<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>ArcheoGuida &#187; Battaglie</title> <atom:link href="http://www.archeoguida.it/articoli/eventi/battaglie/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.archeoguida.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 14:19:13 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Battaglia di Cocherel</title><link>http://www.archeoguida.it/007239_battaglia-di-cocherel.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/007239_battaglia-di-cocherel.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 08 Jan 2012 14:18:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=7239</guid> <description><![CDATA[Luogo: vicino Houlbec-Cocherel Data: 16 maggio 1364 Eserciti: Regno di Francia e Regno d&#8217;Inghilterra Esito: vittoria francese Miniatura con rappresentazione della battaglia di Cocherel La Battaglia di Cocherel Questa interessante battaglia viene annoverata all&#8217;interno dell&#8217;eterna epopea bellica chiamata Guerra dei cent&#8217;anni (1), un scontro tra Inghilterra e Francia che segnò profondamente la storia nel suo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li>Luogo: vicino Houlbec-Cocherel</li><li>Data: 16 maggio 1364</li><li>Eserciti: Regno di Francia e Regno d&#8217;Inghilterra</li><li>Esito: vittoria francese</li></ul><p><em><img class="alignnone  wp-image-7240" title="Battaglia di Cocherel" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Battaglia-di-Cocherel.jpg" alt="Battaglia di Cocherel" width="400" height="459" /><br /> Miniatura con rappresentazione della battaglia di Cocherel</em></p><h2>La Battaglia di Cocherel</h2><p>Questa interessante battaglia viene annoverata all&#8217;interno dell&#8217;eterna epopea bellica chiamata Guerra dei cent&#8217;anni (1), un scontro tra Inghilterra e Francia che segnò profondamente la storia nel suo complesso.</p><p>Nello specifico, questa schermaglia si ritiene essere relativamente importante per il proseguo dell&#8217;intera guerra, tanto da portare alcuni studiosi a proporla come snodo per la successiva Guerra carolina (2), seconda fase della guerra centenaria.</p><p>Non solo i due Regni principali, si vogliono contendere questa località francese, anzi, risultano essere ausiliari, solo comprimari d&#8217;aiuto tra due contese francesi, le quali cercavano di mettere i bastoni fra le ruote, gli uni agli altri, sempre e ovviamente per colpa di un titolo nobiliare.</p><p>Nella fattispecie, Carlo II di Navarra (3), escluso dalla successione per il titolo di Duca di Borgogna (4), titolo che andò a Filippo II (5), decise di frapporsi alle manovre politiche del futuro re Carlo V, uomo che aveva favorito l&#8217;ascesa proprio di Filippo.</p><p>A coadiuvare le mire di Carlo II, il Regno d&#8217;Inghilterra, che disponeva di numerosi arcieri per la conquista di una parte importante della Francia, probabilmente per poi liberarsi del Duca di Navarra e ottenere due vittorie con l&#8217;aiuto del quasi nemico.</p><p>Nella fazione “francese”, in supporto al Regno di Francia e al nuovo duca di Borgogna, il Ducato di Bretagna (6), intriso di lotte interne durate proprio fino al 1364, e quello di Guascogna (7) che grazie ad Eleonora d&#8217;Aquitania, venne annesso all&#8217;omonima regione per subirne le stesse sorti.</p><p>Nonostante la lotta vede frapporsi Filippo II e Carlo II, Borgogna contro Navarra, anche Carlo V, tirato in causa, si vede costretto a scendere in campo per il suo protetto. Carlo V aveva iniziato il suo regno l&#8217;8 aprile, dopo la morte di Giovanni II (8), ma venne incoronato a Reims solo un mese dopo, tre giorni in seguito alla battaglia. Ciò permise a Carlo II di avanzare pretese sul Ducato a lui promesso dal deceduto re.</p><p>Chi scese in campo però non fu Carlo V. La sua salute, cagionevole da ormai tanto tempo, faceva rimanere sì intatto il suo carisma e la sua fiera figura, ma non gli permetteva di imbracciare un arma per via del rigonfiamento che aveva preso soprattutto il braccio destro. Quindi, generale fidato e vittorioso in molte campagne, Bertrand du Guesclin (9), prese le redini della schermaglia, che si sarebbe risolta in seguito a suo favore, ridimensionando le ambizioni di Carlo II.</p><p>A completare la lista delle figure di spicco a Cocherel, il capitano di ventura Jean de Grailly (10), distintosi con la sua ascia nella vittoria pirrica di Poitiers (11), e uno dei più valorosi personaggi della Guerra dei cent&#8217;anni.</p><p>Quindi, attirato da una reggenza non ancora stipulata e orgogliosamente ferito dalla decisione scaturita alla morte di Giovanni II, Carlo II, a patti con il Regno d&#8217;Inghilterra, che vedeva nella Navarra un ottimo punto di attacco per chiudere su due lati la Francia ancora capetingia, scese in campo per distruggere Carlo V, Filippo II e il famoso Bertrand du Guesclin, ma scontrandosi con il valore di quest&#8217;ultimo.</p><p>Infatti, oltre a prevedere le offensive di Carlo II, il generale, già insignito della signoria di La Roche-Derrien (12) e del comando supremo del ducato, oltre ad avere l&#8217;onore di essere ciambellano del re Carlo V, aveva portato l&#8217;offensiva a Mantes e Meulan, uscendo vincitore facilmente e tamponando le mire navarresi.</p><p>Un quadro che delinea le sorti dei due grandi regni e che continua la lotta anglo-francese, ma che viene annoverata più tra le lotte interne, nonostante la partecipazone di arcieri inglesi, che in quella dei cent&#8217;anni, sempre nonostante sia un preambolo della seconda fase della stessa.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7241" title="Bertrand du Guesclin" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Bertrand-du-Guesclin.jpg" alt="Statua di Bertrand du Guesclin a Dinan" width="600" height="906" /><br /> Statua di Bertrand du Guesclin a Dinan</em></p><h3>Il re Saggio e il futuro Connestabile di Francia</h3><p>Figlio di Giovanni II, fatto prigioniero dagli inglesi negli anni in questione, e di Bona di Lussemburgo (13), sorella di Carlo IV (14), questa importante figura del Regno francese, si distinse per la sua proverbiale saggezza, tanto da ricevere l&#8217;appellativo di Il Saggio. Saggezza che gli permise di mettere in pratica gli insegnamenti del padre e di intraprendere una campagna volta alla ripresa del maltolto nelle epoche passate.</p><p>Fu proprio grazie alla sua intraprendenza e sangue freddo che la Francia ottenne nuovamente quei territori che gli vennero sotratti durante la guerra. Non solo però per questo motivo fu un persaonaggio di spicco nella storia francese e mondiale, ma durante il suo regno, segnato inevitabilmente da lotte interne per la successione al trono, la Guerra dei cent&#8217;anni si apprestava a cambiare radicalmente finendo la sua prima importante parte che viene sancita proprio con la morte di Carlo V.</p><p>La sua storia, suo malgrado, inizia proprio quando Carlo II di Navarra entra di diritto, o quasi, nella pretendenza al trono di Francia e quindi delle regioni che la costituiscono. Proprio la Borgogna, come già detto, è il contendersi e Carlo V, in qualità di regnante non può fare a meno di posizionarsi a favore di quello a cui aveva donato il regno di Borgogna.</p><p>Questo personaggio della Francia capetingia, in quanto legato alla sorella di Carlo IV, si innesta con prepotenza nella documentazione mondiale, non solo per la sua proverbiale saggezza o per le questioni politico-belliche a cui prese parte, ma soprattutto per la sua figura intrisa di problemi che lo hanno portato ad avere somiglianze con il re di Gerusalemme, Baldovino IV (15).</p><p>Non certo per le sue campagne, nè tantomeno per la nazione di provenienza, ma per la sua costretta situazione da uomo malato che lo portò ad affrontare lunghe traversate e ambasciate accompagnato da medici e uomini di fiducia per tenerlo smepre sotto stretta sorveglianza. L&#8217;uno, Baldovino, il lebbroso, che decide di affrontare Saladino in verbal tenzone per porre fine alle contese, l&#8217;altro coadiuvando il suo fedele du Guesclin, per dargli l&#8217;apporto carismatico che solo un re poteva dargli.</p><p>Proprio di quest&#8217;ultimo parleremo ora.</p><p>Nato da un esponente della piccola nobiltà in Bretagna, vide la sua infanzia da emarginato a causa del suo aspetto sgradevole, motivo che lo temprò a tal punto da divenire, in epoca medievale, uno dei più giovani genereali arruolati per la sua abilità.</p><p>Infatti, costretti dalle lotte interne in Bretagna, i leader decisero di far uso di questo promettente duellante, possente, robusto e con un gran temperamento, per sedare le rivolte in seno alla regione.</p><p>A nemmeno trent&#8217;anni quindi intraprese la sua prima importante missione che gli valse il palcoscenico per i futuri eventi che lo avrebbero fatto distinguere tra i suoi colleghi.</p><p>Infatti due anni dopo prese parte alla famosa “Guerra delle due Giovanne” (16), schierandosi dalla parte di Carlo di Blois (17), protetto del re di Francia e facendo pendere la bilancia di lì a poco verso il re che lo portò a sé.</p><p>Si mise in luce per le sue abilità balliche, per le sue astute macchinazioni che gli fecero far carriera ottenendo titoli su titoli. Proprio due situazioni sono degne di essere citate per mostrare la sua vera astuzia e capacità carismatica di unire i propri soldati in un&#8217;unica macchina ben oliata.</p><p>Nel 1350, per espugnare un castello controllato dagli inglesi, preparò un nugolo di uomini, sessanta all&#8217;incirca e vestiti di abiti contadini li mandò davanti alle mura (con lui a capeggiarli), per entrare indisturbati. 60 falsi boscaioli entrarono dunque nel castello e uccisi i capi dapprima, finirono il lavoro in poco tempo, lasciando le poche guardie a difesa sbigottite.</p><p>Una seconda abile situazione, nel 1354, venne sfornata dalla mente di du Guesclin grazie ad un imboscata all&#8217;interno di una foresta, vicino al castello di Montmuran, dove un folto contingente inglese si stava dirigendo. Il generale francese, presi trenta arcieri, tra i più abili, si appostò tra il fogliame fitto, su alture difficili da raggiungere e sterminati in poco tempo i tiratori nemici, imprigionò in una morsa letale i restanti fanti e cavalieri che avrebbero fatto fatica a prendere il nemico ben posizionato.</p><p>Se Carlo V può avere delle analogie concrete con Baldovino IV, allora tra du Guesclin e Alessandro Magno (18), le gesta e la caratura del personaggio si mischiano oltremodo. Proprio il generale, emulando il collega macedone, dopo aver visto l&#8217;esitazione dei suoi di fronte ad una fortificazione perfetta, prese lui stesso una scala e intraprese la salita delle mura in solitaria, seguito subito dopo dai suoi e conquistando in seguito il castello.</p><p>Ci volle poco a questo personaggio per diventare uno dei più amati dal popolo e dal re, tanto da costringere il re a salvarlo due volte dalla prigionia e riscattarlo, per avere nuovamente i suoi servigi e infine insignendolo del titolo di connestabile di Francia (19). Il pagamento continuo per le liberazioni dele genarale, indispettirono i nobili che accennarono a rivoltarsi contro il re, ma si calmarono subito dopo la grande battaglia presso Najera contro il Principe nero (20), dove costrinse quest&#8217;ultimo ad una destabilizzazione del suo intero esercito, nonostante du Guesclin uscì sconfitto dalla battaglia.</p><p>La sua fine non fu però degna del suo trascorso precedente. Attuata la tattica di sfiancare il suo nemico togliendogli gli approvigionamenti, du Guesclin si ritrovò in una situazione imbarazzante per il suo finanziatore, quel Carlo V che tanto lo aveva spalleggiato, ma che infine lo dovette togliere dall&#8217;incarico per mandarlo in Alvernia (21) e sedare le rivolte dei <em>routiers</em> (22).</p><p>In questa missione du Guesclin morì di malattia, durante l&#8217;assedio di Chateauneuf, costringendo i suoi ad una ritirata preventiva.</p><p>Nonostante i dissapori finali con il proprio re, Bertrand du Guesclin venne sepolto, per volere dello stesso re, accanto alla tomba regale nella cattedrale di Saint Denis a Parigi.</p><p>Una piccola curiosità riguarda la tradizione cavalleresca e cortese: nell&#8217;ideologia mondiale, nove vennero indicati come Prodi (23), valenti cavalieri che incarnavano questa velleità. Bertrand du Guesclin, venne aggiunto come decimo, accanto ai nomi illustri che lo avevano preceduto.</p><p><em><img class="alignnone  wp-image-7242" title="Carlo V" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Carlo-V.jpg" alt="Carlo V " width="200" height="295" /><br /> Carlo V viene incoronato</em></p><h3>Carlo II: il Malvagio e il virtuoso</h3><p>Nato da Filippo III (24), conte d&#8217;Evraux, e Giovanna II (25), regina di Navarra, Carlo II si fece subito notare per le sua perseveranza e voglia di potere, a scapito della benevolenza e magnanimità. Il suo appellativo non è dato a caso, ma viene da una vicenda che vede l&#8217;ambizioso Carlo II dirigersi verso il re inglese per accordare un&#8217;alleanza per disfarsi del suo nemico in seno alla Francia e prendersi il titolo.</p><p>Infatti, Carlo II, fin dall&#8217;abdicazione di sua madre per permettergli la regnanza in Navarra, non ancora diciottenne, cominciò a pretendere la corona in Francia, sempre sfuggita per dare spazio ad altri pretendenti.</p><p>La sua richiesta era dettata da un grado di parentela intrecciato: suo padre era infatti fratellastro del re di Francia e quindi vicino alla regnanza e quindi di fatto quasi prima scelta nella successione; ma la sua non regolarità di sangue non gli permetteva nessuna propensione regale.</p><p>La sua sete di potere lo costrinse ad intrecciare rapporti sia con il re inglese, sia con i Francesi nemici della corona e talvolta cercare di imbonirsi lo stesso re francese per permettersi una futura corona. Non riuscì mai ad ottenerla, ma continuò per tutta la vita a intessere trame politiche per favorire la sua figura, tralasciando a volte, anzi spesso, le questioni burocratiche della sua Navarra.</p><p>Proprio questa voglia di emergere gli fece intraprendere la lotta contro Carlo V per l&#8217;ottenimento della Borgogna, regione che gli avrebbe fatto avere i favori necessari ai suoi scopi. Ma la sconfitta minò definitivamente le sue aspirazioni nobili.</p><p>A coadiuvare le imprese “malvagie” di Carlo II, uno dei più importanti generali della Guerra dei cent&#8217;anni, Jean de Grailly, figlio dell&#8217;omonimo padre (26) e di Blanche de Foix (27), fedele alla corona inglese e da principio nato nel ducato guascone da cui deriva appunto il suo nome.</p><p>In seguito alle sue gesta, grazie anche alla battaglia di Poitiers dove si distinse sotto le armi di Edoardo il Principe nero, venne insignito del titolo di connestabile d&#8217;Aquitania, uno dei più importanti titoli dell&#8217;epoca. Vedere un cavaliere così ardito e di così sani principi, lavorare per un uomo privo di scrupoli come Carlo II sembrava strano, ma di mezzo c&#8217;era la corona inglese e la fedeltà data dal cavaliere, soppiantava persino l&#8217;onore dello stesso.</p><p>Fino al 1357, in seguito alla battaglia di Poitiers, nonostante le sua abilità comprovate, de Grailly, non aveva ancora un titolo nobiliare che esaltasse la sua bravura. Chiamato ancora Barone di Buch, la sua condizione nobiliare stoppata era dovuta ancora alla perduranza del nonno che morì un anno dopo, lasciando campo libero al nipote che in poco tempo divenne connestabile e ancora primo uomo ad essere insignito del titolo nell&#8217;Ordine neaonato della Giarrettiera (28). Divenne anche Siniscalco (29) di Edoardo e nonostante la sconfitta contro Carlo V e du Guesclin, si fece notare per le abilità carismatiche che attuò nella battaglia a Cocherel, distinguendosi anche per le trattative con il generale nemico.</p><p>La sua fine è degna del suo antagonista. Il decadimento prende piede e lo porta ad una prigionia fino all&#8217;arrivo della morte da parte di una guardia carceraria a causa della sua finita influenza nel mondo inglese e francese. Infatti, non potendosi servire più di de Grailly, il re di Francia, lo fece giustiziare.</p><p>Anche se non si conosce l&#8217;ubicazione della sua tomba, si pensa che il magnanimo Carlo V, lo fece seppellire proprio dove aveva desiderato ed espresso nel suo testamento, ovvero a Parigi.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7243" title="Jean de Grailly" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Jean-de-Grailly.jpg" alt="Jean de Grailly incontra Bertrand du Guesclin a Cocherel" width="300" height="486" /><br /> Jean de Grailly incontra Bertrand du Guesclin a Cocherel</em></p><h3>La battaglia</h3><p>Come già detto, la scintilla che fece scatenare questa battaglia venne data da Carlo II di Navarra, che pretendeva la regnanza della Francia e la suddetta Borgogna, ma Carlo V, che aveva affidato questo ducato all&#8217;Ardito, si difese dalle avanzate del nemico affidandosi a du Guesclin.</p><p>Il re di Navarra con Jean de Grailly al comando e Jean Jouel (30) ed i suoi arcieri ad aiutare, si attestarono ad Evreux all&#8217;inizio del 1364. Vicino a Cocherel, oltrepassando le acque del fiume Eure (31), il contingente decise che era giunto il momento di creare un accampamento per attendere l&#8217;attacco francese e stanziarsi in una posizione favorevole che la collina avrebbe dato.</p><p>Dall&#8217;altra parte a miglia di distanza il dubbio serpeggiava nelle file francesi che stavano cercando il modo migliore per affrontare e approntare la battaglia.</p><p>Dopo lunghe sedute strategiche il comando venne affidato a Bertrand du Guesclin che da ottimo tattico qual&#8217;era decise che era meglio optare per una strategia ingannatrice, portando il nemico a scoprirsi.</p><p>Arrivati nella piana di Cocherel disposero l&#8217;accampamento per eseguire il volere del cavaliere francese.</p><p>I due eserciti erano quindi così composti quando decisero di schierarsi sul campo ed affrontare la schermaglia: le forze erano all&#8217;incrica equivalenti.</p><p>Dalla parte navarrese, Jean de Grailly contava 6000 uomini, tra Normanni (32), Guasconi (33) ed alcuni Inglesi, per lo più arcieri, quest&#8217;ultimi contati in numero di 300. La disposizione del contingente prevede tre battaglioni. Il primo vede il comandante in capo prendere il centro con la forza predominante, il secondo Jean Jouel, al comando degli inglesei e degli arcieri, mentre il terzo, Jean de Soult (34), a presidiare il battaglione rimanente. Attestato in un cespuglio, difeso da 60 uomini, lo stendardo recante l&#8217;effige della casata di de Grailly.</p><p>Dalla parte francese invece la situazione era pressoché analoga. 6000 uomini all&#8217;incirca divisi anch&#8217;essi in tre battaglioni che comprendevano cavalieri di Borgogna, tra cui il valoroso Jean de Vienne (35), Bretoni (36), Piccardi (37), l&#8217;Ille-de-France (38) e infine alcuni lancieri guasconi che si erano schierati dalla parte avversa, che formavano la riserva. Il primo battaglione era comandato dallo stesso Guesclin per affrontare direttamente il generale nemico, il secondo battaglione dei tiratori era capitanato da Jean III di Chalon (39), il terzo da Baudouin de Lens (40) che comandava la fanteria, mentre la riserva guascone era esercitata da Arnaud de Cervole (41).</p><p>Intelligentemente du Guesclin aveva posizionato sul campio di battaglia, vicino ai vari battaglioni, più stendardi rispetto ai reali effettivi per far credere dal nemico posto in lontananza di avere di fronte un nemico numericamente superiore.</p><p>Mentre Arnaud de Cervole si stava distaccando dal campo amico per trattare con Jean de Grailly e passare al nemico, il terzo battaglione di fanteria francese rimaneva sguarnito di difese e con l&#8217;aggiunta strategica approntata dal generale francese che prevedeva una ritirata fasulla oltre l&#8217;Eure, permise alle idee di quest&#8217;ultimo di essere messe in pratica.</p><p>Jean Jouel, esaltato dalla carenza di coraggio dei suoi nemici e dalla facilità nell&#8217;impattare con l&#8217;esercito solo di Baudouin de Lens, si gettò verso la piana, giù per la collina.</p><p>Jean de Grailly, capita la trappola non potè però far altro che seguire l&#8217;ardito amico e difenderlo dall&#8217;imboscata, classico modo di agire di du Guesclin che de Grailly conosceva bene.</p><p>Nonostante l&#8217;abilità del generale di Carlo V la mossa di Jouel sembrava oltremodo insulsa. Al comando di arcieri inglesi, lanciarsi giù per la collina era una disposizione strana e pericolosa. Facendo in questo modo il resto dell&#8217;esercito, composto di cavalleria e fanteria avrebbe avuto la parte ausiliare non a supporto, ma come prima punta e ciò avrebbe messo in serio scompiglio tutto l&#8217;esercito. Così infatti accadde.</p><p>Du Guesclin fece girare le sue truppe e ritornò indietro per affrontare l&#8217;azzardo del nemico. Quest&#8217;ultimo non potè far niente per cambiare direzione e porsi in salvo per una futura sortita offensiva e dovette ingaggiare il nemico in corpo a corpo, dopo aver scagliato nugoli di frecce per seminare l&#8217;avversario che si proteggeva perfettamente con i pavesai (42). Quindi ci furono alcuni fanti inglesi<br /> e arcieri che dovettero affrontare quasi da soli la cavalleria e i fanti francesi che li presero nella loro morsa facilmente. Lo stesso Jouel venne ucciso in poco tempo.</p><p>De Grailly si ritrovò in una situazione alquanto critica là dove si stanziava lo stendardo.</p><p>Il generale francese aveva dato ordine nel frattempo a trenta guasconi armati di lancia di andare a catturare la bandiera nemica. Il comandante inglese dimostrò ancora una volta la sua caratura e con la sua ascia uccise molti nemici, ma finì per cadere prigioniero dei francesi.</p><p>Con il loro capo prigioniero e l&#8217;altro distaccamento inglese ormai distrutto, l&#8217;esercito di Carlo II venne disfatto facilmente e andò in rotta. Parte venne catturato e parte scappò. Nella lotta e nell&#8217;inseguimento Baudouin de Lens cadde da cavallo, disarcionato dallo stesso, e morì schiacciato sotto il peso dell&#8217;animale.</p><p>Nonostante la tradizione di far più prigionieri possibile per un futuro riscatto, du Guesclin ordinò di uccidere chiunque fosse ancora vivo sulla piana, lasciando andare solamente i fuggitivi.</p><p>Non si conosce il numero delle perdite di uno e dell&#8217;altro esercito, ma in questi termini, sia da una parte che dall&#8217;altra molte figure importanti, tra cavalieri e comandanti, persero la vita in questa contesa e si dovette in seguito andare ai ripari per rafforzare l&#8217;abilità bellica.</p><p><em><a href="http://www.archeoguida.it/007239_battaglia-di-cocherel.html/carlo-ii" rel="attachment wp-att-7244"><img class="alignnone size-full wp-image-7244" title="Carlo II" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Carlo-II.jpg" alt="Carlo II di Navarra" width="195" height="220" /></a><br /> Ritratto di Carlo II di Navarra</em></p><h3>Quello che venne poi</h3><p>In seguito a questa schermaglia, la guerra civile che imperversava in Francia a causa delle mire di Carlo II in prevalenza, venne sedata.</p><p>I mercenari che avevano contribuito alla destabilizzazione della Nazione, venivano piano piano estromessi dai territori o del tutto annientati, sempre da quel du Guesclin che tanto aveva in comune con i<em> routiers</em> per via della sua immancabile rozzezza nei modi, tipica degli uomini di strada.</p><p>Soprattutto in Spagna avvenne questa opera di bonifica, portando Carlo V a tendere politicamente verso Enrico di Trastamara (43), primo nemico di Pietro I di Castiglia (44) che con la sua crudeltà aveva messo a dura prova la pazienza del re.</p><p>Proprio questo intreccio portò Carlo II a poter avere la rivincita sulla battaglia persa a Cocherel e fare prigioniero, grazie all&#8217;alleanza con Pietro I, il generale du Guesclin che venne ovviamente riscattato da Carlo V in seguito e ciò permise a Pietro I e Carlo II di avanzare pretese nuovamente.</p><p>Tutto questo andirivieni di lotte interne e rivolte sia dall&#8217;una che dall&#8217;altra parte, portarono ad un nuovo acceso conflitto che interessò nuovamente l&#8217;Inghilterra, sempre perché l&#8217;alleanza tra i Francesi rivoltosi e gli Inglesi induceva il Regno di Edoardo ad avanzare verso la guerra.</p><p>Fu così che nuovamente nel 1369 ritornò a farsi largo la guerra chiamata poi “dei cent&#8217;anni” prodigata nuovamente, come in passato la battaglia di Cocherel, da quel Carlo II di Navarra che ancora non si dava pervinto.</p><p>La storia che venne poi, tra interruzioni e paci, si tirò fino al 1453, data in cui si sancisce la fine del Medioevo, o almeno una della date (45) in questione.</p><p>Un ultimo aneddoto riguarda la battaglia stessa e più precisamente il generale francese. Ad Hardencourt-Cocherel, paesino del distretto francese di Evreux, spicca il monumento dedicato a du Guesclin; un obelisco memoriale che non sola commemora la morte del cavaliere francese, ma ricorda anche il luogo e la data dell&#8217;importante battaglia di Cocherel. Inoltre, sempre nel distretto di Evreux a Vernon, una via viene dedicata al luogo dello scontro, contando che Jean de Grailly fu imprigionato proprio nel castello di questa città.</p><h3>Note</h3><ul><li>1: 1337-1453. Fu infine vinta dai francesi con garvi perdite, ma riuscendo infine ad estromettere dai territori continentali gli inglesi che ottennero solamente la città di Calais.</li><li>2: 1369-1389. Scoppiata per l&#8217;irrispettosità del trattato di Bretigny in seguito alla Guerra edoardiana nove anni prima, da parte di Carlo V, a cui appunto da il nome, questa guerra si fermò con uno stallo che sembrava però vedere la Francia favorita. Dopo una serie di trattati di pace, la guerra riprese nel 1415.</li><li>3: detto Il Malvagio; Castello di Evreux, 17 maggio 1332 – Pamplona, 1 gennaio 1387.</li><li>4: nasce nel 843 da Riccardo di Autun “Il Giustiziere” dei Vichinghi e termina nel 1477 con a capo Carlo I “Il Temerario”. I duchi di questa casata erano di origine capetingia.</li><li>5: detto L&#8217;Ardito; Pontoise, 17 gennaio 1342 – Halle, 27 aprile 1404.</li><li>6: il primo titolo autenticato risale al 636 ed è di Judicael, ma non si sa con precisione quando il ducato abbia inizio né chi sia stato il primo a governarlo. Tutt&#8217;ora questo ducato appare nei documenti di Stato in Francia.</li><li>7: meno chiara è la situazione sul ducato di Guascogna che vede nel 507 una prima formazione grazie al disfacimento dell&#8217;Impero Romano al tempo in cui i Visigoti imperversavano. In seguito, nel 631,venne stipulato un accordo tra due fratelli regnanti, Cariberto II e Dagoberto I, dove si prevedeva l&#8217;indipendenza dell&#8217;Aquitania, che comprendeva la Guascogna. Un &#8216;ultima tappa venne quando il duca Boggio, della Guascogna, riuscì ad ottenere una parziale indipendenza, in seguito alla nasciat dei re fannulloni.</li><li>8: detto “Il Buono”; Le Mans, 26 aprile 1319 – Londra, 8 aprile 1364.</li><li>9: Motte de Broons, 1320 – Chateauneuf-de-Randon, 1380.</li><li>10: jean de Graily III; 1330 – 7 settembre 1376.</li><li>11: 19 settembre 1356 dove gli inglesi vinsero grazie al Principe nero.</li><li>12: piccolo comune francese situato nella Bretagna.</li><li>13: o Bona di Boemia; 20 maggio 1315 – Saint-Ouen-l&#8217;Aumone, 11 settembre 1349.</li><li>14: detto “Il Bello”; Castello di Creil, 18 giugno 1294 – Castello di Vincennes, 1 febbraio 1328.</li><li>15: Baldvino IV di Gerusalemme detto “Il re lebbroso”; Gerusalemme, 1161 – Gerusalemme, 16 marzo 1185.</li><li>16: combattuta da Carlo di Blois e Giovanni di Monfort, fu chiamata in tal modo per la partecipazione attiva delle due consorti: Giovanna di Penthievre e Giovanna di Fiandra. Avvenne i 23 settembre 1364.</li><li>17: Blois, 1319 – Auary, 29 settembre 1364.</li><li>18: Alessandro III; Pella, 21 luglio 356 a.C. – Babilonia, 11 giugno 323 a.C..</li><li>19: in epoca romano imperiale questo titolo veniva conferito a chi sovrintendeva alle scuderie del sovrano, ma in era medievale, veniva attribuito a chi aveva funzioni militari e più specificamente al capo della cavalleria o in alcuni casi dell&#8217;intero esercito.</li><li>20: Edoardo di Woodstock, principe di Galles; Woodstock, 15 giugno 1330 – Westiminster, 8 giugno 1376.</li><li>21: vicino al Massiccio centrale è una zona della Francia centro-meridionale.</li><li>22: letteralmente strada-uomo, con caratteristiche del mercenario classico, imperversavano nelle campagne francesi e si vendevano al miglior offerente, costringendo gli antagonisti a formare contingenti solo per fermarli.</li><li>23: in questa lista stilata la prima volta tra il XIV e il XV secolo appartenevano: Ettore di Troia, Alessandro Magno, Cesare, il biblico Giosué, il re e messia Davide, Re Artù, Carlo Magno e il corciato Goffredo di Buglione.</li><li>24: Filippo di Evraux; 27 marzo 1306 – Jerez de la Frontera, 23 settembre 1343.</li><li>25: Giovanna di Francia; Conflans-Saint-Honorine, 28 gennaio 1311 – Chateau de Conflans, 6 ottobre 1349.</li><li>26: di quest&#8217;uomo si conosce solo la data di morte avvenuta nel 1343.</li><li>27: sulla moglie di Jean de Grailly II si conosce solo l&#8217;anno in cui sposa il marito nel 1328.</li><li>28: fondato da Edoardo III nel 1348, è il titolo più importante che si può conferire nell&#8217;Inghilterra odierna e prevede solamnete 24 membri scelti a discrezione del suo capo. Attualmente l&#8217;Ordine della Giarrettiera è sotto l&#8217;egida della regina Elisabetta alq aule spetta l&#8217;onere di titolare e selezionare i nuovi membri. Nela Gran Bretagna viene affiancato ad altri due ordini: in Scozia l&#8217;Ordine del Cardo e in Irlanda l?rdine di San Patrizio, quest&#8217;ultimo di fatto conclusosi con la morte del suo ultimo cavaliere nel 1974.</li><li>29: era colui che sovrintendeva alla casaata reale a cui faceva riferimento. Ora la chiameremo guardia del corpo.</li><li>30: nonostante la sua fama e abilità tra gli inglesi, questo cavaliere non ottiene riscontro nei documenti arrivati ai giorni nostri.</li><li>31: situato nel nord-ovest della Francia.</li><li>32: di origine germanica, provenienti dalla Scandinavia, finirono nel Medioevo per occupare la regione della Francia, la Normandia, fino a divenire un ducato nel 911.</li><li>33: questo ducato è uno dei tanti che sucessivamente alla fine del Medioevo, venne scisso in diverse aree geografiche che tutt&#8217;ora persistono.</li><li>34: detto Il bastardo di Mareuil; fu uno dei preferiti di Carlo II per la sua proverbiale meschinità e per le sue abilità da assassino e inseguito venne insignito con l&#8217;onore del comando delle truppe dell&#8217;esercito.</li><li>35: Dole, 1321 – Nicopoli, 1396.</li><li>36:<br /> questo popolo fa parte di quelli, di origine celtica che andando avanti con la storia finiscono per perdere gran parte dei loro territori. Infatti tutt&#8217;ora esistono cittadini in Bratagna in grado di parlare fluentemente la lingua antica dei celti, ma sono rimasti in pochi rispetto alla grande tradizione passata.</li><li>37: popolo della regione settentrionale omonima, deriva il suo fulcro storico dagli Ambieni, tribù che fondò la prima città di questa regione e che tutt&#8217;ora fa derivare il capoluogo Amiens. In seguito al trattato di Verdun stipulato nell&#8217;843, i Piccardi vennero annessi alla Francia.</li><li>38: questa regione settentrionale della Francia, deve la sua nasciata al popolo gallo che affrontò Crasso, Cesare e Pompeo, comandato dal famoso Vercingetorige. Sotto il dominio dei capetingi poi divenne dominio del Regno di Francia. In seguito, in seno alla Rivoluzione francese, venne scisso in dipartimenti.</li><li>39: Jean II de Charlon-Arlay; muore nel 1418 a Parigi.</li><li>40: di questo sfortunato comandante non si conosce quasi nulla, se non che morì durante la batatglia di Cocherel.</li><li>41: Perigord, 1300 – 25 maggio, 1366.</li><li>42: cavalieri appiedati la cui arma principale erano gli scudi enormi che usavano per permettere agli astati e ai tiratori in genere di agire indisturbati, grazie alal loro copertura totale che permetteva un&#8217;ampia difesa, ma un movimento quasi nullo.</li><li>43: Enrico Alfonso detto sia Il Fratricida sia Il Misericordioso; Siviglia, 13 gennaio 1332 – Santo Domingo de la Calzada, 29 maggio 1379.</li><li>44: Pietro Alfonso detto Il Crudele e Il Giustiziere; Burgos, 30 agosto 1334 – Montiel, 22 amrzo 1369.</li><li>45: il 1453 è la prima data, usata per indicare la fine del Medioevo, che sancisce la fine della Guera dei cent&#8217;anni, ma che vede Costantinopoli cadere per mano dei turchi-ottomani ed anche Gutenberg stampare il suo primo libro, ovvero la Bibbia. La seconda data è invece il 1492, che vede il genovese cristoforo Colombo scoprire le Americhe, ma anche il Sultanato di di Granada cadere per eliminare dal continente europeo ogni traccia dell&#8217;Islam. Ultima data di sicura importanza per essere indicata come fine dell&#8217;era è il 1517, ovvero anno in cui la figura di Martin Lutero si fece largo nelle menti religiose dando vita alla riforma protestante. Come concetto astratto, la fine del medioevo, coincide con la fine del Feudalesimo e l&#8217;avvento dell&#8217;industrializzazione.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/007239_battaglia-di-cocherel.html" data-text="Battaglia di Cocherel" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F007239_battaglia-di-cocherel.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/007239_battaglia-di-cocherel.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia dell&#8217;Eurimedonte</title><link>http://www.archeoguida.it/006890_battaglia-delleurimedonte.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006890_battaglia-delleurimedonte.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 30 Nov 2011 16:59:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6890</guid> <description><![CDATA[Luogo: fiume Eurimedonte (Turchia) Data: 466 a.C. Eserciti: poleis delio-attiche e Impero Persiano Esito: vittoria delle poleis Mappa della situazione iniziale al momento della terza invasione persiana Confondersi è facile quando si parla di nomi che reiteratamente compaiono nella mitologia greca o anche nella storia documentata. Eurimedonte, è proprio uno di questi nomi. Anche se [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li><strong>Luogo</strong>: fiume Eurimedonte (Turchia)</li><li><strong>Data</strong>: 466 a.C.</li><li><strong>Eserciti</strong>: <em>poleis</em> delio-attiche e Impero Persiano</li><li><strong>Esito</strong>: vittoria delle <em>poleis</em></li></ul><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6891" title="Battaglia-Eurimedonte-01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Battaglia-Eurimedonte-01.jpg" alt="Mappa della situazione iniziale al momento della terza invasione persiana" width="430" height="599" /></em><br /> <em>Mappa della situazione iniziale al momento della terza invasione persiana</em></p><p>Confondersi è facile quando si parla di nomi che reiteratamente compaiono nella mitologia greca o anche nella storia documentata. <strong>Eurimedonte</strong>, è proprio uno di questi nomi.</p><p>Anche se è certo che, per ovvie ragioni, ci si riferisca al fiume teatro della battaglia campale dove <strong>Cimone</strong> (1) raggruppò le <em>poleis</em> (2) per affrontare la marea di Persiani giunti in terra greca, viene sicuramente spontaneo indicare gli altri omonimi soggetti come facenti parte di un unico nucleo o recanti almeno delle analogie gli uni con gli altri.</p><p>Eurimedonte era infatti l&#8217;<em>auriga </em>(3) di <strong>Agamennone</strong> (4) durante la <strong>guerra di Troia</strong> (5) che con il suddetto fiume, possiamo dire, non avere alcuna analogia. Inoltre rappresentava lo scudiero di Nestore (6), sempre nella suddetta guerra, ma anche questa figura, al di là di una possibile scelta di nome, non ha collegamenti con il nostro fiume. Anche l&#8217;Eurimedonte, figlio di Minosse (7), che venne ucciso da Eracle per un torto subito insieme ai suoi fratelli, non ottiene riscontro.</p><p>L&#8217;unico omonimo del fiume che può dare adito a pensieri è l&#8217;Eurimedonte gigante, figlio di Urano (8) e Gaia (9), colui che governava la razza potente dei giganti che stuprò Era (10) dando alla luce Prometeo (11) e costringendo il neo marito Zeus (12) a gettare <strong>Eurimedonte nel Tartaro</strong> (13) e a perseguire Prometeo fino a costruingerlo ad una roccia mentre l&#8217;aquila gli divorava il fegato.</p><p>Proprio questo gigante fa sorgere i famosi dubbi. Alcuni studiosi affermano infatti che l&#8217;Eurimedonte fiume sia collegato ad una parte dove sotterraneo si presenta appunto il Tartaro dove il gigante era incatenato insieme ai suoi simili. Non ci sono collegamenti ulteriori né supposizioni azzardate né a confermare l&#8217;ipotesi né a vagliare idee nuove, ma certamente qualche assonanza la deve avere.</p><p>Tornando, dopo questo sunto terminologico, alla nostra battaglia in questione, vediamo come la situazione in Grecia risulta essere alquanto critica vedendo da un lato uno sfaldamento delle condizioni della varie città-stato e dall&#8217;altro l&#8217;arrivo dell&#8217;imponente esercito dei Persiani.</p><p>Dopo un inizio della contesa avvenuto nel 500 a.C., dove le città greche si ribellarono autonomamente ai Persiani, iniziò un lungo calvario bellico che durò fino al 448 a.C. termine delle cosiddette guerre persiane. Proprio successivamente alla fine della Seconda Guerra Persiana, dove le <em>poleis</em> erano sfaldate e Atene si trovava a dovere affrontare da sola con Milziade (14) a capo l&#8217;esercito di Dario (15), ci fu un&#8217;intesa tra le città-stato grazie ad un&#8217;idea di Aristide (16). Quest&#8217;ultimo infatti, per poter far fronte alla minaccia persiana propose questo accordo che prevedeva un assemblamento delle forze delle varie città per schierarle contro i Persiani ed estrometterli dai loro territori e avere nuovamente accesso alle vie commerciali di cui avevano bisogno.</p><p>Cimone, figlio dello stesso <strong>Milziade</strong> che aveva dato filo da torcere a Dario, si propose come capo indiscusso delle città-stato, dato che Atene era stata nominata <em>polis</em> dominante e onoraria.</p><p>Proprio grazie a questa lega delio-attica, Cimone ebbe l&#8217;opportunità di affrontare il nemico in maniera soddisfacente grazie alle sue doti strategiche e anche a battere l&#8217;antagonista.</p><p>Unica città-stato, allora grande potenza ellenica, era Sparta che in seguito alla battaglia delle Termopili (17) decise che era giunto il momento di approntare un&#8217;alleanza proprio con i Persiani e quindi per porre fine a questa egemonia si vide la necessità di creare questa lega marittima.</p><p>Fu proprio l&#8217;idea di Aristide, abbracciata però da tutte le città prese in considerazione, e la bravura tattica di Cimone, a terminare la lunga diatriba tra Sparta-Persia e le città-stato. Un&#8217;idea che concluse di fatto le guerre persiane.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6892" title="Immagine di oplita greco" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Battaglia-Eurimedonte-0.jpg" alt="Immagine di oplita greco" width="520" height="472" /></em><br /> <em>Immagine di oplita greco</em></p><h3>Cimone</h3><p>Figlio di Milziade che aveva ottenuto importanti successi nella Prima Guerra Persiana, solamente grazie alla forza ateniese e alla sua genialità, e di Egesipile (18), la figlia del re dei Traci, Oloro (19), Cimone dovette subito confrontarsi con la realtà bellica che il padre gli stava cucendo addosso.</p><p>Proprio la guerra persiana sarà sia la sua vita sia il suo trampolino di lancio per la gloria. Varcato l&#8217;Ellesponto (20), i Persiani constrinsero il padre di Cimone ad intraprendere una campagna nautica contro i nemici, lasciando il figlio a temprarsi nel Chersoneso Tracico (21), dove Milziade esercitava la sua tirannia.</p><p>Morto il padre in seguito alla guerra e pieno di debiti, si dovette arrangiare fino all&#8217;arrivo di Aristide, la figura che più di ogni altra determinò l&#8217;esito finale delle guerre persiane.</p><p>Prese Cimone sotto la sua ala, assicurandogli serenità economica e sociale, oltre che politica. Questo era dovuto all&#8217;amicizia con Milziade con cui aveva combattutto nella vincente battaglia di Maratona (22), ma anche alla forte influenza che aveva sul ragazzo e alla propensione bellica che lo stesso dimostrava fin da piccolo. Inoltre c&#8217;era il nemico di sempre, Temistocle (23), che imperversava nei territori di Aristide e gli dava filo da torcere. Cimone sarebbe diventata l&#8217;arma in più.</p><p>Infatti ci volle poco a Cimone per prendere il posto di Aristide, sia come figura carismatica, sia come comandante dlela flotta delio-attica, il giorno seguente della costituzione della stessa.</p><p>Da lì, l&#8217;esilio di Temistocle e l&#8217;ascesa politica che portarono inesorabilmente Cimone ad unica figura predominante nel mondo delle città-stato alleate, oltre che grande baluardo della rinascita greca.</p><p>Ora Cimone poteva dedicarsi ai Persiani, visto che la sua caratura da oratore aveva permesso la definitiva aggiunta delle rimanenti poleis che avevano rifiutato da principio di entrare nella lega.</p><p>Non fu un&#8217;opera di difesa dei territori ottenuti, non una tattica attendeista, ma un attacco nel fulcro dei Persiani, volto alla ripresa delle città-stato asiatiche finite in mano al nemico.</p><p>Proprio per fermare l&#8217;avanzata greca, Ariomande (24), capo in forza ai Persiani, decise di intercettare all&#8217;altezza delle foci dell&#8217;Eurimedonte, Cimone e la sua flotta di 300 triremi (25).</p><p>Riuscì nell&#8217;intento di impossessarsi di città sguarnite in Asia e di riprendersi l&#8217;Ellesponto, punto focale per il commercio di Atene. La guerra andò avanti e permise a Cimone di espandersi e di ottenere favori dalle <em>poleis</em> che lo vedevano come un salvatore, fino a quando non dovette prolungare l&#8217;assedio a Taso (26) per due anni, cosa che fece storcere il naso ai politici fedeli a lui fino a quel momento, dato che la notizia di una corruzione da parte di Alessandro (27), pare gli avesse fatto perdere tempo e denaro nell&#8217;assedio.</p><p>Successivamente, la decisione di correre in aiuto dell&#8217;odiata Sparta, che attraversava un periodo nero, forse il più nero della sua storia, colpita oltremodo da un terremoto e dalla rivolta delgi Iloti (28), fu la goccia che fece traboccare il vaso permettendo ai politici di estrometterlo dal comando della flotta e infine di esiliarlo.</p><p>Dopo vari tentativi di ritorno in patria, finì l&#8217;esilio decennale e tornò a farsi valere in ambito politico, rovesciando le ambizioni di Pericle (29) che fino a quel momento lo soppiantava per ambizioni e carattere.</p><p>Riuscì a far partire nuovamente la guerra contro la Persia, ma proprio nella battaglia finale, quella che avrebbe sancito la fine delle guerre persiane, perse la vita in seguito all&#8217;assedio, finendo ucciso anzitempo da malattia, l&#8217;ipotesi più accreditata, o per ferite subite.</p><p>L&#8217;epopea di questo sottovalutato generale, inizia quindi con il partire delle guerre e finisce proprio alla fine della sua vita.</p><p>Un piccolo aneddoto va annotato, per far capire la caratura di questo personaggio: in seguito al suo esilio, in uno dei suoi tentativi non riusciti di rientrare in patria, chiese ai suoi sostenitori di palesargli il loro sostegno, scendendo in campo contro Sparta e combattere fino alla morte. Questo fecero e inoltre portarono con sé l&#8217;armatura dello stesso Cimone, come se il generale fosse lì con loro ad incoraggiarli.</p><h3>Generali persiani</h3><p>Tre furono i comandanti che fecero breccia in territorio greco per impossessarsi delle <em>poleis</em> che tanto gli stavano dando del filo da torcere. Proprio alle foci dell&#8217;Eurimedonte, dove i Persiani si attestarono per far fronte all&#8217;avanzata di Cimone, i tre generali si preparavano ad una sconfitta inaspettata che sancì in seguito la fine della forza persiana in quelle zone.</p><p>L&#8217;ammiraglio <strong>Tritrauste</strong> (30), colui che sovrintendeva alle forze navali, si era spinto insieme a <strong>Ferendate</strong> (31), comandante delle ausiliare di terra, fino al fiume in questione, senza il loro comandante in capo, <strong>Ariomande</strong>, che poco lontano aspettava il momento propizio per intervenire.</p><p>Il primo di questi era stato elevato recentemente al grado di comandante della flotta direttamente da Ariomande, ma alcuni studiosi, come Eforo (32), parlano di questo generale come il comandante in capo all&#8217;esercito navale persiano che si affacciò alle foci. Era quindi, secondo questo studioso, sia comandante della flotta, sia comandnate in capo, a discapito di Ariomande che secondo lo stesso studioso, nemmeno era presnete alla lotta. Per <strong>Callistene</strong> (33) e <strong>Plutarco</strong> (34) invece, tutti e tre erano presenti alla battaglia, ma con diverse intenzioni, visto che per il primo il comandnate in capo era lontanto per paura di affrontare i Greci, mentre per il secondo studioso stava lontano per ragioni strategiche.</p><p>Il secondo di questi capitani, quello delle forze di terra per la precisione, viene citato con costanza anche se con poca dovizia di particolari, ma sempre non si hanno dubbi sulla sua partecipazione alla battaglia e sulla sua mansione nella stessa.</p><p>Purtroppo le sue mosse durante lo scontro, prima in campo terrestre, dove lui era il punto focale per ovvia situazione, non sono elencate né menzionate dai tre storiografi, a cui si aggiunge anche Aristotele (35), a cui qualche suo documento fa riferimento. Anche le sue sorti nella battaglia sono incerte, tanto da far pensare che sia morto nella stessa, considerato che non esistono documenti esterni a tale battaglia che lo vedono menzionato, ma è pura supposizione.</p><p>L&#8217;unica notizia dunque che abbiamo di questo comandante è la quasi sicura partecipazione alla schermaglia terrestre e la sua sovrintendenza per le truppe terrestri.</p><p>Ariomande, che come già detto non compare in ogni scritto che tratta dell&#8217;Eurimedonte, e che la sua presenza è messa in dubbio, oltre a considerazioni diverse sulla sua ragione di allontanamento iniziale, risulta avere sicuramente qualche documento in più, se non altro sulla sua discendenza.</p><p>Figlio di <strong>Gobria</strong> (36), anche qui ci sono delle diatribe interne per determinare quale siano le discendenze vere di Ariamande. Gobria, come sappiamo, potrebbe essere lo stesso principe assiro che andò supplice alla corte di <strong>Ciro</strong> (37) per offrirgli i suoi servigi, vista la situazione avversa in patria, ma sappiamo anche che egli stesso, al cospetto di Ciro, abbia menzionato l&#8217;impossibilità di offrirgli anche in dono il proprio figlio che era rimasto in patria. L&#8217;unica ragione per cui si può dire che sia lui il padre del comandante in capo, può essere riscontrata, viste anche le date in questione, lontane dalla battaglia stessa, che Ariomande sia nato successivamente e offerto in seguito. Poi, fatosi una nomea importante nelle file persiane, riuscì ad ottenere abbastanza credito da prendersi la parte principale dell&#8217;esercito che affrontò i Greci all&#8217;Eurmedonte, ma anche questa è sempre supposizione, visto che gli storiografi non sono d&#8217;accordo su tali ipotesi.</p><p>L&#8217;unica cosa che sappiamo su questi tre generali, la abbiamo dalla stessa battaglia, che li vede affrontare con un po&#8217; di remore l&#8217;esercito delle città-stato che a differenza di ogni pronostico, era aumentato molto di più rispetto alle aspettative.</p><p>Ferendante fu il primo a scendere in campo, visto che la battaglia all&#8217;inizio vede una prima fase terrestre per permettere ad 80 vascelli persiani mandati da Cipro, di arrivare per affrontare le navi nemiche. In seguito scesero in campo, quasi contemporaneamente, sia Tritrauste che Ariomande, l&#8217;uno comandnate della flotta e l&#8217;altro a coordinare, anche se la sua presenza ora non sarebbe servita a molto, considerato che le direttive venivano date da Tritrauste. Forse fu questo il motivo per cui alcuni sotriografi non menzionano Ariomande nella lotta.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6893" title="Battaglia-Eurimedonte-03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/Battaglia-Eurimedonte-03.jpg" alt="Partizione interna di una trireme" width="550" height="359" /></em><br /> <em>Partizione interna di una trireme</em></p><h2>La battaglia dell&#8217;Eurimedonte</h2><p>Come già detto, Ariomande e i suoi due sottoposti, arrivarono alle foci dell&#8217;Eurimedonte per primi, per intercettare l&#8217;avanzata dei Greci che intendevano riprendersi il mal tolto e avanzare oltre Faselide (38) e attaccare i possedimenti persiani in Panfilia (39).</p><p>La flotta, per permettere agli 80 vascelli in aiuto, di arrivare, venne tirata in secco e a terra schierato l&#8217;esercito che avrebbe offerto la protezione necessaria in caso i Greci fossero arrivati dalla piana vicino all&#8217;Eurimedonte. Ariomande si attestò poco lontano, tenendo alcune navi per accogliere le restanti ausiliarie.</p><p>Cimone invece stava velocemente percorrendo le distanze che lo frapponevano dalla conquista delle città in Asia, in possesso sempre ai Persiani. A furia di marce forzate, che stremarono oltremodo i suoi uomini, arrivarono anzitempo nel luogo del futuro scontro prendendo in sopravvento le forze persiane, proprio quello che aveva in mente Cimone. Anche se le sue truppe erano prvate dalle marce forzate, sarebbero state comunque più avvantaggiate rispetto ad una battagia in cui, a forze fresche, i nemici contavano quasi 100 navi in più, che Cimone sapeva sarebbero arrivate.</p><p>La differenza inziale delle forze in campo risultava essere paritaria, anche se poi sarebbe ambiata con l&#8217;arrivo degli 80 vascelli.</p><p>Cimone, grazie alla lega delio-attia di Aristide, riuscì a raccimolare ben 200 triremi, ma il generale era anche dotato di abilità politiche e di grande carisma e riuscì nell&#8217;impresa di farsi aggiungere dall&#8217;alleato Diodoro (40), altri 100 triremi ionici al di fuoiri della lega, di cui Ariomande era al completo scuro.</p><p>Dall&#8217;altra parte 350 vascelli che Ariomande portò anzitempo alle foci per intercettare il nemico, sapendo che a breve sarebbero arrivati quei tanto agognati 80 vascelli, e credendo che le forze di Cimone fossero abbastanza lontane. Ariomande infatti temeva di non avere abbastanza forza d&#8217;impatto per affrontare il nemico e decise di attestarsi poco lontanto per aspettare gli aiuti, mentre tirava in secco il resto della flotta e permetteva all&#8217;esercito di fanteria di posizionarsi di fronte alle navi e difenderle.</p><p>Proprio mentre la flotta persiana si stava mettendo nella fase di secca, ancora quando non era finita l&#8217;operazione, l&#8217;esercito di Cimone fece capolino dal fiume Eurimedonte con la flotta anticipando le mosse di Ariomande che si ritrovava in una situazione critica. Fece rapidamente calare in acqua le sue navi che sarebbero state distrutte senza potere contrattaccare se le avesse lasciate in secca e cercò quindi di fare manovra. Il fiume però era troppo stretto per permettere alle navi di fare manovra e per farle scendere direttamente in mare aperto ci sarebbe voluto troppo tempo.</p><p>Proprio quella intricata mossa permise alle più veloci navi ateniesi di affrontare positivamente la flotta impacciata avversaria, troppo ampia per manovrare in spazzi ristretti, e ben 200 vascelli persiani, che tentavano invano di arrivare al mare aperto, finirono sotto le grinfie delle navi di Cimone.</p><p>Ora la situazione vedeva la flotta persiana più che dimezzata e Ariomande, considerato che la forza navale restante non avrebbe potuto niente contro l&#8217;esercito quasi al completo di Cimone, decise che era giunto il momento di affrontare il nemico via terra, anticipando il suo sbarco ed impedirgli così di arrivare al completo a terra.</p><p>Il combattimento da quel momento in poi venne smesso via mare per entrare nella fase concitata a fianco del fiume.</p><p>Cimone, molto scaltro nelle sue opere strategiche, riuscì comunque a far sbarcare le sue truppe, perché peventivamente aveva modificato le navi che portavano gli opliti (41), aumentandone la capienza. Meno veloci, ma più efficaci per lo scontro che si andava a prospettarsi.</p><p>Dall&#8217;inizio, Cimone aveva qualche problema a schierare in un ulteriore battaglia le sue truppe, anche perché la fanteria di terra di Ferendate, non avendo per niente combattuto era ovviamente più fresca. Il morale dei greci però era talmente alto e soddisfatto delle manovre positive che decise di lanciarle comunque in battaglia sapendo benissimo che un esercito motivato era più forte della stanchezza stessa, stanchezza portata da una battaglia navale e da una precedente marcia forzata.</p><p>Le forze maggiori di terra, si schierarono con le truppe pesanti, appunto gli olpiti, a protezione, con le loro lunghe lance, <em>dory</em>, e i loro scudi bronzei di forma rotonda, gli <em>aspis</em>, riuscendo nell&#8217;intento di fermare la prima ondata nbemica che si apprestava a cercare di fermare lo sbarco delle truppe.</p><p>Questo impatto dato dall&#8217;armata pesante, fece indietreggiare le forse nemiche, seppur superiori, che non poterono far altro che defendersi dal resto che avanzava, ma in poco tempo, considerata anche la scarsa opzione che aveva dato Serse (42), il mandante della flotta all&#8217;Eurimedonte, per le truppe terrestri, la schermaglia si risolse in breve tempo, grazie anche al rapido impossessarsi dell&#8217;accampamento persiano. La mossa però costò a Cimone grosse perdite.</p><p>Cimone però che aveva più interesse nel disfarsi anche dei grattacapi futuri, lasciò stare la battaglia terrestre, affidando il comando ad un suo subordinato, di cui non si conosce il nome, prendendo le navi che aveva a disposizione e alcune delle truppe di terra che aveva fatto scendere, per andare ad intercettare quelle famose 80 navi provenienti da Cirpo.</p><p>Si sapeva da fonti sicure che i vascelli perssiani si erano fermati vicino Idro (43), nel porto di Side (44), per rifornimenti e questi ignoravano completamente le sorti capitate al grosso dell&#8217;esercito a cui stavano dando aiuto. In poco tempo Cimone arrivò alla volta delle navi nemiche che sorprese e ignare, incapaci di reagire, vennero fatte a pezzi, letteralmente. Infatti nemmeno una di queste venne risparmiata dalla distruzione o dalla cattura.</p><p>La battaglia quindi si risolse in una tremenda e sconcertante sconfitta da parte dei Persiani. Non sappiamo se i tre comandanti ebbero una sorte migliore della maggior parte dei loro soldati, ma come già detto le sorti di Ferendate possono identificarsi con la morte sul campo. Stessa cosa per il comandnate della flotta che anch&#8217;ess non ritrova riscontro alcuno negli eventi futuri. Per quanto riguarda Ariomande, sempre se prese parte alla battaglia, possiamo avere qualche certezza sulla sua dipartita nello scontro.</p><p>Le gravi perdite greche a terra, anche se non sappiamo né effettivi iniziali, né quelli finali, risultano essere ampie, ma quelle persiane, di cui sappiamo solo che erano superiori di molto, sarebbero infine state maggiori. Per quanto riguarda le navi, per la parte di Cimone, non ci furono grosse perdite, vista l&#8217;abile manovra inziale, mentre quasi tutte le navi poste all&#8217;Eurimedonte e quelle a Cipro, vennero annientate.</p><h3><strong>Quelo che venne poi</strong></h3><p>In seguito all&#8217;abile vittoria presso Side, la figura di Cimone ebbe ulteriore caratura. Non solo abile nelle situazioni belliche e anche nelle condizioni futuribili, ma anche nelle decisioni sulla sua campagna espansionistica.</p><p>Infatti, dopo aver vinto all&#8217;Eurimedonte, decise che era giunto il momento di lasciar stare le colonie in Asia. Un tempo facevano parte delle <em>poleis</em> greche, ma dopo un lungo dominio da parte dei Persiani si era perso la presa su di esse che si sarebbero ribellate in breve tempo, creando problemi su vari fronti.</p><p>Cimone optò per la soluzione più logica: avendo un esrcito provato dalla continue battaglie, si decise ad approntare un ultimo attacco massiccio all&#8217;Ellesponto per prenderlo e difenderlo e permettere attive proposte commerciali. Inoltre, con un nugolo i navi si portò oltre, fino al Chersoneso tracico per riprendersi il territorio di dominio del padre, un po&#8217; per onore e un po&#8217; per interesse.</p><p>Le guerre persiane non durarono molto dopo l&#8217;Eurimedonte e frammezzate da scaramucce finirono nel 448 a.C. con la battaglia di Salamina vicino a Cipro.</p><p>In quella data si sancì poi la pace di Callia, che consisteva nel divieto da parte delle navi persiane di entrare nel Mar Egeo, inoltre prevedeva l&#8217;egemonia delle città-stato greche in Asia Minore, nonostante queste afcessero ancora parte della Persia, e facendo così si ovviava al problema, diagniosticato da Cimone, di ribellioni interne. I Persiani in controparte ottennero Cipro e ovviamente ci fu un patto di non belligeranza tra le due fazioni, tutto questo grazie a Pericle.</p><p>La situazione politica greca si orienteva tutta tra Atene e Sparta, mentre i Persiani, che non avevano rinunciato alla conquista della Grecia, continuarono un&#8217;opera di corruzione per le <em>poleis</em> aiutandole e aizzandole le une contro le altre, a volte anche distruggendole dall&#8217;interno, ma senza infine risultati fruttuosi.</p><p>Insomma, questa battaglia rientra in quelle situazioni, che all&#8217;apparenza sembrano essere di scarsa importanza, ma che risultano ai fini del futuro, influenti, se contiamo la dimessa vigoria in Asia Minore dell&#8217;Impero Persiano e la conseguente egemonia nel Mar Egeo, e se consideriamo inoltre la pace provvisoria di Atene e Sparta che successivamente si sarebbero sfidate trent&#8217;anni dopo nella Guerra del Peloponneso (45), altra situazione di impatto importante.</p><h4>Note</h4><ul><li>1: Atene, 510 a.C. &#8211; 450 a.C..</li><li>2: una stuttura di città-stato che veniva riscontrata solamente in Grecia e che era caratterizzata da una forte concezione democratica, chiamata isonomia, ovvero un concezione che prevede che l&#8217;individuo sia uguale agli altri di fronte alla Legge. Infatti ogni uomo libero era partecipe della vita politica e ad essa poteva partecipare.</li><li>3: l&#8217;auriga, nello specifico, era un uomo, di etàm solitamente giovane che guidava il carro da guerra di un condottiero. Una sottospecie di scudiero che seguiva il guerriero principale in guerra e lo coadiuvava.</li><li>4: essendo personaggio pervalentemente mitologico, anche se partecipò alla guerra di troia intorno al 1200 a.C., non ottiene i natali documentati, ma porta con sé solamente la storia della sua morte, avvenuta per mano della moglie Clitemnestra nel bagno coperto da un telo e colpito da una scure.</li><li>5: situata all&#8217;entrata dell&#8217;Ellesponto, in Turchia, della quale ora rimane solamente un sito archeologico.</li><li>6: anche questo personaggio risiede nella mitologia, ma anch&#8217;esso probabilmente partecipò alla guerra di Troia come uomo più saggio e anziano. Compare successivamente, raccontato da Omero, nella prima parte dell&#8217;<em>Odissea</em>. Netore è anche conosciuto per essere il padre dell&#8217;eroe Perseo.</li><li>7: sempre facente parte dell&#8217;epica antica viene ricordato soprattutto per le vicende riguardanti il Minotauro.</li><li>8: la divinità creatrice, identificata con il cielo o elemento fecondo, di creazione. Era marito di Gaia e padre di Crono, nonché dei Titani, dei Ciclopi e degli Ecantochiri, i giganti centimani, che gettò appena nati nel Tartaro per paura della loro forza.</li><li>9: chiamata anche Gea, è la personificazione della terra, anch&#8217;essa elemento fecondo insieme al marito e infatti i due vengono considerati come i padri dell&#8217;umanità seocnd alcune credenze. Essendo stata generata dal Caos e unica a scorrere nel Tempo e nello Spazio, fu ella stessa a generare il marito e figlio con cui creò l&#8217;umanità.</li><li>10: chiamata anche Hera, era la figlia di Crono e sposò il fratello Zeus, da cui generò molteplici divinità. Viene rappresentata come dea del focolare e del matrimonio, grazie anche alla visione che dava per punire i tradimenti del marito.</li><li>11: titano, famoso per la vicenda che lo costrinse ripudiato da Zeus per avere donato il fuoco agli umani, nasce anch&#8217;esso da Coron e quindi cugino di Zeus ottiene molteplici credenze che si svilupparono nel corso delle generazioni.</li><li>12: nonostante Urano fosse identificato come dio del cielo, Zeus, ottenendo rispetto e fama per la questione dei Titani scacciati, venne anch&#8217;esso identificato come dio del cielo, nonché padre degi dei, re dell&#8217;Olimpo e dio del tuono, grazie anche all&#8217;immaginario collettivo che lo identificava con la folgore in mano.</li><li>13: questa sezione creata ad hoc da Zeus per la reclusione dei Titani che avevano rovesciato l&#8217;Olimpo, viene identificata come una parte dell&#8217;Ade. Si dice che venisse identificata come una voragine buia ed enorme e la leggenda dice che se si buttava un inqudine nelle profondità, questo impegava nove notti e nove giorni per raggiungere il fondo.</li><li>14: Milziade il Giovane; Atene, 550 a.C. – Atene, 488 a.C..</li><li>15: Dario I di Persia detto Il Grande; 550 a.C. – 486 a.C..</li><li>16: detto Il Giusto; 530 a.C. – 462 a.C..</li><li>17: avvenuta 480 a.C., viene ritenuta una vittoria pirrica per la fazione persiana.</li><li>18: questa donna non ottiene riscontro per i suoi natali e per la sua morte.</li><li>19: come la moglie di lui si conosce solamente la sua reggenza nel territorio dei Traci.</li><li>20: adesso identificato come lo Stretto dei Dardanelli, collega il Mar di Marmara e il Mar Egeo ed è un confine naturale tra Europa ed Asia. Il suo nome significa letteralmente “Mare di Elle” che con Frisso sorvolò il tratto di mare in questione, in sella al vello d&#8217;oro per raggiungere la Colchide, in futuro obbiettivo degli Argonauti di Giasone, ma cadde dalla sella e finì in mare, all&#8217;altezza dello stretto.</li><li>21: questo tratto di territorio costiero risulta affacciarsi proprio sullo Stretto dei Dardanelli, nella parte europea. Identificata ora come pensiola di Gallipoli, appartiene alal Turchia.</li><li>22: avvenuta nel 490 a.C., vede una vittoria insperata da parte dei Greci.</li><li>23: il suo nome significa letteralmente Gloria della legge; 526 a.C. – 460 a.C..</li><li>24: questo comandnate in capo alle forze persiane non ha delle certezze precise<br /> sulla sua partecipazione e quindi con certezza non si può dire se sia morto durante la battaglia alle foci dell&#8217;Eurimedonte o se fosse stanziato in un diverso luogo.</li><li>25: costruita in modo tale da avere sempre una soluzione di manovra, prevedeva le classiche vele per la navigazione, ma in caso di assenza di vento, venivano utilizzate le tre file di rematori poste alle fiancate della nave.</li><li>26: isola situata nella parte settentrionale del Mar Egeo, e nella regione della Tracia, è annessa alla Grecia.</li><li>27: Alessandro I detto Il Filleleno; muore el 454 a.C..</li><li>28: erano, nel sistema della <em>polis </em>spartana, quegli abitanti che furono ridotti in schiavitù.</li><li>29: 495 a.C. – 429 a.C..</li><li>30: altra figura presente alla battaglia di cui non si conosce molto.</li><li>31: vedi nota 30.</li><li>32: Eforo di Cuma; Cuma Eolica 390 a.C. – 330 aC..</li><li>33: Olinto, 370 a.C. – 327 a.C..</li><li>34: Cheronea, 46 – 127.</li><li>35: Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.</li><li>36: del padre di Ariomande non si conosce nulla, anzi non si sa con certezza nemmeno la sua provenienza.</li><li>37: Ciro II di Persia o Ciro il Grande; 590 a.C. – 529 a.C..</li><li>38: città posizionata nel sud-ovest della Turchia, ai piedi del monte Tahtali dağ.</li><li>39: regione situata nel sud della Turchia, bagnata dal Mar Mediterraneo e in linea d&#8217;aria, dirimpetto all&#8217;isola cipriota.</li><li>40: i terminali cronologici di questo personaggio, nonostante le ipotesi, rimangono ancora incerte.</li><li>41: rappresentava la fanteria pesante al tempo dei Greci. Aveva un&#8217;armatura chiamata panoplia, in bronzo, come anche gli schinieri e l&#8217;elmo. Come attrezzeria di questa corazza pesante, una spada in ferro, xiphos, per il combattimento corpo a corpo e una lancia, dory, per la posizione difensiva usata insieme allo scudo, aspis. Si pensa che proprio tramite questi guerrieir pesanti, fosse stata inventata la formazione a falange, grazie anche all&#8217;impugnatura salda che gli scudi permettevano.</li><li>42: Serse I di Persia; 519 a.C. – 465 a.C..</li><li>43: cittadina dell&#8217;antica Anatolia.</li><li>44: situata nella Panfilia meridionale, è situata poco lontana da Idro.</li><li>45: combattuto appunto tra Sparta e Atene avvenne tra il 431 a.C. e il 404 a.C., e vede la Lega del Peloponneso, comandata da Sparta, avere la meglio su quella di Delo, con a capo Atene.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006890_battaglia-delleurimedonte.html" data-text="Battaglia dell&#8217;Eurimedonte" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006890_battaglia-delleurimedonte.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006890_battaglia-delleurimedonte.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Campi Catalunici: ultima grande battaglia di Roma</title><link>http://www.archeoguida.it/006382_campi-catalunici-ultima-grande-battaglia-di-roma.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006382_campi-catalunici-ultima-grande-battaglia-di-roma.html#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 Nov 2011 14:32:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6382</guid> <description><![CDATA[L&#8217;ultima grande battaglia di Roma: i Campi Catalunici I segni dell’inesorabile decadenza romana Dall’età di Marco Aurelio e Commodo l’inizio del declino dell’impero romano fu lento ma inarrestabile. Con la battaglia di Adrianopoli del 378 d.C. la parte occidentale dell’impero entrò in un’agonia sempre più evidente che culmina con l’occupazione gotica alla fine del IV [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-6385" title="battaglia-campi-catalunici" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/11/battaglia-campi-catalunici.jpg" alt="Campi Catalunici: ultima grande battaglia di Roma " width="600" height="398" /></p><h2>L&#8217;ultima grande battaglia di Roma: i Campi Catalunici</h2><p><strong>I segni dell’inesorabile decadenza romana</strong></p><p>Dall’età di <strong>Marco Aurelio</strong> e <strong>Commodo</strong> l’inizio del declino dell’impero romano fu lento ma inarrestabile. Con la <strong>battaglia di Adrianopoli</strong> del 378 d.C. la parte occidentale dell’impero entrò in un’agonia sempre più evidente che culmina con l’occupazione gotica alla fine del IV secolo d.C. fino alla definitiva caduta, con la deposizione di <strong>Romolo Augustolo</strong>, nel 476 d.C.</p><p>Questa sorta di male inguaribile inizia nel 455 d.C. con la morte dell’ultimo esponente della dinastia teodosiana, <strong>Valentiniano III</strong> e del <em>patricius et magister militum </em>Ezio, l’ultimo dei grandi condottieri romani che aveva tentato in tutti i modi di salvare l’ormai labile forza dell’Impero Romano d’Occidente.</p><h3>Il generale Ezio</h3><p>Nel 451 d.C. <strong>Attila</strong> invade la <strong>Gallia</strong>: questo può essere definito l’ultimo grande epico evento della storia romana. Ezio, il grande comandante, è stato capace di mantenere la sua forza ed il suo nome in auge per circa trent’anni in un ambiente difficile come quello della corte, ed in un periodo storico che si presenta come uno dei più torbidi di tutta la secolare storia imperiale.</p><p>Le sue grandi capacità di guida militare, che mostrò sempre nelle più grandi battaglie da lui intraprese contro i barbari della Gallia, e le sua amicizie con l’aristocrazia italica gli permisero di scongiurare minacce gravi alla sua persona e di farsi accettare come un “male necessario” dall’imperatore Valentiniano III e dalla madre di lui, Galla Placidia.</p><p>Saldamente ancorato al potere sino al 435 d.C. circa, Ezio riuscì sempre ad arginare gli attacchi dei barbari che tentavano di far breccia nel sistema federativo instaurato precedentemente da Stilicone e da Costanzo. Grazie a questo sistema non era stato più necessario che nessun generale andasse a combattere, in prima persona, lungo le frontiere del Reno e del Danubio per impedire invasioni o razzie da parte dei barbari.</p><p>Però Ezio aveva una preoccupazione costante: i Visigoti stanziati nella Gallia meridionale dal 418 d.C. Infatti la popolazione barbara aveva ottenuto questi territori per concessione imperiale, ma premevano continuamente lungo i confini, cercando di guadagnare terreno.</p><p>Oltre a loro anche altri gruppi barbari erano un problema continuo e fisso per Roma: i Sassoni in Britannia, gli Alani nella zona d’Orleans, i Franchi lungo la Mosa, i Burgundi a Magonza e Worms, gli Alamanni in Rezia. Ovviamente tutti questi popoli avevano stabilito delle alleanze con l’Urbe, ma erano polveriere pronte a scoppiare in qualsiasi momento.</p><p>Solo per l’Africa Ezio fu impotente: non fece altro che riconoscere il regno autonomo di Genserico, che non mostrava alcun tipo di dovere nei confronti di Roma.</p><h3>Chi erano gli Unni</h3><blockquote><p>“La semente di ogni sventura”</p></blockquote><p>secondo il parere di Appiano Marcellino nel IV d.C.</p><p>Dopo Adrianopoli per circa vent’anni mantennero uno stato di quiescenza nei confronti dei territori imperiali, ma secondo l’immaginario degli scrittori dell’epoca sembrava che fossero partiti appositamente dall’antica Cina per venire a creare scompiglio nell’Occidente. Sembra che a causa loro l’imperatore cinese Hwang-te ordinò la costruzione della Grande Muraglia nel 258 d.C.</p><p>Gli Unni si dividono in due gruppi, i bianchi o eftaliti che si stanziarono nei territori dell’odierno Iran ed Afghanistan ed i neri che dilagarono in Occidente. Ammiano Marcellino li descrive come rozzi barbari assetati solo di sangue e distruzione; uomini senza cultura che conoscevano il solo linguaggio della violenza. Non lavoravano la terra, né facevano gli allevatori, erano nomadi senza legge e senza Dio, conoscevano solo l’avidità e la cupidigia.</p><p>A questa descrizione si aggiunga quella del cronista goto <strong>Giordane</strong>, che conferma la temibile fama di questo popolo attingendo soprattutto alle informazioni fornite dallo storico bizantino Prisco contemporaneo delle vicende unne in Occidente. La fama di ottimi combattenti era ben meritata: erano dinamici ed agili, propensi a muoversi in piccoli gruppi a cavallo per attacchi e razzie.</p><p>Questi gruppi avevano come appoggio i convogli di grandi carri con cui si spostavano le loro famiglie; tali carri erano di grandi dimensioni con cerchioni in ferro e contenevano tende di feltro che fungevano, per così dire, da case. Avendo un’origine comune è probabile che gli Unni si comportassero come i Mongoli e cioè che avessero diciotto tra cavalli e giumente per assicurarsi latte e carne durante i loro continui spostamenti.</p><p>Data la loro natura nomade i guerrieri erano così fulminei nelle loro azioni che era quasi impossibile poterli fermare, combattevano solo per il bottino, ciò significa che se la fuga era considerata giusta perché l’avversario era impossibile da battere, non né avevano una concezione disonorevole come era per i Romani.</p><p>L’arma prediletta era l’arco usato con eccellente maestria sia sul lato destro che sul sinistro ed i guerrieri erano in grado di farne addirittura uso a cavallo, riuscendo a colpire un bersaglio anche a cento metri di distanza. Il loro arco era asimmetrico, ispessito da strisce di corno e rinforzato alle estremità con osso per migliorarne la potenza.</p><p>La lavorazione prendeva due stagioni (inverno e primavera) per favorire l’assemblaggio di tutte le parti, in autunno ed in estate veniva invece utilizzato, per essere poi allentato e ricondizionato. La corda era sempre tesa sul braccio più lungo migliorando le potenzialità dello strumento. Le frecce generalmente erano fatte di canna che aveva la capacità di assorbire in modo ottimale il colpo della scoccata così da mantenere una traiettoria lineare.</p><p>Non era inusuale che i membri più ricchi della tribù avessero gli archi ricoperti d’oro. Per quanto concerne l’uso della spada pare che non usassero quella con la lama ricurva, ribattezzata per questo<em> gladius hunnicus</em>, ma una lunga a doppio taglio, adatta per combattere a cavallo. Solo pochi combattevano con l’armatura, di solito si indossavano pantaloni ed una giubba di lana ed un copricapo.</p><p>In linea di massima vivevano perennemente a cavallo: combattevano e dormivano in sella, stipulavano accordi e trattati, addirittura vi cucinavano, cuocendo la carne su una sorta di fornello messo tra le loro cosce e la pancia del cavallo. I loro cavalli erano piccoli e tozzi, ma molto veloci e forti, capacità queste che li rendevano ottimi per combattere.</p><h3>L’ascesa al potere di Attila</h3><p>I primi decenni del V secolo d.C. vede gli Unni suddivisi in tre potentati ben distinti ed in contatto con l’impero solo come mercenari ingaggiati dal generale Ezio. Ma tutto cambiò: Rua riuscì a riunirli sotto il suo dominio e alla sua morte il loro controllo passò nelle mani dei suoi figli Bleda, il maggiore, e Attila, che sebbene fosse il minore era il più bellicoso e assetato di potere dei due.</p><p>Se <strong>Bleda</strong> aveva come scopo sostanzialmente quello di consolidare i domini, al contrario suo fratello Attila aveva una visione del tutto diversa: fare grandi conquiste.</p><p>Si racconta che un pastore abbia donato al principe unno una spada che aveva trovato conficcata nel terreno, su cui una delle sue vacche si era azzoppata: Attila la fece passare per una spada sacra appartenuta al dio Marte sostenendo che il dio stesso gliel’avesse inviata come dono e simbolo delle sue future conquiste. Attila, dunque, era uno di quegli uomini che si credevano predestinati alla conquista del mondo.</p><h3>Le guerre espansionistiche di Attila</h3><p>Il suo impero non aveva confini definiti e stabili, ma secondo gli storici forse a Nord doveva giungere fino al Baltico, a Sud fino al Danubio, ad Est presso il Mar Caspio e ad Ovest in Ungheria; in sostanza confinava sia con l’Impero d’Occidente che d’Oriente, bisognava solo aspettare quale dei due avrebbe subito per primo l’invasione.</p><p>Toccò alla <em>Pars Orientis</em>, che, per evitare una guerra devastante e per sfuggire ad una sconfitta, firmò un’ umiliante pace; comunque pochi anni dopo lo scontro fu inevitabile. La guerra scoppiò nel 447 d.C., quando ormai Attila era l’unico sovrano degli Unni, essendosi sbarazzato ormai dello scomodo fratello: un cronista dell’epoca ci dice, riguardo le vittorie dell’unno, che “rase al suolo quasi tutta l’Europa” e che circa 70 città furono completamente distrutte.</p><p>Erano anni che i romani non avevano più sfruttato gli unni come mercenari, l’ultimo caso risaliva al 437 d.C. quando Ezio sconfisse i Burgundi a Worms: non si sa se fu una scelta dei barbari di non militare più per Roma o se fu proprio il generale romano a non volere più l’intervento di questi mercenari sanguinari sia per la loro nota indisciplina sia per cattivi ed instabili contatti che aveva con Attila.</p><p>In effetti non è chiaro se Ezio ed Attila si conoscessero di persona e quali fossero, nell’eventualità, i loro rapporti.</p><p>Da Prisco sappiamo che il re unno mandò il nano buffone del fratello defunto in dono al generale, che lo rifiutò; inoltre sappiamo anche che Ezio nominò il re barbaro <em>magister militum</em> dell’Occidente; certamente un titolo onorifico, ma che con probabilità nascondeva una precisa scelta politica difficile da stabilire.</p><p>Pare, comunque, che Ezio abbia inviato molte ambascerie al re unno, che non le gradì mai moltissimo e che anzi ospitò alla sua corte un tale Eudossio, che aveva alimentato una nuova rivolta in Gallia contro il potere centrale.</p><p>Non sappiamo quali furono i motivi effettivi che spinsero Attila a organizzare una campagna in Gallia intorno al 450 d.C.: il cronici sta Giordane ci dice che fu indotto ad una campagna contro i Visigoti da Genserico, re dei Vandali, ma sembra stano che le azioni dell’unno fossero legate a scelte altrui, infatti era molto più scaltro e furbo.</p><p>Attila sapeva agire bene d’astuzia, oltre ad essere un buon capo militare, perciò è assai probabile che le sue scelte fossero legate all’intento di creare un’ulteriore scissione all’interno del precario equilibrio che si era determinato tra le varie popolazioni dell’impero. Sembra infatti che abbia contattato contemporaneamente sia l’imperatore Valentiniano, a cui assicurava che il suo unico nemico fosse il vandalo Teodorico, sia Teodorico stesso incitandolo a rompere l’alleanza con la debole Roma.</p><p>Ma <strong>Giusta Grata Onoria</strong>, sorella di Valentiniano, ci mise lo zampino rimescolando le carte in tavola: la donna chiese ad Attila di sottrarla con ogni mezzo in suo possesso al marito, il senatore Ercolano e a sposarla egli stesso. Il matrimonio di Onoria con Ercolano, a quanto pare, era stata una sorta di terribile punizione inflittale dal fratello per una tresca con il maggiordomo Eugenio, con cui forse aveva complottato per prendersi il trono: fallita questa carta la principessa poteva provare con il temibile Attila.</p><p>Con il nuovo imperatore d’Oriente, Marciano, che rifiutava il tributo agli Unni, il re barbaro pensò bene di concentrarsi sull’Occidente e con molta probabilità questo matrimonio poteva essere un’ottima soluzione. Naturalmente Valentiniano rifiutò, essendo Onoria già ammogliata, ma il gesto della donna aveva forse convinto definitivamente Attila a credersi l’unico ad essere designato dagli dei alla dominazione del mondo.</p><p>Nel 451 d.C. iniziò la sua inarrestabile avanzata verso la Gallia: circa<strong> 300.000 uomini</strong> (addirittura alcune fonti parlano di 700.000) si mossero al suo seguito portando, stando alle cronache dell’epoca, morte e distruzione in ciascun posto in cui passavano. Attila risalì la <strong>Mosella</strong> devastando <strong>Treviri</strong> e <strong>Mediomatrix</strong> (Metz) il giorno della Vigilia di Pasqua e condannando a morte tutti i cittadini senza risparmiare né donne né bambini.</p><p>A seguire furono investite dall’orda barbarica <strong>Reims</strong>, <strong>Orléans</strong>, e molte altre città. Nel frattempo il generale Ezio, che era giunto ad Arles, voleva cercare di frenare Attila facendolo rallentare nei tentativi di assedi e contemporaneamente riuscì ad ottenere l’appoggio dei <strong>Visigoti</strong>. Con un esercito, a questo punto più forte, Ezio si mosse alla volta di Orléans, che riuscì a liberare, ma senza ottenere la disfatta di Attila, che raggiunse i Campi Catalaunici.</p><h3>Lo scontro campale dei Campi Catalaunici</h3><p>Il solo cronicista a darci una descrizione della battaglia fu il goto Giordane, vissuto circa un secolo dopo gli eventi: poiché in questo scontro i Visigoti e gli Ostrogoti vi parteciparono, lo storico ne parla come uno tra gli eventi più importanti della storia del suo popolo, a volte in termini troppo retorici e troppo faziosi, motivo per cui non è considerato una fonte attendibilissima, pur dichiarando di avere come riferimento Cassiodoro, il cui nonno aveva collaborato direttamente con Ezio.</p><p>Oltre ad essere una battaglia campale ed epica, i Campi Catalaunici si presentano come il perfetto affresco di un impero che di romano aveva pochissimo oramai. Lo schieramento dell’esercito imperiale si presentava così: nell’ala sinistra prendevano posto i soldati di Ezio, in quella destra i <strong>Visigoti</strong> di <strong>Teodorico</strong>, al centro <strong>Sangibaldo</strong> con il suoi <strong>Alani</strong>.</p><p>Sul fronte opposto il centro dell’esercito era tenuto dallo stesso Attila, nella parte sinistra prendevano posto gli Ostrogoti e nella destra i Gepidi, guidati dal loro re Ardarico. Gli <strong>Ostrogoti</strong> e i <strong>Gepidi</strong> erano gli unici popoli, di quelli sottomessi ad Attila, i cui capi potevano partecipare ai consigli di guerra e di cui il re unno aveva una certa considerazione.</p><p>Le fonti dicono che i due eserciti si scontrarono “al massimo della tensione: rinunciando ad ogni sotterfugio”: l’ardore di tutti quegli uomini, così diversi tra loro, portò all’insorgere di schermaglie anche all’interno dello stesso esercito unno, sappiamo di uno scontro tra i Gepidi e i <strong>Franchi di Meroveo</strong> (capostipite dei <strong>Merovingi</strong>).</p><p>Questo causò la perplessità di Attila che volle consultare degli aruspici, prima di scontrarsi con Ezio. Il responso fu funesto: la battaglia sarebbe stata disastrosa per il re unno, eccezione fatta per la morte di uno dei comandanti dei suoi avversari. Pare che Attila desiderasse così tanto la morte di Ezio, che, nonostante gli inviti a desistere, mosse lo stesso battaglia, ma non prima delle tre del pomeriggio, per poter, eventualmente, fruire della notte nel caso in cui le sorti si fossero messe male.</p><p>Entrambi gli eserciti puntarono a conquistare l’altura nella pianura: gli Unni presero il lato sinistro, mentre l’esercito imperiale quello destro, a nessuno toccò la sommità, ma le esitazioni di Attila favorirono Ezio che la raggiunse per primo.</p><p>Nel pieno dello scontrò la profezia si avverò, ma non cadde Ezio, bensì il re visigoto Teodorico; nonostante ciò i Visigoti mantennero la loro lucidità continuando ad incalzare il nemico. La notte stava calando e Attila ne approfittò per chiamare a gran voce la ritirata; non gli restava che attendere, trincerato nel suo accampamento, il mattino seguente. Ma le sue scelte furono avventate; sapendo di avere pochi viveri e di essere incalzato dal nemico, scelse di provare per primo l’attacco, sicuro che avrebbe colto di sorpresa Ezio.</p><p>Nell’accampamento imperiale i Visigoti sicuri della vittoria decisero di abbandonare il campo e permettendo ad Attila di ritirarsi. Gli storici ritengono che l’atteggiamento permissivo dimostrato da Ezio in questa occasione fosse dovuto al fatto che in fin dei conti la figura di Attila e il terrore che incuteva con il suo esercito, gli fosse d’aiuto per mantenere saldo il suo potere, ma restano solo supposizioni campate in aria, poiché nessuno saprà mai le effettive ragioni della sua scelta.</p><p>Nonostante le diverse opinioni che circolano riguardo i comportamenti “politici” assunti da Ezio ed Attila in quell’occasione, è certo che c’era stata una vera e propria carneficina, tanto che si diffuse la leggenda che i caduti in battaglia continuassero a lottare tra loro e che si potevano ancora sentire i rumori delle loro armi.</p><p>Durante la ritirata di Attila sono documentati altri saccheggi e devastazioni.</p><h3>Gli eventi dopo la battaglia</h3><p>È probabile che il re barbaro già stesse pensando alla rivincita, non potendo permettere che la sua fama fosse sminuita dall’uomo che odiava più di tutti al mondo: sotto questo punto di vista la battaglia dei Campi Catalaunici sembra essere più che altro il conflitto per il predominio tra le due più forti e grandi personalità dell’epoca.</p><p>Doveva alzare la posta in gioco: l’unica soluzione era mirare direttamente a conquistare ed occupare Roma: già vi era riuscito Alarico, Attila non gli sarebbe stato di certo inferiore. Il re non perse tempo: un anno dopo, nel 452 d.C., valicò le Alpi Giulie, assediò ed occupò Aquileia, da cui dilagò verso la Pianura Padana.</p><p>A questo punto Ezio, privo dei Visigoti, non poteva far altro che sperare nell’aiuto dell’imperatore d’Oriente, ma ebbe invece l’aiuto della sorte: la tattica unna di distruzione di tutto ciò che incontravano gli si ritorse contro, infatti non avevano più sostentamenti né rifornimenti.</p><p>Inoltre una gravissima pestilenza e carestia aveva colpito la penisola e l’esercito unno non fu di certo immune: si contavano molti morti anche tra le sue schiere. Attila era sul punto di decidere una ritirata quando gli venne incontro sul lago di Garda papa Leone Magno che lo convinse definitivamente a parole e, ovviamente, con il pagamento di un tributo ad abbandonare l’idea di conquista di Roma.</p><p>Pochi mesi dopo il re morì per un’emorragia dopo una notte di festa per un suo ennesimo matrimonio, poco prima di iniziare la sua campagna contro l’impero d’Oriente.</p><p>Il suo impero si dissolse in un baleno, con la rivolta di tutti i popoli sottomessi; ciò dimostra che se anche Attila avesse vinto ai Campi Catalaunici, la sua sarebbe stata una vittoria effimera, in quanto il suo impero, ad eccezione della sua persona, non aveva solide basi per essere duraturo nel tempo.</p><p>Rimane comunque l’importanza di questa battaglia, che fu la più cruenta di tutto il V secolo d.C. e che resta come testimonianza di un periodo storico in cui dell’Impero Romano restava solo il nome e la città di Roma veniva difesa da crudeli e barbarici uomini quanto quelli che la sfidavano e la volevano distruggere.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006382_campi-catalunici-ultima-grande-battaglia-di-roma.html" data-text="Campi Catalunici: ultima grande battaglia di Roma" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006382_campi-catalunici-ultima-grande-battaglia-di-roma.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006382_campi-catalunici-ultima-grande-battaglia-di-roma.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Prima guerra punica: battaglie</title><link>http://www.archeoguida.it/006298_prima-guerra-punica-battaglie.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006298_prima-guerra-punica-battaglie.html#comments</comments> <pubDate>Mon, 24 Oct 2011 13:11:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Paola Serata</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6298</guid> <description><![CDATA[Roma e Cartagine: potenze del Mediterraneo Quando Pirro abbandonò l’infelice campagna in Sicilia per andare incontro alla ben nota sconfitta di Benevento, pare che abbia detto, quasi fosse una preveggenza: “Quel campo di battaglia per romani e cartaginesi lo lascio dietro di me”. In quel momento, era il 275 a.C., Roma ancora non aveva inglobato [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-6299" title="prima-guerra-punica-battaglie" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/prima-guerra-punica-battaglie.jpg" alt="Prima guerra punica: battaglie " width="600" height="438" /></p><h2>Roma e Cartagine: potenze del Mediterraneo</h2><p>Quando Pirro abbandonò l’infelice campagna in Sicilia per andare incontro alla ben nota sconfitta di Benevento, pare che abbia detto, quasi fosse una preveggenza: “Quel campo di battaglia per romani e cartaginesi lo lascio dietro di me”.</p><p>In quel momento, era il 275 a.C., Roma ancora non aveva inglobato nella sua sfera d’influenza le città della Magna Grecia e perciò il contatto-scontro con Cartagine non si era sentito necessario, anzi al contrario, tramite una serie di trattati (il primo risaliva già in epoca regia), le due città avevano sempre mantenuto rapporti pacifici.</p><p>Ma l corso della storia mutò la situazione: Roma era una potenza in ascesa, Cartagine lo era già da tempo ed era un elemento fondamentale nello scacchiere degli equilibri nel Mediterraneo, che inevitabilmente sarebbe stato protagonista dell’inevitabile scontro tra due entità sotto il controllo delle quali ormai gravitavano quasi tutti i popoli dell’area.</p><p>Se Roma avesse conservato la sua prima vocazione terrestre e mirato verso il Nord della penisola, il mondo antico sarebbe rimasto spaccato in due, con la città punica che avrebbe continuato a primeggiare nel bacino del Mediterraneo; ma una volta avuto contatto con il mondo greco i Romani non avrebbero lasciato senza una fine il loro compito.</p><p>Sotto la penisola c’era la Sicilia, allora in mano cartaginese; l’isola si poneva come un ponte di collegamento tra l’Italia e l’Africa ed era troppo vicina ad entrambe per non essere un elemento destabilizzatore.</p><h3>Cartagine: la potente colonia fenicia</h3><p>Di tutte le colonie fenice Cartagine di certo era stata la più florida e ricca grazie anche alla sua intraprendenza con, senza dubbio, un sicuro aiuto della fortuna. Era allora una delle città con vocazione marinara più estese tanto che era ritenuto certamente il polo portuale, commerciale ed industriale più importante di tutto l’Occidente. Fondata nell’814 a.C. dai Fenici di Tiro, aveva surclassato questa città prendendone la leadership mediterranea quando Nabucodonosor, alla metà del VI a.C., aveva distrutto proprio la madrepatria di Cartagine.</p><p>I suoi possedimenti territoriali comprendevano l’odierna Tunisia, le coste della Tripolitania, una serie di piccoli centri portuali situati nelle odierne Algeria, Marocco; aveva il controllo diretto di alcune colonie fenice nella Penisola Iberica (Cadice, Ibiza), a Malta, mentre altre, in Sicilia e in Sardegna, erano sue tributarie.</p><p>La città era governata da una sorta di senato, composto da 300 membri, ad esso si aveva di diritto accesso in base al censo piuttosto che sui natali; quanto veniva decretato da questo collegio senatoriale veniva votato ed accettato da un’assemblea popolare, che in sostanza aveva il solo compito di ratificare le scelte del senato.</p><p>I magistrati, detti suffeti, erano eletti ogni anno senza alcun vincolo per una eventuale rielezione, tanto che Annibale rimase in carica per ben 22 anni consecutivi. Pur avendo una struttura politica molto simile a quella di Roma, Cartagine era molto più sviluppata e ricca grazie alla sua forte base commerciale, che la rendeva il polo economico principale su cui vertevano tutte le popolazioni circostanti, tra cui mori e numidi.</p><p>Il punto saldo del suo dominio commerciale era basato su un controllo ferreo dei suoi domini territoriali e delle sue colonie; inoltre nessuno poteva avventurarsi lungo le sue rotte commerciali senza che una flotta, predisposta alla sorveglianza, non facesse rispettare l’embargo, motivo per cui nel Mediterraneo controllato dai cartaginesi non si vedevano pirati.</p><p>Diversamente dall’Urbe che era aperta verso i membri della sua confederazione, richiedendo solo truppe ed aiuti militari, i popoli soggetti a Cartagine non avevano certo vita facile: erano suoi tributari (anche se con distinzioni tra colonie e popoli sottomessi).</p><p>I cittadini cartaginesi della classe oligarchica, esentati dal servizio militare, si avvalevano di mercenari di coscritti; se vogliamo questo era un grosso limite perché, se gli alleati dei romani combattevano per avere un bottino e mantenere i loro privilegi, i soldati cartaginesi combattevano per il “soldo” o per dominatori assai duri e vendicativi, in entrambi i casi erano sicuramente meno motivati.</p><p>Tuttavia, in caso di guerre, i modi di elezioni dei capi militari erano meno rigidi di quelli romani e questo era di certo un importante vantaggio: i generali e gli ammiragli, che venivano eletti da uno speciale consiglio di 30 membri (scelti nel senato), potevano rimanere in carica per lungo tempo e ciò consentiva di seguire una strategia bellica di maggior respiro e di acquisire molta esperienza.</p><p>C’era però il rovescio della medaglia in tutto ciò; se il successo era ripagato con grande onore, gloria e ricchezze, la sconfitta e le scelte sbagliate venivano punite con la morte, qualora non fossero gli stessi soldati a giustiziare il proprio comandate, se ritenuto incapace.</p><h3>Battaglia navale di Milazzo (260 a.C.)</h3><p>Furono i <strong>mamertini</strong> (il loro nome deriva dalla forma osca di <strong>Marte</strong>), soldati mercenari al soldo di Cartagine, a fornire a Roma il motivo per scatenare lo scontro con i punici. Dopo la morte di Agatocle, questi mercenari, originari della Campania, si erano impadroniti in modo duro di <em>Mamertum</em> (Messina), assumendo il controllo dell’area Nord-Est della Sicilia, mentre i Cartaginesi erano in possesso dell’area Sud-Ovest dell’isola.</p><p>Nel frattempo a Siracusa faceva la sua ascesa il nuovo dittatore Ierone, che, volendo emulare il suo predecessore, puntò sulla città di Messina per espandere i suoi domini, non pensando minimamente di infastidire i ben più forti e crudeli cartaginesi.</p><p>Gli abitanti di <em>Mamertum</em>, furbescamente, non esitarono a chiedere l’aiuto di Cartagine così da scongiurare il pericolo; purtropp se da una parte ciò causò il ritiro di Siracusa, dall’altra però i cartaginesi volevano rendere Messina un loro dominio, perciò nel 264 a.C. i mamertini chiesero a Roma di allearsi ritenendola giustamente meno vincolante del rapporto con i punici.</p><p>Nell’Urbe s accese un duro dibattito, infatti molte erano le ragioni per non accettare la richiesta dei mamertini: innanzitutto moralmente essi avevano la fama di briganti e questo non avrebbe fatto buona pubblicità a Roma, ma soprattutto il senato era conscio del fatto che un eventuale aiuto sarebbe stato considerato un affronto per Cartagine ed una guerra, con tutte le grandi spese che avrebbe comportato, non sarebbe stata ottimale da affrontare in quel momento.</p><p>L’eventuale guerra inoltre si sarebbe combattuta per mare, motivo per cui Roma si sarebbe dovuta munire di una flotta, perché l’unico modo per vincere definitivamente sarebbe stato prevalere nelle battaglie navali, in cui Cartagine era al momento imbattibile.</p><p>Esistevano poi ragioni più grette, che avrebbero spinto il senato romano a tentennare: le ultime campagne militari avevano portato all’affermazione militare e, conseguentemente, politica di molti <em>homini novi</em> provenienti dal popolo, era ragionevole, perciò, pensare che una vittoria contro la più grande potenza del Mediterraneo Occidentale avrebbe di fatto sancito in modo definitivo questo processo di democratizzazione, che avrebbe ridimensionato il potere decisionale dei senatori.</p><p>È probabile, anche se Polibio (fonte principale) non lo afferma, che la decisione definitiva fosse stata presa dal popolo che ne avrebbe visto solo gli effetti positivi. Un corpo di spedizione riuscì a giungere a Messina, perché l’ammiraglio punico non se ne preoccupò più di tanto, ma il fatto che appena tornato in patria fu condannato a morte la dice lunga sull’atteggiamento che avrebbero assunto i punici.</p><p>Seguì una battaglia per il possesso di Messina, dove i romani ebbero la meglio e si assicurarono un’alleanza con Ierone di Sracusa. Nel 262 a.C. occuparono, dopo un lungo e difficile assedio, Agrigento, alleata dei cartaginesi. Ma la guerra stagnava, perché nessuno dei due contendenti riusciva a scacciare definitivamente l’altro dall’isola e oltretutto Roma agiva con molta cautela, cercando alleati tra le città siciliote.</p><p>Il senato era sul momento propenso, visto il buon andamento delle operazioni terrestri, a cercare un compromesso con i punici e a proporre una divisione in sfere d’influenza dell’isola; ma avendo messo piede in Sicilia l’idea di Roma era troppo affrettata.</p><p>Nel 261 a.C. la flotta cartaginese, guidata da Amilcare, fece recuperare tutte le postazioni perse e addirittura saccheggiò alcuni centri costieri italici.</p><p>È a questo punto che, per Polibio, si determina il cambiamento della politica romana: il senato decreta la necessità di conquistare la Sicilia, segnando definitivamente la scelta di seguire l’idea dell’imperialismo e da allora Roma non sarà più la<br /> stessa.</p><p>Poiché per la conquista dell’isola era assolutamente necessario munirsi di una flotta, fu fatto questo grande investimento: secondo Polibio non fu una flotta qualunque.</p><p>Fino a quel momento Roma disponeva di 20 triremi agli ordini di <em>duoviri navales</em>, ma per far fronte a Cartagine bisognava munirsi di quinqueremi, molto più potenti e veloci; gli ingegneri navali trassero spunto da una nave catturata ai punici in uno scontro del 264 a.C.</p><p>I vascelli punici erano lunghi 37 m e larghi 5 m, disponevano di 270 rematori, suddivisi in tre banchi sovrapposti, in quelli superiori, rispettivamente di 112 e 108 vogatori, gli uomini erano disposti due a due, mentre il banco inferiore ospitava 50 elementi singoli. Le quinqueremi portavano circa 120 soldati, oltre i 30 membri dell’equipaggio.</p><p>In tutto furono realizzate 100 navi di quel tipo, oltre a 20 triremi, tra i porti di Ostia, Anzio e Napoli. Furono inoltre addestrati 30000 vogatori (<em>remiges</em>), reperiti tra i <em>socii navales</em>, ma anche trai cittadini più poveri o tratti dai contadini dell’entroterra italico. Non era tutto: Roma aveva forze armate prettamente terrestri senza alcun tipo di esperienza navale, persino i comandanti non sapevano come guidare i propri uomini per mare.</p><p>Bisognava trovare un modo per facilitare le battaglie navali per i soldati romani e in questo caso l’alleanza con Ierone si rivelò assai utile. Durante la guerra del Peloponneso gli ateniesi avevano tentato un assalto a Siracusa, che possedeva però dei dispositivi detti “corvo”, molto utile per sconfiggere i nemici. Si trattava di un ponte girevole lungo 11 m e terminante con un uncino, che serviva a bloccare la nave nemica e per permettere ai legionari di combattere come se si trovassero su terraferma.</p><p>Nel 260 a.C. la flotta fu affidata a <strong>Gneo Cornelio Scipione</strong>, che ne fece un uso così sciocco da essere soprannominato <strong>Asina</strong>. Lasciata la maggior parte della flotta a Messina, si diresse con 17 navi alla volta di Lipari, ma fu bloccato dai punici che lo catturarono e lo portarono a Cartagine. Il comando passò a<strong> Caio Duilio</strong>, a cui erano state prima affidate le sole operazioni terrestri; il comandante abbandonò le truppe per guidare una flotta inesperta in operazioni considerate da molte suicide.</p><p>Ma il vero alleato de romani era la sorpresa, infatti era facile sottovalutare una flotta neonata e soldati inesperti nelle guerre via mare, perciò i cartaginesi salparono pronti a vincere con facilità i loro nemici, non considerando che i romani avrebbero sfruttato i corvi, che furono il tocco decisivo per decretare gli esiti della battaglia.</p><p>Non appena le navi puniche si avvicinavano a quelle capitoline, venivano calati i corvi che trasformavano lo scontro in un corpo a corpo in cui i romani erano di gran lunga superiori. I cartaginesi, così, ebbero la peggio: chi non era caduto in battaglia fu catturato e le navi divennero proprietà romana.</p><p>Il resto della flotta punica tentò un nuovo assalto, ma fu tutto inutile e Annibale dovette ritirarsi; nel frattempo i romani liberarono Segesta, importante centro della Sicilia Occidentale, che, essendosi alleata con Roma, aveva subito un duro assedio.</p><p>Possiamo immaginare come si gioì nell’Urbe per questa schiacciante vittoria; nel Foro fu innalzata una colonna, di cui si conserva l’iscrizione, con i rostri delle navi catturate in onore di Caio Duilio, che viene ricordato come il gran vincitore di Milazzo e che perciò potè godere per tutta la vita del privilegio di essere accompagnato tutte le sere a casa da un gruppo di flautisti e da portatori di fiaccole.</p><h3>Battaglia delle Isole Egadi (241 a.C.)</h3><p>Ora i capitolini avevano acquisito una grandissima fiducia e speranze, poiché erano consapevoli di poter essere in grado di competere alla pari con il suo nemico. Nel 258 a.C. la flotta romana inflisse un’altra dura sconfitta, questa volta, in Sardegna ad un Annibale, che morì impiccato dai suoi stessi uomini. Una nuova vittoria si ebbe l’anno seguente a Tindari da parte del console Gaio Attilio Regolo: da questo momento si pensò di poter spostare la guerra in Africa.</p><p>Dopo aver allestito una flotta di 330 navi, <strong>Attilio Regolo</strong> riportò una vittoria sulla costa Sud della Sicilia e da qui salpò alla volta delle coste africane, ciò spaventò così tanto i punici da proporre una pace, ma le pretese del console sembrarono tanto onerose, che ogni trattativa saltò.</p><p>Purtroppo Regolo fu gravemente sconfitto a Bagradas e cadde prigioniero: non sembra che la storia della sua fine dentro una botte chiodata sia vera, ma è quasi certo che perì nelle prigioni di Cartagine, d’altro canto neppure la tradizione storica lo giudicava favorevolmente in quanto la sua tracotanza era costata la fine degli scontri per via diplomatica, che restava sempre quella maggiormente auspicata dal senato.</p><p>Come se non bastasse nel 253 a.C. forti raffiche di vento distrussero 150 batelli, a cui si sommò, nel 249 a.C., la sconfitta inflitta da Asdrubale al console Publio Claudio Pulcro, ontemporaneamente il suo collega Lucio Giunio Pullo subiva delle perdite sempre a causa di una tempesta: seguendo l’esempio di Cartagine, il senato romano multò Pullo, mentre Pulcro, che sfuggì alla prigionia, fu costretto al suicidio per smpare alla vergogna pubblica.</p><p>Ovviamente questa serie di eventi negativi incisero sul morale dei soldati e dei cittadini romani, inoltre anche gli alleati non rispondevano più con grande entusiasmo alle richieste d’aiuto, anche perché il compito di marinaio si stava rivelando più pericoloso di quello del soldato.</p><p>Per alcuni anni non si parlò più di armare una flotta e si assisteva impotenti alla crescita del potere di Cartagine, che stava migliorando anche nel combattimento terrestre grazie ad Amilcare Barca, le cui incursioni si spinsero fino a Cuma, motivo per cui alla fine Roma fu decisa ad allestire una nuova flotta.</p><p>Purtroppo le casse dello stato erano quasi esaurite del tutto e non si potevano esasperare ulteriormente con altri tributi, perciò fu votata una legge che obbligava i più ricchi a versare dei contributi con l’idea che a fine guerra sarebbero stati rimborsati.</p><p>In pratica era il senato ad autotassarsi, visto che i cittadini più facoltosi erano membri del collegio senatoriale; ciascuno investì nella realizzazione di una quinquereme, in modo che si ebbero 200 nuove navi con scafo più piccolo e veloce.</p><p>La nuova partita si giocava ad <strong>Erice</strong>, in Sicilia, dove Amilcare Barca era riuscito a prendere piede a discapito dei romani, che avevano mantenuto però il controllo della cima del monte.</p><p>Inspiegabilmente i punici non erano venuti a sapere della rinata flotta capitolina, perciò avevano rinviato in patria le proprie navi, convinti che lo scontro sarebbe stato solo terrestre.</p><p>Il console Gaio Lutazio Catulo riuscì, così, con grande facilità ad impossessarsi di Trapani e Lilibeo; a questo punto i cartaginesi inviarono in Sicilia una flotta capitanata dal generale Annone che voleva sorprendere il nemico a Marettimo (isola delle Egadi), svuotando le navi di grano e caricandole di mercenari siculi.</p><p>Il console romano fu però scaltro e lo anticipò, raggiungendo, con le navi piene di mercenari, a Favignana, la più Orientale delle Egadi. Il 10 marzo 241 a.C., giorno prescelto per la battaglia, le condizioni climatiche erano sfavorevoli ai romani, mentre il nemico avanzava con i venti a favore: alla fine dopo tentennamenti Catulo decise di schierare la sua flotta su di un’unica linea per sbarrare la strada ai cartaginesi.</p><p>Lo scontro fu breve ma aspro e si rivelò tutta la superiorità bellica romana: i soldati romani erano i migliori combattenti, possedevano una tecnica bellica che nessuno era in grado di eguagliare.</p><p>Per i punici fu una vera disfatta, persero 70 navi con tutti gli equipaggi, che furono catturati, 50 navi furono affondate, Annone riuscì a salvarsi, ma sembra superfluo dire che fu condannato dai compatrioti alla crocifissione. Ormai senza l’aiuto della flotta di Annone i giorni per Amilcare Barca erano contati, infatti senza aiuti e senza viveri fu costretto a dichiarare la sua resa.</p><p>A questo punto si convenne lo sgombero totale dell’isola che divenne totale dominio romano, ad eccezione di Messina e Siracusa che mantennero lo stato di alleate; i cartaginesi dovevano restituire i prigionieri e pagare un’indennità superiore a quanto sarebbe effettivamente servito per rimborsare la flotta di Roma.</p><p>Fiorirono i divieti: non ci si poteva alleare con centri alleati di Cartagine, non potevano essere arruolati come mercenari e fu loro preclusa la navigazione in acque italiche.</p><p>Dopo 24 anni la guerra era finita; una guerra memorabile, non per le imprese belliche (di queste la seconda guerra punica ne avrebbe offerte moltissime), ma per le imprese navali durante le quali la più potente città marittima del Mediterraneo ne uscì gravemente sconfitta da un popolo che fino a quel momento aveva combattuto solo contro contadini, pastori e montanari.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006298_prima-guerra-punica-battaglie.html" data-text="Prima guerra punica: battaglie" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006298_prima-guerra-punica-battaglie.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006298_prima-guerra-punica-battaglie.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Qadesh</title><link>http://www.archeoguida.it/006112_battaglia-di-qadesh.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006112_battaglia-di-qadesh.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 15:58:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6112</guid> <description><![CDATA[Luogo: Qadesh, nei pressi del fiume Oronte Data: 1275 a.C. Eserciti: Egizi e Ittiti Esito: vittoria degli Egizi Stilizzazione dell&#8217;attacco ittita all&#8217;accampamento di Ramesse II Quanto riportato all&#8217;interno della descrizione su luogo, data, eserciti e esito, non è propriamente esaustivo né tantomeno completo. La documentazione che abbiamo di questa battaglia risulta essere molto completa e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li><div lang="it-IT">Luogo: <strong>Qadesh</strong>, nei pressi del fiume Oronte</div></li><li><div lang="it-IT">Data: <strong>1275 a.C.</strong></div></li><li><div lang="it-IT">Eserciti: <strong>Egizi</strong> e <strong>Ittiti</strong></div></li><li><div lang="it-IT">Esito: vittoria degli <strong>Egizi</strong></div></li></ul><p lang="it-IT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6113" title="Battaglia di Qadesh1" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Battaglia-di-Qadesh1.jpg" alt="Battaglia di Qadesh" width="600" height="608" /><br /> Stilizzazione dell&#8217;attacco ittita all&#8217;accampamento di Ramesse II</em></p><p lang="it-IT">Quanto riportato all&#8217;interno della descrizione su luogo, data, eserciti e esito, non è propriamente esaustivo né tantomeno completo. La documentazione che abbiamo di questa battaglia risulta essere molto completa e per i poemi tramandati nei secoli, questo scontro è il primo della Storia antica a divenire oggetto di studi grazie ai molteplici documenti.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;unico problema di questi documenti (quattro per la precisione), il Poema di Qadesh (1), il Poema di Pentaur (2), il Bollettino di Qadesh (3) e il Trattato di Qadesh (4), sta nel fatto che sono stati redatti, per altro poco oggettivamente, da entrambe le fazioni e quindi alcuni dati sono stati difficili da mettere assieme.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Per esempio, partendo dalla data, questa ha un&#8217;estensione cronologica di circa 49 anni, dal 1299 a.C. al 1250 a.C., magli studiosi tendono a collocare la data nel 1275 a.C., anche se un&#8217;altra, il 1290 a.C., può essere per alcune ragioni accreditata.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Si tende ad optare per il 1275 a.C. per un semplice motivo: il Poema di Qadesh, scritto a partire dal 1279 a.C. non parla di questa battaglia in termini di ampi lassi di tempo e calcolando l&#8217;addestramento dell&#8217;esercito e gli spostamenti delle truppe, si pensa che la data più plausibile possa riferirsi al 1275 a.C..</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Altra questione irrisolta bada alla vittoria. Secondo le fonti egiziane, nei primi tre documenti, la vittoria fu osannata e propagandata per tutto l&#8217;Impero, anche se le perdite da parte di Ramesse II (5) furono molto alte. Infatti si può dire che, anche se alcune fonti danno come vincitori gli Ittiti, la vittoria egiziana è stata definita <em>vittoria di Pirro</em> (6).</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Nelle fonti ittite, ovvero l&#8217;ultimo documento, si hanno due differenti ipotesi, tutte e due plausibili. La prima vede una sconfitta egizia, ma non si può parlare di vittoria ittita a pieno, infatti viene evocata ancora la vittoria pirrica. La seconda invece vede gli Ittiti vincere semplicemente sul campo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La questione che fa differire queste “tre vittorie” è semplice. La vittoria egiziana viene data per i sopravvissuti che uscirono dalla battaglia. La sconfitta egiziana invece viene data per la ritirata della compagine di Ramesse II dal campo di battaglia. Mentre l&#8217;ultima ipotesi, la più attendibile, vede gli Ittiti vincere di misura e successivamente espandersi verso sud fino a Upi (7), situazione che non sarebbe stata possibile se quel grande esercito, scontratosi con gli Egizi, fosse stato sconfitto.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma veniamo ora alla situazione, descritta a pieno sia da due dei quattro documenti sia da altri storici, quali Giuseppe Flavio (8), Sesto Africano (9) e Eusebio di Cesarea (10), che dispongono, questa volta con chiarezza, uno sccacchiere che definisce oltre ai luoghi battuti anche le cause che scatenarono questa battaglia, ultima di una lunga guerra tra i due popoli.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il luogo della contesa fu la Siria, un luogo di abbondanti risorse di ogni genere che avrebbe fatto gola a qualsiasi popolo dell&#8217;epoca, ma che solo popoli come Egizi ed Ittiti, si potevano permettere di conquistare, grazie alle loro immense propagini.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">In questo Stato, capeggiava Ugarit (11), una città portuale ad Occidente che viene chiamata dalgi studiosi come Venezia siriana, grazie alla sua molteplicità di atti commerciali da dove passavano ogni scambio possibile proveniente dall&#8217;Asia verso l&#8217;Europa e l&#8217;Africa. La città dei sogni per dei popoli in espansione.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Oltre ad essere un grande desiderio, la Siria era prorpio il tampone che delimitava i confini dell&#8217;Impero egiziano e di Hatti, il regno ittita. Il fatto di poterla conquistare era una soluzione pressochè ovvia per evitare che il nemico comune potesse impadronirsene.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Negli anni in cui Ramesse II decise che era giunto il momento di invadere la Siria e di conseguenza affrontare la seconda forza più potenete dell&#8217;epoca, gli Ittiti, con a capo Muwatalli II, avevano già intrapreso qualche mossa all&#8217;interno della nazione contesa, occupando svariate città tra cui Kadesh e Amurru (12).</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Proprio queste due città sarebbero stati i primi due grandi obbiettivi dell&#8217;esercito egizio. Amurru doveva essere la più semplice da conquistare, presidiata dal vassallo ittita il re Benthesina (13), che infatti, una volta vista la compagine di Ramesse II, decise di sottomettersi alla grande potenza.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma la mossa di sottomissione, involontariamente, permise ad Amurru di essere ancora in mano a Benthesina, visto che Ramesse II aveva bisogno di ogni uomo disponibile per attaccare Kadesh e le altre città siriane in mano agli Ittiti.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo avenne presumibilmente nel 1299 a.C. e il tempo che impiegò l&#8217;esercito a passare dal Settentrione al Meridione, incontrando piccoli contingenti nemici e assediando altrettanto piccoli borghi siriani, venne calcolato come un intero ventennio. Sommando poi i dati trovati nei vari poemi, si può azzardare, come detto prima, il 1275 a.C., come data dell&#8217;approdo a kadesh da parte del contingente.</p><h3 lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ramesse II</h3><p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6114" title="Ramesse II" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Ramesse-II.jpg" alt="staua di Ramesse II" width="400" height="533" /></em><br /> <em>Statua di Ramesse II </em></p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Figlio di Seti I (14) e di Tuya (15), questo re egizio può essere considerato a peino titolo come uno dei più importanti sovrani del suo popolo, secondo solo a Thutmose III (16), anche se bisogna dire che la loro potenza espansionistica era pressoché identica e la loro forza militare completamente diversa per gli appronti che avevano dato. Ramesse più votato alla difesa e il suo predecessore completamente votato all&#8217;offesa, caratteristica che lo rilancia nel primato di migliore della sua stirpe.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il regno di Ramesse II, dopo un breve excursus bellico con il padre che lo nominò principe reggente per evitare una detronizzazione da parte dei sacerdoti di Amon (17), fu proclamato uno dei più longevi della storia dell&#8217;antichità e oltre, grazie ai 67 anni di reggenza.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Dopo la morte di Seti I, il giovane principe, ora raggiunta la giusta età per regnare dopo la morte prematura di Seti, prese il potere, facendosi vedere subito come propugnatore della civiltà egizia, non solo nelle arti belliche, ma soprattutto per le questioni edilizie e politiche.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Grazie alla sua esperienza nella gestione dei monumenti, per la carica datagli dal padre, e soprattutto grazie alla gestione dei tributi e delle tasse, sempre offerta dal genitore, portarono Ramesse II a diventare un sovrano non solo capace, ma anche amato.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma un re aveva bisogno di una regina, e un re come Ramesse II, doveva avere al suo fianco una donna alla sua altezza. Sposò dunque Nefertari (18), prima di molte spose, tra cui Henutmire (19), sua sorella minore, Isinofret (20), Maat-hor Neferura (21), sorella del re ittita con cui aveva stipulato la pace e Bintanath (22), figlia avuta da Isinofret. Nefertari fu la moglie scelta dai genitori, per la sua bellezza e spiccata dote di intelligenza. Fu la preferita di Ramesse II che la accompagnò per gran parte della sua vita e nelle sue imprese dispensando anche consigli validi alla guerra che avrebbe intrapreso.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;inizio fu relativamente calmo per il nuovo re che si dedicò all&#8217;opera di monumentalizzazione delle città più importanti. Oltre al suo palazzo, fatto edificare da Seti I, Ramesse II costituisce una sequela di opere tutt&#8217;ora degne di ammirazione e fascino. Spiccano su tutte, Abu Simbel, complesso archeologico composto da due grandi templi, il Ramesseum di Tebe, un complesso funerario, fatto edificare per la sua futura dipartita, dove avrebbero “dormito” eternamente tutti gli uomini considerati degni e il conglomerato di templi di Karnak, tra cui quello di Amon e quello di Luxor.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma la relativa pace venne spezzata dall&#8217;arrivo nelle coste africane dei famigerati pirati Shardana, i cosiddetti popoli del mare, con cui gli Egizi ebbero dei grandi grattacapi, ma che Ramesse II con astuzia riuscì a sconfiggere, ripristinando le relazioni marittime con i popoli saccheggiate sulle coste mediterranee e inglobando successivamente i Shardana stessi nel suo esercito, facendoli addirittura sua guardia personale, tanto lo avevano colpito in battaglia. Furono poi indispensabili per non completare la battaglia di Kadesh con una sconfitta senza eguali.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Una piccola curiosità riguarda la battaglia di Kadesh, all&#8217;interno della campagna siriana che avvenne subito dopo la sconfitta dei pirati. Riguarda un leone, di cui non si conosce il nome. Questa fiera viene raffigurata in ogni rappresentazione monumentale sempre davanti al re, e insieme alla guardia reale degli Shardana, proprio durante la battaglia di Kadesh. Considerando la poca ascendenza tradizionale di questo animale nella cultura egizia, si pensa, quasi con certezza, che il leone affiancò realmente Ramesse II nella battaglia di Kadesh, proprio nella sua guardia personale.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">In seguito a Kadesh e alla campagna siriana, Ramesse II tornò in patri per leccarsi le ferite e lasciare la Siria in mano agli Ittiti con cui proclamò una tregua subito dopo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questa tregua permise al re di avvicinarsi ad altre zone interessanti, zone arabe dove capeggiava Gerusalemme e la prima città di Gerico. Grazie agli scontri vittoriosi del figlio nel Moab (23) e alla congiunzione del suo esercito con quello del padre, le due importanti città vennero schiacciate e rese utili alla questione egizia.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo successe in soli sette anni.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il suo lungo periodo di regno, ovvero i successivi 60 anni, vennero contraddisinti da un eterno periodo di mantenimento del regno, dedicandosi a potenziare utleriormente quello che aveva già, limitandosi a salvaguardare le casse, a pianificare politiche paci con i più grandi imperi e ad annettere quelle piccole limitrofe regioni che potevano essere annesse senza sforzo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Oltre ad avere avuto una quantità indefinità di mogli, anche se si pensa possa averne avute una ventina, Ramesse II ebbe almeno 100 figli che diedero ampio respiro alla sua conquista e ai mantenimenti delle varie regioni.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I più importanti risultano essere Amon-her-khepshef (24), il primogenito avuto con Nefertiri che partecipò e morì nella battaglia di Kadesh, Khaemwaset (25), anch&#8217;esso presente a Kadesh e considerato uno dei più grandi pensatori dell&#8217;antico Egitto che si dedicò alle cariche religiose, Ramesse jr. (26), primo figlio di Isinofret e successivo erede dopo la morte del primogenito, ma entrambi morti prima della dipartita del padre e infine Merenptah (27), che fu il successore alla morte di Ramesse II.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La parabola ascendente dell&#8217;Egitto coincide dunque con la longeva reggenza di Ramesse II che vide morire oltre al suo primogenito decine di figli, prima che Osiride (28) lo reclamasse.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Grazie alla mummia recuperata dalle tombe egizie, possiamo anche descrivere quasi con certezza le caratteristiche fisiche del re.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La fisionomia principale del re viene data, grazie anche ai resoconti clinici tramandati fino ai giorni nostri, dalle continue malattie deformanti che colpirono Ramesse II. Infatti, se prima si poteva azzardare a pensare che il re fosse alto 1.80 cm, ora si può dire che la sua figura fosse nettamente più alta, vista la sua deformata colonna vertebrale, schiacciata sotto la malattia.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Aveva i capelli rossi, caratteristica molto rara nel suo popolo, un naso adunco e sottile, un ovale schiacciato, ma una possente e larga mascella. Tutte queste caratteristiche sono state anche riscontrate sia nel padre, sia nel figlio successore al trono. A causa delle sue malattie, comandava il suo esercito aiutato da un bastone.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Anche la persona di Ramesse veniva descritta nei documenti, facendo trapelare una persona oltremodo coraggiosa, quasi sfacciata, che forse spiega la sua scarsa vena tattica, atta a comandare un esercito sfilacciato che si aggirava per i territori nemici, nonostante il suo grande acume strategico. Oltre alla sua scarsa propensione al campo di battaglia, Ramesse II era anche un uomo di basso carisma, incapace di tenere a freno le sue truppe quando il pericolo si faceva imminente o quando si doveva attaccare.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La sua vita termina nella vecchiaia, alla veneranda età di 84 anni. La tradizione vuole che la figura di Ramesse II fosse la stessa che subì le dieci piaghe d&#8217;Egitto per mano di Mosé (29), anche se gli studiosi credono sia più utile attribuire al figlio successore, Meremptah, l&#8217;immagine biblica, anche se fu proprio il re egizio a determinare l&#8217;ira trovata nell&#8217;Esodo.</p><h3 lang="it-IT" align="JUSTIFY">Muwatalli II</h3><p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6115" title="Muwatalli II" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Muwatalli-II.jpg" alt="Muwatalli II" width="500" height="729" /></em><br /> <em>Roccia raffigurante Muwatalli II</em></p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Figlio del precedente sovrano, Mursili II (30), e di una concubina, Muwatalli II, fu uno dei maggiori esponenti della sua dinastia e di tutto il popolo ittita, mettendosi in luce non solo per le sue abilità, ma anche per le sue idee e per la politica espansionistica propugnata dal padre.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Purtroppo, di questo improtante personaggio storico, non si sa molto, soprattutto riguardo alle cronologie che caratterizzarono la sua vita.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Si sa soprattutto quanto regnò, dal 1295 a.C. al 1272 a.C., e probabilmente salì al trono ad un&#8217;età relativamente giovane, all&#8217;incirca a vent&#8217;anni, a seguito della dipartita del padre. Probabilmente quindi nacque intorno al 1185 a.C..</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La sua ascesa viene caratterizzata subito da una propensione alla stabilità economica e sociale. Appena divenuto sovrano spostò la capitale dell&#8217;Impero a Tarhuntassa (31), più vicina ai territori siriani, dove aveva già in mente di espandersi e affrontare poi gli egizi. Lasciò quindi Hattusa (32) che comunque rimase un&#8217;importante città dell&#8217;Impero che affidò al fratello minore Hattusilli III che divenne governatore.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Gli intenti di Muwatalli II erano dunque chiari. Il suo popolo cominciò subito a vedere il suo carattere, forte, rozzo, poco avvezzo alle gentilezze, ma estremamente astuto.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Dopo essersi sposato ebbe da almeno tre mogli di cui non si conoscono i nomi), almeno cinque figli, ma solo due, Urhi-Teshup (33), successore del padre, e Kurunta (34), governatore di Tarhuntassa durante il regno dello zio Hattusilli III, che aveva deposto Urhi-Teshup.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Le impronte strategiche, politiche, economiche, espansionistiche, edilizie, dettate da questo sovrano, forse il più importante dell&#8217;Impero ittita, rimangono salde anche ai giorni nostri.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Va ricordato inoltre, tralasciando la battaglia di Kadesh percui molti lo esaltano, anche per una questione che riguarda una città, Troia (35), conosciuta e menzionata da molti. Proprio con il sovrano della città, Alaksandu (36), con il quale stipulò un trattato che prevedeva la resa e la subordinazione dello stesso.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Nonostante la durata del regno del suo antagonista e le opere architettoniche che ha lasciato, Muwatalli II, si può dire senza indugio, che in quanto a comandante, risulta essere migliore sotto diversi aspetti, rispetto al nemico egiziano. Anche se durante la battaglia di Kadesh, viene meno alla sua caratura militare.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Muore di malattia, una malattia sconosciuta che lo aveva logorato per anni e anni.</p><h3 lang="it-IT" align="JUSTIFY">La battaglia</h3><p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6116" title="battaglia di Kadesh2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/battaglia-di-Kadesh2.jpg" alt="battaglia di Kadesh" width="600" height="279" /><br /> Rappresentazione muraria della battaglia di Kadesh. In grande Ramesse II.</em></p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Come già detto i vari documenti, soprattutto quelli monumentali approntati da Ramesse II, danno un vasto e preciso, o meglio concettualmente preciso, numero delle forze in campo, con provenienza, collocazione e ogni piccolo dislivello e particolare rintracciato nelle cronache.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La spedizione verso i territori dove Kadesh capeggiava iniziò presumibilmente ad aprile del 1275 a.C. e Ramesse II, dopo avere conquistato senza fatica e perdite la regione di Amurru, lasciandola ancora al re Benthesina, raggruppò nuovamente le sue file e costituì un esercito più folto per affrontare Muwatalli II.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;esercito egiziano solitamente era diviso in quattro corpi, bene divisi equamente, portando anche eventuali mercenari a suddividersi in egual misrua all&#8217;interno dei quattro corpi. In questo caso, per affrontare un esercito ittita nettamente superiore, dovette accorpare un quinto corpo nel suo esercito, distribuendo più uomini di patria nei quattro corpi iniziale, tenendo le forze base dei mercenari sempre nei quattro corpi e creandone uno più grande con forze sottomesse, esterne al regno.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Quindi, subito dopo Amurru, l&#8217;esercito di Ramesse II venne così costituito e ognuno dei cinque corpi venne suddiviso con altrettanti stendardi, aventi come emblemi quattro divinità care al re e quello mercenario senza divinità per ragioni puramente pratiche. Inoltre ognuno dei cinque aveva un suo nome preciso, la sua provenienza e costituzione e chi lo aveva costituito, in modo da rendere l&#8217;organizzazione più semplice.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ogni corpo principale era suddiviso numericamente così: 1900 soldati delle truppe egiziane, in prevalenza arcieri, più 2100 mercenari, in prevalenza pirati Shardana, accorpati all&#8217;esercito e pilastro dello stesso come guardia reale.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il quinto gruppo invece, veniva presentato così: 1600 Qeheqs (37), 880 Nubiani (38), ottimi arcieri temuti e rispettati in tutto il mondo, 100 Mashuash libici (39) e 520 pirati Shardana che risultavano in esubero, ovviamente scandagliando i migliori nei quattro gruppi principali.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Togliendo i primi due che facevano parte da tempo dell&#8217;esercito tradizionale egiziano, ormai consolidato da molte battaglie, il primo costituito a Tebe, con l&#8217;insegna di Amon, e il secondo ad Heliopolis con l&#8217;effige di Ra, gli altri tre erano stati approntati tutti dalle migliorie di Ramesse II.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il corpo di Seth (40), approntato nella capitale Pi-Ramesse, era stato creato un po&#8217; per ripicca nei confronti dei sacerdoti di Amon (mettendo l&#8217;effigia del Dio dei morti), un po&#8217; per rinverdire il credo secondo cui Seth fosse il dio delle tempeste e dei guerrieri. Il quarto ponente l&#8217;effige di Ptah (41) e creato a Menfis e il quinto, costituito solo da mercenari, presumibilmente costituito a Nearin, completavano l&#8217;esercito degli Egizi composto da 20.000 uomini.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Infine, a rafforzare le aspettative del popolo egizio, l&#8217;arma principale dell&#8217;esercito di Ramesse II, i carri (42), stimati in un numero di 2500, temuti e rispettati, ottimi in ogni circostanza che non preveda la pioggia, circostanza in cui sono solo un peso.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">A loro si opponeva la forza superiore degli Ittiti, che a favore avevano ben 30.000 soldati. Come l&#8217;esercito egizio è stato descritto con dovizia di particolari, anche quello ittita rispecchia una condizione storiografica ottima, spiegando addirittura ogni regno che ha fornito uomini, la quantità di ognuno, comprensiva di carri e il nome di chi comandava il distaccamento.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;unico problema riguarda però prorpio le fonti. Se nell&#8217;esercito egiziano la quantità degli uomini sembra plausibile, anche se forse si è lesinato nel racconto del poema sui mercenari in aiuto, forse per aumentare il divario tra i due eserciti e giustificare alcune situazioni, in quello ittita il resoconto appare pressapochistico, pompando gli effettivi in campo (infatti nella stesura originale si contavano 40.000 uomini e 3.700 carri) e distribuendo cifre troppo omogenee e ripetitive nell&#8217;elencare le quantità provenienti da ogni regno e facendo pensare che fossero state costruite a doc. Gli storiografi moderni però, completando e redigendo ogni fonte possibile, hanno ritenuto, quasi all&#8217;unanimità, di calcolare l&#8217;esercito ittita in 30.000 fanti e 3.000 carri.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Se però il contingente egizio era diviso in distaccamenti territoriali già collaudati, tralasciando il quinto corpo di mercenari, coadiuvati dai carri, quello ittita sembrava una confederazione, un&#8217;alleanza, come quelle che vennero costituite nel &#8217;900 dalle potenze mondiali, che avevano a capo la potenza più grande, gli Ittiti di Hattusa, dai quali partivano gli ordini.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Oltre ad alleati però, anche nell&#8217;esercito di Muwatalli II erano presenti mercenari, nella maggior parte provenienti dall&#8217;Anatolia e dalle regioni delle coste dell&#8217;Egeo, senza omettere gli Arawana, sicuramente un popolo confinante con la Siria, e i Wilusa, quei troiani, ottimi combattenti, inglobati nel regno.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Fu così, che a capo di 22.500 unità, tra carri, soldati semplici e mercenari, Ramesse II arrivò nei pressi del fiume Oronte (43). Come mossa importante in ogni battaglia che si rispetti, l&#8217;uso egli esploratori era fondamentale, ma l&#8217;abilità del re egizio a volte veniva meno. Intercettato da uno sparuto gruppo di beduini, ramesse venne a sapere che l&#8217;esercito ittita era ancora lontano dalla loro posizione, distante oltre Aleppo, e che quindi kadesh avesse pochi uomini a difenderla. Il contingente del re egizio era ancora sfaldato e le distanze tra ogni reparto non erano adatte ad una battaglia vittoriosa. Nonostante i resoconti degli esploratori che gli riferirono che piccoli contingenti di ittiti si stavano guardando intorno, Ramesse preferì dare ascolto agli esperti esploratori beduini, per altro non facenti parte del suo stuolo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ad aspettarli oltre il fiume però, ai piedi di una bassa collina, già Muwatalli II stava approntando le sue difese, carpito l&#8217;arrivo del nemico.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Fu così che Ramesse decise di prendere la sua guardia reale e il primo corpo di Amon da lui comandato, chiamato “Potere degli archi”, e portarlo oltre le rive del fiume Oronte fino alla piana posizionandosi davanti alla rocca di Kadesh, per poter anticipare ulteriormente la situazione e schierare le truppe sul campo in modo tale da avere vantaggi insperati.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La situazione era questa infine: a mezza giornata (circa dieci chilometri) di viaggio il resto delle truppe egizie, l&#8217;accampamento approntato di fronte alla rocca posizionata sulla parte bassa della collina, alle spalle e a destra il fiume, mentre da sinistra proveniva tutto l&#8217;esercito ittita, che abilmente si era nascosto proprio dietro la rocca di Kadesh, e i carri, ancora oltre il fiume, aspettavano gli ordini per stringere e chiudere l&#8217;avanguardia nemica. Ramesse era caduto quindi nell&#8217;abile trappola di Muawatalli I che probabilmente aveva pagato i beduini della zona per diramare informazioni false sulla loro posizione.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Posizionatosi quindi con l&#8217;accampamento, Ramesse pensava di avere la vittoria in pugno. Conosceva l&#8217;esatto numero del contingente nemico e conosceva la sua ubicazione, anche se falsa. Tutto il suo esercito avrebbe fatto in tempo ad arrivare alla piana, disporsi e conquistare una facile vittoria. Questo se veramente Muwatalli II fosse stato ad Aleppo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Muwatalli era diviso in due zone. La prima, la maggior parte dell&#8217;esercito con lui al comando, dietro la città a poco tempo dall&#8217;accampamento approntato dal re egizio, la seconda, ovvero un gran numero di carri, oltre l&#8217;Oronte, ad aspettare il secondo corpo di Ra, chiamato “Abbondanza di valore”, per poi coglierlo alla sprovvista, aspettare che Ramesse uscisse dall&#8217;accampamento per correre in aiuto dei suoi, e impattare poi lo scontro con il grosso dell&#8217;esercito ittita nascosto per distruggere così già la metà del contingente. Tutto questo sembra alquanto strano da parte di Muwatalli II, considerato che avrebbe potuto aspettare ogni contingente senza problemi e per primo sbaragliare l&#8217;accampamento. Purtroppo però, il re ittitia non conosceva la quantità di soldati al servizio di Ramesse II e dovette muoversi di conseguenza.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Proprio come aveva previsto Muwatalli II, la divisione Ra arrivò nei pressi del fiume Oronte. Forse smaniosi di arrivare e congiungersi con il loro re, forse provati dalla marcia veloce che aveva richiesto Ramesse II, forse per il prinicpio di attraversamento del fiume, il secondo corpo era sfaldato, disomogeneo e poco pronto ad un attacco e subì subito l&#8217;iniziativa dei carri ittiti, molto più pesanti e adatti allo sfondamento rispetto a quelli egizi, limitati solo al lancio di frecce, ma molto veloci e abili nello sfaldare le fila nemiche.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La corsa disordinata degli Egizi prese un po&#8217; in controtempo i carri che dovettero fare un&#8217;ampia manovra di accerchiamento per chiuderli e allo stesso tempo poi la possibilità di avere a portata di mano l&#8217;accampamento di Ramesse.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Tutto stava filando liscio, con i carri ittiti che tenevano chiusa la seconda divisione e la spingevano contro l&#8217;accampamento e Muwatalli che, sbucando da dietro la rocca, chiudeva l&#8217;ultimo importante spazio di manovra.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Nonostante la superiorità schiacciante e la carenza di vie di fuga da parte degli Egizi, senza contare lo disperdersi disordinato del corpo di Ra, Ramesse, in fretta e furia aveva approntato una difesa dell&#8217;accampamento molto resistente.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Lo stesso re, presi i cavalli più buoni e legati al suo carro, seguito dagli Shardana che si distinsero in battaglia, e lasciando a difesa del campo la fanteria ausiliaria, intraprese una coraggiosa offensiva all&#8217;interno del cuore nemico, facendo molte vittime e sfaldando i ranghi iniziali. Contando anche che Muwatalli, sempre per prevenire un&#8217;eventuale arrivo di altri alleati, non conoscendo il numero preciso, portò la battaglia ad una situazione di stallo, stallo che in breve si risolse in un rinnovato positivo a favore degli Ittiti.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La difesa di Ramesse e la ritardata vittoria schicciante dei nemici, permisero al corpo di Ptah, di appellativo sconosciuto, e agli alleati di Nearin, di approdare velocemente nel cuore della battaglia.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo intervento prese di sorpresa i carri che vennero presi in mezzo tra due divisioni, tra cui il secondo corpo che vista la situazione favorevole si era ripreso e riaccorpato.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I carri di Muwatalli non avevano spazio di manovra alcuno e vennero annientati quasi senza problemi. Ramesse quindi si poté dedicare all&#8217;annientamento della divisione di Muwatalli che stava per soccombere.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma il re ittita aveva ancora il grosso dell&#8217;esercito da far scendere in campo e dalla sua posizione favorevole, ormai stanziatosi sopra la collinetta, insultato anche dai suoi nemici, non si avvise di un importante varco nello scontro che gli avrebbe permesso di vincere senza problemi.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Inspiegabilmente il re ittita, aspettò prima di colpire definitivamente, situazione che porta a pensare che in quella giornata la visibilità non fosse delle migliori, e fece passare il momento propizio, standosene appollaiato sopra Kadesh.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ramesse intanto faceva valere la sua fama che fino a quel momento restava racchiusa in un leader capace solo di pianificazioni a tavolino e di opere di monumentalizzazione, ora però portando un insolito carisma dettato dalla morte quasi vicina che permise ai suoi uomini di disfarsi della maggior parte del nemico che venne costretto in rotta. Infatti anche i carri vennero depredati e presi, lasciati dai soldati ittiti che tornarono all&#8217;accampamento amico.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La giornata quindi si concluse, segnata da un primo errore di Ramesse e da un secondo errore dell&#8217;antagonista che si era lasciato sfuggire la vittoria.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">A questo momento in poi, gli storiografi manifestano i loro dubbi che si palesano da alcuni fatti alquanto strani.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La prima situazione, quella che vede la vittoria pirrica di Ramesse, per altro poco presa in considerazione, vede i due eserciti scontrarsi il giorno seguente sulla piana, uno di fronte all&#8217;altro, con gli Egizi ad usare anche i carri pesanti dei nemici. La battaglia, cruenta ed eterna, vide alla fine uno sparuto contingente nemico andare in rotta, lasciando un altrettanto sparuto contingente egizio a leccarsi le ferite più che esultare per la vittoria.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La seconda situazione vede una ritirata egizia che, vedendo l&#8217;enormità dell&#8217;esercito nemico ancora in uso a Muwatalli, schieratosi nella piana, e avendo nelle sue file soldati stremati dalla marcia e dalla schermaglia, si ritirò lasciando la vittoria al nemico.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La terza, come detto più accreditata, vede la vittoria abbastanza netta dell&#8217;esercito ittita, che affrontando il giorno seguente il nemico, riuscì ad accerchiare Ramesse e a metterlo talmente alle strette da costringerlo a dileguarsi, salvando quello che gli restava dell&#8217;esercito.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Oltre ai documenti ufficiali che portano a questioni realmente accadute, ci sono anche quelle questioni, puramente religiose ed evocative, che di solito contraddistinguono le vicende soprattutto nell&#8217;era antica.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Una spegazione sul fatto che Muwatalli si sia frenato dall&#8217;attaccare al momento propizio, restando sulla collina, vedeva lo stesso capo impaurirsi di fronte alla figura di Ramesse, che si credeva fosse la reincarnazione di Baal (44), carnefice di centinaia dei suoi uomini. La credenza che fosse sostenuto da tutti i suoi dei, bloccò il re ittita che preferì aspettare un ulteriore momento favorevole.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">C&#8217;è da aggiungere altri due fattori, che infine eclissano l&#8217;ipotesi di una scarsa visibilità: il primo, la malattia di Muwatalli II che da anni lo affliggeva, motivo che minò le sue intenzioni di scendere in battaglia, il secondo, la morte dei suoi due fratelli Hattusilli III e Mittanamuwa (45) comandanti delle divisioni dei carri che affrontarono il secondo corpo e della divisione che attaccò l&#8217;accampamento nemico, ragione che distrusse l&#8217;ardore iniziale dell&#8217;ittita portandolo a rimanere fermo sulla collina.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Quindi ancora si decide quali siano state le condizioni generali che hanno concluso la schermaglia, portando ad optare, come già precisato, verso una vittoria ittita di misura, contando l&#8217;epansione successiva dello stesso Muwatalli.</p><h3 lang="it-IT" align="JUSTIFY">Quello che venne poi</h3><p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6117" title="Abu Simbel" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Abu-Simbel.jpg" alt="Abu Simbel." width="600" height="450" /><br /> Un&#8217;immagine del complesso di due templi di Abu Simbel.</em></p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Nel contesto seguente si può quindi palesare una vittoria ittita. Nonostante le raffigurazioni monumentali che vedono un&#8217;osannata vittoria egizia, nelle varie città dell&#8217;Impero, il trattato che venne stipulato poi mostra una realtà del tutto differente.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Se fosse finita come mostrato nelle cinta murarie e nelle colonne, Ramesse avrebbe potuto portare la sua supremazia anche in Siria, posizionandosi a Kadesh, Amurru e successivamente anche ad Aleppo, o almeno avrebbe potuto pretenderlo.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Invece nel trattato di pace, gli Egizi si vedono scemare definitivamente le speranze di un ampliamento del regno grazie alle tratte commerciali controllate dalla Siria, facendo controllare invece Kadesh agli ittiti e anche Amurru, con Benthesina che ritorna dove aveva iniziato e inoltre facendo ampliare il regno di Muwatalli.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Il trattato prevedeva inoltre un accordo di pace totale e di alleanza nel caso un popolo venisse ad attaccare entrambe le fazioni. In aggiunta, il pericolo del nascente impero assiro, portarono ad una costretta pace da parte dei due imperi che combattendosi avrebbero fatto gli interessi solo della terza potenza assira.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Gli Egizi, in contropartita poterono tranquillamente imperversare nelle zone di Canaan (46) e Palestina, lasciando infine intatto il territorio siriano.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">In seguito, una quarta potenza destabilizzò definitivamente entrambi i regni. L&#8217;arrivo del contingente dei “Popoli del mare” (47) fece sparire dallo scacchiere mondiale l&#8217;impero ittita, privo dell&#8217;abile Muwatalli morto di malattia, e costretto a diatribe interne per il contendersi del trono da parte del fratello Hattusili III, creduto morto in battaglia, ma sopravvissuto alla lotta, e Mursili III, figlio di Muwatalli II, nato con il nome di Uhri-Teshub.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Anche gli Egizi impattarono violentemente contro i cosiddetti “Popolo del mare”, ottenendo della larghe sconfitte e minando molto velocemente la supremazia nei territori conquistati, portata anche dalle due passate guerre che avevano intrapreso. L&#8217;Egitto, dopo l&#8217;arrivo di questi soldati, non si riprese più dagi contiinui attacchi e non arrivò mai alla potenza che lo aveva contraddistinto in antichità, nemmeno quando Cleopatra (48) fece capolino nelle diatribe romane.</p><blockquote><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">“<em>Questi patti sono scritti su tavolette d&#8217;argento del Paese degli Ittiti e del Paese d&#8217;Egitto. Chi dei due contraenti non lo osserverà, mille dei del Paese degli Ittiti e mille dei del Paese degli Egizi, distruggano la casa, la terra, i sudditi. Al contrario, chi osserverà questi patti. Egizio o Ittita che sia, mille dei del Paese degli Ittiti e mille dei del Paese degli Egizi, facciano che egli viva in buona salute e con lui la sua casa, il suo Paese, i suoi sudditi.”</em></p></blockquote><p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Estratto del Trattato di Kadesh, scritto in lingua cladeo-babilonese.<em> </em></p><h3 lang="it-IT" align="JUSTIFY">Note</h3><ul><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">1: un&#8217;opera propagandistica che parte da quattro anni prima della sconfitta di Kadesh, e viene riscontrata in molti monumenti di molte città egizie.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">2: di questa opera non si sa molto, ma si conosce sicuramente il fatto che Ramesse II diede ordine di ocstituirla parecchi anni dopo Kadesh, facendola pervenire fino ai giorni nostri in ben otto copie, sei delle quali in ottimo stato. Copie che hanno permesso agli studiosi di approfondire a pieno la vicenda.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">3: anche questa fonte non ha riscontro cronologico, ma ottiene anch&#8217;essa sette copie marmoree che Ramesse II fece distribuire sui più importanti monumenti delle maggiori città egizie, quali Luxor, Abido, Karnak, Abu Simbel, entro le mura dei rispettivi templi.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">4: il trattato è stato redatto da entrambi i fronti, stipulato per porre la pace tra i due popoli. Questo documento, oltre a descrivere bene alcune vicende dell&#8217;epoca, risulta essere il primo documento di pace attestato della storia. Fu scritto in cladeo, la lingua che veniva utilizzata dai re per approntare le firme. Una sorta di lingua che monitorava con la sua neutralità gli importanti trattati della storia antica.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">5: Avaris, 1297 a.C. &#8211; Pi-Ramesse, 1 settembre 1213 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">6: questa espressione si riferisce per omonimia al re Pirro, che in due diverse occasioni ottenne due vittorie ad un prezzo troppo alto da poter essere colmato, con perdite talmente enormi da far perdere successivamente la guerra al re. Da quel momento viene usata questa frase per evidenziare una vittoria troppo costosa in termini di perdite umane per poter essere considerata una vera e propria vittoria.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">7: la regione merdionale della Siria, dove poi gli Ittiti scesero per espandere il loro dominio.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">8: Gerusalemme, 37 – Roma, 100.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">9: Sesto Giulio Africano; 166 – 240.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">10: Cesarea in Palestina, 265 – 340.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">11: attualmente questa città prende il nome di Ras Shamra.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">12: situata nell&#8217;omonima regione, anticamente era un piccolo regno che comprendeva anche la città di Ugarit, e poi venne drasticamente ristretto ed una piccola regione che comprendeva pochissimi borghi.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">13: di questo re, vassallo del popolo ittita, si sa poco e niente. Si conosce solo il fatto che una volta sconfitto l&#8217;esercito egizio a Kadesh, ritornò a presiedere la città di Amurru, lasciata dalgi egizi per intraprendere la campagna contro gli Ittiti.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">14: non si conosce la data di nascita, ma la data della sua dipartita probabilmente coincide con la salita al trono del figlio nel 1279 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">15: morì intorno al 1258 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">16: Menkheperra Dhutmose; muore nel 1424 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">17: dapprima veniva raffigurato come divinità dell&#8217;aria, poi successivamente elevato a dio guerriero e quindi a Dio universale, finendo per essere assimilato all&#8217;altro dio egizio Ra, sotto il nome di Amon-Ra.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">18: Nefertari Meretenmut; Akhmim, 1295 a.C. &#8211; Abu Simbel 1255 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">19: sorella minore dello stesso reggente, di questa grande sposa reale non si sa niente per quanto riguarda gli estremi cronologici.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">20: nonostante fosse una moglie, dopo Nefertari, amata ed onorata da Ramesse II, di lei non perviene altro se non qualche sparuta curiosità.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">21: questa donna venne prese in sposa da Ramesse II semplicemente e solo per porre fine alla guerra tra Ittiti e Egizi, il classico matrimonio politico.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">22: era costume nell&#8217;Impero egizio, che quando una sposa moriva di morte prematura, il re sposava una delle sue figlie avuta dalla madre defunta. Questo preveniva le eventuali interposizioni dei sacerdoti, in questo caso di Amon, che bramavano il trono. Anche della figlia di Ramesse II non si sa molto. Si conosce solo che sopravvisse alla morte del padre-marito.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">23: regione montuosa situata nella zona costiera del Mar Morto.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">24: 1279 a.C. &#8211; 1254 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">25: 1272 a.C. &#8211; 1216 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">26: 1278 a.C. &#8211; 1228 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">27: Baenra Meriamon Merenptah Hotephermaat; sulla sua nascita ci sono diverse ipotesi, ma la morte si pensa possa essere avvenuta quasi con certezza alla fine della sua carica,avvenuta intorno al 1203 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">28: fu il dio sia degli inferi, sia della fertilità e dell&#8217;agricoltura. Secondo i geroglifici infatti, insieme ad Iside, dea della maternità, rappresentava la civilizzazione del mondo egizio.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">29: nonostante questa figura si presentata in molte culture, i natali di Mosé rimangono ancora un mistero. Alcuni studiosi optano per la versione che lo vede combattere contro il figlio di Ramesse II, altri lo collocano invece, tra cui Erodoto, intorno al 1550 a.C., anche se ora si propende per l&#8217;inverosimiglianza del personaggio. Un&#8217;altra fonte invece lo colloca proprio come appartenente al regno egiziano. Infatti Mosé in lingua egizia significa figlio o discendente, per cui il profeta ebraico dell&#8217;Esodo biblico potrebbe essere affiancato a Ramesse II sia come figlio sia come fratello.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">30: figlio del più famoso Shuppiliuliuma I, muore nel 1295 a.C., ma della nascita non si conosce la data.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">31: il luogo esatto di questa città ancora è sconosciuto, visto che non si sono ancora riuscite a trovare le rovine. Si sa che era a sud di Hattusa.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">32: situatata nell&#8217;attuale villaggio di Bogazkale, nell&#8217;Anatolia centrale, venne riconosiuta come patrimonio dell&#8217;UNESCO nel 1986.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">33: Mursilli III; probabilmente nacque intorno al 1296 a.C. e morì nel 1269 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">34: fratello minore di Mursilli III, nacque probabilmente tre anni dopo, morendo poi nel 1237 a.C., data dell&#8217;inizio del regno del figlio Tudhaliya IV.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">35: ritrovata nel 1871 da Heinrich Schliemann e proclamata patrimonio dell&#8217;UNESCO, questa città, anche chiamata Ilio, risultata essere una tra le più importanti di tutta la storia, grazie agli innumerevoli poemi e racocnti a lei dedicata. Si trova all&#8217;altezza dell&#8217;Ellesponto, entrata nord-ovest della Turchia, a sbocco sul mare.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">36: gli estremi cronologici non si conoscono, ma si sa che fu re del territorio di Wilusa, allora comprendnete la capitale Troia.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">37: questi abili esploratori erano dei beduini dei deserti occidentali e oltre alla fazione egizia, entrarono a far parte anche del contingente ittita e furono proprio loro a dare l&#8217;informazione sbagliata sulla posizione di Muwatalli II.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">38: provenienti dalla Nubia, una regione dell&#8217;Egitto meridionale. Per poter usufruire indisturbati delle enormi riserve d&#8217;oro di quella regione, gli Egizi permisero ai Nubiani di entrare nell&#8217;esercito avendo grandi privilegi sul bottino finale. Nubia infatti, in egizio antico significa appunto “oro”.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">39: occupanti dell&#8217;attuale Libia, erano discendenti dei Primi profeti di Amon, e del regno di Kush che si sviluppò anche nel Sudan e vicino alle foci del Nilo.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">40: soprannominato il Dio del caos, veniva raffigurato con una testa di sciacallo o talvolta anche con quella di capra. In seguito fu definito come il Dio dei morti, il padrone degli Inferi e per qualche tempio minore, il Dio dele tempeste.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">41: raffigurato come un uomo con una lunga barba e avvolto nelle bende funerarie, era il Dio della creazione, degli artigiani, degli architetti, della conoscenza e del sapere. In alcune raffigurazioni veniva infatti dipinto con scalpello e martello.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">42: i carri da battaglia erano gli unici strumenti di combattimento al di fuori dei soldati, che l&#8217;epoca antica si poteva permettere. I carri egizi si contraddistinguevano per due uomini a bordo, un&#8217;auriga e un arciere, e molto veloci si incuneavano nelle fie nemiche per disperderle. Quelli Ittiti, più grossi e possenti, avevano tre uomini, un&#8217;auriga, un arciere e un lanciere, o due lancieri, e impattavano con la loro forza d&#8217;urto verso il nemico, disperdendo maggiormente i soldati. L&#8217;uso di questi carri era anche dipeso dal fatto che ancora i cavalieri non esistevano. Infatti i cavalli, troppo piccoli erano cavalcati soltanto in manifestazioni sportive, dove il fantino si sedeva sulla parte finale dell&#8217;animale.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">43: nasce nell&#8217;attuale Libano, vicino alla città di Baalbek, nome ricavato dal dio egizio, sfocia poi nel Mediterraneo, sospinto da molti affluenti.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">44: citato nel Pentateuco, libro dell&#8217;Antico Testamento, questa divinità, nascente come capostipite delle divinità dei Fenici, si espande fino all&#8217;Egitto come protettore della città di Memphi e in seguito come una delle maggiori divinità del Paese.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">45: di questo fratello di Muwatalli II, non si conosce niente, se non la morte avvenuta nel 1275 a.C. a Kadesh.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">46: territorio antico e espanso che comprendeva l&#8217;attuale Palestina, Libano, Israele e parti minori di Siria e Giordania.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">47: questo popolo era una congregazione di svariati cittadini atti alla navigazione che si unirono per la conquista. Tra di loro ci furono in primis gli Shardana, che divennero anche la guardia reale di Ramesse II, i Lukka, unico popolo che aveva dominio solo sul mare, gli Akawasa, i famosi Achei ovvero i micenei di origine greca, i Tursa, situati nella parte settentrionale dell&#8217;attuale Turchia e parenti stretti degli Etruschi, i Sekeles, che avrebbero creato patrimoniorte della tradizione della Sicilia attuale, i Peleset, i Filistei nominati nella Bibbia, i Tjeker, probabilmente cugini stretti dei Peleset, i Denyen, altro tipo di Micenei provenienti dall&#8217;Anatolia, i Weses, provenienti da Troia quindi dal territorio di Wilusa e i Libu, che si stanziarono in Libia.</div></li><li><div lang="it-IT" align="JUSTIFY">48: Cleopatra VII Thea Philopatore; Alessandria d&#8217;Egitto, 69 a.C. &#8211; Alessandria d&#8217;Egitto, 12 agosto 30 a.C..</div></li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006112_battaglia-di-qadesh.html" data-text="Battaglia di Qadesh" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006112_battaglia-di-qadesh.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006112_battaglia-di-qadesh.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Ampsicora e Hosto</title><link>http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 15:49:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandra Melis</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6102</guid> <description><![CDATA[Luogo: Sardegna Data: 216-215 a.C. Parti coinvolte: coalizione di sardo-punici contro i Romani Esito: vittoria dei Romani La Sardegna era divenuta parte dell’impero romano tra il 238 e il 237 a.C. con la conquista ottenuta dal console Tiberio Sempronio Gracco. Da questo momento l’isola sarà teatro di continue rivolte e sollevazioni antiromane. La principale fonte [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li><div align="LEFT">Luogo: <strong>Sardegna</strong></div></li><li><div align="JUSTIFY">Data<strong>: 216-215 a.C.</strong></div></li><li><div align="JUSTIFY">Parti coinvolte: coalizione di<strong> sardo-punici </strong>contro i<strong> Romani</strong></div></li><li>Esito: vittoria dei <strong>Romani</strong></li></ul><p align="JUSTIFY">La Sardegna era divenuta parte dell’impero romano tra il 238 e il 237 a.C. con la conquista ottenuta dal console Tiberio Sempronio Gracco. Da questo momento l’isola sarà teatro di continue rivolte e sollevazioni antiromane.</p><p align="JUSTIFY">La principale fonte storica che ci parla della battaglia di <strong>Ampsicora</strong> (o <strong>Amsicora</strong>) e il figlio <strong>Hosto</strong> (o <strong>Osto </strong>o<strong> Josto</strong>) contro i Romani è l’opera di <strong>Tito Livio </strong>“<em><strong>Ab urbe condita</strong></em>”, il quale però si rifà all’annalista Valerio Anziate (si ricorda però che quest’ultimo era una fonte di parte in cui si trovano dati e numeri in favore della potenza romana).</p><p align="JUSTIFY">Ampsicora, come riporta l’opera, era un grande latifondista sardo-punico. Altro personaggio importante nella vicenda è Annone, un uomo cartaginese definito come il fomentatore della rivolta in Sardegna.</p><p>La battaglia si inserisce nel più ampio scenario della seconda guerra punica, che vedeva impegnati gli eserciti romani contro quelli cartaginesi per il dominio del Mediterraneo e conseguentemente delle terre che vi si affacciavano. Dopo che intanto Annibale aveva valicato con successo le Alpi (218-202 a.C.) e aveva ottenuto anche una strepitosa vittoria a Canne (216 a.C.), si svilupparono le condizioni ottimali per la riconquista cartaginese della Sardegna.</p><p><a href="http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html/battaglia-di-ampsicora-e-hosto" rel="attachment wp-att-6103"><img class="alignnone size-full wp-image-6103" title="Battaglia di Ampsicora e Hosto" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Battaglia-di-Ampsicora-e-Hosto.jpg" alt="Battaglia di Ampsicora e Hosto" width="600" height="367" /></a><br /> Situazione del Mediterraneo nella II guerra punica; in arancio le zone di pertinenza punica in giallino quelle romane. I centri in nero sono quelli toccati da questo racconto.</p><p align="JUSTIFY">Le grandi isole del Mediterraneo erano effettivamente strategiche per la loro dislocazione, erano anche una buona base per i commerci oltre che per il controllo del mare necessario alle due potenze in gioco. Dal momento della conquista romana la Sardegna era stata sottoposta al pagamento di pesanti tributi e la situazione era diventata insostenibile per gli abitanti. Varie rivolte si erano sollevate nel 236 e 235 a.C., una successiva aveva occupato il biennio dal 234 al 232 e ancora una successiva nel 231 a.C.</p><p>I capi della comunità sarda decisero nel <strong>215 a.C.</strong> di rivolgersi <strong>a Cartagine</strong> per fare il punto della situazione e chiedere aiuto per liberarsi del dominio romano che li opprimeva. Sottolinearono anche che la presenza romana nell’isola si riduceva ad un’unica legione. I Punici decisero quindi di dividere il proprio esercito: una parte (la più numerosa) andò in soccorso ad Annibale che era in Spagna e che rischiava di subire pesanti sconfitte e una parte, composta da <strong>sessanta navi</strong>, venne inviata in Sardegna e guidata da Asdrubale il Calvo.</p><p align="JUSTIFY">Dal racconto di Tito Livio sappiamo che le navi romane attraccarono nella città di <em><strong>Carales</strong></em><strong> </strong>(Cagliari). Le navi puniche in aiuto alla Sardegna partirono da Cartagine alla volta della parte centro-occidentale dell’isola dove era nata la rivolta. Visto che il centro di Carales era rimasto fedele ai Romani si dovette allungare la rotta verso occidente ma una <strong>tempesta</strong> impedì il loro arrivo in Sardegna e le navi puniche si dovettero rifugiare in un porto delle isole Baleari, forse quello dell’attuale cittadina di <strong>Mahón </strong>a Minorca.</p><p align="LEFT">Il centro della rivolta era, a quanto ne sappiamo, nella zona intorno alla città di <strong>Cornus</strong>. Quest’ultima era un insediamento punico nato nel IV sec. a.C. il cui abitato venne creato sull’altopiano di <em>Campu</em> <em>‘e Corra</em>, mentre l’acropoli si trovava sul colle di Corchinas.</p><p align="LEFT">Intanto l’esercito romano guidato da <strong>Tito Manlio Torquato</strong>, sbarcato a Cagliari riuniva anche le truppe di stanza nell’isola, anche se il loro numero doveva essere esiguo e fece quindi immediatamente partire la battaglia contro i ribelli sardi e i punici che li appoggiavano. L’esercito giunto in Sardegna era composto probabilmente da 22.000 fanti e 1200 cavalieri.</p><p align="LEFT">In pochi giorni le truppe romane arrivarono nell’oristanese in cui era il fulcro della rivolta, appunto individuato nel centro di Cornus, ed attraversarono tutto il Campidano (la pianura alle spalle di Cagliari) senza ostacoli perché la flotta punica, che doveva arrivare in aiuto dei Sardi e dei Punici, non era ancora giunta in Sardegna a causa della tempesta.</p><p align="LEFT">Tito Livio narra anche che Ampsicora, non vedendo le truppe amiche arrivare, decise di recarsi dai “<em>Sardi Pelliti</em>” (come dice Livio) e chiedere aiuto, mentre il figlio Hosto venne lasciato al controllo del campo fortificato nell’area di Cornus.</p><p align="LEFT">Con questo atto Ampsicora voleva tentare di far collaborare le popolazioni interne dell’isola (con un’economia prevalentemente pastorale e rimaste indipendenti rispetto al potere punico) con le città sardo-puniche della costa (più aperte con una dedizione per i commerci), centri che erano quindi divisi da interessi diversi.</p><p align="LEFT">Intanto l’esercito romano giunse nell’area cornuense e invitò <em><strong>Hosto </strong></em>a partecipare allo scontro. Il giovane decise di accettare ma, dopo una sanguinosa battaglia, fu pesantemente sconfitto. Morì un numero elevatissimo (forse 3000 persone) mentre i superstiti fuggirono e si rifugiarono a Cornus. Evidentemente il numero notevolmente superiore dei soldati dell’esercito romano aveva sbaragliato le forze riunite da Ampsicora, una vincita dovuta anche alla scarsa esperienza del giovane Osto.</p><p align="LEFT">Intanto la flotta punica partita dalle Baleari giunse in Sardegna, si pensa nel porto di <strong>Tharros</strong>, perchè Cornus non disponeva di un bacino portuale. Manlio Torquato, visto il cambiamento della situazione, decise di ripiegare verso Cagliari e in tal modo fu possibile per Asdrubale il Calvo riunire il proprio esercito con quello scampato alla prima sconfitta a cui si erano unite le truppe indigene raccolte da Ampsicora.</p><p align="LEFT">Manlio Torquato voleva bloccare le devastazioni e i saccheggi che Asdrubale e Ampsicora compivano nei centri amici di Roma nella discesa verso Cagliari.</p><p align="LEFT"><a href="http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html/ampsicora" rel="attachment wp-att-6106"><img class="alignnone size-full wp-image-6106" title="Ampsicora" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/10/Ampsicora.jpg" alt="Ampsicora " width="300" height="342" /></a><br /> Ampsicora poco prima della morte.</p><p align="LEFT">I primi scontri portarono successi alterni ma la vera battaglia avvenne nel Campidano, forse in una zona non molto lontano da <em>Carales</em>. Le truppe sardo-puniche furono presto sbaragliate; stando a ciò che racconta Livio, morirono 12.000 uomini tra Sardi e Punici.</p><p align="LEFT">Effettivamente i Sardi non erano abituati a combattimenti regolari per cui furono i primi a cadere. Nella stessa battaglia morì Josto e a seguito della notizia il padre Amsicora decise di togliersi la vita in segreto per non essere bloccato in questo gesto estremo.</p><p align="LEFT">I superstiti che intanto si erano rifugiati a Cornus furono costretti alla resa e la città venne conquistata in breve tempo dai Romani.</p><p align="LEFT">Torquato ritornò quindi a <em>Carales</em> con l’esercito ed insieme a frumento, prigionieri e denaro s’imbarcò per Roma dove comunicò la presa della Sardegna. Il suo successo non ebbe grandi trionfi perché Roma era sempre impegnata nella guerra con Cartagine e questo non permetteva entusiasmi.</p><h3 align="LEFT">Riferimenti bibliografici</h3><ul><li><div align="LEFT">- F. C. Casula, <em>Breve Storia di Sardegna</em>, Sassari 1994, pp. 39-42.</div></li><li><div align="LEFT">- P. Meloni, <em>La Sardegna romana</em>, Sassari 1990, pp. 43-69.</div></li><li><div align="LEFT">- R. Zucca, <em>La dominazione romana (238 a.C.-476 d.C.)</em>, in <em>La Sardegna, tutta la storia in mille domande</em> (a cura di) Manlio Brigaglia, Moncalieri 2011, pp. 29-54.</div></li></ul><h3 align="LEFT">Link utili</h3><ul><li><div align="LEFT"><a href="http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_39_20060403172841.pdf" target="_blank">http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_39_20060403172841.pdf</a></div></li></ul><p align="LEFT">Immagini tratta dal sito:</p><p align="LEFT">Fig 1. <a href="http://www.contusu.it/immagini-di-sardegna/297-amsicora-il-capo-dei-sardi-pelliti">http://www.contusu.it/immagini-di-sardegna/297-amsicora-il-capo-dei-sardi-pelliti</a></p><p align="LEFT">Fig. 2 <a href="http://www.territorioscuola.com/wikipedia/?title=Portale:Cartagine">http://www.territorioscuola.com/wikipedia/?title=Portale:Cartagine</a></p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html" data-text="Battaglia di Ampsicora e Hosto" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006102_battaglia-di-ampsicora-e-hosto.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia dei Campi Catalunici</title><link>http://www.archeoguida.it/006069_battaglia-dei-campi-catalunici.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006069_battaglia-dei-campi-catalunici.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Sep 2011 15:27:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6069</guid> <description><![CDATA[Luogo: Châlons-en-Champagne, vicino a Troyes Data: 20 giugno 451 Eserciti: Romani e Unni Esito: Vittoria romana Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio; Francesco Borgani, 1614. La battaglia svoltasi presso la pianura della regione settentrionale della Francia, risulta essere uno di quegli eventi che sanciscono spaccature profonde nell&#8217;itinerario della storia fino [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li>Luogo: <strong>Châlons-en-Champagne</strong>, vicino a Troyes</li><li>Data: <strong>20 giugno 451</strong></li><li>Eserciti: <strong>Romani</strong> e <strong>Unni</strong></li><li>Esito: <strong>Vittoria romana</strong></li></ul><p><em><img title="Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Incontro-di-Papa-Leone-I-con-Attila-alle-foci-del-Mincio.jpg" alt="Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio" width="600" height="357" /></em><br /> <em>Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio; Francesco Borgani, 1614.</em></p><p>La battaglia svoltasi presso la pianura della regione settentrionale della Francia, risulta essere uno di quegli eventi che sanciscono spaccature profonde nell&#8217;itinerario della storia fino ai giorni nostri; dei punti di non ritorno, possiamo dire, che segnano indelebili le vicissitudini future e le tradizioni che ancor oggi ci vengono presentate.</p><p>La documentazione su questo scontro è relativamente vasta, ma il nome dei documentaristi latini, scrittori ed evidenziatori delle vicende tra Romani ed Unni, vengono meno, lasciando solo il nome del console bizantino Giordane (1), che partecipò attivamente alle questione politiche successive alla contesa, donando ai posteri elucubrazioni valide e descrizioni esaustive.</p><p>Si racconta che prima delle schermaglie, i due eserciti si siano fatti alleati importanti, provenienti da tutta Europa e da ogni estrazione.</p><p>Il generale Ezio (2), detto il “Terrore dei barbari”, chiamato così proprio a seguito dell&#8217;importante vittoria, aveva dalla sua parte, anche grazie alle sue innumerevoli vittorie in tutta Europa, Alani (3), Burgundi (4), Franchi Salici di Meroveo (5), Sassoni armoricani (6), Visigoti, e un piccolo contingente di Unni. Mentre Attila (7), il famoso “Flagello di Dio”, contava tra le sue file, oltre ovviamente agli Unni fedeli alla patria, i temibili Ostrogoti del comandante Walamir (8), e i meno conosciuti Gepidi (9), del re Ardarico (10).</p><p>Questa battaglia infatti, come si denota dai contingenti alleati dell&#8217;una e dell&#8217;altra fazione, trovano un collocamento assai importante all&#8217;interno degli eserciti stessi, tanto da essere risolutivi per l&#8217;esito finale.</p><p>Proprio con Ezio infatti, l&#8217;assembramento di nuove reclute al suo compatto stuolo di legionari e pretoriani, riformula definitivamente il concetto militare a cui Roma era fedele. Un organico fatto di soli soldati romani venne surclassato dal nuovo piano bellico mostrato dal generale che fonde la tattica e la disciplina romana, sempre stabile ed efficiente nei secoli, alla furia e forza dei barbari, unico tassello mancante ad un ingranaggio di per sé già oliato.</p><p>Attila d&#8217;altro canto, nonostante un alleato di tutto rispetto, non poté far altro che soccombere alla bravura strategico-bellica del suo antagonista principale, mostrando però la sua capacità, diversificata dal resto dei comandanti del suo popolo, di adattarsi sempre e comunque ad ogni nemico paratosi davanti.</p><p>Giordane ripercorre tutto il tragitto percorso dai due comandanti fino al punto in questione, passando per la guerra aperta tra Attila e i Visigoti, scatenata dal re dei Vandali (11) Genserico (12), seguendo l&#8217;ascesa dell&#8217;imperatore Marciano (13) al potere dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Oriente, forte propugnatore della guerra contro gli Unni con i quali smise di avere quei residui legami, arrivando al pretesto dell&#8217;invasione della Gallia da parte del capo unno, per non avere ricevuto in sposa Onoria (14), da suo fratello Valentiniano III (15), imperatore dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente.</p><p>Oltre ad Attila, Ezio, Valamir, Ardarico, Marciano, Genserico e Onoria, ci sono altre figure da tenere in considerazione in questa grande battaglia campale.</p><p>Teodorico I (16), re dei Visigoti, era stato recentemente battuto dallo stesso Ezio in una breve campagna nel regno di Tolosa. Successivamente a questi scontri, Tedorico I, insieme ai figli Torimondo (17) e Teodorico II (18), marcò dalle sue terre per andare incontro al generale romano e offrirgli il suo aiuto, considerando che le forse a disposizione di Ezio erano esigue e mal equipaggiati, trattandosi quasi esclusivamente di tribù nomadi sottomesse alla potenza di Roma.</p><p>In seguito anche Sangibaldo (19), re degli Alani, si mosse per la stessa ragione, ma per un motivo completamente diverso: infatti Ezio, per paura di qualche coalizione tra Alani e Unni, costrinse i primi a dare servizio nelle sue file.</p><p>Insomma, nel contesto bellico, si hanno due universi completamente diversi, intaccati da piccoli mondi molto simili che unendosi danno vita ad una battaglia omogenea tra tribù provenienti da ogni zona dell&#8217;Europa, con qualche sparuta aggiunta di eserciti ben collaudati.</p><h3>Ezio, l&#8217;ultimo dei Romani</h3><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6071" title="Ezio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Ezio.jpg" alt="Ezio" width="150" height="349" /></em><br /> <em>Ezio, il generale romano</em></p><p>La storia di Ezio, generale arguto e competente dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Oriente, nasce da uno scambio tra l&#8217;impero stesso e i barbari. Lo scambio consisteva in un tributo fisico, una garanzia per i barbari da parte dei Romani, per ottenere una continua fornitura di truppe dalle tribù apparentemente sottomesse.</p><p>Poco importa, visto che suo padre Gaudenzio (20), generale romano, era di origine gotica, appartenente a quelle tribù, diverse però per cultura, a cui Ezio era stato affidato all&#8217;età di cinque anni.</p><p>Il futuro generale romano trascorse gran parte della sua infanzia sballottato tra i clan maggiori, tra cui i Visigoti di Alarico I (21), con cui Roma aveva importanti scambi pecuniari.</p><p>In seguito alla morte di Onorio (22), figlio dell&#8217;imperatore Teodosio I (23), la situazione per la supremazia a Roma si era definitivamente scatenata, sancendo di fatto la spaccatura tra Oriente ed Occidente ed Ezio proprio in mezzo.</p><p>Tra la salita al potere di Valentiniano III, con a manovrare le redini la madre Galla Placidia (24), e la tensioni con il nuovo sovrano di Costantinopoli Teodosio II (25), la guerra era alle porte e il generale Ezio, insieme al padre, poteva quindi dimostrare di che pasta era fatto.</p><p>Fu subito insignito della carica di <em>comes domesticorum </em>(26), visto che il padre morì ben presto in Gallia, e mandato ad arruolare gli Unni, dove da giovane aveva soggiornato, imparando cultura e tattiche dagli stessi, per combattere la guerra civile che si era profilata. Tornato, tutto era concluso e cominciò la sua marcia vittoriosa in tutta Europa, sotto i nemici che voleva sconfiggere che però preferivano averlo con loro piuttosto che giustiziarlo.</p><p>Anzi, vedendo tutte le clamorose vittorie protratte nel tempo da Ezio, Valentiniano III presto gli diede in mano il comando supremo dell&#8217;esercito imperiale con il conseguente titolo di <em>magister militium praesentialis</em> (27).</p><p>Fu solo grazie alla sua astuzia, non solo in campo militare, ma anche in quello politico, a garantirgli salva la vita nonostante i tentativi di Galla Placidia per assassinarlo. Sbaragliò ogni tentativo di omicidio, anticipando le mosse dei suoi sicari. Rassegnata, Galla Placidia, consegnò anch&#8217;essa, per un intero ventennio, l&#8217;esercito ad Ezio, uomo troppo raro e competente per essere perseguitato da assassini.</p><p>Fu così che iniziò la campagna di Ezio per arginare le continue scorribande barbare attraverso tutto l&#8217;Impero, incontrando infine quell&#8217;Attila che tanto aveva dimostrato la sua ferocia e abilità.</p><p>La sua permanenza nelle corti barbare, come ostaggio, facevano di lui un profondo conoscitore della cultura e dei movimenti di ogni tribù e completato dalla sua efficienza marziale, gli fecero ottenere numerosissime vittorie contro i suoi antagonisti.</p><p>In seguito alla morte di Attila, ormai non più necessario all&#8217;Impero Romano, Ezio venne ucciso dalle mani di Valentiniano in persona, troppo orgoglioso per permettere che la figlia sposasse il figlio, dando di fatto la sovranità a Ezio.</p><p>L&#8217;Impero dunque, finita l&#8217;epopea del generale romano, non durò che pochi anni.</p><p>Un ultima nota riguarda proprio la caduta dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente, avvenuta nel 476, che da ad Ezio il soprannome di “Ultimo dei Romani”, ovvero l&#8217;ultimo di quegli uomini che riuscirono a competere con i grandi generali del passato, snobbando di fatto quelli che avevano poi traghettato lo Stato verso al sua fine.</p><h3>La parabola discendente di Attila</h3><p><img class="alignnone size-full wp-image-6072" title="Attila" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Attila.jpg" alt="Attila" width="600" height="548" /><br /> <em>Attila</em></p><p>Parlare di parabola discendente, affiancando il termine ad uno dei condottieri della storia più osannati, rivisitati in chiave letteraria e cinematografica e temuti nell&#8217;era in cui combatteva, sembra quasi ridicolo, ma dall&#8217;arrivo di Ezio al comando dell&#8217;esercito imperiale romano, Attila comincia una lenta, ma inesorabile disfatta che si concluderà poi con la sua morte.</p><p>Attila, figlio di Mundzuk (28) fu uno dei pochi uomini della storia a poter dire di essere riuscito ad unificare sotto un&#8217;unica bandiera molte tribù barbariche di diversa cultura, indottrinandole alla cultura militare, cultura per altro sconosciuta; l&#8217;unica concezione bellica rimaneva il furore e l&#8217;attacco diretto forte del numero.</p><p>Attila era un uomo ambizioso e questo si poteva denotare da una mossa palese, ma allo stesso tempo azzardata. In seguito agli inizi di una campagna contro i Burgundi, e poi contro i popoli limitrofi, Attila, per preservare le sue truppe e scatenarle in seguito verso la <em>pars orients</em> dell&#8217;Impero Romano, decise di ritirare da quelle zone tutto il suo contingente. La ragione era chiara. In quelle popolazioni, la situazione<br /> non permetteva un accumulo di ricchezze tali da sacrificare molte truppe e le risorse delle terre erano poche. In contrapposizione, Oriente, proponeva una soddisfazione in termini di conquista, sia sul piano economico, sia su quello puramente glorioso.</p><p>Ovviamente i due obbiettivi erano sostanzialmente su due piani diversi, ma quello che Attila aveva fatto vedere fino a quel momento, ingaggiando spesso e volentieri schermaglie con Ezio battendolo in numerose circostanze, era sicuramente un punto d&#8217;inizio valido per la conquista definitiva.</p><p>Inoltre, quando iniziò la campagna di inglobamento dei popoli barbari, il fratello Bleda (29), altro temuto combattente, lo aveva accompagnato nelle varie scorribande, portando sulla bocca di tutti il valore incontrastato dei due fratelli. Ma Bleda non era d&#8217;accordo sulla politica espansionistica e sull&#8217;ambizione del fratello.</p><p>Attila, dopo aver raggiunto le linee nemiche dell&#8217;Impero di Teodosio II, costrinse il sovrano a chiedere una tregua, a delle pretese che evidentemente all&#8217;unno non piacquero. Infatti Attila, decise di ignorare quelle richieste e si inoltrò ancora più in profondità, andando perfino ad ingaggiare battaglia a Costantinopoli. Teodosio, in quella sfavorevole circostanza, non potè far altro che accettare la pace e le condizioni pretenziose del barbaro.</p><p>Fu proprio in quel momento che Bleda, intimoritosi sulla situazione, decise di parlare faccia a faccia col fratello. La situazione vedeva le zone conquistate da Attila, difese da ben poche armi e le possibilità di prendere definitivamente Costantinopoli, un azzardo troppo grande anche per il fratello. Attila però, troppo ambizioso per poter perdonare la sua stessa famiglia, uccise a sangue freddo Bleda e ricominciò la sua tremenda avanzata. La famosa cavalcata di Attila, spunto per la frase “Dove passava lui, non cresceva più l&#8217;erba”.</p><p>Le mire di Attila, erano sì Costantinopoli, ma non era uomo frettoloso e incapace. Decise infatti, una volta arrivato nei pressi dell&#8217;immensa fortificazione, di fare terra bruciata attorno ai vari insediamenti, tagliando di fatto ogni rifornimento per la città principale. Attila arrivava in una città, villaggio o insediamento, trucidava ogni soldato al suo interno e poi radeva al suolo il luogo, bruciando persino ogni risorsa naturale subito vicino. Si dice che in questo modo l&#8217;unno abbia raso al suolo ben settanta dislocamenti di Teodosio II, compreso un contingente numeroso che Attila sterminò con estrema facilità.</p><p>Sembrava essere tutto fatto per il barbaro, ma non aveva fatto i conti con il ritorno di Ezio, convinto a pieno di porre fine a quelle violente scorribande che stavano minando la supremazia dell&#8217;Impero.</p><p>Da quel punto, l&#8217;egemonia di Attila subì un&#8217;inversione di tendenza. Gli scontri con Ezio si facevano più intensi, e la furia che contraddistingueva il popolo unno, era stata lentamente stremata dalle continue lotte con l&#8217;esercito imperiale. Una continua e lunga campagna aveva minato la convinzione del suo popolo e la stanchezza ora si faceva sentire. In più la tattica di Ezio era chiara. Mirare direttamente alle parti deboli, proprio come aveva fatto lo stesso Attila durante l&#8217;avvicinamento a Costantinopoli. Ezio partiva, caricava diretto verso l&#8217;obbiettivo, e sbaragliava il nemico.</p><p>Attila era messo alle strette, ma ancora aveva assi nella manica da giocare. Il suo obbiettivo era radere al suolo le città dei mercenari assoldati da Ezio, facendo in modo di indebolire considerevolmente il contingente del romano. Infatti l&#8217;esercito di Ezio era composto in gran parte proprio da barbari.</p><p>Puntò dritto su Orleans, dove gli Alani, incaricati da Ezio, stavano difendendo la città. Ma gli Alani ormai erano stati addestrati a dovere alle tattiche unne e riuscirono a tenere la città, in attesa dell&#8217;arrivo di Ezio con i resto del contingente. Attila, svincolandosi all&#8217;ultimo momento da una morsa fatale tra città e esterno, deviò sulla pianura di Champagne e quindi sui Campi Catalunici, dove infine perse.</p><p>Dopo essere sfuggito, grazie a liti interne all&#8217;esercito nemico, provò degli innocui assalti in Italia, ma senza successo e quindi tentò a sorpresa, di conquistare Roma, per essere consacrato come il condottiero più forte della storia.</p><p>In seguito alla sconfitta, coadiuvata dalla carenza di risorse, Attila tornò in Pannonia, ancora convinto di poter vincere Roma. In un banchetto organizzato per le sue ennesime nozze, Attila morì, soffocato dal suo stesso sangue, durante una notte piena zeppa di bagordi.</p><p>Gli Unni comandati dai suoi figli, Ellak (30), Dengizico (31) ed Ernak (32), non durarono che al 455, anno in cui gli Unni vennero spazzati via e successivamente riconsiderati come piccolo sparuto ammasso di gente sperduto nell&#8217;Eurasia. I soldati rimasti si offrirono come mercenari, proprio al nemico, per paura di essere schiavizzati.</p><blockquote><p>“<em>Basso di statura, con un largo torace e una testa larga; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e la carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine”</em></p></blockquote><p>Tratto da <em>Storia</em>, di Prisco di Panion (33).</p><p><strong>La battaglia</strong></p><p><em><img title="Battaglia dei Campi Catalunici" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Battaglia-dei-Campi-Catalunici.jpg" alt="Battaglia dei Campi Catalunici" width="500" height="444" /></em><br /> <em>Disposizione e primi movimenti durante lo scontro</em></p><p>Grazie alle numerose documentazioni su questa battaglia, possiamo stilare un pressapoco accurato quadro sulla distribuzione dei vari popoli e dei numeri riguardanti il campo di battaglia.</p><p>Le forze contrapposte si equivalevano, contando una potenza bellica enorme, stilata in un milione di soldati, divisi equamente tra i due eserciti.</p><p>Il contingente di Ezio era così distribuito: a tenere il fulcro dell&#8217;armata il re Sangibaldo e i suoi Alani, dei quali si temeva per la lor lealtà e all&#8217;interno avrebbero fatto meno danni, con un aiuto di mercenari germanici e i Burgundi di Gondioc (34), alla sinistra i Visigoti di re Teodorico, veloci e coraggiosi, e alla destra si posizionava Ezio, che comandava i suoi Romani, e piccoli distaccamenti di Unni, di altri mercenari e soprattutto dei Franchi di Meroveo. L&#8217;intenzione di Ezio, su quest&#8217;ultimo popolo, era posizionarlo proprio di fronte ai Gepidi, in modo da scatenare una battaglia nella battaglia facendoli scontrare tra di loro, in modo da avere un vantaggio una volta staccato il contingente di Ardarico.</p><p>L&#8217;esercito di Attila si componeva invece così: come si conveniva al più grande dei combattenti, Attila si era disposto al centro, comandando i suoi Unni e la cavalleria, per altro più abili a coprire quella posizione, a sinistra i futuri traditori Gepidi e il loro re, Ardarico, insieme a tribù germaniche, mentre alla destra la tribù barbarica degli Ostrogoti e il loro comandante Walamir, una delle tribù più temute di tutta Europa.</p><p>Ezio, come da copione, intendeva subito attaccare Attila per riuscire a coglierlo di sorpresa. Quando i due eserciti si videro sul campo di battaglia era ormai il tramonto e c&#8217;era poco da fare, se non approntare un accampamento come fortificazione.</p><p>C&#8217;è da dire che l&#8217;idea di una battaglia in campo aperto, favoriva nettamente Attila e la sua abile cavalleria, che per fama veniva affiancata alla temibile cavalleria mongola di Gengis Khan (35). Ma Ezio aveva ancora un asso nella manica.</p><p>Prima che arrivasse giorno, all&#8217;alba, il comandante romano diede ordine a tutto il suo contingente di andare ad occupare un&#8217;altura, dove le speranze di vittorie si sarebbero fatte più ampie. Lì i cavalieri di Attila infatti, avrebbero avuto meno modo di lanciarsi ed impattare contro l&#8217;esercito eterogeneo comandato dal Romano.</p><p>Attila si accorse troppo tardi della mossa di Ezio, nonostante quell&#8217;altura fu la mira fin dall&#8217;inizio anche del capo unno e quindi si trovò in posizione di svantaggio.</p><p>Qui la battaglia era ancora agli inizi e si cominciò con la contesa di quell&#8217;altura capitanata dallo stesso Ezio.</p><p>Attila fu il primo a muoversi, temendo un attacco dell&#8217;antagonista che avrebbe bloccato la sua cavalleria. Un nugolo di frecce tempestò subito le fila romane, sfoltendo di poco il contingente e subito Attila diede ordine alla cavalleria di attaccare per cogliere impreparati gli avversari.</p><p>Ezio però, avendo vissuto come ostaggio proprio tra gli Unni, sapeva le tattiche del re barbaro, e come controffensiva scagliò i suoi Visigoti contro gli Ostrogoti, per sfaldare subito la parte forte dell&#8217;avversario e di conseguenza partire con il resto dell&#8217;esercito contro il centro di Attila.</p><p>Ezio però, non aveva fatto i conti con un problema non di poco conto. Teodorico I, re dei Visigoti, nella sortita offensiva contro gli Ostrogoti, venne sbalzato da cavallo a causa di una freccia che lo stava per colpire e in seguito travolto dai suoi stessi uomini, accortosi troppo tardi dell&#8217;evento.</p><p>Fu Torimondo, figlio dello stesso Teodorico, a prendere le redini dell&#8217;esercito di suo padre e con grande sorpresa per Ezio, si dimostrò un valoroso comandante, degno successore di suo padre.</p><p>Ora la battaglia entrò nel vivo.</p><p>Tra i Visigoti e gli Ostrogoti ormai era battaglia interna. Le due fazioni continuavano a contrattaccare, dando vita ad uno scontro interessante sotto molti punti di vista. Da una parte l&#8217;esercito di Torimondo cercava di resistere, per altro con molta<br /> efficacia agli assalti avversari, dall&#8217;altra Walamir e i suoi due fratelli Teodemir (36) e Widemir (37), ad affondare nelle fila nemiche per accedere poi al centro dove gli Alani avrebbero forse dato forfait e consegnato la resa di Ezio.</p><p>Intanto Ezio cercava di accerchiare la parte destra di Attila occupata dai Gepidi, con l&#8217;aiuto dei Franchi che, una volta ingaggiato il nemico, avrebbero fatto in modo di aprire un varco nel fianco destro della cavalleria di Attila.</p><p>Mentre al centro gli Alani, subivano incursioni dalla cavalleria, ma senza subire più di tanto la potenza nemica, grazie anche alla salda posizione approntata da Ezio, anche se alla fine cominciavano ad indietreggiare.</p><p>Questa ultima mossa di Attila però staccò la cavalleria dal resto dell&#8217;esercito. I Visigoti erano impegnati contro gli Ostrogoti e Meroveo teneva a bada i Gepidi, mentre Ezio ritornava per dare man forte a Sangibaldo e tenere in una morsa Attila e la sua potenza animale.</p><p>Sembrava ormai che la battaglia volgesse al termine, con Torimondo a piegare la forza dei tre fratelli, mentre Meroveo costringeva Ardarico in una posizione troppo distante per correre in aiuto del condottiero capo.</p><p>Attila però non era tipo da farsi prendere sotto una morsa così facilmente e con un&#8217;abile deviazione verso i Visigoti, costrinse Ezio e gli Alani a unirsi, uscendo dalla morsa e galoppando in ritirata verso l&#8217;accampamento approntato con carri, dove venne seguito dal resto dell&#8217;esercito.</p><p>Il sopraggiungere della sera offrì ad Attila il tanto sospirato momento di tregua, dove poteva riorganizzarsi e ripartire all&#8217;attacco il giorno seguente.</p><p>In questa circostanza, soprattutto nelle file romane, le situazioni si fecero particolari. Torimondo, non vedendo niente nella notte, scambiò il campo di Attila per il suo e rischiò di essere fatto prigioniero se non fosse stato per l&#8217;aiuto tempestivo dei suoi uomini. Ezio decise invece di dormire nell&#8217;accampamento dei Visigoti per vedere la situazione sotto una più chiara visione, visto che la posizione era più favorevole in quell&#8217;accampamento.</p><p>Il giorno seguente le truppe di entrambi gli eserciti, restarono in attesa. Attila dovette fare i conti con il Sole a sfavore, arma in più per Ezio (arma che non fu utilizzata), e con l&#8217;irrequietezza dei suoi uomini a cavallo che non gradivano il sole cocente di quasi mezzogiorno e la tattica attendeista del suo leader.</p><p>Ezio dal canto suo, voleva sfruttare la resistenza dei suoi uomini e delle truppe alleate, di rimanere impassibili anche sotto il caldo cocente, attendendo che Attila facesse una mossa azzardata, che puntualmente arrivò.</p><p>Alle tre del pomeriggio, con il Sole alle spalle, Attila prese i suoi uomini e uscì dall&#8217;accampamento per ingaggiare battaglia. I cavalieri Unni e il resto delle fila si gettò di colpo percorrendo la distanza che si frapponeva tra i due contingenti.</p><p>Ezio, Sangibaldo, Meroveo e Torimondo invece si erano compattati come un unico blocco, rimanendo dietro gli scudi enormi, mentre arcieri bersagliavano l&#8217;arrivo dei cavalieri, e gli astati si posizionavano davanti per affrontare l&#8217;impatto.</p><p>La situazione che si presentò poi fu un massacro orchestrato alla perfezione da Ezio. I cavalieri unni vennero sfoltiti di molto prima dell&#8217;impatto e all&#8217;arrivo, gran parte venne infilzata dagli astati posti a protezione della fanteria che pronta, ingaggio subito battaglia, tenendo incollati a sé gli stessi cavalieri, mentre ora, arcieri e giavellottieri bersagliavano la fanteria che stava sopraggiungendo da dietro, tenendola a bada.</p><p>Attila vedeva, con grande rapidità, sfoltirsi il suo esercito e pensò che era giunto il momento di ritirarsi per porre fine alla battaglia e cercare di raggruppare un altro nugolo di uomini per affrontare una seconda battaglia contro Ezio. Ma la situazione per la fuga risultava difficile.</p><p>Fu lo stesso Ezio che decise che era il momento di lasciare perdere Attila e mandarlo dritto a casa. La sua tattica era chiara: Attila, o meglio gli Unni, erano la potenza barbarica più influente di quel momento e le loro diatribe con diverse tribù europee, facevano sì che Ezio potesse dormire sonni tranquilli in gran parte delle zone che copriva. Annientare quell&#8217;enorme esercito di Attila, significava sancire anche la sua stessa fine. Inoltre, all&#8217;interno del campo, proprio quegli uomini che ad Ezio non avevano dato fiducia fin dall&#8217;inizio, a sapere delle intenzioni del loro capo, cominciarono a creare pensieri poco favorevoli ad Ezio che decise di manovrare in modo di far credere al re unno di avere eluso il contingente avversario.</p><p>Attila dunque riuscì a scappare, ma non si accorse mai che fu lo stesso Ezio, stratega capace di pensare a situazioni di più ampio respiro, a lasciarlo andare.</p><p>Le perdite di entrambi gli eserciti saranno elevate, anche se, rispetto al numero iniziale, sembra solo un piccolo conto a differenza di una battaglia portata fino alla fine che avrebbe visto la disfatta di Attila.</p><p>Per gli Unni quasi 200.000 uomini persero la vita, dai quali i Gepidi lasciarono nella fuga definitivamente l&#8217;esercito alleato, dirigendosi per altri lidi e congiungersi in seguito con gli stessi, ma da nemici.</p><p>Ezio invece, dovette stranamente contare deceduti superiori rispetto ad Attila, 237.000 uomini, ma gli Alani, come accadde anche per i Gepidi, lasciarono presto le file romane, dando vita negli anni seguenti a scontri con gli stessi.</p><p>Un&#8217;ultima nota va considerata. Un vaticinio che era stato predetto ad Attila, molto influenzato da questo genere di premonizioni. Infatti, una settimana prima dello scontro ai Campi Catalunici, venne predetto ad Attila che durante la suddetta battaglia un capo nemico avrebbe perso al vita, ma sarebbe stata comunque una grande sconfitta per gli Unni. Attila interpretò quel vaticinio con la morte di Ezio e decise comunque, nonostante l&#8217;imminente sconfitta, di procedere al prontuario per la battaglia. La possibilità di poter vedere morto il suo acerrimo nemico era talmente forte da mettere in serio pericolo la sua vita e di tutto il suo popolo.</p><p>Ma il re che morì, come abbiamo visto, fu Teodorico I.</p><h3>Quello che venne poi</h3><p>Questa imponente battaglia, combattuta da due dei migliori condottieri e strateghi della storia, apriva scenari futuri ancora poco definibili, nonostante la vittoria di Ezio non sembrasse così risolutiva subito dopo la fuga di Attila.</p><p>La realtà però è un&#8217;altra. Questa battaglia innanzitutto distrusse e separò il contingente unno dalle forze alleate, non più sicure della potenza di Attila, ponendolo di fatto contro di lui. Attila si ritrovò a comandare uno sparuto esercito di cinque volte inferiore e d era tutto quello che gli restava. Il resto erano uomini, donne e bambini facenti parte delle zone da lui conquistate.</p><p>Secondo motivo, in seguiti sempre alla mancata vittoria, proprio nel momento più vivido, costrinse gli alti nobili unni a rivedere le loro priorità e a guardare Attila con nuova e negativa visione. Infatti subito pensarono che era giunto il momento di soppiantarlo con uno di loro, uccidendo ovviamente anche i figli. Ma Attila era già ripartito convinto della possibilità di vincere su Roma. Rase al suolo Aquileia, ma venne intercettato da Papa Leone I (38) che, conoscendo la vena superstiziosa dell&#8217;Unno, lo costrinse a ritornare in Pannonia. Là, atteso dai nobili, morì per un&#8217;emorragia interna, prima che i nobili riuscissero ad ucciderlo di proprio pugno. I figli si divisero, secondo volere di Attila, i territori conquistati, lasciando fuori i nobili.</p><p>E qui entra in gioco Ezio. Proprio quello che aveva predetto già ai Campi Catalunici si stava avverando. Gli Unni dovevano rimanere a smorzare le avanzate di altri barbari, ma in seguito alla morte del loro capo, non durarono che qualche anno, quando infine i Gepidi li sterminarono definitivamente.</p><p>Questo, come detto, aprì il varco ai popoli barbari verso l&#8217;altra potenza, ricca e fertile, ovvero Roma. Odoacre (39), prima generale delle truppe mercenarie fedeli a Roma e in seguito fautore del ricongiungimento di esse con Vandali e Visigoti, fu l&#8217;artefice della Caduta dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente avvenuta nel 476. molti storici sostengono infatti che se ci fosse stata la tamponatura degli Unni, Visigoti e Vandali non avrebbero avuto modo di unirsi a Odoacre e finire così per smembrare l&#8217;Impero Romano, che dopo il 476 era racchiuso solo nella <em>pars oriens</em> di Zenone (40).</p><p>Inoltre, la congiura contro Ezio da parte di Valentiniano III, e la seguente morte del generale, portarono una violenta crisi nelle file dell&#8217;esercito imperiale e questo costituì un&#8217;altra base importante per il futuro.</p><p>Infatti tutti questi eventi, e soprattutto la conquista dell&#8217;Italia da parte di Odoacre, fino al 493, portò delle usanze barbare, proprie a Visigoti e Vandali, all&#8217;interno del nostro Paese. Usanze che in parti minori vengono ancora considerate in piccoli Paesi soprattutto nel Nord.</p><p>A seguito della morte di Ezio, un suo amico, fedele come altri al carisma del generale, riuscì nell&#8217;impresa di uccidere Valentiniano III per vendetta, eludendo la grande guardia che era sempre con lui. Lo stesso morì nell&#8217;assassinio.</p><h4>Note</h4><ul><li>1: nasce tra il 466 e il 470, ma la data della sua dipartita rimane ancora sconosciuta.</li><li>2: Flavio Ezio; Silistra, 390 – Ravenna, 21 settembre 454.</li><li>3: popolo nomade di cultura indoeuropea.</li><li>4: tribù germanica dell&#8217;Est europeo.</li><li>5: 415 – 457. A lui e al suo nome possiamo con certezza attribuire la fondazione della dinastia merovingia che in seguito fu portata ai fasti da Clodoveo I.</li><li>6: aggettivo dato agli abitanti delle zone che comprendevano Bretagna e zone tra Loira e Senna. Armorica era appunto il nome antico dell&#8217;attuale Inghilterra.</li><li>7: Caucaso, 406 – Pannonia, 16 marzo 453.</li><li>8: 420 – 465.</li><li>9: tribù germanica. In seguito alla battaglia dei Campi Catalunici, questo popolo ingaggiò battaglia con gli Unni, sconfiggendoli una volta per tutte; tutto questo dopo la morte di Attila.</li><li>10: muore nel 460.</li><li>11: popolazione germanica orientale.</li><li>12: Balaton, 389 – Cartagine, 477.</li><li>13: Flavio Marciano; 392 – 26 gennaio 457.</li><li>14: Giusta Grata Onoria; 417 – 454.</li><li>15: Flavio Placido Valentiniano; 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455.</li><li>16: la data di nascita è sconosciuta, ma si sa per certo che morì nella battaglia dei Campi Catalunici.</li><li>17: Torismondo dei Balti; 420 – 453.</li><li>18: Teodorico II dei Balti; 426 – 466.</li><li>19: estremi sconosciuti.</li><li>20: morto nel 424.</li><li>21: Alarico dei Balti; 370 – Cosenza, 410.</li><li>22: Flavio Onorio; Costantinopoli, 9 settembre 384 – Ravenna, 15 agosto 423.</li><li>23: Flavio Teodosio; Coca, 11 gennaio 347 – Milano, 17 gennaio 395.</li><li>24: Elia Galla Placidia; Costantinopoli, 392 – Roma, 27 novembre 450.</li><li>25: Teodosio II di Bisanzio; Costantinopoli, 10 aprile 401 – 28 luglio 450.</li><li>26: più precisamente <em>comes domesticorum peditum</em>, ovvero il comandante principale delle unità di fanteria dell&#8217;esercito imperiale.</li><li>27: questo titoli parte da Costantino I, che riformò la guardia imperiale. Inizialmente era solo uno dei tanti titoli dati ai valorosi generali romani, tanto che di <em>magister praesentialis</em> ce ne erano due, e aumentarono a quattro in seguito, finendo a uno solo con Teodosio I, e definendo di fatto la figura più importante dell&#8217;esercito imperiale.</li><li>28: 370 – 434.</li><li>29: o Bietola; 390 – 445.</li><li>30: muore nel 454.</li><li>31: muore nel 469.</li><li>32: estremi sconosciuti.</li><li>33: Panio in Tracia, 420 – 472.</li><li>34: muore nel 473.</li><li>35: alto corso dell&#8217;Onon, 16 aprile 1162 – 18 agosto 1227.</li><li>36: muore nel 474.</li><li>37: muore nel 472.</li><li>38: Toscana, 390 – Roma, 10 novembre 461.</li><li>39: 434 – Ravenna, 15 marzo 493.</li><li>40: Zenone di Bisanzio o Tarasis; Zenonopoli, 425 – 9 aprile 491.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006069_battaglia-dei-campi-catalunici.html" data-text="Battaglia dei Campi Catalunici" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006069_battaglia-dei-campi-catalunici.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006069_battaglia-dei-campi-catalunici.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Colchester</title><link>http://www.archeoguida.it/006063_battaglia-di-colchester.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006063_battaglia-di-colchester.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Sep 2011 15:17:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6063</guid> <description><![CDATA[Luogo: Camulodonum (odierna Colchester) Data: 60 d.C. Eserciti: Celti e Romani Esito: vittoria dei Celti Ubicazione di Colchester A differenza di altre battaglie che hanno contraddistinto le sorti della storia, che hanno intaccato la potenza di un popolo, o addirittura annientato un&#8217;intera dinastia, questa schermaglia viene resa interessante da alcuni aspetti fini a se stessi [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li>Luogo: <strong>Camulodonum</strong> (odierna Colchester)</li><li>Data:<strong> 60 d.C.</strong></li><li>Eserciti: <strong>Celti</strong> e <strong>Romani</strong></li><li>Esito: <strong>vittoria dei Celti</strong></li></ul><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6064" title="Battaglia di Colchester" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Battaglia-di-Colchester.jpg" alt="Battaglia di Colchester" width="280" height="295" /></em><br /> <em>Ubicazione di Colchester</em></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">A differenza di altre battaglie che hanno contraddistinto le sorti della storia, che hanno intaccato la potenza di un popolo, o addirittura annientato un&#8217;intera dinastia, questa schermaglia viene resa interessante da alcuni aspetti fini a se stessi che partono e si chiudono in tre giorni.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La prima interessante questione riguarda senza dubbio il comandante vincitore, Budicca (1), regina dei Celti e dei Britanni che riuscì nell&#8217;opera di raggruppamento delle tribù della Britannia e della Gallia, e di alcune zone germaniche, per lavare l&#8217;onta che era stata rivolta dai Romani alla stessa regina e al suo popolo.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il procuratore Catone Deciano (2), stanziato nelle zone degli Iceni (3), aveva fatto ottenere il bene placito ai suoi uomini per poter saccheggiare e bruciare alcuni piccoli villaggi di quelle zone. Prasutago (4), re degli Iceni e marito della stessa Budicca, visto il suo accordo baipassato senza remore, si oppose ai Romani, che lo uccisero. Budicca, nonostante fosse in sicura posizione di non poter dettare regole, decise che la vendetta era l&#8217;unica soluzione e prese il comando del popolo del marito e di tutte le tribù unificate della Britannia.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Un altro aspetto della vicenda lo dobbiamo al luogo della battaglia. Svoltasi sì a Colchester, ma non ci fu un normale assedio da parte dei Britanni e dei Celti sulle mura del castello di Colchester, ma un piccolo, ma truculento, asserragliarsi di fronte al tempio dell&#8217;imperatore Claudio (5), all&#8217;interno di Colchester stessa. Ma ne parleremo più avanti.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Attraverso le opere di Tacito (6) prima, con <em>Agricola </em>(7) e <em>Gli Annali </em>(8), e grazie a Cassio Dione Cocceiano (9) con l&#8217;opera esaustiva e dedicata alla regina, <em>La ribellione di Boadicea</em> (10), possiamo costruire un piccolo, anche seppur poco esaustivo, quadro della regina guerriera e della sua battaglia personale.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca, nonostante fosse una barbara, combattente dalla nascita e poco avvezza alle questioni politico-militari, ebbe la brillante idea di aspettare che il governatore Gaio Svetonio Paolino (11), di istanza a Colchester, si muovesse per sedare le rivolte in Galles, dove i druidi (12) erano in fermento.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Dall&#8217;altra parte, oltre a Paolino e a Deciano, dovette subire la furia della regina anche il comandante Petilio Ceriale (13), venuto in aiuto con una scarsa quantità di uomini, soprattutto mal equipaggiati.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Tutta questa vicenda e le avanzate della regina, sono spiegate con interesse e nozione di causa, proprio da Cocceiano che definisce la sovrana barbara “<em>di intelligenza superiore di quella che hanno comunemente le donne</em>”, facendo palesare oltretutto una nota di maschilismo che contraddistingueva i primi secoli d.C..</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Anche Tacito spiega alcune vicende accadute a causa della regina Budicca, anche se con poca dovizia di particolari, allestendo due opere diverse e molto aerose, su argomenti tra i più disparati.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nonostante le donne dei due scrittori fossero pressoché uguali, molti storiografi sostengono che la Budicca di Cocceiano, non sia la stessa Budicca di Tacito.</span></p><h3>Budicca, la regina madre</h3><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6065" title="Statua di Budicca a Westminster" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Statua-di-Budicca-a-Westminster.jpg" alt="Statua di Budicca a Westminster" width="502" height="328" /></em><br /> <em>Statua di Budicca a Westminster</em></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Dopo Giovanna d&#8217;Arco (14) e Elisabetta d&#8217;Inghilterra (15), questa regina, dai toni molto burberi e semplici, si può dire essere una delle più grandi sovrane condottiere della storia. Capace da sola di radunare un folto numero di soldati attrezzati alla ben e meglio sotto il suo vessillo, comandando le truppe lei stessa in battaglia.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Molte furono, secondo i documenti, le sovrane barbare nella storia, ma mai nessuna riuscì dove era arrivata questa donna. Prese le redini del popolo e dell&#8217;esercito del marito, morto per un torto subito, e ottenne la fiducia di Galli, Britanni e altre tribù minori, sia dell&#8217;isola nota oggi come Gran Bretagna, sia delle coste oltremare. </span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Fu la donna che sollevò la più grande rivolta anti-romana della storia nell&#8217;isola inglese, portando con se contingenti degni di una guerra imperitura.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Dopotutto si può dire che spesso la fama di un comandante, uomo o donna che sia, bisogna ricercarla innanzitutto nel nome. Budicca, conosciuta anche in altre varianti dello stesso, tiene in sé il suffisso <em>bouda</em> che significa appunto vittoria.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Figlia di un nobile, di cui non si conosce il nome, a detta di Tacito, ebbe due figlie dal marito Prasutago che vennero ritratte e scolpite più volte nei posteri, accanto alla genitrice, per esaltare ancora di più la doppia vita di madre e guerriera di Budicca.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Subito dopo la morte del marito, i Britanni, gli Iceni e i Galli, dapprima alleati, vennero annessi come schiavi all&#8217;Impero Romano, comandato a quel tempo da Nerone (16), vista la legge che prevedeva l&#8217;accordo di alleanza solo in presenza di un sovrano ovviamente di sesso maschile.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca infuriata si ribellò all&#8217;inizio da sola e poi ancor più umiliata, prese le redini delle tribù barbare.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Proprio durante la prima ribellione solista, Budicca si vide prendere dai soldati romani con la forza per essere legata in piazza, spogliata di ogni suo vestito e frustata di fronte ai soldati romani e a un piccolo stuolo di seguaci della regina. Inoltre le due figlie, sempre da quello che scrive Tacito, vennero più volte violentate dai soldati di Catone Deciano.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Successivamente al massacro fatto da Budicca nel tempio di Colchester, vendicando il marito, la violenza alle figlie e la schiavitù dei nobili Britanni, la regina dovette affrontare il ritorno del governatore Paolino, ormai deciso a schiacciare quella rivolta.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">In seguito a quello scontro, per paura di essere catturata e spogliata e frustata nuovamente, Budicca si avvelenò insieme alle figlie.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La figura di questa donna venne dimenticata negli anni successivi alla battaglia, ma grazie a Virgilio Polidoro (17), che aveva recuperato le opere di Tacito e Cocceiano, Budicca tornò ad essere raccontata nelle storie dell&#8217;isola inglese.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Durante l&#8217;epoca della regina Vittoria (18), donna dichiaratamente femminista, l&#8217;epopea breve della regina barbara venne portata ai massimi fasti, tanto da creare miti e leggende a suo favore e tanto da far decidere di costruire statue in suo onore, come quella che oggi possiamo vedere a Westminster (19).</span></p><blockquote><p>“<em>Era una donna molto alta e dall&#8217;aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in massa sui fianchi. Quanto all&#8217;abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d&#8217;oro e una tunica variopinta. Il tuo era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse.”</em></p></blockquote><p>(Cassio Dione Cocceiano, <em>Storia romana</em>, 62, 2)</p><h3>I tre romani</h3><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6066" title="Ceriale in aiuto a Colchester" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Ceriale-in-aiuto-a-Colchester.jpg" alt="Ceriale in aiuto a Colchester" width="300" height="230" /></em><br /> <em>Antonio Tempesta, Ceriale in aiuto a Colchester</em></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nella cruda e vendicativa strage di Colchester, tre furono le figure dell&#8217;Impero romano che si resero importanti, loro malgrado, per la vittoria di Budicca.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il primo, il procuratore Catone Deciano, è una figura ammantata nel pressapochismo, tanto da essere alquanto sconosciuta. Di lui si sa bene poco se non l&#8217;azzardo di aver prima sottovalutato e poi sfidato la regina madre.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Fu proprio la sua sete di potere a mandare in rovina Colchester e a portare i soldati romani ad una sconfitta epocale che ancora si ricorda per lo scherno generale.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nonostante il patto di Prasutago che aveva fatto testamento donando metà del suo regno alla moglie e metà all&#8217;Impero romano, per placarne gli animi. Deciano ordinò ai suoi uomini di assaltare, bruciare e fare schiavi i villaggi più piccoli degli Iceni e successivamente alle proteste del loro re, poi ucciso, i soldati aumentarono i saccheggi estendendo il loro raggio a ogni città possibile e immaginabile, uscendo dal controllo, seppur soddisfatto, del procuratore Deciano.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Quest&#8217;ultimo si dovette poi rifugiare nel tempio durante la battaglia insieme al comandante Petilio Ceriale, accorso in aiuto del suo governatore con al comando però di soli duecento uomini, che non sarebbero valsi a niente contro la furia dei Britanni.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Ceriale, parente stretto dell&#8217;imperatore Vespasiano (20), ottenne il suo primo e importante incarico proprio in Britannia, per correre in aiuto di Deciano.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Al comando della <em>Legio VIIII Hispana</em>, il generale partì alla volta di Colchester con la legione al completo, formata da quasi seimila uomini, ma a causa di un&#8217;intercettazione da parte degli stessi Galli e di una sonora sconfitta proprio con questi ultimi, Ceriale arrivò al tempio con le forze ridotte ad un terzo.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Durante il massacro riuscì a fuggire, ma a causa della sua poca fermezza nel battere i suoi nemici, perdendo gran parte della legione romana, gli venne tolta la possibilità di divenire console, nonostante la parentela con l&#8217;imperatore. Carica che ottenne infine, solo alla conclusione della sua vita.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Ultimo, ma non ultimo in questa vicenda, fu il governatore Gaio Svetonio Paolino, decisivo non tanto per la sua presenza, quanto per la sua partenza verso ribellioni in corso.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca aveva aspettato proprio che i druidi, da tempo in fermento, si ribellassero contro i Romani, costringendo il governatore a portare via da Colchester gran parte del suo contingente per far fronte alla rivolta.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Questa decisione portò in seguito al massacro e alla distruzione della città.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Al contrario dei suoi due attendenti, Paolino era di grande acume tattico e in guerra si era fatto una discreta fama, tanto da meritarsi la carica di console, rivaleggiando però in Gallia e Britannia con l&#8217;altro pretendente alla gloria, Gneo Domizio Corbulone (21).</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La sua carica la ottenne a causa della morte prematura del generale Quinto Veranio, di cui non si conosce nulla, sicuramente però non facendolo rimpiangere. La sua partenza da Colchester costò la vita a molti Romani, ma con il suo ritorno, durante la battaglia di Watling Street (22), Paolino ottenne una grande vittoria sbaragliando l&#8217;enorme forza di Budicca che contava quasi 100.000 uomini, compresi donne e bambini, sterminandone una grande parte e ponendo fine alla ribellione. Le sue forze contavano all&#8217;incirca 20.000 uomini, ma la sua abilità permise di ottenere non solo la vittoria, ma anche un piccolo risarcimento per il truculento spargimento di sangue di Colchester.</span></p><h3>La battaglia</h3><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6067" title="Budicca comanda gli Iceni" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Budicca-comanda-gli-Iceni.jpg" alt="Budicca comanda gli Iceni" width="600" height="389" /></em><br /> <em>Henry Courtney Selous, Budicca comanda gli Iceni</em></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca quindi, ormai decisa a farla pagare ai massacratori di suo marito e ella schiavitù forzata del suo popolo, al comando di ben 120.000 uomini, compresi anche donne e bambini, si portò nella zona conosciuta come Colchester. Anche se ne avrebbe utilizzati molti meno, conosciuti i numeri dei Romani.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Rispetto all&#8217;enorme forza dei Britanni, i Romani, con i loro 5.000 uomini, equipaggiati alla ben e meglio, sembravano essere solo un piccolo ostacolo per la regina madre, ma molto spesso, soprattutto tra le file di questi abili e disciplinati combattenti, l&#8217;inferiorità numerica era solo un numero come un altro, soprattutto se si poteva contare sul riparo di un forte come quello di Colchester.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Catone Deciano, sottovalutando l&#8217;orda che stava giungendo, decise che la fatica di approntare una solida difesa alle già ben riparate mura, sarebbe stato un inutile spreco di tempo, così decise che era il momento di costruire un tempio in onore dell&#8217;imperatore Claudio, decisione che fece infuriare ancor più la regina Budicca, venuta a sapere la notizia da un esploratore.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Con l&#8217;arrivo di Petilio Ceriale, la situazione non cambiò di molto. Ormai la soffiata che il contingente della regina Budicca era di molto superiore alle aspettative non era arrivata con l&#8217;anticipo sperato e qualche preoccupazione serpeggiò tra le fila romane, che ora non pensavano più ad una facile vittoria.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Gli allestimenti del tempio accelerarono, capito ormai che gli uomini non bastavano a coprire tutte le mura del castello. Quindi si era deciso di rintanarsi nel tempio e di apporre delle difese davanti e all&#8217;interno.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca arrivò a Colchester rimanendo esterrefatta dalla scena. Sulle mura qualche decina di uomini speravano di intrattenere l&#8217;orda, scagliando qualche sparuta freccia, disorientando inspiegabilmente il nemico. </span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca credeva infatti in una strana tattica del procuratore romano e si aspettava di veder sbucare nemici dai lati e da dietro da un momento all&#8217;altro, ma non successe niente. Quindi, accompagnata da un decimo del suo esercito, Budicca attaccò, entrando dal portone principale e tutto subito le fu più chiaro.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Asserragliati davanti al tempio dedicato a Claudio una scarsa quantità di Romani, messi in posizione di difesa dell&#8217;edificio ancora in fase di costruzione. Il procuratore artefice della morte del marito era lì dentro e Budicca era ferma nella decisione di abbattere il nemico e chiunque in quel tempio.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Non ci fu una tattica be precisa, né dall&#8217;una né dall&#8217;altra parte. Semplicemente, la <em>VIIII Hispana</em> era stata posizionata davanti a tutti, sperando nella loro forza, ma cadde in poco tempo sotto l&#8217;afflusso continuo dei numerosi Britanni. Nei tafferugli Petilio Ceriale però riuscì a fuggire.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca alla testa dei suoi uomini, delle sue donne e dei suoi ragazzini, entrò con impeto nelle porte rinforzate del tempio, compiendo una strage senza eguali. Persino i bambini dell&#8217;orda si accanirono contro i Romani, consapevoli del tradimento di Deciano.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Proprio in fondo, difeso da un piccolo e ultimo stuolo di uomini, Deciano implorava perdono e salva la vita, ma la stessa Budicca, sollevata la lancia, trafisse il procuratore. Si dice che con la stessa lancia poi, impalò la testa di Deciano ponendola sulle mura da cui tutti la potevano vedere.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Non sopravvissero che qualche decina di uomini e anche se Budicca perse abbastanza soldati per la battaglia che si era all&#8217;inizio delineata, contava ancora un vasto contingente per il proseguo della campagna anti-romana.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Mentre Budicca e parte dei suoi uomini erano all&#8217;interno del tempio a trucidare ogni soldato, donna e bambino a parare loro la strada, fuori i restanti dell&#8217;orda appiccarono incendi ovunque nella città, radendola presto al suolo.</span></p><h3>Quello che venne poi</h3><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Colchester non esisteva più anche se qualche anno più tardi venne poi ricostruita e ancora oggi musei e raffigurazioni possono mostrare qualche residuo di quella battaglia.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Infatti in un hotel della città, il George Hotel, è possibile chiedere di scendere in cantina per vedere segni delle bruciature sia sulle pareti, sia su vasi di terracotta conservati nel tempo.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La situazione, in ogni caso, si presentava alquanto favorevole per Budicca, dopo la facile vittoria a Colchester, ma avrebbe dovuto fare i conti con Paolino che stava ormai ritornando dalla campagna contro i druidi, lasciando la situazione come l&#8217;aveva trovata, per accorrere in aiuto della minaccia più grande. </span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Budicca prima di incontrare il governatore ottenne una facile e altrettanto spaventosa vittoria a <em>Verulamium</em> (23), dove morirono 70.000 uomini romani, oltre ad un&#8217;altra ancor più facile vittoria a Londra che era stata abbandonata dai soldati di Paolino, troppo scarsi di numero per difenderla.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Si affrontarono poi a Waitling Street dove Budicca, nonostante la sua stragrande maggioranza di uomini, venne battuta ponendo fine all&#8217;epopea della regina madre, la quale si avvelenò.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">I Romani in poco tempo ripresero le terre perdute, grazie all&#8217;opera di bonifica dello stesso Paolino ottenute poi anche altre truppe da Roma. L&#8217;unica preoccupazione continuavano ad essere i druidi che ancora mostravano irrequietezza.</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nonostante quindi le vittorie in tre diverse località, i Romani ebbero la meglio contro l&#8217;orda, ponendo fine fin troppo presto alla cavalcata della regina madre, tutt&#8217;ora ricordata e oggetto di studi, nonché ispirazione per film e libri, come quello di Marion Zimmer Bradley, <em>La dea della guerra</em>, pubblicato nel 2006 e facente parte del ciclo fantastico di Avalon.</span></p><h4>Note</h4><ul><li><div align="JUSTIFY">1: 33 – 61</div></li><li><div align="JUSTIFY">2: non si conoscono i natali di questo procuratore romano.</div></li><li><div align="JUSTIFY">3: detti Eceni, erano una tribù britannica che durò solo due secoli, tra il I a.C. e il I d.C., vivendo nell&#8217;attuale contea di Norfolk, sulla osta orientale dell&#8217;Inghilterra.</div></li><li><div align="JUSTIFY">4: muore nel 59, ma la data di nascita è sconosciuta.</div></li><li><div align="JUSTIFY">5: Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico; Lugdunum, 1° agosto 10 a.C. &#8211; Roma, 13 ottobre 54.</div></li><li><div align="JUSTIFY">6: Publio Cornelio Tacito; 55 – 120.</div></li><li><div align="JUSTIFY">7: scritta nel 98, quest&#8217;opera tratta soprattutto di Gneo Giulio Agricola, famoso generale romano, del quale aveva sposato la figlia 13enne.</div></li><li><div align="JUSTIFY">8: scritta nel 115, questa opera percorre la storia dei quattro imperatori succeduti al primo imperatore Cesare Augusto.</div></li><li><div align="JUSTIFY">9: Lucio Claudio Cassio Dione Cocceiano; 155 – 229.</div></li><li><div align="JUSTIFY">10: libro inserito nell&#8217;opera monumentale, di circa 80 libri, chiamata <em>Storia Romana</em>, che comprendeva un arco di tempo di quasi mille anni.</div></li><li><div align="JUSTIFY">11: nato nel I secolo, divenne famoso per la placata ribellione iniziata da Budicca.</div></li><li><div align="JUSTIFY">12: erano i sacerdoti della religione celtica stanziatisi in buona parte dell&#8217;Europa centrale e in tutte le isole della Britannia.</div></li><li><div align="JUSTIFY">13: Quinto Petilio Ceriale Caesio Rufo; non si conoscono gli stremi di questo generale romano, ma si pensa che nel 83, in seguito all&#8217;ottenuta carica di console, morì assassinato.</div></li><li><div align="JUSTIFY">14: Domremy-la-Pucelle, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431.</div></li><li><div align="JUSTIFY">15: Elisabetta I Tudor; Greenwich, 7 settembre 1533 – Londra, 23 marzo 1603.</div></li><li><div align="JUSTIFY">16: Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico; Anzio, 15 dicembre 37 – Roma, 9 giugno 68.</div></li><li><div align="JUSTIFY">17: Urbino, 1470 – Urbino, 18 aprile 1555.</div></li><li><div align="JUSTIFY">18: Alexandrina Vittoria del Regno Unito; Londra, 24 maggio 1819 – Isola di Wight, 22 gennaio 1901.</div></li><li><div align="JUSTIFY">19: quartiere di Londra, situato sulle rive settentrionali del Tamigi.</div></li><li><div align="JUSTIFY">20: Tito Flavio Vespasiano; Cittareale, 17 novembre 9 – Roma, 23 giugno 79.</div></li><li><div align="JUSTIFY">21: Cencre, 15 – Corinto, 67.</div></li><li><div align="JUSTIFY">22: 61.</div></li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006063_battaglia-di-colchester.html" data-text="Battaglia di Colchester" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006063_battaglia-di-colchester.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006063_battaglia-di-colchester.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Valencia</title><link>http://www.archeoguida.it/006056_battaglia-di-valencia.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/006056_battaglia-di-valencia.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Sep 2011 15:10:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=6056</guid> <description><![CDATA[Rappresentazione della battaglia di Valencia Luogo: Valencia Data: 15 giugno 1094 Eserciti: Cristiani e Musulmani almoravidi Esito: vittoria dei Cristiani La storia di questa città è stata contraddistinta da innumerevoli scontri, lotte interne, schermaglie tra Musulmani e Cristiani, con gli uni a chiedere aiuto anche in Africa e gli altri a fondersi con contingenti dei [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6057" title="Battaglia di Valencia" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Battaglia-di-Valencia.jpg" alt="Battaglia di Valencia" width="500" height="459" /></em><br /> <em>Rappresentazione della battaglia di Valencia</em></p><ul><li>Luogo: <strong>Valencia</strong></li><li>Data: <strong>15 giugno 1094</strong></li><li>Eserciti: <strong>Cristiani</strong> e <strong>Musulmani</strong> almoravidi</li><li>Esito: <strong>vittoria dei Cristiani</strong></li></ul><p>La storia di questa città è stata contraddistinta da innumerevoli scontri, lotte interne, schermaglie tra Musulmani e Cristiani, con gli uni a chiedere aiuto anche in Africa e gli altri a fondersi con contingenti dei primi per affrontare un nemico comune. Valencia nella sua storia finì persino in fiamme, distrutta dagli stessi abitanti, ben due volte. Una proprio in seguito alla morte di Rodrigo Diaz de Bivar (1), cinque anni dopo la fine della contesa che andrò a descrivere.</p><p align="JUSTIFY">Per raggiungere la data prestabilita, luogo della vittoria de El Cid Campeador, bisogna fare un passo indietro, al 1081, crocevia di interscambi generazionali, religiosi e regali, di cui appunto Rodrigo ne era il punto focale.</p><p align="JUSTIFY">Quest&#8217;ultimo venne esiliato dal regno di Castiglia, dal re Alfonso VI (2), quando El Cid era tra le file come <em>alferez</em> (3) dello stesso, a causa di una poco brillante manovra nella ritirata contro gli Arabi a Cabra (4) che costò la morte di molti affiliati, nonostante la vittoria finale.</p><p align="JUSTIFY">Proprio questa rottura interna portò Rodrigo a stringere patti con Mori (5), Arabi, Saraceni e in genere Musulmani, offrendo i propri servigi a questi popoli, delineando un quadro a dir poco confusionario nella penisola iberica.</p><p align="JUSTIFY">Si alleò con al-Muqtadir (6), il re di Saragozza, snodo importantissimo per le contese spagnole. Questo re-sultano, portò anche alla congiunzione, tramite protettorato ottenuto da Raimondo Berengario II (7), di tutte le province musulmane a sud ovest della Catalogna, sancendo così una violenta spaccatura nella penisola. Da una parte i Musulmani governati da al-Mutqadir prima e dal figlio al-Mu&#8217;tamin (8) poi stanziati nella parte sud ovest della Spagna, Musulmani e Almoravidi (9) con Alhay&#8217;ib (10) re di Lerida e Yusuf Ibn Tashfin (11) nella parte orientale e a nord il regno spagnolo di re Alfonso IV.</p><p align="JUSTIFY">Il quadro, per la battaglia imminente, si stava delineando e Rodrigo Diaz, in tutto questo, pedina fondamentale per l&#8217;egemonia di uno dei due popoli, rimaneva il protettore di al-Mutqadir e dal 1083 del figlio, il legittimo sovrano. Dalla parte del re di Saragozza e del suo ex alfiere, Raimondo Berengario II per gli aiuti pecuniari e Sancho Ramirez (12), sovrano di Navarra e Aragona, per quelli politici.</p><p align="JUSTIFY">Alfonso IV dalla sua, vedeva profilarsi uno scenario a dir poco funesto.</p><p align="JUSTIFY">Si arrivò quindi al 1093, quando a seguito di una sommossa popolare a favore degli Almoravidi, proprio a Valencia, il re di Saragozza perse la vita e costrinse El Cid a deviare nuovamente il suo percorso verso il ritorno tra le schiere spagnole e Alfonso VI.</p><p align="JUSTIFY">Doveva però prima rientrare nelle grazie del re spagnolo e per farlo, l&#8217;unica soluzione era riconquistare quella Valencia, teatro del massacro del suo protetto. Fatto ciò, sarebbe potuto rientrare di diritto nei piani principali del bisbetico re.</p><h3 align="JUSTIFY">Il cavaliere cristiano-islamico</h3><p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6058" title="Rodrigo Diaz de Bivar" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Rodrigo-Diaz-de-Bivar.jpg" alt="Rodrigo Diaz de Bivar" width="250" height="331" /></em><br /> <em>Rodrigo Diaz de Bivar</em></p><p align="JUSTIFY">Rodrigo Diaz era originario di un paesino della Castiglia vicino Burgos. Figlio di un nobile di basso rango Diego Lainez (13), cominciò subito la sua corsa alla notorietà e al mito, passando per le lotte tra sovrani spagnoli contraddistinte dal fresco crollo dell&#8217;Impero Omayyade (14) di Cordoba.</p><p align="JUSTIFY">Nel 1064, sotto l&#8217;egida di Ferdinando di Castiglia (15), compì la sua prima importante missione a Graus, dove si mise in luce per il suo acume tattico e per il suo coraggio, andando direttamente nelle prime linee. La prima vittoria contro il re arabo di Saragozza venne attribuita a lui.</p><p align="JUSTIFY">La sua condotta, in seguito, non rispetterà mai del valori chiari, né per discendenza né per religione, offrendosi dunque al miglior offerente; tattica che però gli consentì di abbracciare molte cariche e molti onori da molti popoli.</p><p align="JUSTIFY">Biondo e alto, come il popolo germanico da cui si dice discenda, ha nel suo soprannome la vera essenza della sua vita e del suo fare mercenario. El Cid, è semplicemente la versione spagnola del nome affibbiatogli dagli arabi, <em>Sayyd</em>, ovvero Signore, che poi va a congiungersi all&#8217;iberico <em>Campi Doctor</em>, campione del duello.</p><p align="JUSTIFY">Passato da Ferdinando di Castiglia a Sancho II (16), fino ad arrivare alle sponde musulmane di al-Muqtadir e del figlio, passando in diversi momenti, sotto l&#8217;egida di Alfonso VI, l&#8217;ascesa del mito di Rodrigo Diaz de Bivar raccoglie consensi da ogni popolo per cui ha combattuto, considerandolo a volte eroe a tal punto da essere sempre accolto a braccia aperte anche se colpevole di tradimento.</p><p align="JUSTIFY">Un soggetto che ha scatenato la fantasia fervida di molti scrittori, tra cui Per Abbat (17) e il suo <em>Cantar del Mio Cid</em> (18), che gli hanno dedicato poemi e quant&#8217;altro, per altro sfociando e intrecciando la storia fantastica con quella reale. Infatti, le nozioni che abbiamo di questo condottiero, sono alquanto vaghe e aleatorie. La leggenda creata dai suoi contemporanei e dagli scrittori futuri si è legata al fatto vissuto, dando vita all&#8217;unico mercenario della storia ad essere chiamato eroe, capace di portare quasi solo vittorie, seguito dal suo fedele cavallo, Babieca (19), altro simbolo della sua forza e risolutezza.</p><p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-6059" title="Statua equestre di Rodrigio Diaz a Burgos" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Statua-equestre-di-Rodrigio-Diaz-a-Burgos.jpg" alt="Rodrigo Diaz de Bivar" width="600" height="450" /></em><br /> <em>Statua equestre di Rodrigio Diaz a Burgos</em></p><p align="JUSTIFY">Non solo. Rodrigo aveva così tanto carisma da permettersi, ovunque combattesse, di essere seguito in battaglia da molti seguaci, fedeli a lui e non ai re. Infatti il suo coraggio in battaglia, tratto distintivo del Cid, portò numerosi popoli ad affiliarsi a lui per emularlo e seguirlo nelle vittorie. Franchi, Irlandesi, Baschi, Mori, Saraceni, Spagnoli, sono solo alcuni dei popoli che accorsero da tutti i luoghi per affiancarsi a Rodrigo Diaz.</p><p align="JUSTIFY">Una leggenda più che un uomo, simbolo della Reconquista, e un punto di svincolo per la storia della Spagna, dell&#8217;Europa e di tutta la religione cristiana. Oltre al combattimento, tra le sue gesta, possiamo annoverare anche importanti leggi paritarie, durante il governariato a Valencia, che portarono la popolazione della città, fatta di musulmani e cristiani, a fondersi senza problemi, potendo usufruire delle loro tradizioni indisturbati.</p><p align="JUSTIFY">Diaz morì nel 1099, lasciando la moglie doña Jimena, datagli in moglie dal conte di Oviedo, e nipote del re Alfonso VI; lasciando anche i quattro figli Diego, Elvira, Maria e Jimena, per tre anni assediati dai Musulmani a Valencia e in seguito fuggiti insieme a tutti gli spagnoli, lasciando in fiamme la città.</p><h3 align="JUSTIFY"><strong>Il comandante dei Musulmani</strong></h3><p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-6060" title="Yussuf Ibn Tashfin" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/09/Yussuf-Ibn-Tashfin.jpg" alt="Yussuf Ibn Tashfin" width="250" height="379" /><br /> <em>Yussuf Ibn Tashfin</em></p><p align="JUSTIFY">Yussuf Ibn Tashfin ottenne il titolo di <em>amir al-muslimin</em> dal suo stesso popolo che lo vedeva come il loro supremo comandante. Fu preso in causa nella vicenda, quando i Musulmani stanziati in Spagna, stavano avendo grosse difficoltà contro i Cristiani e l&#8217;emirato di Yussuf, che comprendeva parte del Nord Africa, sicuramente più attrezzato e potente, si mosse dal Marocco per approdare in Europa.</p><p align="JUSTIFY">Era diretto discendente del creatore della dinastia almoravide. Cugino infatti di Abu Bakr Ibn Umar (20), Yussuf, si fece notare per la sua perseveranza e abilità nel gestire i suoi combattenti. Nonostante gli Arabi, nel corso della storia, siano stati conosciuti come uno degli eserciti più vasti della storia, Yussuf, avendo in mano migliaia di uomini, riusciva nell&#8217;intento di disporli come se fossero un piccolo esercito e spiazzando gli avversari quasi in tutta la totalità degli scontri. Tashfin ottenne, nel corso della sua vita, solo due sconfitte, una rimediata appunto contro Diaz a Valencia e l&#8217;altra in Marocco, quando tentò di riunificare tutto il conglomerato dei territori spagnoli appunto alo Stato africano. Nel conteggio non è da riscontrare la sconfitta patita nei pressi di Badajoz, visto che Tashfin era rientrato in Africa per la perdita prematura del figlio primogenito.</p><p align="JUSTIFY">La sua avanzata nella Spagna controllata da Alfonso VI era inesorabile, tanto che ogni volta che arrivò ad un ostacolo questo veniva o lasciato o raso al suolo per non essere preso dallo stesso emiro e di conseguenza per non permettergli di aumentare il suo potere.</p><p align="JUSTIFY">In seguito alla morte del cugino, divenne l&#8217;emiro unico di tutto il Nord Africa, comprendendo anche il Senegal, oltre agli stati a contato con il mare. Infine, costituita la sua capitale in Marocco, fece nascere la città di Marrakesh, intorno al 1086, rendendola la capitale del suo emirato e iniziando la costruzione della città che oggi possiamo ammirare. Alla veneranda età di cento anni e soddisfatto delle sue campagne in Andalusia e in Nord Africa, dopo essere rientrato in patria, morì di vecchiaia, donando tutto il suo emirato al figlio Alì B. Yusuf (21).</p><h3 align="JUSTIFY">La battaglia</h3><p align="JUSTIFY">Conquistata dunque Valencia il 21 maggio 1094, Rodrigo Diaz, impose la sua persona come vicario di Alfonso VI che lo aveva nuovamente perdonato e reintegrato tra i comandanti della sua fazione.</p><p align="JUSTIFY">Nei ventisei giorni di governariato, prima dell&#8217;arrivo di Tashfin, Diaz, insegnò letteralmente ai suoi soldati le tattiche di maggior pregio della storia antica.</p><p align="JUSTIFY">Infatti, El Cid, promulgava sedute giornaliere di tattiche belliche dove il suo sottendente, Alvar Fañez, successivamente premiato con la carica di Conte da Alfonso VI, leggeva e traduceva scritti latini e greci ad ogni soldato di Diaz, per permettere ai suoi uomini di apprendere le migliori tecniche marziali da mettere sul campo. Inoltre, Diaz fu il propugnatore della tattica prevalentemente novecentesca, usata dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, di annettere alla mera tattica fatta di imboscate o cavalieri, la questione psicologica, creando strategie che inducevano gli avversari ad avere paura per poi attaccarli.</p><p align="JUSTIFY">Tashfin, arrivò dunque il 14 giugno nei pressi di Valencia, verso la fine della giornata. L&#8217;indomani avrebbe poi attaccato e assediato la città.</p><p align="JUSTIFY">Diaz però aveva previsto l&#8217;arrivo in quel giorno, della numerosa armata araba e insieme ai suoi generali, costruì la tattica che avrebbe reso inoffensivi i Musulmani, nonostante la loro schiacciante superiorità numerica.</p><p align="JUSTIFY">Un piccolo appunto va dato sui numeri in questione: sia nell&#8217;esercito arabo, sia in quello cristiano, le quantità di effettivi schierati dall&#8217;una e dall&#8217;altra fazione, sono sconosciuti. Si sa solamente che il numero degli Arabi superava di numerose volte quello degli uomini del Campeador. Una fonte poco attendibile afferma che alle porte di Valencia arrivarono ben 150.000 cavalieri Musulmani.</p><p align="JUSTIFY">Mentre Tashfin faceva riposare tutto il suo contingente per la lunga marcia fino a Valencia, Diaz si apprestava a mettere in atto la sua strategia. Prese ogni uomo disponibile nella città, togliendo ogni protezione inutile ad ogni soldato. Qualsiasi oggetto pesante che avesse portato troppo rumore, era stato lasciato.</p><p align="JUSTIFY">In seguito fece apporre dei fazzoletti bagnati sulle froge dei cavalli, in modo che non nitrissero e si accinse ad uscire dalla sua protezione. Tashfin che si aspettava una battaglia costituita da un assedio, non pensava minimamente ad un attacco nella notte e soprattutto in campo aperto.</p><p align="JUSTIFY">Diaz portò un parte della sua cavalleria dietro le linee nemiche, facendo passare i cavalli direttamente dalla riva del mare che costeggiava l&#8217;accampamento, con i cavalieri a trasportare a piedi i loro destrieri. Mentre posizionò i fanti astati davanti alle mura cittadine con a rimorchio gli arcieri.</p><p align="JUSTIFY">Gli Arabi erano chiuse da quattro fuochi. L&#8217;esercito di Diaz su due fronti opposti, il mare da una parte e le alture dall&#8217;altra. Infatti, quando già tutti gli uomini di Diaz erano posizionati e armati pronti a colpire, i Musulmani si accorsero del pericolo, ma ormai era troppo tardi. Alla ben e meglio, cavalieri arabi saltarono in sella alle loro cavalcature, cercando in fretta e furia di difendersi dall&#8217;imminente attacco.</p><p align="JUSTIFY">Gli arcieri fecero la prima mossa, inondando con nugoli di frecce l&#8217;accampamento, sterminando molti soldati, alcuni ancora nel sonno più profondo. Poi toccò alla cavalleria comandata dallo stesso Diaz, che imbracciava la sua Tizona (22), portarsi verso le linee di Tashfin e schiacciarle.</p><p align="JUSTIFY">I fanti astati avrebbero costituito solo una difesa utile contro i cavalieri nemici, gli unici che secondo Rodrigo sarebbero riusciti a baipassare la trappola. Fu così che i fanti arabi vennero devastati dalla carica impetuosa dei cavalli cristiani, mentre i cavalieri presi di mira dagli arcieri cristiani. I cavalieri che sopravvivevano e riuscivano nell&#8217;intento di attaccare, venivano decimati dai fanti. Fu una carneficina.</p><p align="JUSTIFY">Ma la battaglia non era finita. Il gran numero di Arabi portava ancora delle speranze.</p><p align="JUSTIFY">Lasciate al largo, un numero ristretto di navi Musulmane si erano portate, sotto ordine di Tashfin, vicino alla riva. Arcieri cominciarono a scagliare dardi verso la riva, cercando, nella notte, di evitare uccisioni amiche. Presero di mira i cavalieri di Diaz.</p><p align="JUSTIFY">Durante la pioggia di frecce, lo stesso Campeador, venne colpito ad una spalla. Diaz, colpito non solo nel corpo, ma anche nel coraggio, diede ordine ai suoi uomini di ripiegare verso la città e di terminare lì quella battaglia.</p><p align="JUSTIFY">Ciò permise a Tashfin e al suo contingente di fuggire per leccarsi le ferite per poi riassembrarsi davanti a Valencia in seguito, anche se lo stesso emiro lasciò ingenti quantità di oro e provviste che vennero riutilizzate nella successiva schermaglia dal Cid.</p><p align="JUSTIFY">Nonostante la ritirata cristiana, questa battaglia campale è da considerarsi a tutti gli effetti una vittoria. Il numero di Arabi rimasti rimane comunque esiguo e le perdite dei cristiani poco rilevanti. Ciononostante alcuni storiografi tentano invano di attribuire la vittoria ai Musulmani, soprattutto per il seguito che permise agli stessi di appropriarsi di Valencia e dilagare in Andalusia.</p><h3 align="JUSTIFY">Quello che venne poi</h3><p align="JUSTIFY">L&#8217;esercito musulmano tentò invano numerose volte di strappare ai cristiani Valencia, importante snodo commerciale, e crocevia tattico per l&#8217;avanzata delle truppe verso la conquista dell&#8217;Andalusia.</p><p align="JUSTIFY">Nel 1099, a seguito della morte dello stesso Campeador, Valencia subì un&#8217;involuzione enorme. Nei tre anni di sovrintendenza della moglie di Diaz, la città calò da importante borgo dove cristiani e musulmani vivevano in pace, rinsaldati dalla piena libertà di espressione, al decadimento completo, figura di una mancanza vivida dell&#8217;uomo carismatico che era perito.</p><p align="JUSTIFY">La moglie quindi decise che era giunto il momento di abbandonare la città, ormai troppo difficile da difendere dagli assedi continui di Tashfin. I Cristiani abbandonarono dunque Valencia, dirigendosi nel vicino borgo sotto l&#8217;egida di Alfonso VI. La città venne dunque data alle fiamme.</p><p align="JUSTIFY">Nonostante non avesse ulteriori rifornimenti per una campagna duratura, a causa anche della distrutta Valencia 8che venne in seguito ricostruita), Tashfin avanzò fino ad ottenere tutta l?Andalusia per poi fare ritorno soddisfatto in patria.</p><p align="JUSTIFY">Questa battaglia, forse può non essere considerata uno snodo fondamentale della storia, né un importante zona risolutrice per il controllo delle zone iberiche, ma mostra a pieno il vero valore della figura di Rodrigo Diaz de Bivar.</p><p align="JUSTIFY">La sua leggenda e fama erano tali da permettere ai posteri, odi, poesie e poemi dedicati solo a lui, tralasciando figure dei re che aveva servito. Inoltre la sua fama, non solo viene premiata nei posteri, ma ottiene tratti leggendari anche nel suo presente, tanto da portare al racconto di un aneddoto.</p><p align="JUSTIFY">Dopo la morte di Diaz, invece di dare la notizia ai suoi uomini, Alfonso diede l&#8217;ordine di legarlo da morto al suo cavallo Babieca facendogli guidare le truppe cavalcando contro il nemico fuori dalle mura. La sola sua presenza incoraggiava i suoi soldati che avanzavano imperituri, mentre spaventava di conseguenza i Musulmani che vedevano il Cid rimanere ritto in sella nonostante le numerose frecce piantate sul suo corpo.</p><h4 align="JUSTIFY">Note</h4><ul><li><div align="JUSTIFY">1: Quintanilla Vivar, 1043 – Valencia, 10 luglio 1099.</div></li><li><div align="JUSTIFY">2: Alfonso Fernandez detto Il Valoroso (El Bravo), 1040 – Toledo, 1 luglio 1109)</div></li><li><div align="JUSTIFY">3: letteralmente “alfiere”, era il braccio destro del sovrano.</div></li><li><div align="JUSTIFY">4: comune andaluso nella provincia di Cordoba.</div></li><li><div align="JUSTIFY">5: musulmani berberi stanziatisi nella penisola iberica e in parte della Sicilia. Il loro nome deriva da <em>maurus</em>, e tutt&#8217;ora sono un popolo attivo che vive nella Mauritania.</div></li><li><div align="JUSTIFY">6: Ahmad Ibn Sulayman al-Muqtadir. Muore nel 1083.</div></li><li><div align="JUSTIFY">7: detto il Vecchio (el Viejo); 1023 – Barcellona, 26 maggio 1076.</div></li><li><div align="JUSTIFY">8: Muhammad Ibn &#8216;Abbad al-Mu&#8217;tamid; Beja (Portogallo), 1040 – Agmat (Marocco), 1095.</div></li><li><div align="JUSTIFY">9: dinastia berbera che regnò in Spagna e nel Maghreb. Proveniente dal Sahara.</div></li><li><div align="JUSTIFY">10: personaggio dagli estremi sconosciuti.</div></li><li><div align="JUSTIFY">11: 1006 – 1106.</div></li><li><div align="JUSTIFY">12: Sancho Ramirez di Aragona; 1041 – Huesca, 4 giugno 1094.</div></li><li><div align="JUSTIFY">13: muore nel 1050.</div></li><li><div align="JUSTIFY">14: nome dato alla dinastia di califfi arabi che ai tempi di Maometto rappresentavano il più alto esponente musulmano.</div></li><li><div align="JUSTIFY">15: Ferdinando Sanchez I di Leon, detto il Grande; 1016 – Leon, 27 dicembre 1065.</div></li><li><div align="JUSTIFY">16: Sanchez Fernandez II di Castiglia, detto il Forte; 1036 – Zamora, 7 ottobre 1072.</div></li><li><div align="JUSTIFY">17: nome ricorrente nella documentazione spagnola, non riscontra però una data di appartenenza, tanto da attribuirgli persino due secoli differenti di nascita. Sicuramente però la sua nascita si fa risalire intorno al 1110.</div></li><li><div align="JUSTIFY">18: scritto nel 1140, questo poema risulta essere il primo documento ufficiale in lingua spagnola.</div></li><li><div align="JUSTIFY">19: l&#8217;origine del nome e della sua storia ha differenti vie. La prima vede il padrino di Rodrigo, Pedro il Grande, monaco certosino, voler regalare un cavallo di pregio al Cid, ma quest&#8217;ultimo, tra i puledri disponibili scelse il più malridotto, gridando “Babieca!” che in castigliano significa “stupido”. La seconda storia vede invece El Cid confrontarsi con un cavaliere di re Sancho per il titolo di Campeador. Sancho, per vedere un combattimento ad armi pari, regalò a Rodrigo il cavallo Babieca che qui prenderebbe il nome da Babia, regione della provincia di Leon. Un terzo antefatto, meno attendibile porta un condottiero barbaro, impressionato dalla forza del Cid, a donargli il suo cavallo. L&#8217;etimologia qui deriverebbe da Barbieca o appunto “cavallo del barbaro”. Si dice che il cavallo fosse stato sepolto insieme al padrone, su richiesta dello stesso, nella tomba adesso al monastero di San Pedro de Cardeña.</div></li><li><div align="JUSTIFY">20: capostipite della dinastia almoravide, muore nel 1087.</div></li><li><div align="JUSTIFY">21: data e morte sconosciuti.</div></li><li><div align="JUSTIFY">22: era la spada, di acciaio di Damasco, utilizzata in battaglia da Rodrigo Diaz. Ora è custodita al Museo di Burgos. Prima di quest&#8217;arma, Diaz utilizzava Colada, persa in una battaglia campale contro Alfonso VI.</div></li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/006056_battaglia-di-valencia.html" data-text="Battaglia di Valencia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F006056_battaglia-di-valencia.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/006056_battaglia-di-valencia.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Lepanto</title><link>http://www.archeoguida.it/005835_battaglia-di-lepanto.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005835_battaglia-di-lepanto.html#comments</comments> <pubDate>Sun, 31 Jul 2011 15:36:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5835</guid> <description><![CDATA[Data: 7 ottobre 1571 Luogo: isole Curzolari (Grecia) Contendenti: flotta cristiana della Lega Santa e flotta islamica turca Esito: vittoria della flotta cristiana La battaglia di Lepanto È uno degli scontri navali più celebri nella storia, accomunato per rilevanza militare a quelli di Azio e di Trafalgar, e si svolse in Grecia, lungo la costa [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li>Data: <strong>7 ottobre 1571</strong></li><li>Luogo: isole Curzolari (Grecia)</li><li>Contendenti: flotta cristiana della <strong>Lega Santa</strong> e flotta islamica turca</li><li>Esito: vittoria della flotta cristiana</li></ul><p><img class="alignnone size-full wp-image-5839" title="Battaglia-Lepanto04" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto04.jpg" alt="Battaglia di Lepanto " width="600" height="738" /></p><h2>La battaglia di Lepanto</h2><p>È uno degli scontri navali più celebri nella storia, accomunato per rilevanza militare a quelli di Azio e di Trafalgar, e si svolse in Grecia, lungo la costa ionica, in un tratto di mare antistante l&#8217;imboccatura del golfo di Patrasso che dista circa 40 miglia nautiche (74 km) dalla moderna <strong>Naupatto</strong>, anticamente detta Lepanto dai veneziani. Per la verità il luogo esatto non si trova nei pressi della città, ma nelle acque dell&#8217;arcipelago delle Curzolari (o Echinadi), tant&#8217;è che in origine prese il nome di «<strong>battaglia delle Curzolari</strong>».</p><p>Lo scontro prese le mosse all&#8217;alba del 7 ottobre 1571 e fu epico per il numero di navi impegnate e per le perdite, in particolare quelle subite dagli sconfitti, ma soprattutto per la portata storica del suo epilogo: l&#8217;intera Cristianità esultò di gioia alla notizia di una vittoria che, pur non portando vantaggi in termini di conquiste territoriali, salvò probabilmente intere nazioni europee dalla dominazione musulmana. La flotta dell&#8217;Impero Ottomano venne affrontata da quella cristiana della<strong> Lega Santa</strong>, voluta da <strong>Papa Pio V</strong> per frenare l&#8217;espansionismo islamico dopo la caduta di Nicosia (Cipro) e, nel momento contingente, per correre in aiuto di Famagosta, colonia veneziana sull&#8217;isola di Cipro da tempo nella morsa di un pressante assedio turco.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5846" title="Papa Pio V" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Papa-Pio-V.jpg" alt="Papa Pio V" width="600" height="865" /></em><br /> <em>Papa Pio V</em></p><h3>La Lega Santa</h3><p>I preparativi della flotta cristiana furono lunghi e laboriosi; navi e uomini iniziarono a concentrarsi nei porti di <strong>Barcellona</strong>, <strong>Genova</strong>, <strong>Napoli</strong>, <strong>Civitavecchia</strong>, <strong>Livorno</strong> e <strong>Messina</strong> formando le varie squadre navali che sarebbero poi convenute tutte assieme nel porto siciliano, dove era previsto il <strong>raduno finale</strong> prima della partenza. In estate affluirono i veneziani al comando di <strong>Sebastiano Venier</strong>, con 58 galee e 6 galeazze guidate da <strong>Francesco Duodo</strong>, i genovesi di <strong>Giovanni Andrea Doria</strong> con 11 galee, una ulteriore squadra navale veneziana di 60 unità proveniente da Creta e, ultime in ordine di tempo, le 30 navi spagnole di <strong>Álvaro di Bazán</strong>, marchese di Santa Cruz. Le galeazze furono uno degli elementi determinanti della vittoria cristiana: erano vere e proprie fortezze galleggianti che imbarcavano fino a 30 cannoni ciascuna, e in qualche caso anche di più.</p><ul><li>la “<strong>Bragadina</strong>” di Antonio Bragadin</li><li>la omonima, di Ambrogio Bragadin</li><li>la “<strong>Guora</strong>” di Jacopo Guoro</li><li>la “<strong>Duouda</strong>” di Francesco Duodo</li><li>la “<strong>Pesara</strong>” di Andrea da Pesaro</li><li>la “<strong>Pisana</strong>” di Piero Pisani</li></ul><p>Disponevano in totale di ben 159 bocche da fuoco, con una media di 25 a testa contro i 4 (sempre di media) delle altre imbarcazioni. Il comando supremo fu affidato a <strong>don Giovanni d&#8217;Austria</strong>, mentre <strong>Marcantonio Colonna</strong> (uomo di fiducia del Papa) e<strong> Sebastiano Venier</strong>, rispettivamente comandanti della flotta <strong>pontificia</strong> e <strong>veneziana</strong>, vennero nominati suoi luogotenenti.</p><p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-5860" title="don giovanni d austria" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/don-giovanni-d-austria.jpg" alt="don Giovanni d'Austria" width="510" height="600" /></strong><br /> <em>Don Giovanni d&#8217;Austria</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5841" title="Francesco Duodo" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Francesco-Duodo.jpg" alt="Francesco Duodo" width="600" height="688" /></em><br /> <em>Francesco Duodo</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5842" title="Sebastiano Venier" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Sebastiano-Venier.jpg" alt="Sebastiano Venier" width="600" height="522" /></em><br /> <em>Sebastiano Venier</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5843" title="Giovanni Andrea Doria" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Giovanni-Andrea-Doria.jpg" alt="Giovanni Andrea Doria" width="600" height="756" /></em><br /> <em>Giovanni Andrea Doria</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5844" title="Álvaro di Bazán" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Álvaro-di-Bazán.jpg" alt="Álvaro di Bazán" width="286" height="393" /><br /> Álvaro di Bazán</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5851" title="Marcantonio Colonna" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Marcantonio-Colonna.jpg" alt="Marcantonio Colonna" width="400" height="602" /></em><br /> <em>Marcantonio Colonna</em></p><p>La flotta della Lega Santa era ormai completa e il 16 settembre salpò verso oriente. Dalla bocca del porto di Messina uscirono:</p><ul><li><strong>207 galee</strong></li><li><strong>6 galeazze</strong></li><li>28 vascelli di vario genere</li><li>32 imbarcazioni di stazza minore</li></ul><p>Avevano a bordo<strong> 30.000 soldati</strong> e quasi<strong> 50.000 tra marinai e rematori</strong>.</p><p>Una volta guadagnato il mare aperto si disposero in formazione, dividendosi in quattro squadroni: tre di prima linea e uno di copertura, in posizione arretrata.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5840" title="Battaglia-Lepanto03" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto03.jpg" alt="Battaglia di Lepanto" width="600" height="227" /></p><h4>Avanguardia e retroguardia</h4><p>L&#8217;avanguardia contava 57 galee al comando di Doria, il centro ne annoverava 64 sotto don Giovanni e la retroguardia 56 alle direttive di <strong>Agostino Barbarigo</strong>, vice comandante della flotta veneziana; dietro, in posizione distaccata, la riserva di Santa Cruz con 27 navi e 3.000 fanti germanici imbarcati. Ciascuno degli squadroni della prima linea era anticipato di circa un miglio da una coppia di galeazze che, in combattimento, avevano il compito di devastare lo schieramento nemico con la loro potenza di fuoco, in maniera da indebolirlo notevolmente prima che esso giungesse in contatto con le altre navi della flotta cristiana. Inoltre erano state create due piccole formazioni, composte ciascuna dalle 8 migliori galee scelte tra quelle di Barbarigo e Doria, che avevano compiti di esplorazione e navigavano una decina di miglia avanti a tutti. Ai primi di ottobre, dopo aver superato non poche traversie dovute soprattutto a dissidi interni, la flotta cristiana doppiò Capo Bianco e il pomeriggio del 4 ottobre raggiunse il porto di <strong>Cefalonia</strong> (Grecia) e trovò ad attenderla la tragica notizia della caduta di Famagosta, ma soprattutto dell&#8217;orribile morte che i musulmani avevano inflitto al povero <strong>Marcantonio Bragadin</strong>, comandante veneziano della fortezza.</p><h3>La caduta di Famagosta</h3><p lang="it-IT">Ma cos&#8217;era accaduto di così terribile nella fortezza cipriota appena espugnata? Dopo mesi di assedio, nonostante le fortissime perdite inflitte agli assalitori, con oltre 40,000 nemici uccisi (alcune stime parlano addirittura di 80.000), gli eroici difensori veneziani avevano ormai realizzato di non essere più in grado di sostenere l&#8217;assedio senza rinforzi, e si erano arresi il 1 agosto chiedendo come contropartita ai turchi l&#8217;assicurazione di aver salva la vita e di poter quindi lasciare Cipro. Gli assedianti avevano dato ampie garanzie in tal senso ma poi, una volta preso il controllo della situazione, non mantennero la parola data: <strong>Lala Kara Mustafa Pascià</strong>, il comandante delle truppe turche che aveva perso il figlio nell&#8217;assedio, fece catturare e imprigionare i veneziani, condannandoli ai remi delle sue galee. Il 5 agosto Lala Mustafà invitò i comandanti e i notabili cristiani al suo cospetto e con un pretesto scatenò la sua ferocia ordinando di <strong>fare letteralmente a pezzi i prigionieri</strong>.</p><p lang="it-IT">Il 15 agosto Bragadin, dopo lunghe torture, venne letteralmente <strong>scuoiato vivo</strong> dinnanzi a una folla di musulmani festanti e<strong> la sua pelle fu conciata</strong> come quella di un animale, imbottita di paglia, rivestita ed esposta quale macabro pupazzo sulla galea di Mustafà; gli furono quindi accostate <strong>le teste di Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini</strong>, decapitati il 5. I truculenti trofei vennero quindi inviati a Costantinopoli per essere mostrati al sultano.</p><p lang="it-IT"><img class="alignnone size-full wp-image-5848" title="martirio-Bragadin" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/martirio-Bragadin.jpg" alt="" width="600" height="413" /><br /> <em>Il martirio di Bragadin in una stampa antica</em></p><p><em><img title="Tomba-Bragadin" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Tomba-Bragadin.jpg" alt="Tomba-Bragadin" width="600" height="506" /></em><br /> <em>La tomba di Bragadin a Venezia</em></p><p>La notizia, come è immaginabile, <strong>infiammò gli animi dei combattenti cristiani</strong> e cancellò definitivamente le rivalità interne che avevano dominato la prima parte della navigazione, spesso sfociando in veri e propri scontri armati con morti e feriti. La sete di vendetta accomunò veneziani e spagnoli, ma il cattivo tempo impediva la ripresa della navigazione e costrinse le navi all&#8217;ancora fino al giorno 6. In campo turco vi erano dubbi sul da farsi, se muovere o meno battaglia, e questo nasceva da numerose considerazioni che riguardavano sia la valutazione della reale consistenza della flotta cristiana e del suo stato di efficienza, sia le problematiche della propria, penalizzata anche dalla lunga permanenza in mare. Molti marinai e combattenti esperti erano in licenza nelle loro città di origine e a bordo restavano solo pochi veterani affiancati da numerose giovani reclute inesperte; i soldati cristiani usavano corazze e archibugi, mentre gli ottomani erano privi di protezione personale e tiravano d&#8217;arco; a bordo delle loro galee remavano molti schiavi cristiani e il rischio di un ammutinamento durante la battaglia era alto. Nonostante tutte queste considerazioni, nel consiglio di guerra del 6 ottobre il grandammiraglio Müezzinzâde Alì decise per lo scontro e tutti, per paura o convenienza, si adeguarono dando ordine alle navi di uscire in mare.</p><h3>La battaglia</h3><p><img class="alignnone size-full wp-image-5854" title="Battaglia-Lepanto06" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto06.jpg" alt="battaglia di lepanto" width="600" height="533" /></p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5855" title="Battaglia-Lepanto01" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto01.jpg" alt="" width="600" height="682" /></p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5856" title="Battaglia-Lepanto02" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto02.jpg" alt="" width="600" height="375" /></p><p>Il <strong>7 ottobre del 1571</strong>, in anticipo sull&#8217;aurora, don Giovanni ordinò alla flotta di schierarsi deciso a dar battaglia.</p><h4>Schieramento islamico</h4><p>Gli ottomani potevano contare su 302 unità, di cui:</p><ul><li>220 galee</li><li>39 galeotte</li><li>43 lanterne</li></ul><p>Esse imbarcavano in totale circa<strong> 640 bocche da fuoco</strong> di vario tipo; lo schieramento aveva forma di mezzaluna e sembra che fosse il loro preferito.</p><p><strong>Maometto Scirocco</strong> (Mehmet Shoraq, al secolo Şuluč Mehmed Pascià) comandava l&#8217;ala <strong>destra</strong> composta da 54 galee, 2 galeotte e 7 lanterne</p><p><strong>Müezzinzâde Alì</strong> era al <strong>centro</strong> con 91 galee e 5 galeazze e 22 lanterne</p><p><strong>Uccialì</strong> (Uluč Alì Pascià, detto Occhialì, in realtà Luca (o forse Giovani) Galeni, un rinnegato calabrese convertito all&#8217;Islam) era responsabile dell&#8217;ala <strong>sinistra</strong> con 67 galee, 27 galeotte e 9 lanterne.</p><p>Dietro di loro la <strong>riserva</strong> di 8 galee, 5 galeotte e 5 lanterne guidata da <strong>Murad Dragut</strong>; figlio dell&#8217;omonimo viceré di Algeri e signore di Tripoli, uno tra i più famigerati pirati.</p><p>Müezzinzâde Alì era a bordo della sua ammiraglia, la “Sultana”, che sfoggiava un vessillo verde su cui era stato ricamato a caratteri d&#8217;oro per ben 28.900 volte il nome di Allah.</p><h4>Schieramento cristiano</h4><p>Gli si opponeva la flotta cristiana formata da 204 galee, 6 galeazze e 30 lanterne, con oltre un migliaio di bocche da fuoco imbarcate, schierata in un allineamento compatto diviso in tre settori, ciascuno dei quali preceduto un miglio avanti da una coppia di galeazze, e spalleggiato dalla riserva in posizione centrale.</p><p>L&#8217;ala <strong>sinistra</strong> al comando di <strong>Barbarigo</strong> aveva 3 lanterne e 57 galee, di cui 53 in prima linea e 4 in seconda come riserva</p><p>L&#8217;ala <strong>destra</strong> rispondeva agli ordini di <strong>Colonna</strong> ed era composta da 53 galee e 7 lanterne</p><p>Il <strong>centro</strong>, sotto la guida di <strong>don Giovanni</strong>, contava 64 galee e 18 lanterne tra le quali la sua ammiraglia e le altre «capitane», oltre a varie «padrone».</p><p>Delle <strong>galeazze</strong> il nemico si era ben accorto, ma non riusciva a comprendere il senso della loro presenza sul campo; ai turchi le spie avevano riferito di quelle grosse navi, ma sostenendo che esse imbarcassero solo pochi pezzi d&#8217;artiglieria ciascuna, per cui furono ignorate.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5857" title="Agostino Barbarigo 2" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Agostino-Barbarigo-2.jpg" alt="Agostino Barbarigo" width="600" height="588" /></em><br /> <em>Agostino Barbarigo</em></p><p>Nella <strong>retroguardia</strong> cristiana era infine schierata la <strong>riserva</strong> di <strong>Santa Cruz</strong>, che poteva rendere disponibili 30 galee, 2 lanterne e unità minori che imbarcavano archibugieri e piccoli pezzi d&#8217;artiglieria. I rapporti di forza erano favorevoli agli ottomani per numero di navi, ma volgevano a loro svantaggio per quantità di bocche da fuoco, che i cristiani avevano in numero quasi doppio; per quanto riguarda gli equipaggi e i combattenti imbarcati, si pensa che la loro consistenza fosse quasi alla pari.</p><p>Alle undici del mattino le flotte potevano ormai dirsi posizionate, anche se quella della Lega era ancora ostacolata dal vento contrario; non appena Müezzinzâde Alì ebbe conferma che il suo schieramento era in posizione, diede ordine di avanzare a favore di vento, sfruttando al minimo i rematori e usandoli solo per tenere la corretta direzione, accompagnando la lenta avanzata con un terribile fragore di tamburi e corni per demoralizzare l&#8217;avversario; ma in breve volgere il vento cambiò direzione e questo li costrinse ad ammainare le vele e dar mano ai remi. I cristiani lessero invece l&#8217;evento come un segno tangibile della benevola presenza di Dio e il loro morale riprese vigore. A mezzogiorno la flotta musulmana avanzava a velocità costante ed era a un miglio e mezzo dagli avversari, che restavano apparentemente inerti ma animati da un fremito di impazienza per l&#8217;imminente scontro, soprattutto gli artiglieri a bordo delle 6 galeazze.</p><h3>Galeazze, l&#8217;arma segreta dei Veneziani</h3><p>Non appena il nemico fu a tiro, il comandante <strong>Francesco Duodo</strong> diede ordine di sparare e una valanga di fuoco si abbatté sulle galee turche, con effetto devastate e del tutto inatteso. Alla prima bordata almeno 4 furono distrutte e molte altre danneggiate, provocando un gran numero di vittime. La confusione nel fronte turco fu subito enorme: alcune navi invertivano la remata per fuggire all&#8217;indietro, altre sbandavano ormai prive di guida e diventavano ostacolo per le vicine causando collisioni, altre ancora tentavano una scomposta reazione sparando alla cieca. La formazione lanciata con foga all&#8217;attacco si era ormai sgretolata. Le galeazze, nel frattempo, avevano effettuato una rotazione e avevano scaricato una seconda bordata dal lato sinistro, e poi ancora, ruotando ogni volta di un quarto di giro, usando le batterie di prua e di destra, man mano che la nave ruotava su se stessa e un gruppo di cannoni sparava, gli artiglieri ricaricavano gli altri. La potenza di fuoco generata dalle sei unità, la cui presenza era stata praticamente ignorata dai turchi, si rivelò micidiale e ne decimò la flotta ancor prima dello scontro vero e proprio.</p><p>Per arrivare a contatto con la prima linea cristiana le navi musulmane dovettero superare le galeazze e quelle che passarono loro più vicine vennero polverizzate dalle raffiche di cannone, spesso caricato anche a “<strong>mitraglia</strong>” oltre che a palla singola; oltrepassato questo muro di fuoco li attendeva il tiro dei cannoni “di corsia” (di prua) delle galee. Il vento peggiorava la situazione dei turchi, perchè era divenuto contrario e li investiva del fitto e soffocante fumo delle bocche da fuoco avversarie, impedendo agli arcieri di prendere la mira. A quel punto un terzo delle unità attaccanti era ormai distrutto o irrimediabilmente danneggiato. La flotta della Lega iniziò quindi a muovere lentamente in avanti.</p><p>Nel frattempo Maometto Scirocco aveva manovrato verso terra, sotto al <strong>promontorio di Malcatone</strong>, per tentare l&#8217;aggiramento della squadra di Barbarigo che vi era in posizione; questi se ne accorse per tempo e ne nacque uno scontro feroce che, tra alterne vicende, si risolse a favore dei cristiani, anche se il comandante veneziano fu ferito a morte. In un altro settore, un gruppo di galee alla cui testa si trovava la toscana “<strong>Elbigina</strong>” sfondò la prima linea turca, che dove si era aperto un varco, intercettando una trentina di unità nemica in fuga e sbaragliandole, con la cattura di alcune di esse tra cui la «capitana» di Rodi.</p><p>Sul lato sinistro (il destro per i turchi), quello verso costa, la situazione volgeva ormai a netto favore della flotta cristiana e le loro galee avevano spinto quel che restava dell&#8217;ala destra ottomana verso riva, tant&#8217;è che alcune delle loro navi finirono addirittura in secca. L&#8217;ammiraglia di Scirocco venne centrata da una palla di cannone e lui, gravemente ferito, fu ripescato in acqua dai veneziani, che non ebbero alcuna pietà per tutti gli altri naufraghi. Al centro la situazione era divenuta altrettanto grave per gli ottomani che, subito dopo mezzogiorno, presi da una sorta di frenesia irrazionale, avevano tentato di colpire il cuore dello schieramento cristiano, ma erano stati spazzati dalle bordate delle galeazze li avevano travolti a più riprese con le micidiali scariche a mitraglia; per giunta, non avendo rimosso i rostri non potevano abbassare i cannoni di prua abbastanza da sparare frontalmente. Nonostante tutto la “<strong>Sultana</strong>”, ammiraglia di Müezzinzâde Alì, scortata da varie unità minori puntò dritta sulla “<strong>Real</strong>”, la nave di don Giovanni, speronandola a prua. Si accese una mischia furibonda che coinvolse varie navi delle due parti accorse; abbordaggi e speronamenti si susseguirono a lungo, ma infine il soccorso della riserva di Santa Cruz fu provvidenziale.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-5858" title="Battaglia-Lepanto07" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-Lepanto07.jpg" alt="" width="600" height="322" /></p><h3>La vittoria cristiana</h3><p>I rinforzi ottomani erano invece ormai esauriti e piano piano le navi cristiane iniziavano ad avere il sopravvento nei vari scontri; molte di esse, liberatesi dei nemici con i quali erano ingaggiati, confluirono contro la “Sultana”, che era rimasta isolata. Venne arrembata per l&#8217;ultima volta e in breve la testa di Müezzinzâde Alì fu infilzata su una lancia e alzata perché tutti la potessero vedere; il vessillo ottomano venne strappato e al suo posto fu alzato quello cristiano, e tutta la flotta della Lega lo vide ed esultò. Restava ancora Uccialì, che con le sue navi avanzava verso l&#8217;ala destra avversaria. Per sfuggire al fuoco delle galeazze virò a sud e venne inseguito dalla squadra di Doria che, per farlo, lasciò indietro alcune galee veneziane più lente; esse divennero facile bersaglio per l&#8217;algerino che le catturò prima che Doria potesse intervenire e ne prese otto al rimorchio come preda. Poi commise l&#8217;errore di lanciarsi all&#8217;attacco del centro cristiano, ma era ormai troppo tardi per ribaltare le sorti dello scontro e con quella mossa finì per trovarsi in trappola, chiuso tra la vittoriosa squadra della Lega e quella di Doria che lo inseguiva. Scaltramente, da rinnegato qual&#8217;era, decise di fuggire.</p><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005835_battaglia-di-lepanto.html" data-text="Battaglia di Lepanto" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005835_battaglia-di-lepanto.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005835_battaglia-di-lepanto.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Ponte Milvio</title><link>http://www.archeoguida.it/005679_battaglia-di-ponte-milvio.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/005679_battaglia-di-ponte-milvio.html#comments</comments> <pubDate>Sat, 09 Jul 2011 13:58:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=5679</guid> <description><![CDATA[Data: 28 ottobre 312 Luogo: Roma, nei pressi di Ponte Milvio Eserciti: Impero Romano di Costantino I e Impero Romano di Massenzio Esito: vittoria di Costantino I Arco di Costantino con la raffigurazione della battaglia di Ponte Milvio Per quanto riguarda questa importante battaglia che vede Costantino (1) porre fine all&#8217;era di Massenzio (2) per [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li>Data: 28 ottobre 312</li><li>Luogo: <strong>Roma</strong>, nei pressi di Ponte Milvio</li><li>Eserciti: Impero Romano di <strong>Costantino</strong> I e Impero Romano di <strong>Massenzio</strong></li><li>Esito: vittoria di <strong>Costantino</strong> I</li></ul><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5680" title="Roma, arco di Costantino" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/arco-costantino-2.jpg" alt="Arco di Costantino con la raffigurazione della battaglia di Ponte Milvio" width="600" height="624" /></em><br /> <em>Arco di Costantino con la raffigurazione della battaglia di Ponte Milvio</em></p><p>Per quanto riguarda questa importante battaglia che vede Costantino (1) porre fine all&#8217;era di Massenzio (2) per dare inizio ad una nuova nascita dell&#8217;Impero Romano, ritrova nei posteri documentazioni validissime. Da <strong>Zosimo</strong> (3), con la sua <em>Storia Nuova</em> (4), a <strong>Lattanzio</strong> (5), fino ad arrivare a <strong>Eusebio</strong> di Cesarea (6).</p><p>Soprattutto dal primo possiamo avere dettagli e indiscrezioni su una delle battaglie interne al popolo romano, che hanno contraddistinto non solo le questioni intestine ma anche, vista soprattutto la vittoria di Costantino I, aprendo nuovi scenari nel palcoscenico mondiale che si stava delineando.</p><p>Zosimo si sofferma ha dare dati importanti sullo scontro. Il numero dei contendenti scesi in campo, le strategie dei due comandanti, le tensioni prima della schermaglia. Tutto questo descritto con dovizia di particolari, anche se alla fine, in qualche sua parte importante, scarsa nei contenuti. Infatti abbiamo qualche falla nel descrivere a pieno la battaglia, ma grazie a Zosimo e ad altri autori latini, le falle sono percorribili senza troppi intoppi.</p><p>Fu un inezia a far iniziare la guerra tra le due fazioni. Racconta Zosimo, che Costantino I, cominciava ad essere troppo sospettoso delle movenze politico-militari del suo pari.</p><p>In quell&#8217;epoca, vigeva la legge della <strong>Tetrarchia</strong> che prevedeva la scissione dell&#8217;Impero in quattro parti uguali e che come punto importante per la nostra vicenda, anche la rinuncia dell&#8217;augusto (7) al suo potere passati i dieci anni. Certo la situazione a Roma non era delle migliori, vista la facilità con cui si elargivano cariche e favori, ma la visione d&#8217;insieme dava pressapoco questo quadro.</p><p>Costantino e Massenzio non solo erano abili comandanti e guerrieri, ma discendevano direttamente l&#8217;uno da Costanzo Cloro (8) e l&#8217;altro da Massimiano (9), entrambi Augusti. La loro fama, già solo per essere figli di questi importanti uomini, regalò al primo l&#8217;onorificenza di <em>Imperator </em>(10) della popolazione gallo-romanica, prendendo quello che prima era del padre, mentre il secondo fu posto alla guida della Guardia pretoriana (11) del <em>Castrum Romanum</em> (12).</p><p>Veniva da sé, spiega Zosimo, che la battaglia era solo questione di tempo. Infatti, proprio partendo dal sospetto di Costantino, l&#8217;<em>Imperator</em>, decise di reclutare uomini dalle tribù fedeli a lui e a suo padre, prevalentemente dalle zone germaniche, ma anche Britanni e Celti.</p><p>Venuto a sapere della prima recluta di seguaci e successivamente dell&#8217;avanzata con tanto di valico delle Alpi, Massenzio per correre ai ripari, non fu da meno assoldando uomini non solo dall&#8217;Italia, ma trovando forza anche da alleati dall&#8217;Africa settentrionale.</p><p>Questa era sì una battaglia interna, ma dai numeri che mostravano i contingenti, poteva essere annoverata tranquillamente tra le battaglie di largo margine che vedevano due popoli contrapporsi. A differenza della vena di Zosimo, Lattanzio e Eusebio si soffermano più su questioni, diciamo così, ecclesiastiche, trattando di temi religiosi, accendendo un dibattito che si formò poi con il tempo.</p><p>Si dice infatti, e le fonti lo confermano, che Costantino I, prima della battaglia, nella sua tenda, ebbe una visione, ma a seconda di Lattanzio o Eusebio le particolarità di questa visione differiscono. Entrambi spiegano come la vena religiosa dell&#8217;<em>Imperator </em>abbia fatto presa sui suoi uomini e come la sua idea di apporre dei simboli sacri sugli scudi, abbia giovato all&#8217;animo dei soldati e di conseguenza all&#8217;esito favorevole della battaglia. Ma proprio il simbolo è sintomo di controversie.</p><p>Lattanzio dice che sul ferro era stata disegnata una croce latina terminante all&#8217;apice con una “P”, mentre Eusebio ricalca la guerra contro <strong>Licinio</strong> (13), nella quale era stato usato il segno <strong>Chi-Ro </strong>(14).</p><p>Altra diversità però la abbiamo proprio in seno ad Eusebio che in due distinte scritture, parla di altrettanto distinte situazioni. Nella prima smentisce la visione, mentre nella seconda sostiene l&#8217;azzardo che l&#8217;imperatore stesso abbia confessato allo storico della visione secondo la quale Dio stesso abbia pronunciato la famosa frase <em>In hoc signo vinces</em>.</p><p>Se facciamo un grande viaggio in avanti, troviamo una teoria che ad alcuni storiografi è parsa tutt&#8217;altro che stravagante. Helmuth von Moltke (15), grande stratega prussiano, trovatosi nel corso dei suoi spostamenti militari nelle zone di Roma, spiega come sia impossibile, leggendo le documentazioni dei tre storici latini, che la battaglia si sia potuta svolgere sul o nei pressi di Ponte Milvio. Infatti, la grande quantità di soldati presenti e i movimenti prima della battaglia, fanno presupporre che la zona in questione sia da attribuire a Saxa Rubra (16) e che inoltre, prima dello scontro, lo stesso Ponte Milvio fosse stato distrutto da Massenzio per costringere Costantino ad affrontarlo dove più desiderava.</p><p>Insomma, varie controversie contraddistinguono questa vicenda, ma tutti sono d&#8217;accordo su di un punto. La vittoria di Costantino ha aperto nuovi fronti per l&#8217;Impero Romano, senza i quali la potenza che lo ha contraddistinto sarebbe scemata in breve tempo a causa delle continue lotte intestine e ci sarebbe stato ovviamente un diverso scenario mondiale futuro.</p><h3>Costantino I il Grande</h3><p>Figlio del cesare d&#8217;occidente e di un&#8217;addetta alle stalle, Costantino ottiene dai genitori la regalità e la propensione politica dal padre mischiata alla forza e alla tenacia della madre. La sua carriera militare e politica vanno a braccetto, grazie alla sua ottima conoscenza delle strategie belliche e all&#8217;istinto nel cogliere il momento giusto nelle questioni burocratiche.</p><p>Sotto Galerio (17), in Egitto nel 297, comincia a farsi vedere come abile combattente e successivamente anche come abile comandante. Periodo in cui gli viene negata però la carica di cesare a favore di Diocleziano (18), padre della Tetrarchia tolta dallo stesso Costantino, e da Massimiano, padre del suo futuro nemico.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5681" title="Statua di Costantino I" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Statua-di-Costantino-I.jpg" alt="Statua di Costantino I" width="263" height="406" /></em><br /> <em>Statua di Costantino I</em></p><p>Ma non c&#8217;era tempo per piangersi addosso, visto che il padre stava avendo difficoltà i popoli nativi della Gallia settentrionale. L&#8217;astuzia politica qui, regalò al padre un alleanza che Costanzo Cloro, a causa del suo orgoglio, non avrebbe potuto mai ottenere. Inoltre, sempre grazie all&#8217;intraprendenza del figlio, riuscì ad avere la meglio sui Picti (19), mentre lui stesso era costretto a riposo forzato per una malattia. Sempre per questa malattia il padre morì.</p><p>Costantino si trovò senza guida, né apparenti favori dall&#8217;Impero, ma grazie ai trattati con i Galli e alle scorribande in Britannia, aveva una discreta quantità di uomini per far valere la sua immagine sui suoi antagonisti interni.</p><p>Proprio questi popoli, compresi di alcune tribù barbare, erano il fulcro vitale dell&#8217;Impero e non ci volle molto a Costantino I per diventare, come già detto, <em>Imperator</em>. Fu proprio in questa occasione che la sete di potere dell&#8217;altro contendente mise i bastoni tra le ruote a Costantino. Massenzio infatti si proclamò anch&#8217;esso cesare, grazie ai favori della milizia pretoriana.</p><p>Non era ancora giunto il momento però per Costantino, ancora troppo debole rispetto a Massenzio, di affrontarlo in campo aperto. Decise quindi di farselo alleato, per fronteggiare l&#8217;ultimo augusto, Galerio, unico sovrano che in quel momento Costantino poteva affrontare e che poteva inoltre procurargli dei grattacapi. Costantino sposò dunque la figlia di Massimiano.</p><p>In un turbinio di situazioni politiche, Massimiano reclamò il potere, finendo ammazzato dallo stesso genero, Galerio si trovò tra tre fuochi, anch&#8217;esso morendo assassinato, mentre Massenzio e Diocleziano stavano a guardare. In tutto questo, Costantino approfittò della situazione per ottenere nuovi importanti alleati e finalmente muovere guerra a Massenzio.</p><p>L&#8217;abilità di Costantino risiede in pochi anni della sua esistenza, ma afferma come quest&#8217;uomo, ancora ragazzino, abbia potuto, grazie alla sua intraprendenza e abilità, a farsi largo nel mondo senatoriale, aiutando suo padre in più di un&#8217;occasione, sconfiggendo uno a uno i nemici che gli si frapponevano, avendo l&#8217;arguzia e l&#8217;umiltà di affrontare quelli che potevano essere sconfitti e infine destabilizzando la figura di Diocleziano e la sua legge difensivista, portando l&#8217;Impero Romano alla divisione in due parti anziché quattro.</p><p>Grazie a lui si ha inoltre un&#8217;importante riforma militare all&#8217;interno dell&#8217;Impero che contraddistinse gli anni a venire. Infatti aprì le porte ai barbari nell&#8217;esercito fatto di sola milizia cittadina e pretoriana, distinguendo in seguito le truppe limitanee, ovvero la guardia locale a difesa dei confini, e le truppe comitatensi, ovvero l&#8217;esercito itinerante, colui che effettuava spostamenti laddove c&#8217;era una zona minacciata.</p><p>Come ultima analisi possiamo dire, anche grazie ad un&#8217;attenta disquisizione da parte di von Moltke, che Costantino sia stato l&#8217;antesignano e propugnatore della famosa guerra lampo, della guerra improntata sull&#8217;offensiva e sulla celerità degli spostamenti.</p><p>Costantino negli ultimi anni della sua vita approntò una strategia per invadere la Persia, ma a causa di una violenta malattia morì, proprio nell&#8217;anno indicato per attaccare. Non avendo dato un nome per la sua successione, Roma si ritrovò immersa nuovamente, per qualche anno, in lotte intestine.</p><h3>Massenzio, l&#8217;altro contendente</h3><p>Figlio di Massimiano e di Eutropia (20), Massenzio si fece subito notare per la sua sete di potere, per la sua ambizione. Infatti, dopo l&#8217;abdicazione del padre e di Diocleziano, salirono come augusti, Galerio e il padre di Costantino Costanzo Cloro.</p><p>Massenzio essendo in buoni rapporti con Galerio, amico del padre, ottenne la mano della figlia e cariche importanti da sfruttare a suo piacimento.</p><p>Ottenne la possibilità di gestire e controllare l&#8217;Africa e l&#8217;Italia, facendosi fedeli amici i comandanti della Guardia pretoriana, e di conseguenza i pretoriani stessi, a causa della decadenza della loro immagine per l&#8217;imperatore. Grazie anche al malcontento popolare, mosse bene le sue carte per ottenere favori da molto nobili e così si ritrovò a potersi fare carico, autoinsignendosi, del potere di augusto.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5682" title="massenzio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/massenzio.jpg" alt="massenzio" width="600" height="403" /></em><br /> <em>Testa e moneta con raffigurazione di Massenzio</em></p><p>Al pari di Costantino, le voglie di ascesa della sua Roma, portarono Massenzio alla costruzione di opere di ingegneria, al conio di nuove monete con la sua effige per dimostrare la sua grandezza, alla bonifica di alcuni territori apparentemente ostili.</p><p>Riuscì in molte situazioni, ad essere importante per la nuova ascesa di Roma, ma la sua abilità lo tratteneva rispetto all&#8217;estro del suo contendente ed inoltre la lotta sempre con Costantino lo portava a dover frenare ogni aspettativa di crescita cittadina.</p><p>Costruì però un bellissimo mausoleo sulla via Appia e di seguito anche una villa suburbana, dotata di un circo al suo interno. Un piano di strutture volte all&#8217;aumento delle sue credenziali agli occhi di Roma.</p><p>Una sicura e imponente rappresentanza della sua maestosa voglia di emergere e di costruire una città a sua immagine e somiglianza, si può notare anche fuori dalle mura cittadine, nel sud, in Sicilia, dove cominciò a costruire le basi per la sua idea di impero. A Enna infatti sorge la magnificente Villa di Piazza Armerina, a lui stesso ancora ascritta.</p><p>Una vita insomma votata alla sua immagine, proprio come si può notare nelle questioni politiche nostrane del 21esimo secolo. Ma la sua corsa finisce poi nel 312, schiacciato da rocce di un ponte costruito dai suoi ingegneri, disarcionato dal suo cavallo e affogato per colpa di un&#8217;armatura troppo pesante e infine portata la sua testa come trofeo per le vie di Roma.</p><h3>La battaglia</h3><p>Valicate le Alpi, Costantino attendeva una dura serie di scontri che avrebbero portato infine alla battaglia con Massenzio. Dapprima, ottenne una facile vittoria a Susa (21), risparmiando molti dei suoi uomini nella schermaglia, poi arrivato a Torino, riuscì ad annientare le forze a difesa della fortezza, anche qui senza grandi patemi, giungendo infine a Brescia, anticamera della sua lotta con Massenzio.</p><p>Qui trovò Ruricio Pompeiano (22), il prefetto del suo antagonista, riuscendo nell&#8217;impresa di attanagliare in una morsa i catafratti (23) nemici e facendo fuggire lo stesso prefetto nella roccaforte di Verona, ultimo baluardo prima della resa dei conti, e unica ostica tappa preventivata da Costantino. Tutto, sempre nello stesso anno.</p><p>Qui infatti ebbe qualche problema, ma ottenne comunque una facile vittoria, asserragliandosi attorno alle mura e attendendo che il prefetto stesso uscisse allo scoperto, finendolo poi in una battaglia campale poco lontano da Verona.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5683" title="Battaglia di Ponte Milvio" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/07/Battaglia-di-Ponte-Milvio.jpg" alt="Battaglia di Ponte Milvio" width="600" height="521" /></em><br /> <em>Giulio Romano, Battaglia di Ponte Milvio, 1520/1524</em></p><p>Aperta la strada verso Roma, Costantino arrivò nella Capitale con 90.000 fanti, in gran parte Galli, e 8.000 cavalieri, di cui lui stesso era la punta di diamante, disposto al centro dell&#8217;esercito. Qui le fonti differiscono, stimando a 40.000 soltanto gli effettivi dell&#8217;imperatore.</p><p>Ad attenderlo Massenzio, fuori dalle mura della stessa città, vicino a Saxa Rubra, in una mossa alquanto discutibile e sicuramente di scarsa valenza strategica, visti infine i risultati. In ogni caso Massenzio disponeva di una forza superiore, pari a 170.000 fanti, con il cuore esperto dei pretoriani, e 18.000 cavalieri, disposti sulle due ali. Anche qui i numeri sono dissonanti, vedendo attribuiti 100.000 unità alla causa di Massenzio.</p><p>La tattica di Costantino era sempre similare: correre subito in offensiva verso il nemico, con rapide sortite ai fianchi per destabilizzare le ali, per poi attaccare lui stesso frontalmente e piegare la forza centrale. Infine accerchiare i rimasti e sterminarli. Tattica che si era rivelata piuttosto efficace e che aveva preso in contro tempo ogni avversario che si era parato davanti. Inoltre aveva permesso a Costantino di non perdere troppe truppe e di sfiancare relativamente i suoi uomini.</p><p>La tattica di Massenzio, inspiegabile, era invece votata allo sfinimento dell&#8217;avversario, attraverso percorsi già scritti. Dapprima mettendo un contingente nella valle di Susa, snodo obbligatorio, poi cercando di sfiancarli con il suo prefetto fidato, prima con una sortita offensiva, poi con un assedio a Verona e infine, completando il logorio attraverso un assedio fatto lui stesso ai danni degli avversari che avrebbero dovuto finire dentro le mura della città.</p><p>Massenzio però commise tre errori madornali. Il primo consisteva nella non presa visione della tattica di Costantino, abile a risparmiare le forze capendo la strategia nemica. Il secondo posizionando le sue truppe fuori dalle mura della città per un improbabile assedio ribaltato, contando anche le ampie risorse all&#8217;interno della città. Il terzo lasciandosi alle spalle il fiume come copertura, in modo da non permettere all&#8217;avversario di fuggire, ormai sicuro della sua vittoria.</p><p>Costantino si stanziò quindi nei pressi di Malborghetto e come sua usanza, fece prima riposare i suoi uomini e poi partì subito all&#8217;attacco, uscendo dalle mura stesse. Massenzio si trovava già in una situazione problematica, non potendo indietreggiare per via del Tevere alle loro spalle.</p><p>Costantino cominciò ad incalzare le ali nemiche, dopo che Massenzio aveva dato ordine alla cavalleria di fronteggiare il nemico frontalmente, avanzando anche al centro per schiacciare il nemico e in poco tempo riuscì a destabilizzare una delle due parti dell&#8217;esercito di Massenzio.</p><p>L&#8217;esercito di quest&#8217;ultimo era troppo numeroso per soccombere con una semplice manovra di accerchiamento, infatti in breve tempo, grazie anche alla resistenza accanita dei pretoriani, la lotta si stava ribaltando a favore del figlio di Massimiano.</p><p>La foga però della cavalleria di Costantino, con l&#8217;imperatore stesso a guidare la sortita, fece disorientare i cavalieri corazzati di Massenzio, che incapaci di manovrare, si diedero alla fuga. Si dice che Costantino era solito comandare in prima linea le battaglie, indossando un&#8217;armatura pesante d&#8217;oro, fregiata di intarsi rossi e verdi e portando un elmo istoriato, anch&#8217;esso d&#8217;oro, cosparso di smeraldi e rubini.</p><p>Costantino dunque incalzò di nuovo, cercando di portare sempre più verso il fiume le truppe nemiche. I mercenari assoldati da Massenzio si ritrovarono anch&#8217;essi disorientati, sia dal poco polso del loro comandante, sia dalla fuga prematura dei cavalieri.</p><p>Solo la guardia pretoriana, da non confondersi con i pretoriani semplici a stretta disposizione delle figure importanti di Roma, continuò imperterrita a combattere e a frapporsi tra Costantino e la vittoria.</p><p>La loro abilità stava sfiancando i nemici, barbari, che mano a mano indietreggiavano, vedendo la non resa di questi tenaci combattenti. Infine, anche l&#8217;accanimento dei pretoriani cedette, in seguito anche alla morte dello stesso Massenzio, che cercando di fuggire, finì annegato nel Tevere trascinato in acqua, prima dal crollo del ponte che i suoi ingegneri avevano fatto costruire, poi a causa della pesantezza della sua armatura. Il resto dell&#8217;esercito fuggì disordinatamente.</p><p>Durante la piccola sosta della notte, quando Massenzio aveva portato a compimento un attacco di cavalleria molto pesante, Costantino ebbe la famosa visione. I suoi attendenti cercarono nelle zone di campagna di Saxa Rubra, il materiale necessario a dipingere il simbolo sugli scudi che si dice, fosse stato l&#8217;ago della bilancia per la vittoria finale.</p><h3>Quello che venne poi</h3><p>Il giorno seguente alla fine delle ostilità, Costantino I entrò in Roma, acclamato dalla popolazione festante, segno di attaccamento e di stima da parte dei sudditi. Con la sua sfavillante armatura portava in mano la testa del traditore Massenzio, colui che si era autoproclamato augusto, il cui corpo era stato trovato poco lontano dal luogo dello scontro.</p><p>Grazie alla vittoria di Costantino, non solo la situazione a Roma sembrava piano piano stabilizzarsi, grazie anche alla suddivisione in sole due parti dell&#8217;Impero, ma anche la situazione esterna riportava agli antichi fasti la potenza di Roma. L&#8217;altro contendente al dominio, Licinio, ottenne un sodalizio con Costantino sposando la sua sorellastra. Però questo quieto vivere sarebbe rimasto quieto per poco.</p><p>I due imperatori infatti presero armi ed eserciti per affrontarsi. Gli scontri e le schermaglie durarono dieci anni, quando l&#8217;8 ottobre 322, Licinio si arrese a <strong>Nicomedia</strong>, ponendo fine alle guerre civili. Proprio in questo ultimo scontro, avvenuto presso Bisanzio, portò Costantino a cambiare il nome della città in Costantinopoli. Quasi cinquantenne e ormai stanco dalle estenuanti battaglie con Licinio, Costantino si dedicò più all&#8217;aspetto politico religioso che a quello militare.</p><p>Grazie a lui abbiamo infatti una rinascita del Cristianesimo, che fino a quel punto era stato perseguitato da altre fazioni. E sempre grazie alla sua ottima campagna, possiamo vedere la Cristianità come oggi la sentiamo.</p><p>Le sue opere politiche per distruggere le leggi tetrarchiche approntate da Diocleziano, la sua perseveranza e fede nel riportare in auge la religione cristiana e la sua capacità di far rivivere a Roma quello che era un tempo, segnano la figura di Costantino come una delle più importanti della storia.</p><p>Possiamo dire, quasi senza alcun indugio, che se la vittoria fosse andata a Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio, avremmo un contesto contemporaneo completamente diverso. Né Massenzio stesso né Licinio avevano la caratura necessaria per risollevare così tanto due questioni, come Roma e la Cristianità, che tanto hanno disegnato il futuro da quel momento.</p><h4>Note</h4><ul><li>1: Flavio Valerio Aurelio Costantino; Naissu, 27 febbraio 274 – Nicomedia, 22 maggio 337.</li><li>2: Marco Aurelio Valerio Massenzio; 278 – Roma, 28 ottobre 312</li><li>3: storico bizantino vissuto nel VI secolo.</li><li>4: conservata quasi per intero grazie al manoscritto <em>Vaticano Greco 156</em>, questa importante opera è composta di sei libri che vanno dalla guerra di Troia, fino al Sacco di Roma e alle vicende di Alarico I, passando per l&#8217;abdicazione di Diocleziano a cui ci siamo interessati per la battaglia di Ponte Milvio.</li><li>5: Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio; Africa 250 – Gallia 327.</li><li>6: Cesarea (Palestina) 265 – 340.</li><li>7: questa carica la dobbiamo al primo vero imperatore della storia di Roma, dal passaggio di Repubblica a Impero. Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto fu infatti il primo imperatore di Roma a cui venne attribuito questo nome.</li><li>8: Flavio Valerio Costanzo, detto Cloro; Illirico, 31 marzo 250 – Eboracum, 25 luglio 306.</li><li>9: Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio; Sirmo 250 – Massilia, luglio 310.</li><li>10: durante il periodo della Repubblica romana, questo titolo veniva dato ai comandanti più degni. Una volta espanso il titolo di Roma a impero, questo titolo era parte integrante del titoli del nuovo augusto.</li><li>11: era ufficialmente la guardia del corpo dell&#8217;imperatore. Una squadra di elite scelta dall&#8217;imperatore stesso o da un delegato dell&#8217;imperatore, per proteggere in battaglia il sovrano. Con il tempo però venne attribuito loro una grande quantità di mansioni tra le più disparate, come spionaggio, ambasciate e delegazioni politiche.</li><li>12: il Castro era in epoca romana l&#8217;accampamento principale dell&#8217;esercito. Nello specifico, qui si intende il fulcro vitale dell&#8217;accampamento, ovvero le truppe d&#8217;elite del sovrano, i pretoriani.</li><li>13: Valerio Liciniano Licinio; 265 – Tessalonica, 325.</li><li>14: il Chi-Ro o Monogramma di Cristo, deriva dal greco <em>Chrismon</em>, una fusione delle lettere dell&#8217;alfabeto ellenico che formano l&#8217;abbreviazione del nome Gesù. Da Costantino in poi questo simbolo, una P sopra una X, venne usata come cristogramma ufficiale. Spesso a completare il monogramma compaiono anche due altre lettere, in piccolo, l&#8217;alfa e l&#8217;omega greche, posizionate ai lati del simbolo principale, che starebbero ad indicare il principio e la fine, essendo la prima e ultima lettera dell&#8217;alfabeto.</li><li>15: Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke; Parchim, 26 ottobre 1800 – Berlino, 24 aprile 1891.</li><li>16: zona situata lungo la via Flaminia, ora è una frazione di Roma.</li><li>17: Gaio Galerio Valerio Massimiano; Serdica, 250 – Serdica, 5 maggio 311.</li><li>18: Gaio Aurelio Valerio Diocleziano; Salona, 22 dicembre 244 – Spalato, 3 dicembre 311.</li><li>19: popolazione pre-celtica stanziatasi nelle zone dell&#8217;attuale Scozia.</li><li>20: di questa donna non si conosce molto.</li><li>21: 312.</li><li>22: muore a Verona nel 312.</li><li>23: un comparto dell&#8217;esercito, nascente dalla popolazione sasanide, equipaggiato con pesanti armature e accompagnati da cavalli rivestiti anch&#8217;essi da lamine di ferro pesanti a proteggerli. La loro arma era la lancia, portata in resta che gli consentiva scarse abilità di manovra, ma una grande potenza e protezione.</li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/005679_battaglia-di-ponte-milvio.html" data-text="Battaglia di Ponte Milvio" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F005679_battaglia-di-ponte-milvio.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/005679_battaglia-di-ponte-milvio.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia di Aquae Setxiae</title><link>http://www.archeoguida.it/004980_battaglia-di-aquae-setxiae.html</link> <comments>http://www.archeoguida.it/004980_battaglia-di-aquae-setxiae.html#comments</comments> <pubDate>Wed, 04 May 2011 17:36:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Bandolin</dc:creator> <category><![CDATA[Battaglie]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.archeoguida.it/?p=4980</guid> <description><![CDATA[Luogo: Aix-en-Provence, a nord di Marsiglia Data: 102 a.C. Eserciti: Repubblica romana, Teutoni, Ambroni e Cimbri Esito: decisiva vittoria romana Movimenti di Cimbri e Teutoni prima della battaglia  San Gerolamo (1), primo traduttore della Bibbia dall&#8217;ebraico al latino, racconta una vicenda postuma alla battaglia in questione che è rimasta nella storia, facendo rimanere la vittoria [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<ul><li><div lang="it-IT">Luogo: Aix-en-Provence, a nord di Marsiglia</div></li><li><div lang="it-IT">Data: 102 a.C.</div></li><li><div lang="it-IT">Eserciti: Repubblica romana, Teutoni, Ambroni e Cimbri</div></li><li><div lang="it-IT">Esito: decisiva vittoria romana</div></li></ul><p lang="it-IT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-4982" title="Battaglia di Aquae Setxiae mappa" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Battaglia-di-Aquae-Setxiae-mappa.jpg" alt="Battaglia di Aquae Setxiae" width="400" height="260" /></em><br /> <em>Movimenti di Cimbri e Teutoni prima della battaglia</em> </p><p lang="it-IT"><strong>San Gerolamo</strong> (1), primo traduttore della Bibbia dall&#8217;ebraico al latino, racconta una vicenda postuma alla battaglia in questione che è rimasta nella storia, facendo rimanere la vittoria dei Romani come inferiore di importanza. L&#8217;inflessibilità dimostrata da <strong>Gaio Mario </strong>(2) nel pretendere ampie elargizioni alla fine delle ostilità. Le donne e i bambini non vennero risparmiati da Gaio Mario che ordinò ai suoi uomini di portare le donne agli accampamenti per soddisfare le loro voglie e aiutarli nelle faccende. I bambini dovevano essere destinati invece ai lavori per temprarli e diventare futuri soldati.</p><p lang="it-IT">La richiesta delle donne teutoni di far parte della cura dei templi di Cerere (3) e Venere (4) venne rifiutata. Qui la vicenda acquista toni tragici, ma al tempo stesso mitici. Le donne prima uccisero i propri figli per evitare che i Romani ne approfittassero, poi le stesse si tolsero la vita. Questa vicenda che da la fine della battaglia e delle ostilità tra Romani e Teutoni (5), confeziona il quadro generale. Le abilità e la crudeltà romana da una parte e la perseveranza teutone dall&#8217;altra; sia essa in battaglia che nelle decisioni comuni.</p><p lang="it-IT">Questa battaglia inoltre passa alla storia anche come la più sonora sconfitta che questa tribù germanica abbia subito. Stessa sorte toccò ovviamente agli Ambroni e ai Cimbri, popoli limitrofi ai Teutoni con il quale intrapresero la campagna in Gallia, luogo poi dello scontro di Aquae Sextiae.</p><h3 lang="it-IT"><strong>Gaio Mario</strong></h3><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-4983" title="Battaglia di Aquae Setxiae gaio mario" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Battaglia-di-Aquae-Setxiae-gaio-mario.jpg" alt="Gaio Mario" width="600" height="439" /></em><br /> <em>Gaio Mario a Minturno, Jean Germain Drouais (Parigi 1763 &#8211; Roma 1788), Parigi – Louvre</em></p><p lang="it-IT">Questo generale romano, innanzitutto, viene tacciato come l&#8217;ago della bilancia che porta la Repubblica Romana alla caduta. Il suo apporto è diverso da tutti gli altri generali che entrarono a far parte dell&#8217;esercito romano.</p><p lang="it-IT">Già dall&#8217;inizio si può notare la differenza. Nasce da una famiglia al di fuori della <em>gens</em> politica. Ottiene i natali infatti in una provincia italiana, ma tutti i componenti della sua famiglia non avevano mai ricoperto cariche senatoriali o similari.</p><p lang="it-IT">Venne sbalzato fin da piccolo nel mondo dell&#8217;elìte romana, proprio grazie alla situazione disperata che imperava nella Città Eterna.</p><p lang="it-IT">Infatti la situazione non era delle migliori. Le invasioni su larga scala provenienti da ogni territorio confinante, ponevano problemi che fino ad allora non si erano verificati. La potenza delle tribù limitrofe, seppur disorganizzate, era di gran lunga superiore di numero rispetto a quella romana. Si aveva la necessità quindi di pescare uomini di ottima fattura strategico-militare anche dai ceti più bassi.</p><p lang="it-IT">Proprio Gaio Mario si distinse per la sua abilità in guerra. In quei periodi di buio per la Repubblica Romana, Gaio Mario ottenne dei poteri politico-militari che fino ad allora non erano ancora stati assegnati a nessun altro. Gaio Mario quindi, oltre ad ottenere grandi privilegi, vede la sua figura sorpassare perfino quella del capo di Stato e della città stessa, tanto da poter compiere atti non legali e ad agire a discapito della tradizione.</p><p lang="it-IT">Forse proprio la sua competenza militare, mischiata alla libertà totale (6), gli diedero quella mancanza di scrupolo che lo contraddistinse nelle battaglie che dovette affrontare. Nonostante ciò però il cambiamento che stava per accadere a Roma era ormai segnato. Gaio Mario infatti, con la sua riforma militare, cambiò il modo di vedere all&#8217;interno delle mura della città. La sua idea infatti era di estendere ai nullatenenti, ai contadini, e ad altre estrazioni sociali, il volontariato per diventare soldati al servizio di Roma.</p><p lang="it-IT">La violenta e contemporanea invasione delle tribù espanse a questi ceti il reclutamento. Però questa idea portata da Gaio Mario aveva anche i suoi lati negativi. Infatti, fu proprio per questo motivo che la Repubblica Romana finì. Non annientata dalle invasioni, ma cambiata al suo interno. I rapporti tra popolo e città erano modificati definitivamente, proprio per l&#8217;unione nell&#8217;esercito di soldati nobili e nullatenenti. Da quel momento in poi l&#8217;espansione romana la si deve proprio a questa riforma. La repubblica Romana diviene un Impero, aumentando la sua estensione e tramutando la guardia cittadina in un vero e proprio esercito infinito.</p><p lang="it-IT">Pescando quindi da ogni cittadino e annettendo in seguito anche i popoli conquistati, Roma crebbe, così come ritornò alle ceneri in seguito all&#8217;ennesima invasione barbarica. Gaio Mario quindi, al pari di uomini come Cesare e Augusto, ottiene sicuramente delle importanti credenziali per rimanere tra i fautori dell&#8217;ascesa romana e della sua stessa decadenza. In seguito alla salita al potere di Silla (7) e al suo presenzialismo, nonché alla rivalità con lo stesso generale, Gaio Mario arrivò fino ad ottenere il suo settimo ed ultimo consolato.</p><p lang="it-IT">Silla faceva parte della fazione in opposizione a quella di Mario. Proprio mentre Gaio Mario e il figlio (8) affrontarono una campagna in Africa, Silla cercò di rivoltare il potere per salire come credenziali. Cinna (9), fedele a Mario, lo affrontò e aspettò il ritorno del suo generale. Silla quindi fu proscritto, Cinna ottenne il suo secondo consolato, ma Gaio Mario non poté godersi l&#8217;ennesima vittoria. Morì all&#8217;età di 71 anni. </p><h3 lang="it-IT"><strong>Il re dei Teutoni e i tre popoli</strong> </h3><p lang="it-IT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-4984" title="Battaglia di Aquae Setxiae mogli teutoni" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2011/05/Battaglia-di-Aquae-Setxiae-mogli-teutoni.jpg" alt="Battaglia di Aquae Setxiae" width="600" height="392" /></em><br /> <em>Le mogli dei Teutoni si tolgono la vita dopo aver ucciso i figli</em> </p><p lang="it-IT">Cominciamo dall&#8217;inizio, come i consueto, trattando del primo dei tre popoli che intrapresero la campagna per l&#8217;invasione della Gallia. Gli Ambroni hanno origine dalle Isole Frisone, delle isole posizionate nel Mare del Nord. In seguito alla loro prima creazione si posizionarono all&#8217;interno dello Jutland (10), iniziando a far parlare di sé come discendenti dei Celti per i Romani e degli attuali Tedeschi per le popolazioni vicine.</p><p lang="it-IT">Adito a questa teoria fu, per quanto riguardava la commistione celtica, l&#8217;usanza degli stessi Ambroni di entrare in battaglia utilizzando costumi e strategie proprie del popolo nordico. Mentre per la questione germanica, la semplice posizione, nuova di espansione, vicino ai confini tedeschi, dava loro qualche nozione teutonica.</p><p lang="it-IT">Infatti il suggerimento della loro origine mista deriva proprio dal fatto che il territorio in cui si erano recati non era proprio quello di origine e che le loro credenze e il loro sangue furono mischiati proprio ai Celti. Altro piccolo popolo che si unì all&#8217;avanzata in Gallia dei Teutoni, furono i Cimbri, guidati dal feroce re Boiorix (11), già da principio stanziati nella penisola dello Jutland, ai quali si aggiunsero a nord gli Ambroni. Propriola stessa penisola deriva il nome proprio da questo popolo (<em>Chersonesus Cimbrica</em>).</p><p lang="it-IT">Forti della loro stabilità nello Jutland, circondati dai due nuovi popoli con i quali avevano affinità, riuscirono a fiorire portandosi come fazione principale nelle zone galliche, prima combattendo i popoli che trovarono lì, poi annettendosi a loro stessi. Ultimi, ma non ultimi, i Teutoni, anch&#8217;essi provenienti dalla zona sud presieduta dai Cimbri. Si unirono agli altri due popoli nel 120 a.C. per virare in Gallia, combattere il popolo odiato da Cesare (12) e in seguito anch&#8217;essi annettersi alle zone, ai costumi e agli usi.</p><p lang="it-IT">Proprio questo popolo guidò la battaglia di Acquae Sextiae, grazie al suo comandante Teutobod (13). Teutobod, oltre ad essere un abile comandante, capace di adattarsi ad ogni terreno e abile ad impadronirsi delle abilità tattiche del nemico, risultava essere il generale adatto a combattere i Romani. Anche perché Boiorix, re dei Cimbri, si stava allontanando dalla Gallia per andare a saccheggiare la Spagna con il suo popolo.</p><p lang="it-IT">Il re dei Teutoni, nonostante la sua abilità osannata soprattutto dalle sue file, non ebbe né gran vita, né gran fortuna. Infatti fu l&#8217;ultimo re del suo popolo, perché la battaglia in questione, dopo grandi vittorie su popoli alleati a Roma, decise la fine del popolo dei Teutoni e degli Ambroni. Stessa sorte toccò ai Cimbri poco più avanti nel tempo, nel 101 a.C. (14).</p><h3 lang="it-IT"><strong>La battaglia</strong></h3><p lang="it-IT">I Cimbri, dopo aver creato numerosi problemi ai contingenti Romani posizionati ai confini della Gallia, causando anche sconfitte sonore come ad Arausio (15) dove vennero uccisi 80.000 soldati, erano andati in Spagna per razziare, ma la loro permanenza in quei luoghi era destinata ad essere breve, visto che subito tornarono in Gallia.</p><p lang="it-IT">Nel frattempo il contingente formato da Teutoni e Ambroni si era posizionato in Provenza, sfruttando le avanzate dei Cimbri. Gaio Mario fu il generale, l&#8217;unico degno, che ottenne il comando della spedizione per togliere dalle zone meridionali della Francia, i barbari che progettavano di invadere l&#8217;Italia. Quel contingente si stanziò tra il Rodano e l&#8217;Iseré, cercando di sfruttare la zona ricca di acqua e cibo, sapendo che Gaio Mario era intenzionato ad intercettare i due popoli prima del ricongiungimento con i cugini Cimbri.</p><p lang="it-IT">Gaio Mario però, abile come sempre, non permise ai suoi uomini di accettare la battaglia in quelle zone poco favorevoli ad un contingente nettamente inferiore. Quindi si sistemò sulle Alpi. Il generale romano ottenne ciò che voleva. Le risorse scarse che i barbari si erano portati con sé e l&#8217;iniziale scarseggiare dell&#8217;agio nelle terre tra i due fiumi dove si erano appostati, fecero sì che Teutobod cercò di inseguire ai pendii delle Alpi i Romani.</p><p lang="it-IT">Certo è che Teutobod optò per questa soluzione perché spavaldo per la superiorità numerica del suo contingente rispetto a quello dei Romani. L&#8217;unico difetto dell&#8217;ampio contingente teutonico-ambrone era proprio la sua lentezza e la sua incapacità a viaggiare in spazi angusti, così vale per il combattimento. Gaio Mario individuò un&#8217;altura presso Aix-en-Provence, l&#8217;ideale per fermare l&#8217;avanzata nemica. E così fu. Il generale romano lanciò verso il contingente nemico il suo, costringendoli a fermarsi proprio dove voleva.</p><p lang="it-IT">Ora la potenza dei Teutoni e degli Ambroni in soprannumero era ridotta grazie alla difficile manovra a cui era sottoposto ora. Però, nell&#8217;avanzata nemica verso l&#8217;altura, i due popoli barbari erano lontani l&#8217;uno dall&#8217;altro, scompaginati. Proprio questa manovra, per altro del tutto casuale, portò per la prima volta gli Ambroni ad affrontare i Romani. Quest&#8217;ultimi erano sempre disciplinati e pronti ed ogni evenienza, mentre la furia barbara in questo caso non poté niente e già un gran numero di Ambroni vennero annientati.</p><p lang="it-IT">Ora i due contingenti aspettavano la schermaglia finale. Teutobod cercò pressoché invano di disciplinare i suoi uomini, disponendoli alla ben e meglio in posizioni strategiche, grazie alla sua abilità di assorbire le tattiche nemiche. In una piccola altura quindi, allineati per quel che potevano, visto il terreno sconnesso e il pendio impervio, 130.000 barbari aspettavano la battaglia. Dall&#8217;altra parte Gaio Mario, come di consueto fece costruire delle fortificazioni, sapendo già che l&#8217;attacco primario sarebbe venuto dalla furia barbara. Inoltre si premunì di posizionare un piccolo contingente in un crepaccio nascosto, circa 3.000 uomini, stanziando i restanti 27.000 a difesa delle fortificazioni.</p><p lang="it-IT">Nonostante tutto, Teutobod non attaccò che prima di due giorni, quando però venne sollecitato dallo stesso Gaio Mario che inviò i suoi cavalieri leggeri a stuzzicare i barbari in prima fila. Mossa che attecchi con successo, facendo muovere i barbari verso le sue fortificazioni, scompaginando il contingente nemico. I cavalleggeri tornarono senza problemi entro le fila. Da qui la battaglia cominciò subito in discesa. Le asperità del terreno ponevano non poche difficoltà all&#8217;esercito che attaccava e il pendio sfaldava le fila dei barbari.</p><p lang="it-IT">Gaio Mario non poté far altro che ordinare ai suoi giavellottieri di attaccare a raffica le file in attacco. Molte furono le perdite in quel attacco. Quando furono a portata di carica, fece caricare con spade e scudi gli stessi, annientandoli quasi. Mancava da finire l&#8217;ultimo lavoro. I 3.000 che aspettavano un ordine del loro comandante ora si trovavano in linea d&#8217;aria dietro la fazione nemica. Non fecero altro che accerchiare i barbari stringendoli tra il contingente romano e la montagna.</p><p lang="it-IT">I barbari rimasti, metà vennero uccisi sotto i colpi sicuri dei Romani, mentre l&#8217;altra metà ormai affaticata nella mente da una mancanza di speranza, si diede al nemico che lo fece prigioniero. Lo stesso Teutobod si trovò tra i prigionieri di guerra che Gaio Mario riportò a Roma.</p><p lang="it-IT">Le vittime nelle file barbare furono tali addirittura da permettere al generale romano di porre fine alla dinastia dei Teutoni che da quel momento non esistevano più. Gli Ambroni invece avevano ancora un piccolo contingente all&#8217;aiuto dei Cimbri e un altro sistemato ancora nello Jutland. Oltre a loro, anche i soldati in rotta durante la battaglia, si salvarono.</p><p lang="it-IT">Infatti tra i barbari persero la vita 90.000 uomini, mentre circa 20.000 vennero fatti prigionieri. Quelli in rotta, tutti Ambroni, scamparono alla furia di Gaio Mario. Si dice che in seguito a questa tremenda vittoria, i contadini del posto, per osannare la tenacia e la bravura del generale romano, scuoiarono i morti sul campo di battaglia, ne presero le ossa e le posizionarono attorno ai loro giardini. </p><h3 lang="it-IT"><strong>Quello che venne poi</strong> </h3><p lang="it-IT">La situazione che ci fu in seguito fu abbastanza semplice. I nemici riportati a Roma vennero mostrati al popolo come vanto, mentre Gaio Mario e la sua elite ebbero l&#8217;onore di sfilare per le vie di Roma in grande festa. Teutobod fu messo in testa ai nemici, portato come si porta un forziere pieno d&#8217;oro. Infine lo stesso venne giustiziato per monito verso i barbari che erano presenti. I 20.000 catturati furono schiavizzati e utilizzati dai consoli romani a loro piacimento.</p><p lang="it-IT">Gli Ambroni, come narra Plutarco (16), in seguito alla battaglia di Acquae Sextiae, si rintanarono in Gallia nell&#8217;unico accampamento rimasto, che si era congiunto agli ultimi provenienti dallo Jutland. Mario annientò anche loro. I pochi rimasti si fusero con i Celti del posto, dando vita ad una nuova stirpe, chiamati Aduatuci, dall&#8217;omonima regione.</p><p lang="it-IT">I Cimbri, come già detto, vennero l&#8217;anno successivo annientati sempre dallo stesso Mario, finendo anch&#8217;essi la loro stirpe. La situazione che si formò poi, fu la scomparsa di barbari per un lasso di tempo abbastanza lungo, mentre Roma si stava lentamente trasformando, mutando poi da Repubblica a Impero, grazie anche alla riforma militare fatta da Gaio Mario.</p><h4 lang="it-IT"><strong>Note</strong></h4><ul><li><div lang="it-IT">1: Sofronio Eusebio Girolamo; Stridone 347 – Betlemme 30 settembre 419. Dai cristiani venne venerato come santo, oltre ad essere riconosciuto come padre e dottore della Chiesa.</div></li><li><div lang="it-IT">2: Cereatae, Aprinium 157 a.C. &#8211; Roma 13 gennaio 86 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT">3: divinità romana della terra e della fertilità. È inoltre considerata la donatrice dei frutti, delle nascite, degli esseri viventi e dei fiori. Una delle poche dee che non ottengono una figura parallela nel contesto greco.</div></li><li><div lang="it-IT">4: Venere, dea dell&#8217;amore e della bellezza (corrispondente alla greca Afrodite), si dice sia la discendenza prima del popolo romano. Essa infatti è la madre di Enea, primo mortale che iniziò la stirpe degli Albalonga, da cui nacque poi Romolo.</div></li><li><div lang="it-IT">5: l&#8217;aggettivo “teutonico” con il quale si contraddistingue la popolazione germanica odierna, deriva proprio da questa tribù che abitava proprio le zone attualmente occupate dalla Germania. Il termine deriva da <em>theud</em> ovvero “popolo”, da cui deriva appunto il termine latino medievale <em>theodiscus</em>, cioè tedesco.</div></li><li><div lang="it-IT">6: si dice inoltre che Gaio Mario fece assassinare personaggi che ostacolarono il suo cammino verso l&#8217;alto. Tutto questo di fronte alle autorità che non poterono fare nulla proprio per le libertà date al generale romano. Questa vicenda però non ritrova riscontro in alcuni documenti redatti dagli storiografi moderni.</div></li><li><div lang="it-IT">7: Lucio Cornelio Silla; Roma 138 a.C. &#8211; Cuma 78 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT">8: il figlio ottiene lo stesso nome del padre, ma viene chiamato, giusto per distinzione, Il Giovane. 110 a.C. &#8211; 80 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT">9: Lucio Cornelio Cinna; muore ad Ancona l&#8217;84 a.C.. La data di nascita è sconosciuta.</div></li><li><div lang="it-IT">10: comprende la Danimarca e parte della Germania settentrionale.</div></li><li><div lang="it-IT">11: muore il 30 giugno 101 a.C., nella battaglia che mise fine al suo popolo.</div></li><li><div lang="it-IT">12: Gaio Giulio Cesare; Roma 13 luglio 101 a.C. &#8211; Roma 15 marzo 44 a.C..</div></li><li><div lang="it-IT">13: Roma 102 a.C.. Probabilmente giustiziato nella Città Eterna dopo essere stato esposto al popolo come bottino di guerra.</div></li><li><div lang="it-IT">14: battaglia dei Campi Raudii. </div></li><li><div lang="it-IT">15: 6 ottobre 105 a.C.</div></li><li><div lang="it-IT">16: Cheronea 46 &#8211; 127.</div></li></ul><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeoguida.it/004980_battaglia-di-aquae-setxiae.html" data-text="Battaglia di Aquae Setxiae" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeoguida.it%2F004980_battaglia-di-aquae-setxiae.html"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.archeoguida.it/004980_battaglia-di-aquae-setxiae.html/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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