condimento all’interno di zuppe di farro o piatti a base di carne o verdure.</p><p>Curare gli eczemi era necessario in quanto si credeva che, esplodendo all’interno, avrebbero provocato disturbi generali più gravi. Oggi il timo è considerato ancora un ottimo detergente: l’infuso di timo è un toccasana per risciacquare la pelle in presenza di acne. Il timo viene analogamente apprezzato per le sue proprietà digestive e soprattutto curative per l’apparato respiratorio.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html" data-text="Curarsi nel medioevo: Timo" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007718_curarsi-nel-medioevo-timo.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Zenzero</title><link>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:21:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7756</guid> <description><![CDATA[Zenzero Zingiber officinale È una pianta erbacea perenne originaria dell’ Asia centrale di cui si utilizza la radice, un tubero simile alla patata. La raccolta della radice si effettua in gennaio, quando questa è al massimo dello sviluppo, avendo esaurito la fase della vegetazione. Una volta raccolto, si può utilizzare fresco, essiccato e sott’aceto. Nel [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7761" title="zenzero" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/zenzero.jpg" alt="Zenzero" width="450" height="578" /></p><h2>Zenzero</h2><p><em>Zingiber officinale</em></p><p>È una pianta erbacea perenne originaria dell’ Asia centrale di cui si utilizza la radice, un tubero simile alla patata. La raccolta della radice si effettua in gennaio, quando questa è al massimo dello sviluppo, avendo esaurito la fase della vegetazione.</p><p>Una volta raccolto, si può utilizzare fresco, essiccato e sott’aceto. Nel medioevo, Ildegarda consigliava lo zenzero contro i dolori alle gambe, ai piedi, infine per i reumatismi e la gotta: il modo migliore per assumerlo era quello di confezionare una mistura di zenzero, dragoncello e pepe, da prendere più volte al giorno prima dei pasti principali, accompagnando il tutto con del liquore di miele e prezzemolo.</p><p>Inoltre, il potere dello zenzero era utile anche in caso di stipsi: ottimi rimedi erano certamente rappresentati dai biscotti allo zenzero, che, oltre a essere lassativi, contribuivano a portare aventi una dieta alimentare corretta. Oggi allo zenzero sono state riconosciute proprietà eccellenti per la cura dell’apparato digestivo: favorisce la secrezione enzimatica, riequilibra la flora batterica intestinale e, infine, pare essere anche un blando afrodisiaco, come ci ricorda la Scuola Salernitana.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html" data-text="Curarsi nel medioevo: Zenzero" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007756_curarsi-nel-medioevo-zenzero.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Zafferano</title><link>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:20:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7755</guid> <description><![CDATA[Zafferano Crocus sativus È’ una spezia molto pregiata che si ottiene da una pianta erbacea perenne proveniente dall&#8217;Asia minore e dall&#8217;Europa orientale: il croco. La polvere di zafferano viene ricavata dagli stimmi dei fiori del croco, attraverso una operazione lunga e delicatissima. I fiori venivano raccolti alle prime luci dell’alba, prima che il si schiudessero completamente [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-7759" title="zafferano" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/zafferano.jpg" alt="Zafferano" width="450" height="578" /></p><h2>Zafferano</h2><p><em>Crocus sativus</em></p><p>È’ una spezia molto pregiata che si ottiene da una pianta erbacea perenne proveniente dall&#8217;Asia minore e dall&#8217;Europa orientale: il croco. La polvere di zafferano viene ricavata dagli stimmi dei fiori del croco, attraverso una operazione lunga e delicatissima. I fiori venivano raccolti alle prime luci dell’alba, prima che il si schiudessero completamente e potessero rovinare gli stimmi Se pensiamo che a partire da circa 100.000 fiori di croco si ottiene un solo un kg di questa spezia, capiamo bene il perché un campo coltivato a croco potesse valere, in passato, molto di più di una miniera di argento. Il suo nome deriva dall’arabo “za’faran” che significa “giallo”.</p><p>Grazie alla proprietà di donare questo colore alle pietanze, divenne uno degli ingredienti fondamentali della cucina invernale medievale, secondo una moda che si diffuse dai paesi arabi, quella, appunto, di donare colori caldi ai piatti invernali e colori freddi a quelli estivi. In campo medico, invece, lo scrittore Pier de Crescenzi, ci parla delle proprietà sedative dello zafferano insieme a quelle corroboranti, tanto da consigliarlo contro gli svenimenti e la debolezza.</p><p>Un ulteriore consiglio fornitoci dallo scrittore è quello di mischiare dello zafferano con tuorlo d&#8217;uovo e rose, formando un impacco da applicare sugli occhi arrossati, per alleviarne il fastidio. La scuola salernitana, infine, suggerisce l’uso dello zafferano per “confortare i membri”, alleviare la stanchezza i problemi del fegato. Oggi lo zafferano viene utilizzato nella preparazione di potenti antidolorifici come il laudano; è consigliato per le difficoltà digestive e il ciclo mestruale irregolare, nonché per la preparazione di bevande toniche e stimolanti.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html" data-text="Curarsi nel medioevo: Zafferano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007755_curarsi-nel-medioevo-zafferano.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Curarsi nel medioevo: Salvia</title><link>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:14:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Monno</dc:creator> <category><![CDATA[Guide]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7745</guid> <description><![CDATA[Salvia Salvia officinalis È’ una pianta erbacea a base legnosa originaria del Mediterraneo che cresce nei luoghi aridi e calcarei, non troppo soleggiati. Si utilizzano le foglie e le sommità fiorite che vengono poi essiccate lentamente, per mantenerne intatto il profumo. La parola salvia deriva dal latino “salvus” che significa sano, salvo. Difatti la salvia [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-7751" title="salvia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/02/salvia.jpg" alt="Salvia" width="450" height="541" /></p><h2>Salvia</h2><p><em>Salvia officinalis</em></p><p>È’ una pianta erbacea a base legnosa originaria del Mediterraneo che cresce nei luoghi aridi e calcarei, non troppo soleggiati. Si utilizzano le foglie e le sommità fiorite che vengono poi essiccate lentamente, per mantenerne intatto il profumo. La parola salvia deriva dal latino “salvus” che significa sano, salvo. Difatti la salvia veniva considerata un rimedio universale: “perché mai dovrebbe morire un uomo nel cui giardino cresce la salvia?” recita il poemetto che riassume la regola della Scuola Salernitana.</p><p>Tutti gli orti medievali che si rispettino dovevano avere della salvia, che, oltre che apprezzatissima come ingrediente culinario, era altrettanto utile per“confortare i nervi”, togliere “il tremore dalle mani”, scacciar via la febbre e rinvigorire la salute. Carlo Magno, nel capitolare “De Villis” si preoccupa di specificare, infatti, che ogni orto abbia della salvia. Anche la salvia, come il prezzemolo e la ruta, era una pianta legata al mondo femminile, e come queste piante, poteva risultare tanto benefica quanto fatale.</p><p>Utilizzata dalle donne per provocare e regolarizzare il ciclo mestruale, assunta in grosse quantità avrebbe provocato l’aborto, espellendo il feto prematuramente. Le donne utilizzavano la salvia anche per tingere i capelli: pare che applicata sulla chioma ed esposta questa al sole, ne avrebbe scurito il naturale colore.</p><p>Ildegarda riteneva la salvia capace di modificare l’umore di chi la assumeva:</p><blockquote><p>“ Chi è collerico prenda la rosa e un po’ meno di salvia, le triti in polvere e quando si accorge di diventare collerico si metta questa polvere sotto il naso e la si annusi, perché la salvia consola e la rosa rallegra”</p></blockquote><p>La salvia era anch’essa, con le altre erbe legate al mondo femminile, legata anche al mondo magico e in particolare ai rituali praticati la Notte di San Giovanni. Nel voler propiziare il solstizio d’estate e l’inizio della nuova stagione, la rinascita della vita, foglie di salvia venivano sparse sul terreno e lasciate li tutta la notte. Il giorno seguente, ne si interpretavano gli auspici: la forma assunta dalle varie forme aiutava nella predizione degli eventi futuri. Oggi la salvia è apprezzata molto per le sue proprietà toniche, stimolanti e digestive. Balsamica per l’apparato respiratorio, utile per calmare la tosse e alleviare gli attacchi di asma.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html" data-text="Curarsi nel medioevo: Salvia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007745_curarsi-nel-medioevo-salvia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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