<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Scoperte</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/eventi/scoperte/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Periplo di Annone</title><link>http://www.archeoguida.it/004996_periplo-di-annone.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004996_periplo-di-annone.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 09 May 2011 13:45:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Annone]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4996</guid> <description><![CDATA[Le colonie fenicie dell’Africa atlantica: il periplo di Annone Annone il Navigatore, all’inizio del V secolo a.C., intraprese una spedizione navale lungo le coste atlantiche dell’Africa; il suo resoconto sul viaggio è stato scritto in lingua punica e dedicato, al suo ritorno, al tempio di Baal a Cartagine. La spedizione sembra che abbia assunto una [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Le colonie fenicie dell’Africa atlantica: il periplo di Annone</strong></h2><p><strong>Annone il Navigatore</strong>, all’inizio del V secolo a.C., intraprese una spedizione navale lungo le coste atlantiche dell’Africa; il suo resoconto sul viaggio è stato scritto in lingua punica e dedicato, al suo ritorno, al tempio di Baal a Cartagine. La spedizione sembra che abbia assunto una connotazione quasi coloniale dei territori atlantici ancora inesplorati dai naviganti cartaginesi.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5000" title="Periplo di Annone" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/medas105.jpg" alt="Periplo di Annone" width="600" height="624" /></p><h3><strong>Le fonti classiche</strong></h3><p>La traduzione greca del rapporto ci riferisce:</p><p><strong>Incipit</strong>:</p><blockquote><p><em>“</em><em>I cartaginesi deliberarono che Annone dovesse navigare fuori delle Colonne d’Ercole<br /> </em><em>ed edificare delle città Libofenicie. Egli navigò con 60 navi dette pentecontere,<br /> </em><em>conducendo con sé una grande moltitudine di uomini e di donne,<br /> </em><em>in numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro apparecchio.”</em></p></blockquote><p><strong>Testo del Periplo di Annone: </strong></p><blockquote><p><em>“Giunti alle Colonne d’Ercole, le oltrepassammo e, avendo navigato per due giornate, edificammo la prima città chiamandola Thymiatérion, intorno alla quale vi era una estesa pianura. Dopo, volgendoci verso ponente, raggiungemmo un promontorio della Libia detto Soloente, ricoperto di boschi; e, avendo qui eretto un tempio a Poseidone, nuovamente navigammo mezza giornata verso levante, finché arrivammo ad una palude che giace non molto distante dal mare, ripiena di canneti: c’erano dentro elefanti e molti altri animali. In seguito attraversammo la palude per il navigar d’una giornata, popolammo di coloni alcune città costiere, chiamate Karikon Teichos (Muro), Gytta, Akra, Melitta e Arambe. Ed essendo partiti di là venimmo al gran fiume Lixos, che discende dalla Libia, nei pressi del quale stanno a pascere i loro animali alcuni pastori, chiamati lixìti, coi quali dimorammo finché presero confidenza con noi. Nella terra sovrastante abitavano gli etiopi, che non vogliono aver alcun commercio, ed il loro paese è molto selvatico e pieno di fiere ed è circondato da monti altissimi dai quali si dice scenda il fiume Lixo. E intorno ai monti si narra abitino i trogloditi, uomini di forma strana e diversa; nel correre sono più veloci dei cavalli, dicono i lixìti. Avendo prelevato alcuni interpreti dai lixìti, navigammo presso una costa desertica, verso mezzogiorno, per due giornate. E di là poi volgemmo una giornata verso levante, dove nella parte più interna di un golfo trovammo un’isola piccola, che di circuito era di cinque stadi. Essa la popolammo di coloni nominandola Kerne. E per lo spazio della navigazione fatta giudicammo che l’isola fosse opposta a Cartagine: perciocché mi pareva simile la navigazione fatta da Cartagine infino alle Colonne e la navigazione dalle Colonne fino a Kerne. Da questo luogo ripartimmo, e navigando per un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude che aveva tre isole, maggiori di Kerne. Dalle quali avendo navigato per un giorno, arrivammo nell’ultima zona della palude, di sopra alla quale si vedevano montagne altissime, che la sovrastavano: vi erano uomini selvatici, vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci scacciavano, vietandoci di attraccare. Da poi navigando via di là venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di coccodrilli e di cavalli marini, cioè ippopotami. Di qui, volgendoci di muovo indietro, ritornammo a Kerne. Navigammo poi per di là per dodici giornate verso mezzogiorno, non allontanandoci troppo dalla costa, la quale tutta era abitata dagli etiopi, i quali alla nostra vista fuggivano. E parlavano in maniera che neanche i lixìti che erano con noi li intendevano. L’ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti grandissimi e pieni di alberi, i legni dei quali erano odoriferi e di vari colori. Avendo dunque noi navigato due giorni attorno a questi monti, ci trovammo in una profondissima foce nel mare: dall’uno e dall’altro lato, verso terra, vi era una pianura dove la notte vedemmo fuochi accesi d’ogni intorno, a distanza irregolare l’un dall’altro. Qui, rifornitici d’ acqua, navigammo presso terra ancora cinque giornate, tanto che giungemmo in un gran golfo il quale gli interpreti ci dissero che si chiamava il Corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell’isola una palude che pareva un mare ed in questa vi era un’altra isola. Qui, avendo posato i piedi a terra, non vedevamo di giorno altro che boschi; ma di notte molti fuochi accesi, ed udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e di timpani, ed oltre a ciò molte grida. Ne fummo intimoriti e i nostri indovini ci comandarono di abbandonare l’isola. Onde navigando velocemente passammo presso una costa infuocata e coperta di fumo dalla quale alcuni torrenti infuocati sboccavano in mare, e sulla terra, per l’elevato calore, non si poteva camminare. Perciò, spaventati facemmo subito vela. E in alto mare trascorso lo spazio di quattro giornate vedevamo di notte la terra piena di fiamme, e nel mezzo un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, che pareva toccare le stelle. Ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo chiamato Teonòchema, cioè Carro degli Dei. Ma avendo poi per tre giornate navigato presso quei corsi infuocati, giungemmo in un golfo che si chiama Nòtukéras, cioè Corno di Noto; nella parte più interna del quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude, ed in essa vi era un’altra isola abitata da uomini selvatici, e le donne erano in maggioranza: questi avevano corpi pelosi, e dagli interpreti nostri erano chiamati “gorilla”. Noi, avendo inseguito alcuni degli uomini, non ne potemmo prender nessuno perché tutti fuggirono via su alcuni precipizi, e con le pietre facevano difesa. Ma delle femmine ne catturammo tre, le quali, mordendo e graffiando, si opponevano alla cattura. Poi, avendole ammazzate, le scorticammo, e ne portammo le pelli a Cartagine; non navigammo oltre per mancanza di vettovaglie.”</em> (1)</p></blockquote><p>Il testo del racconto offre alcune informazioni geografiche ed etniche. Per meglio comprendere se il contesto sia verosimile è doveroso confrontare il passo in cui <strong>Erodoto</strong> scrive che vi è una località abitata della Libia (allora intesa come Africa) oltre le colonne d’Ercole. Al loro arrivo, i cartaginesi scaricano le merci sulla spiaggia e attendono, sulle navi, il corrispettivo in oro degli indigeni. Una volta lasciato l’oro, le popolazioni locali si ritirano nell’entroterra e i mercanti di Cartagine valutano l’offerta prima di ripartire.</p><p>Erodoto inoltre tramanda i nomi delle quattro stirpi che abitavano, ai suoi tempi, l’Africa: gli autoctoni libi verso Borea (vento del nord) e gli etiopi verso Noto (vento del sud); i fenici e i greci invece vi si sono stabiliti come immigrati. (2)</p><p>I tratti comuni al Periplo di Annone sembrano essere ancora pochi: la collocazione oltre lo stretto di Gibilterra, i riferimenti al popolo etiope e al luogo dove sorge il vento del sud (Noto).</p><p>Bisogna attendere qualche secolo per ritrovare notizie degli insediamenti atlantici costieri, grazie a <strong>Diodoro Siculo</strong>: lo storico parla di un epoca in cui le amazzoni invasero il territorio di Atlantide e conquistarono una città chiamata Kerne (come nel Periplo di Annone) uccidendone i ragazzi e gli uomini e imprigionando donne e bambini prima di radere al suolo l’insediamento. (3)</p><p>La narrazione prosegue con la sottomissione degli atlantidei alla regina delle amazzoni, Myrina, la quale fece ricostruire Kerne con lo stesso nome popolandola con abitanti del luogo. (4) È molto importante il rimando ad un sito di nome Kerne che purtroppo è avulso dal contesto geografico.</p><p><strong>Plinio il Vecchio </strong>raccoglie solo una breve notizia su Annone e il suo tragitto: “…<em>al tempo della fioritura di Cartagine, compì il periplo da Cadice fino alle frontiere dell’Arabia rese noto il suo diario di viaggio”</em><em>. (5)</em></p><p>La fama del Periplo cartaginese non si perse nemmeno al tempo di <strong>Arriano</strong> (II secolo d.C.) il quale scrisse:</p><blockquote><p>“<em>il libico Annone, partito da Cartagine, oltrepassò le colonne d’Ercole,<br /> </em><em>navigò verso il mare esterno tenendo la Libia a sinistra e procedette verso oriente per 35 giorni in tutto;<br /> </em><em>ma, quando si volse verso sud, incontrò molte difficoltà a causa della mancanza d’acqua,<br /> </em><em>del calore ardente e dei torrenti che si gettavano in mare.”</em> (6)</p></blockquote><h3><strong>Ipotesi di identificazione dei luoghi</strong></h3><p>Tenendo conto delle informazioni riportate dal resoconto della spedizione cartaginese, è opinione diffusa ma non ancora dimostrata che i luoghi descritti corrispondano ai seguenti elencati:</p><ul><li><strong>Thymiatérion</strong> (letteralmente: incensiere, altare per l’incenso) sarebbe l’odierna Mehdya, alla foce del Sebou, in Marocco.</li><li>il promontorio <strong>Soloente</strong> è associato al promontorio di <strong>Ras</strong> (Capo) <strong>Cantin</strong> ma nella descrizione delle tappe esso viene dopo la prima città (Thymiatérion) e potrebbe quindi esser uno dei due promontori presso Mohammedia o Casablanca.</li><li>le altre città nominate sono state ipotizzate nei pressi degli abitati di <strong>Azemmour</strong> (Karikon Teichos), <strong>El-Jadida</strong> (Gytta), <strong>Ras Cantin </strong>(Akra), <strong>Oualidia</strong> (Melitta) e <strong>Mogador</strong>-<strong>Essaouira</strong> (Arambe), tutti in Marocco.</li></ul><p>Il toponimo greco Akra infatti farebbe riferimento ad un promontorio; Arambe sarebbe la trascrizione greca del fenicio Har Anbin (monte dell’uva).</p><ul><li>il gran fiume <strong>Lixo</strong> sarebbe quindi da intendersi come il corso d’acqua che oggi è chiamato oued Draa.</li><li>il fiume <strong>Chrete</strong> non trova una identificazione e potrebbe essersi prosciugato o aver cambiato corso.</li><li>sull’isola di <strong>Kerne</strong> invece si dibatte: c’è chi pensa che sia Herne, ben protetta nello stretto golfo roccioso del Rio de Oro, nel Sahara Occidentale, e le cui modeste dimensioni farebbero pensare ai 5 stadi di circuito di cui parla Annone e chi invece ritiene possa essere una delle isole nella baia di Arguin, in Mauritania. Proprio le “tre isole, maggiori di Kerne”, intercettate dai cartaginesi in una zona paludosa, fanno pensare alle isolette della baia in questione, tutte più grandi di Herne. Forse la costa frastagliata e angusta era stata allora interpretata come una palude o un ramo fluviale.</li><li>l’altro fiume “grande e largo, pieno di coccodrilli e di ippopotami&#8221;, potrebbe essere il <strong>Senegal</strong>.</li><li>Il golfo detto <strong>Corno di Espero </strong>forse è l’estuario del Rio Grande mentre la grande isola con una palude e all’interno un’altra isola non è stata identificata.</li><li>il &#8220;<strong>Carro degli Dei</strong>&#8221; viene visto come uno dei monti della catena del Fouta Djallon, in Guinea</li><li>il <strong>Corno di Noto </strong>potrebbe essere forse l’estuario della Sierra Leone, il fiume Moa.</li></ul><p><img class="alignnone size-large wp-image-5001" title="fig. 2 a - particolare delle città fondate da Annone" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-2-a-particolare-delle-città-fondate-da-Annone-600x476.jpg" alt="" width="600" height="476" /></p><p><img class="alignnone size-large wp-image-5002" title="fig. 2 b - località che trovano riscontri col periplo di Annone, da I Fenici" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-2-b-località-che-trovano-riscontri-col-periplo-di-Annone-da-I-Fenici-562x600.jpg" alt="" width="562" height="600" /></p><p><img class="alignnone size-large wp-image-5003" title="fig. 3 - località indicate nel periplo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-3-località-indicate-nel-periplo-600x486.jpg" alt="Periplo di Annone" width="600" height="486" /></p><p>L’interesse per le esplorazioni di Annone ritornò a stuzzicare l’interesse degli eruditi e degli esploratori fin dall’Umanesimo.</p><p><img class="alignnone size-large wp-image-5004" title="fig. 4 - stampa spagnola di XVIII secolo coi luoghi del periplo di Annone" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-4-stampa-spagnola-di-XVIII-secolo-coi-luoghi-del-periplo-di-Annone-600x469.jpg" alt="Periplo di Annone" width="600" height="469" /></p><p>Infatti<strong> Giovan Battista Ramusio </strong>(XV-XVI secolo) provò per primo ad identificare Kerne con Herne, leggendo il testo greco del Periplo, pubblicato a Basilea nel 1533. (7)</p><p>Il grande studioso del mondo punico, Sabatino Moscati, rese nota la scoperta di un betilo (pietra sacra eretta alle divinità, dal semitico <em>Beith-El</em> cioè casa di Dio) di circa 1,5 metri di altezza, ritrovato negli strati più antichi degli scavi di Mogador-Essaouira (8). I betili erano molto diffusi nel mondo semitico presso i popoli ebraico e fenicio.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5006" title="fig. 5 - betilo fenicio ritrovato negli scavi di Mogador" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-5-betilo-fenicio-ritrovato-negli-scavi-di-Mogador.jpg" alt="Periplo di Annone" width="398" height="512" /></p><p>L’area archeologica di Mogador-Essaouira è concentrata sull’isolotto dirimpetto alla costa, nel settore sud-est.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5007" title="fig. 6 - l'area archeologica di Mogador-Essaouira in Marocco" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/fig.-6-larea-archeologica-di-Mogador-Essaouira-in-Marocco.jpg" alt="Periplo di Annone" width="455" height="458" /></p><p>El-Jadida e Azemmour sono luoghi di rinvenimenti necropolari nella roccia, ricche di materiale di importazione greca e italica (gioielli e amuleti). Graffiti e iscrizioni semitiche sono state ritrovate su cocci nella zona archeologica di Mogador. (9)</p><p>L’autore inoltre ritenne plausibile che la spedizione di Annone fosse giunta fino al golfo di Guinea. (10)</p><h4><strong>Note</strong></h4><ul><li>(1) Periplo di Annone tradotto in greco nel Codice 398 di Heidelberg.</li><li>(2) ERODOTO, Storie, IV, 196-197.</li><li>(3) DIODORO SICULO, Biblioteca storica, III, 54, 4.</li><li>(4) Ibidem, III, 54, 5.</li><li>(5) PLINIO IL VECCHIO, <em>Naturalis historia</em>, II, 169.</li><li>(6) ARRIANO, <em>Indica</em>, XLIII, 11-12.</li><li>(7) G. B. RAMUSIO, <em>Navigazioni e viaggi, volume primo</em>.</li><li>(8) A. PARROT, M. H. CHEHAB, S. MOSCATI, <em>I Fenici. L’espansione fenicia: Cartagine</em>, p. 156.</li><li>(9) (direzione scientificati di S. MOSCATI), <em>I Fenici</em>, p. 180.</li><li>(10) S. MOSCATI, <em>L’Italia punica</em>, p. 16.</li></ul><h4><strong>Bibliografia</strong></h4><ul><li>LUCIO FLAVIO ARRIANO, <em>Indica</em>, XLIII.</li><li>DIODORO SICULO, <em>Biblioteca storica</em>, III.</li><li>ERODOTO, <em>Storie</em>, IV.</li><li>(direzione scientificati di S. MOSCATI), <em>I Fenici</em>, Milano 1988.</li><li>S. MOSCATI, <em>L’Italia punica</em>, Milano, 1986.</li><li>A. PARROT, M. H. CHEHAB, S. MOSCATI, <em>I Fenici. L’espansione fenicia: Cartagine</em>, Parigi, 1975.</li><li>Periplo di Annone nel Codex 398 Heidelberg.</li><li>PLINIO IL VECCHIO, <em>Naturalis Historia</em>, II.</li><li>G. B. RAMUSIO, <em>Navigazioni e viaggi, volume primo</em>, 1550.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004996_periplo-di-annone.html" data-text="Periplo di Annone" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004996_periplo-di-annone.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004996_periplo-di-annone.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, la scoperta: il ruolo dello STAS</title><link>http://www.archeoguida.it/002017_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-il-ruolo-dello-stas.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002017_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-il-ruolo-dello-stas.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 14:13:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category> <category><![CDATA[Claudio Mocchegiani]]></category> <category><![CDATA[STAS]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2017</guid> <description><![CDATA[intervista a Claudio Mocchegiani Carpano (settembre 1992) &#8220;La scoperta dei bronzi di Brindisi si è rivelata un ottimo banco di prova per verificare il grado di operatività raggiunto dallo S.T.A.S. e per mettere in pratica le esperienze maturate in questi primi cinque anni di attività&#8217;. Si è trattato di una situazione di emergenza ma i [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>intervista a <strong>Claudio Mocchegiani Carpano</strong> (settembre 1992</em><strong>)</strong></p><p>&#8220;La scoperta dei bronzi di Brindisi si è rivelata un ottimo banco di prova per verificare il grado di operatività raggiunto dallo S.T.A.S. e per mettere in pratica le esperienze maturate in questi primi cinque anni di attività&#8217;. Si è trattato di una situazione di emergenza ma i risultati ottenuti dimostrano che, alla prova dei fatti, l&#8217;intuizione del professor Sisinni di creare un Servizio Tecnico che coordinasse le attività di archeologia subacquea in Italia, si è rivelata quanto mai lungimirante e necessaria. La presenza operativa dello S.T.A.S. ha semplificato enormemente la gestione di questa operazione, permettendo di coordinare al meglio tutte le forze disponibili sul campo e di intervenire con grande tempestività&#8217;e con la massima efficienza.</p><p>Un conto è programmare un intervento a tavolino, organizzando tutto con calma, ben altro discorso è invece l&#8217;affrontare una situazione straordinaria come quella che si è creata in Puglia. è davvero difficile gestire correttamente un ritrovamento di si grande importanza, con tutto il clamore giornalistico che solleva, l&#8217;elevatissimo rischio di subire furti, l&#8217;impossibilità di avere chiara sin dal primo momento la situazione, il tutto complicato, se ciò era mai possibile, dal ferragosto incalzante. In questo periodo dell&#8217;anno tutto diventa ancor più difficile del solito, i tecnici e gli specialisti sono in vacanza, le ditte specializzate sono già impegnate in altri cantieri, i fornitori di attrezzature sono ovviamente in ferie. In ogni caso, nello specifico di Brindisi, coordinati dallo S.T.A.S., tutti hanno operato in perfetta sintonia, la Soprintendenza, il Museo, i Carabinieri Sommozzatori, le forze dell&#8217;ordine, i volontari, sono riusciti a fondere al meglio le loro operatività garantendo una perfetta riuscita dell&#8217;operazione. In particolare, per quanto riguarda la sicurezza dei reperti ed il temutissimo rischio di furti e di recuperi abusivi, le forze dell&#8217;ordine hanno assicurato sin dal primo momento una strettissima sorveglianza dell&#8217;area, tant&#8217;è che nessuno ha potuto neppure avvicinarvisi.</p><p>Un giorno &#8211; racconta divertito Mocchegiani &#8211; uno sprovveduto pescatore ha avuto la sventurata idea di andare a gettare le sue reti abusive proprio sul luogo del ritrovamento. In meno di un quarto d&#8217;ora è stato circondato dalle motovedette dei Carabinieri, della Capitaneria e della Guardia di Finanza; cercando scampo a terra ha trovato i Carabinieri con le pistole in pugno. Fortuna per lui che era solo un pescatore abusivo ed è riuscito a cavarsela a buon mercato con un grande spavento. Comunque, nonostante le difficoltà &#8220;ambientali&#8221; tutto si è svolto per il meglio, e la Soprintendenza, con la consulenza dello STAS, è riuscita ad allestire e far funzionare un cantiere subacqueo che, pur operando con grande celerità ed in tempi davvero ristretti, ha rispettato pienamente i criteri scientifici ai quali doveva uniformarsi. In definitiva tutti hanno svolto davvero un ottimo lavoro, anche se ciò ha richiesto qualche sacrificio, e questa scoperta si è rivelata un grande momento di crescita per l&#8217;archeologia subacquea italiana e per lo stesso Servizio Tecnico. &#8220;</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002017_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-il-ruolo-dello-stas.html" data-text="Bronzi di Brindisi, la scoperta: il ruolo dello STAS" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002017_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-il-ruolo-dello-stas.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002017_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-il-ruolo-dello-stas.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi: il primo intervento di restauro</title><link>http://www.archeoguida.it/002014_bronzi-di-brindisi-il-primo-intervento-di-restauro.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002014_bronzi-di-brindisi-il-primo-intervento-di-restauro.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 14:10:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2014</guid> <description><![CDATA[Tutti i reperti recuperati dalle acque di Punta del Serrone furono trasportati nel Museo Archeologico Provinciale di Brindisi, dove era stato allestito un laboratorio provvisorio di trattamento. I reperti recuperati dai Carabinieri nei primi giorni, quelli immediatamente successivi alla scoperta, avevano subito un primo trattamento conservativo lievemente differente da quello al quale furono poi sottoposti i [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i reperti recuperati dalle acque di Punta del Serrone furono trasportati nel <strong>Museo Archeologico Provinciale di Brindisi</strong>, dove era stato allestito un laboratorio provvisorio di trattamento. I reperti recuperati dai Carabinieri nei primi giorni, quelli immediatamente successivi alla scoperta, avevano subito un primo trattamento conservativo lievemente differente da quello al quale furono poi sottoposti i bronzi portati in superficie dai tecnici della Acquarius, lo stesso che venne applicato a tutti i materiali recuperati nel corso della campagna di scavo. I primi reperti, tra cui il famoso piede scoperto dal maggiore Robusto, vennero tenuti a bagno in acqua dolce per 48 ore, per liberarli dalla salsedine, e lasciati asciugare naturalmente. Dopo alcuni giorni furono lavati con una soluzione detergente a base di acetone. I materiali recuperati nelle fasi successive, dopo aver subito anch&#8217;essi una prolungata immersione in acqua dolce per rimuovere la salsedine, vennero poi immersi in un bagno di acetone e infine essiccati con aria calda.</p><p>Le operazioni di primo trattamento furono affidate all&#8217;<strong>Istituto Centrale del Restauro</strong> di Roma, il cui responsabile, il dottor <strong>Costantino Meucci</strong>, si recò a Brindisi immediatamente dopo la comunicazione della scoperta per preparare i primi interventi sui bronzi e per verificare se esistevano le condizioni per allestire le strutture logistiche necessarie per effettuare sul posto il delicato intervento conservativo, senza essere costretti a trasportare altrove i materiali. Al progetto lavorò a tempo pieno un esperto restauratore locale, assistito da tecnici dell&#8217;ICR, collaboratori di Meucci. Per quanto riguarda la situazione dei due pezzi più grandi, la statua quasi intera e il busto, portati in superficie nel corso dell&#8217;ultimo giorno di lavoro, essi, immediatamente dopo il loro recupero, furono trasportati a Firenze, presso il Centro di Restauro della Soprintendenza, lo stesso che curò il trattamento conservativo dei Bronzi di Riace, dove vennero liberati dalle pesanti incrostazioni calcaree e poi sottoposti al successivo procedimento di restauro.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002014_bronzi-di-brindisi-il-primo-intervento-di-restauro.html" data-text="Bronzi di Brindisi: il primo intervento di restauro" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002014_bronzi-di-brindisi-il-primo-intervento-di-restauro.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002014_bronzi-di-brindisi-il-primo-intervento-di-restauro.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi: ipotesi sulla provenienza</title><link>http://www.archeoguida.it/002010_bronzi-di-brindisi-ipotesi-sulla-provenienza.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002010_bronzi-di-brindisi-ipotesi-sulla-provenienza.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 14:04:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2010</guid> <description><![CDATA[Da dove provenivano i bronzi? Con l&#8217;affermazione relativa all&#8217;età dei vari reperti (che li collocava in un arco di tempo che va dal IV secolo a.C. sino ad arrivare al III secolo d.C.) cadeva quindi definitivamente la primitiva ipotesi con cui si riteneva di aver scoperto semplicemente alcune statue frammentatesi nel corso del naufragio o [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<h4>Da dove provenivano i bronzi?</h4><p>Con l&#8217;affermazione relativa all&#8217;età dei vari reperti (che li collocava in un arco di tempo che va dal IV secolo a.C. sino ad arrivare al III secolo d.C.) cadeva quindi definitivamente la primitiva ipotesi con cui si riteneva di aver scoperto semplicemente alcune statue frammentatesi nel corso del naufragio o della permanenza sul fondo. Ma se da un lato questa ampia datazione chiariva cosa esse non fossero, permettendo di stabilire che non si era in presenza dei pezzi di due o tre statue distrutte dalla furia del mare, dall&#8217;altro poneva agli studiosi una serie di interrogativi di difficile soluzione. Diveniva infatti necessario spiegare il motivo della presenza in quel tratto di mare di decine e decine di pezzi di bronzo appartenenti ad un elevato numero di statue di epoche e fatture estremamente varie; in tal senso si prospettò un ampio ventaglio di ipotesi e di varianti delle stesse, che doveva essere poi verificato ed eventualmente convalidato dai successivi studi sui materiali e sulle aree circostanti quella della scoperta. Dopo essere stata definitivamente abbandonata la primitiva speranza di un bis delle statue di Riace, si era infatti propensi a credere che i frammenti scoperti si trovassero a bordo di una antica imbarcazione naufragata, e che il suo carico fosse costituito esclusivamente da pezzi di state, una sorta di rottamaio destinato alla rifusione, in pratica un vero e proprio processo di riciclaggio del prezioso metallo. Il dottor Andreassi, come pure gli studiosi impegnati nelle ricerche, alla luce dei dati di cui era al momento in possesso propendevano per questa ipotesi. Gran parte dei dati rilevati in quelle prime fasi dello scavo subacqueo avvalorava infatti la possibilità del riciclaggio di bronzo, anche se alcuni elementi sollevavano ulteriori dubbi. Erano oramai quindi da scartare le ipotesi che parlavano di un antico carico di oggetti di antiquariato, o del trasporto di statue in pezzi, da rimontare poi una volta giunte a destinazione. Il problema del mancato ritrovamento di frammenti dell&#8217;imbarcazione, neppure di piccole dimensioni, era un&#8217;altro degli interrogativi sollevati da questa scoperta.</p><h4>Il mistero della nave</h4><p>Per quanto riguarda la nave sino ad allora non erano stati trovati elementi attribuibili con assoluta certezza ad un relitto, fatti salvi uno scandaglio in piombo e due piccole ancore in pietra, ma essi potrebbero essere stati smarriti da navi di passaggio, incastrandosi nelle rocce del fondo, in periodi storici differenti e molto lontani tra loro. Puo anche darsi che non si sia trattato di un vero e proprio naufragio, con conseguente affondamento della nave, bensì di un semplice capovolgimento, per cui la sfortunata imbarcazione, dopo aver disperso in mare il suo carico o parte di esso, sarebbe andata alla deriva, probabilmente finendo sulle scogliere della costa. Non si era però neppure certi che l&#8217;imbarcazione che trasportava i bronzi fosse una nave nella sua forma classica, poteva anche darsi che si trattasse semplicemente di una grossa chiatta adatta tutt&#8217;al più alla navigazione costiera; ovviamente ciò poteva essere stabilito solo se e quando verranno scoperte parti dello scafo, ammesso che ne esistano ancora. Grossi dubbi sussistevano anche sulla datazione dell&#8217;imbarcazione; poteva essere stata una nave tardo romana, nel qual caso doveva essere necessariamente posteriore al frammento bronzeo più tardo, quindi successiva al III secolo d.C.. Ma poteva essersi trattato di una imbarcazione molto più tarda, anche posteriore al mille, medievale, magari ottomana. Altro interrogativo riguardava la provenienza e la destinazione di questo strano carico; poteva essersi trattato di un bottino di guerra, il frutto del saccheggio di una città conquistata, le statue dei vinti fatte in pezzi e ammucchiate man mano a formare un grande cumulo. Solo in un secondo tempo i vincitori avrebbero iniziato a caricare i pezzi sulle loro navi al fine di trasportarli in patria per rifonderli; nel compiere tale operazione, prelevando i frammenti da una enorme catasta, è abbastanza facile ipotizzare che in un singolo carico non siano finiti due pezzi della stessa statua.</p><h4>Un antico rigattiere?</h4><p>Era anche però possibile che si fosse in presenza del carico della nave di un antico rigattiere, un commerciante che acquistava vecchie statue per demolirle e riutilizzarne il prezioso metallo. In entrambi i casi la destinazione avrebbe potuto essere un porto situato nelle vicinanze. Ovviamente il concetto del riciclaggio del bronzo avrebbe pieno valore anche considerando un naufragio avvenuto in epoche successive, quando il metallo era il principale costituente delle bocche da fuoco; anzi, il fatto che siano state malamente fatte a pezzi statue di grande pregio e straordinaria fattura, veri e propri capolavori in bronzo, scredita l&#8217;ipotesi del commercio di oggetti d&#8217;antiquariato facendo pendere la bilancia a favore di un riutilizzo del metallo in epoche molto meno sensibili al fascino dell&#8217;arte. Si poneva poi il problema del metodo usato per demolire le statue: se i loro arti fossero realmente stati spezzati, come era uso del tempo, colpendoli con mazze o strumenti simili, i pezzi dovrebbero recare il segno dell&#8217;urto; era quindi necessario un accurato esame delle superfici del metallo per verificare questa eventualità&#8217;. per quanto riguarda la quasi totalità dei pezzi scoperti essi non avevano attinenza tra loro, facendo ciascuno parte di una statua differente, ma alcuni frammenti sembrano invece provenire dello stesso pezzo, sopratutto per quanto riguarda le teste fracassate, e ciò sembrava indicare che si erano fratturati nel corso della permanenza sul fondo.</p><h4>Tempeste o mine?</h4><p>Restava da stabilire come. In relazione al processo di frammentazione dei reperti avvenuto dopo la caduta sul fondo, di cui sembrano esistere tracce, e sopratutto alla sparizione del relitto, va tenuto in considerazione il fatto che nel tratto di mare in questione, durante l&#8217;inverno i venti dominanti possono soffiare con inaudita violenza, gonfiando il mare sino a forza dieci. Nel corso di simili tempeste, come sono pronti a testimoniare tutti gli uomini di mare del posto, la potenza delle onde si fa sentire prepotentemente anche alla profondità di sedici metri e la loro incredibile energia cinetica può facilmente essere in grado di rimuovere, sballottare e frammentare anche grosse statue in bronzo. Tra le varie ipotesi non poteva infine essere esclusa a priori quella che chiamava in causa un ordigno della seconda guerra mondiale esploso nei pressi di un antico naufragio. L&#8217;area del ritrovamento, nel corso del secondo conflitto, era ritenuta di grande importanza strategica, in quanto vicina al porto e all&#8217;aereoporto militare; molto temuti dagli alti comandi erano uno sbarco nemico o una azione di commando; per tale ragione lungo la costa erano state costruite massicce fortificazioni armate con cannoni pesanti e il mare antistante era stato minato in più tratti. Non poteva quindi esssre escluso che una delle innumerevoli mine navali dislocate in acqua sia potuta esplodere proprio nei pressi di quel che restava del relitto e del suo carico. L&#8217;esplosione e la conseguente onda d&#8217;urto spiegherebbero la successiva ulteriore frammentazione, la dispersione dei pezzi e la strana posizione, quasi nascosta nella rientranza della roccia, dei due tronconi di statua. In ogni caso al momento della scoperta era davvero troppo presto per poter attribuire valore ad una ipotesi più che ad un altra; si ritenne necessario attendere la fine delle ricerche nelle aree circostanti e sopratutto degli studi sui materiali recuperati per poter tentare di mettere insieme i pezzi di questo affascinante puzzle storico.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002010_bronzi-di-brindisi-ipotesi-sulla-provenienza.html" data-text="Bronzi di Brindisi: ipotesi sulla provenienza" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002010_bronzi-di-brindisi-ipotesi-sulla-provenienza.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002010_bronzi-di-brindisi-ipotesi-sulla-provenienza.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, la scoperta: i reperti</title><link>http://www.archeoguida.it/002008_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-i-reperti.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002008_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-i-reperti.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:56:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2008</guid> <description><![CDATA[In presa diretta, nella cronaca del settembre 1992, la descirizone dei primi reperti recuperati a Punta del Serrone &#8220;Il mare ha restituito, sino ad ora, circa cento reperti, quasi tutti frammenti di varia misura, appartenenti a statue bronzee. Si tratta di braccia con mano, di singole mani, di piedi, gambe, parti di esse, due teste [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>In presa diretta, nella cronaca del settembre 1992, la descirizone dei primi reperti recuperati a Punta del Serrone</em></p><p>&#8220;Il mare ha restituito, sino ad ora, circa cento reperti, quasi tutti frammenti di varia misura, appartenenti a statue bronzee. Si tratta di braccia con mano, di singole mani, di piedi, gambe, parti di esse, due teste intere, alcune spaccate e varie parti di altre, brandelli di capigliatura, porzioni di toghe e di panneggi, una splendida ala di una nike, numerose dita ed una grande quantità di frammenti più piccoli e di schegge metalliche di dimensioni minime. Nell&#8217;ultimo giorno di attività prima delle chiusura del cantiere, sono stati recuperati anche i due pezzi di maggiori dimensioni che in un primo momento avevano fatto credere ai sub di essere in presenza di un carico di statue intere. Incastrati nella rientranza naturale che si apre sotto la grande roccia sono stati infatti trovati un grosso busto ed una statua quasi integra, completamente incrostati dai depositi calcarei degli organismi marini, a differenza degli altri reperti che sono risultati quasi perfettamente puliti.</p><p>In conseguenza delle loro condizioni al momento della scoperta e della loro posizione sotto la sporgenza rocciosa, che ne ha reso arduo un esame ravvicinato, è stato difficile, sulle prime, accertarne in acqua lo stato e la completezza; il meglio conservato dei due raffigura un personaggio in toga ed privo dei piedi, di parte di un braccio e di metà della testa, che risulta spaccata verticalmente. L&#8217;altro è ridotto ad un semplice tronco, privo di arti e testa, ma è di fattura davvero splendida. per portarli in superficie è stato prima necessario liberarli dalla loro scomoda posizione; sono stati poi avvolti con materiale spugnoso e posti su due apposite &#8220;barelle&#8221; in legno e tubi metallici, costruite su misura per questo scopo. per il loro sollevamento è stato necessario richiedere l&#8217;intervento di un rimorchiatore dotato di apposita gru. All&#8217;operazione hanno presenziato il Ministro Alberto Ronchey ed il Direttore Generale, Francesco Sisinni, quasi a sottolineare l&#8217;importanza di questo ritrovamento e a voler rivendicare all&#8217;archeologia subacquea italiana, e allo S.T.A.S., il riconoscimento del ruolo che oramai compete loro.</p><p>I sopralluoghi dei primi giorni avevano immediatamente individuato i due grandi reperti e si era quindi creduto che le braccia e le altre parti trovate nella sabbia circostante si fossero distaccate da essi. i successivi esami condotti però sui bronzi che venivano man mano recuperati, hanno mostrato come la loro fattura sia al contrario estremamente varia, come pure sono le loro dimensioni, le caratteristiche costruttive e la datazione. Una prima stima della loro eta&#8217;, basata principalmente sullo stile e sulla tecnica realizzativa, li colloca infatti in un arco di tempo che va dal IV secolo a.C. sino ad arrivare al III secolo d.c.&#8221;</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002008_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-i-reperti.html" data-text="Bronzi di Brindisi, la scoperta: i reperti" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002008_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-i-reperti.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002008_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-i-reperti.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, la scoperta: operazioni subacquee</title><link>http://www.archeoguida.it/002006_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-operazioni-subacquee.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002006_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-operazioni-subacquee.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:55:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2006</guid> <description><![CDATA[I primi giorni di lavoro sul sito sono stati dedicati allo scavo dei &#8220;punti caldi&#8221; indicati inizialmente dal metal detector all&#8217;interno dell&#8217;area del primo ritrovamento. Lo scavo è stato effettuato con l&#8217;ausilio di una sorbona ad aria alimentata da un compressore posto sulla barca appoggio. Sono stati così messi in luce alcuni arti in bronzo, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I primi giorni di lavoro sul sito sono stati dedicati allo scavo dei &#8220;punti caldi&#8221; indicati inizialmente dal metal detector all&#8217;interno dell&#8217;area del primo ritrovamento. Lo scavo è stato effettuato con l&#8217;ausilio di una sorbona ad aria alimentata da un compressore posto sulla barca appoggio. Sono stati così messi in luce alcuni arti in bronzo, come mani e braccia, e numerosi altri frammenti, tra cui un ampio brandello di capigliatura; al termine dello scavo ciascun reperto o frammento è stato segnalato con un cartellino in materiale plastico recante il relativo numero di catalogo attribuitogli. Dopo aver completamente ripulito dai sedimenti un area di circa dieci metri quadri si è passati alla seconda fase, quella della filmatura e del rilievo fotografico dei materiali scoperti, al fine di disporre di una ampia documentazione degli stessi e delle loro posizioni relative.</p><p>Successivamente le archeologhe del team hanno effettuato il disegno ed rilievo planimetrico completo di tutti materiali, delle giaciture e delle loro posizioni relative. per il rilievo, data la particolare situazione morfologica del sito, che avrebbe ostacolato la messa in pratica di altre soluzioni tecniche, si è preferito ricorrere al triplometro. Si tratta di un metodo di rilevamento basato su un cavo di acciaio teso tra due capisaldi topografici, ad esso viene agganciata un&#8217;asta metrica sulla quale scorre, perpendicolarmente, una seconda asta di misura; una volta messa in bolla quest&#8217;ultima, sui tre assi di riferimento vengono prese le misure relative al pezzo in esame. Terminate tutte le operazioni di documentazione e di rilievo è poi finalmente possibile procedere al recupero dei materiali. La tecnica di recupero adottata è stata quella delle ceste; i reperti, sono stati imballati sott&#8217;acqua con materiali spugnosi in grado di assorbire eventuali urti e vibrazioni, deposti all&#8217;interno di casse in materiale plastico ed accuratamente immobilizzati con l&#8217;aggiunta di spessori di gommapiuma. Ciascuna cesta è stata poi sollevata singolarmente per mezzo di palloni ad aria e seguita da un sub sino al momento dell&#8217;arrivo in superficie; qui i contenitori sono stati issati a bordo dei gommoni di appoggio e rapidamente trasportati a terra.</p><p>Le notevoli cautele adottate sono ampiamente giustificate dal fatto che, prima del recupero, ne i restauratori ne gli stessi tecnici subacquei erano riusciti ad acquisire elementi sufficienti per stabilire con certezza il grado di compattezza e le condizioni di conservazione del metallo, motivo per cui era assolutamente necessario evitare qualsiasi situazione di stress meccanico ai reperti al momento del recupero. Un successivo esame compiuto a terra ha permesso di accertare che lo stato del metallo era complessivamente buono e la sua conservazione più che soddisfacente, anche se in alcuni casi i processi di ossidazione avevano già attaccato lo strato più superficiale. Una volta recuperati, i reperti sono stati trasportati nel<strong> Museo Archeologico Provinciale</strong> di <strong>Brindisi</strong> e qui, dopo un rapido esame ed un lavaggio per liberarli dalle alghe e dai sedimenti sciolti, immersi in una vasca contenente acqua dolce, dove sono rimasti per alcuni giorni al fine di liberarli dalla salsedine. Negli stessi locali del museo, dopo alcuni giorni, sono giunti anche i reperti che erano stati portati alla luce nel corso dei primi sopralluoghi effettuati dai Carabinieri e che erano rimasti custoditi nella locale caserma, tra i quali la splendida testa a tutto tondo ed il primo piede scoperto dal maggiore Robusto. In mare, parallelamente al cantiere, proseguivano ovviamente le operazioni di ricerca e le ricognizioni a vista e con l&#8217;uso del metal detector nelle zone adiacenti, sopratutto allo scopo di delimitare con precisione il sito e di individuare le aree di interesse dove spostare le ricerche.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002006_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-operazioni-subacquee.html" data-text="Bronzi di Brindisi, la scoperta: operazioni subacquee" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002006_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-operazioni-subacquee.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002006_bronzi-di-brindisi-la-scoperta-operazioni-subacquee.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, morfologia del sito</title><link>http://www.archeoguida.it/002004_bronzi-di-brindisi-morfologia-del-sito.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002004_bronzi-di-brindisi-morfologia-del-sito.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:53:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2004</guid> <description><![CDATA[La descrizione del sito subacqueo di Punta del Serrone (agosto 1992) &#8220;Nella zona del ritrovamento il fondale è prevalentemente roccioso, costituito da arenarie regolarmente stratificate, fortemente erose e modellate dagli agenti esterni; l&#8217;area del sito si presenta come una serie di strutture rocciose di forma allungata, disposte parallelamente le une alle altre e separate da [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del sito subacqueo di Punta del Serrone (agosto 1992)</em></p><p>&#8220;Nella zona del ritrovamento il fondale è prevalentemente roccioso, costituito da arenarie regolarmente stratificate, fortemente erose e modellate dagli agenti esterni; l&#8217;area del sito si presenta come una serie di strutture rocciose di forma allungata, disposte parallelamente le une alle altre e separate da ampie distese di roccia ricoperta di sabbia. Le collinette rocciose di forma oblunga, vagamente parallelepipedale, sono caratterizzate da pareti pressoché verticali da un lato e più dolcemente digradanti dall&#8217;altro, morfologia questa dovuta probabilmente all&#8217;andamento degli strati sedimentari di cui esse seguono il profilo, e la loro altezza rispetto al fondo è di circa due o tre metri.</p><p>Negli avvallamenti si trovano depositi di sedimenti, principalmente sabbia grossolana, per uno spessore massimo che raggiunge a malapena i quaranta o cinquanta centimetri. Il sito principale è stato individuato proprio a ridosso di una di queste masse rocciose; i materiali scoperti in questa prima fase delle ricerche sono stati infatti trovati dislocati sopratutto nelle aree adiacenti ad essa ed in una sorta di grotta naturale che si apre al di sotto, una sorta di rientranza che si sviluppa per tutta la lunghezza e per una profondità di circa un metro e mezzo. Nel corso delle prime esplorazioni il metal detector ha però rilevato numerosi &#8220;punti caldi&#8221; anche nelle aree piane circostanti. La definizione &#8220;punti caldi&#8221; indica non già un reperto, bensì un punto del fondo che cela una massa metallica; è infatti difficile stabilire cosa abbia influenzato il campo magnetico del detector se non si effettua poi un saggio di scavo. Tra l&#8217;altro nella zona sono presenti numerosi frammenti metallici di origine recente e persino alcuni residuati bellici, che possono facilmente ingannare il sensibile strumento.</p><p>Dopo aver esaurito l&#8217;esplorazione ed il conseguente recupero dei materiali presenti nell&#8217;area del ritrovamento, nelle settimane successive si è gradualmente passati ad esplorare le aree circostanti, dimostratesi anch&#8217;esse ricche di reperti. Ovviamente anche qui si è proceduto allo scavo, al rilievo e al recupero dei materiali presenti adottando la medesima metodica usata per l&#8217;area centrale. Questa prima campagna di ricerca si è conclusa nei primi giorni di settembre con il recupero dei due pezzi di maggiori dimensioni, il busto e la statua quasi integra. Subito dopo si è proceduto alla chiusura, seppur temporanea, del cantiere. Tirando le somme di questo primo intervento, esso, dopo circa quattro settimane di lavoro, ha permesso di esplorare tutta la zona circostante l&#8217;area del primo ritrovamento e di scavare, documentare e recuperare tutti i materiali bronzei ivi presenti.&#8221;</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002004_bronzi-di-brindisi-morfologia-del-sito.html" data-text="Bronzi di Brindisi, morfologia del sito" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002004_bronzi-di-brindisi-morfologia-del-sito.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002004_bronzi-di-brindisi-morfologia-del-sito.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, il cantiere subacqueo</title><link>http://www.archeoguida.it/002001_bronzi-di-brindisi-il-cantiere-subacqueo.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/002001_bronzi-di-brindisi-il-cantiere-subacqueo.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:51:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=2001</guid> <description><![CDATA[La cronaca dell&#8217;allestimento del cantiere subacqueo sul sito di Punta del Serrone (agosto 1992) &#8220;Per quanto riguarda l&#8217;aspetto tecnico del cantiere, l&#8217;incarico per le operazioni di recupero è stato affidato alla cooperativa ACQUARIUS di Milano; la titolare, l&#8217;archeologa Alice Freschi, si è trovata così dinnanzi alla prospettiva di uno sforzo organizzativo davvero non facile. Già [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>La cronaca dell&#8217;allestimento del cantiere subacqueo sul sito di Punta del Serrone (agosto 1992)</em></p><p>&#8220;Per quanto riguarda l&#8217;aspetto tecnico del cantiere, l&#8217;incarico per le operazioni di recupero è stato affidato alla cooperativa ACQUARIUS di Milano; la titolare, l&#8217;archeologa <strong>Alice</strong> <strong>Freschi</strong>, si è trovata così dinnanzi alla prospettiva di uno sforzo organizzativo davvero non facile.</p><p>Già di per se l&#8217;allestimento di un normale cantiere subacqueo presuppone una organizzazione complessa e capillare e la possibilità di disporre di adeguate risorse tecniche ed umane; è infatti necessario reperire e rendere operativa una serie di strutture logistiche e di supporto, in mare e a terra, disporre di attrezzature e strumentazioni particolari e assicurarsi la presenza di personale tecnico preparato ed altamente specializzato nei vari compiti di lavoro, esigenza quest&#8217;ultima ancor più sentita nel caso specifico, dovendo intervenire con grande tempestività e in tempi estremamente brevi, pur rispettando standard operativi e scientifici al massimo livello. per mettere in essere una simile struttura sono normalmente necessari tempi tecnici alquanto lunghi, ma in questo caso il dottor Mocchegiani, il Soprintendente Andreassi ed i responsabili dell&#8217;operazione di recupero sono stati costretti ad operare in condizioni di vera emergenza, affrontando un autentico tour de force organizzativo, riducendo i tempi in maniera drastica, lottando contro problemi di ogni genere, acuiti dalle difficoltà proprie del periodo estivo, con negozi chiusi, fornitori in ferie e ovviamente tecnici e specialisti in meritata vacanza.</p><p>Se da un lato i bronzi hanno solleticato la fantasia di molti italiani, dall&#8217;altro hanno rovinato le ferie di numerosi altri. per formare la squadra dei subacquei, Alice Freschi si è vista costretta a rintracciare e convocare in gran fretta tutti gli specialisti ed i tecnici disponibili; molti di essi hanno di buon grado interrotto le loro vacanze, alcuni persino rientrando da paesi esteri, per essere presenti all&#8217;appuntamento in terra pugliese. In soli quattro giorni, grazie alla disponibilità ed al tempismo di tutti, è stato così possibile allestire e rendere operativo il cantiere subacqueo. L&#8217;aspetto specificamente archeologico è stato gestito dalle archeologhe <strong>Giusi Grimaudo</strong> e <strong>Giulia Boetto</strong> che hanno curato il rilievo del sito, e alla francese <strong>Brigitte Carre</strong>, archeologa del <strong>C.N.R.S. di Marsiglia</strong>; l&#8217;organizzazione delle attività tecniche in acqua è stata affidata a <strong>Brunello Raffone</strong>, uno dei maggiori esperti italiani di cantieri archeologici subacquei. La squadra di tecnici ed archeologi subacquei è stata affiancata da tre volontari locali, provetti subacquei del Gruppo Ricerche Archeologiche Sottomarine, Vanni Meneghini, Derio Camassa e Fernando Zongoli.</p><p>Dopo tre giorni di lavoro, resisi necessari per allestire materialmente il cantiere subacqueo, istallando la sorbona, i capisaldi di riferimento per il rilievo e le strutture di supporto in acqua, la seconda settimana di agosto ha visto l&#8217;inizio delle operazioni archeologiche vere e proprie sul sito; i lavori si sono poi protratti per circa quattro settimane, sino alla fine del mese. L&#8217;operatività in acqua è stata assicurata da squadre di lavoro composte da due sub; ciascuna di esse effettuava turni di immersione di un&#8217;ora seguiti da una decompressione di quattro minuti a tre metri di profondità&#8217;. Data la profondità operativa estremamente contenuta, appena sedici metri, per un ora di immersione si sarebbe anche potuto evitare di effettuare decompressioni ma, nell&#8217;intento di garantire ai suâ la massima sicurezza operativa, il responsabile delle attività subacquee, il professor Raffone, ha preferito stabilire le modalità di immersione facendo riferimento alle speciali tabelle relative al lavoro subacqueo, piuttosto che a quelle normali. Pur non esistendo coppie fisse, ciascuno degli operatori aveva un suo compito specifico adeguato alla sua preparazione, chi si occupava di scavo con la sorbona, chi di rilievo e chi di documentazione fotografica e video, queste ultime fondamentali per la corretta stesura della planimetria del sito. Alcune squadre hanno effettuato due immersioni al giorno, una al mattino ed una seconda nel pomeriggio, con un intervallo minimo di tre ore tra le due, come prescritto dalle tabelle.&#8221;</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/002001_bronzi-di-brindisi-il-cantiere-subacqueo.html" data-text="Bronzi di Brindisi, il cantiere subacqueo" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F002001_bronzi-di-brindisi-il-cantiere-subacqueo.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/002001_bronzi-di-brindisi-il-cantiere-subacqueo.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bronzi di Brindisi, la scoperta</title><link>http://www.archeoguida.it/001997_bronzi-di-brindisi-la-scoperta.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/001997_bronzi-di-brindisi-la-scoperta.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:47:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Scoperte]]></category> <category><![CDATA[Bronzi di Brindisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archart.it/guida-archeologia/?p=1997</guid> <description><![CDATA[La cronaca fedele, scritta nel settembre 1992, della scoperta dei Bronzi di Brindisi, avvenuta al largo di Punta del Serrone nell&#8217;agosto di quell&#8217;anno. &#8220;La sorprendente scoperta archeologica effettuata sul finire del luglio 1992 nelle acque antistanti la città di Brindisi, oltre ad aver rappresentato l&#8217;avvenimento dell&#8217;estate e lo scoop per eccellenza sul quale i cronisti [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>La cronaca fedele, scritta nel settembre 1992, della scoperta dei <strong>Bronzi di Brindisi</strong>, avvenuta al largo di <strong>Punta del Serrone</strong> nell&#8217;agosto di quell&#8217;anno.</em></p><p>&#8220;La sorprendente scoperta archeologica effettuata sul finire del luglio 1992 nelle acque antistanti la città di Brindisi, oltre ad aver rappresentato l&#8217;avvenimento dell&#8217;estate e lo scoop per eccellenza sul quale i cronisti dei quotidiani locali e nazionali hanno potuto sbizzarrire la loro fantasia, al di là della spettacolarità del ritrovamento e delle sue fors&#8217;anche troppo millantate similitudini con altri famosi reperti quali i bronzi di Riace, costituisce indubbiamente un avvenimento scientifico di enorme interesse. Anzi, la sua importanza archeologica deriva principalmente dagli interrogativi che questo ritrovamento ha sollevato, più che dai pur splendidi reperti portati alla luce sino ad ora.</p><p>La scoperta è avvenuta, come spesso accade, in maniera del tutto casuale ad opera di un maggiore dei Carabinieri, Luigi Robusto, nel corso di una immersione effettuata per svago insieme ad alcuni colleghi nel tratto di mare antistante lo stabilimento balneare dell&#8217;Arma, il Lido del Carabiniere, in località Casale, nei pressi dell&#8217;aereoporto militare della città pugliese. Il primo ritrovamento è stato effettuato ad una profondità di circa sedici metri, in un punto situato a meno di mezzo miglio dalla costa, poco a sud di Punta del Serrone; il maggiore Robusto, con suo grande stupore, ha individuato, semi affiorante dalla sabbia, un piede di dimensioni naturali e di colore scuro. Il suo primo pensiero, come egli stesso racconta, è stato quello di trovarsi di fronte ad un cadavere, ma vinte la sorpresa e l&#8217;ovvia diffidenza, è stata sufficiente una rapida ispezione per capire che si trattava di un frammento metallico appartenente ad una statua. Immediata la comunicazione dell&#8217;accaduto trasmessa ai responsabili della Soprintendenza Archeologica e a quelli del Museo Archeologico Provinciale ai quali è stato consegnato il reperto; il dottor Giuseppe Andreassi, Soprintendente Archeologo, ha rapidamente provveduto ad organizzare un sopralluogo subacqueo per capire cosa si nascondesse sotto la sabbia.</p><p>Va giustamente rilevato che se quel reperto non fosse stato individuato dal maggiore Robusto, bensì da un sub o da un pescatore privi di scrupoli, molto probabilmente ora non sarei qui a raccontare questo straordinario recupero e l&#8217;archeologia subacquea italiana non avrebbe potuto sfogliare questa ennesima affascinante pagina del nostro passato. Una prima ricognizione subacquea è stata effettuata dallo stesso scopritore con alcuni suoi colleghi; essi hanno avuto modo di verificare come il frammento non fosse un reperto isolato, bensì si trovasse in ottima compagnia. Quasi completamente nascosti nella sabbia erano infatti visibili altre parti di statua e tra esse quella che con tutta probabilità doveva rivelarsi una testa. Dopo pochi giorni, il tempo necessario per organizzare l&#8217;operazione da un punto di vista logistico, sul posto sono giunti i tecnici dello S.T.A.S. (Servizio Tecnico per l&#8217;Archeologia Subacquea del Ministero per i Beni Culturali), prontamente intervenuti su esplicita direttiva del Direttore Generale del Ministero, il professor Francesco Sisinni, per coordinare il primo intervento e per fornire assistenza tecnica e consulenza specialistica alla locale Soprintendenza, impegnata in quella che è apparsa sin dall&#8217;inizio una scoperta archeologica di enorme importanza, di certo una delle maggiori tra quelle avvenute nell&#8217;ultimo decennio.</p><p>Quel ritrovamento non rappresentava però una sorpresa assoluta, anzi, come racconta lo stesso Andreassi, nel &#8217;72 nello stesso tratto di mare alcuni pescatori avevano recuperato un grosso piede in bronzo che aveva fatto balenare nella mente degli esperti la possibilità che sul fondo si trovasse anche il resto della statua. Erano state organizzate ricerche sui fondali circostanti, ma senza esito alcuno; quelle esplorazioni si erano protratte per molti tempo, spingendosi sino alla linea batometrica dei dodici metri, poi, non avendo trovato alcunché&#8217;, erano state sospese. Se i sub avessero proseguito le loro indagini solo per pochi altri metri, molto probabilmente avrebbero anticipato di quindici anni il maggiore Robusto, ma all&#8217;epoca, dopo mesi di vane ricerche, nulla poteva suggerire la presenza di quei materiali venuti ora alla luce. Il team di tecnici dello S.T.A.S., composto dal vice direttore Claudio Mocchegiani Carpano, da Marco Sangiorgio e da Roberto Petriaggi, è stato assistito nelle operazioni in acqua dagli uomini del Nucleo Carabinieri Sommozzatori di Napoli al comando del maresciallo Scognamiglio, ed ha immediatamente eseguito alcuni sopralluoghi per delimitare, con l&#8217;ausilio di un metal detector subacqueo, l&#8217;area del sito e per valutare la situazione al fine di predisporre l&#8217;apertura di un cantiere subacqueo di emergenza.</p><p>L&#8217;imperativo che si andava infatti facendo strada man mano che procedevano le esplorazioni era quello di far presto; era si vero che i reperti erano rimasti in fondo al mare per secoli, ma ora che un lembo, sia pur piccolo, di quel velo steso sul passato era stato sollevato, tutti quei materiali erano in grave pericolo ed ogni ritardo nel loro recupero li avrebbe esposti pericolosamente alla mano rapace dei ladri. Il motivo di tanta urgenza è presto chiarito: Durante le prospezioni erano infatti venute alla luce numerose altre parti di statue, tra cui una splendida testa perfettamente integra ed alcuni arti di pregevole fattura e nel corso delle successive ricognizioni con il metal detector, lo strumento impazziva dovunque venisse indirizzato il sensore; a causa della scarsa profondità dell&#8217;acqua, sedici metri sono davvero pochi, e della vicinanza alla costa, circa cinquecento metri, il rischio di furti da parte di predatori, o peggio semplici curiosi in caccia di souvenir, era davvero alto, motivo per cui era stato deciso di porre in atto nel minor tempo possibile il recupero di tutti i reperti già messi in luce e di procedere quanto prima allo scavo degli altri materiali ancora nascosti sotto la sabbia.</p><p>D&#8217;altro canto però era chiaro a tutti che le operazioni subacquee non potevano limitarsi al solo scavo e recupero dei materiali; era ovviamente necessario seguire i criteri scientifici e documentari che sono normalmente richiesti per uno scavo subacqueo. Prima di rimuovere qualsiasi oggetto bisognava svolgere un accurato lavoro di rilievo planimetrico e di documentazione fotografica e video del sito e dei singoli reperti.&#8221;</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/001997_bronzi-di-brindisi-la-scoperta.html" data-text="Bronzi di Brindisi, la scoperta" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F001997_bronzi-di-brindisi-la-scoperta.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/001997_bronzi-di-brindisi-la-scoperta.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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