
Le donne nella vita religiosa civica delle città della Grecia antica
Le divinità greche sono sempre state strettamente connesse alla vita delle città e agli uomini che vi risiedono ed ogni avvicinamento al ruolo delle donne nei rituali di questo mondo prettamente maschile, è il miglior modo per potersi avvicinare al loro effettivo statuto in questo complesso mondo religioso; si arriverà così a comprendere come la figura femminile, esclusa dalla vita politica, sia stata invece integrata nelle forme cultuali del mondo greco.
Se nella sfera privata domestica gli uomini affidano gli aspetti sacri, legati al concetto di vita e morte, alle donne, effettivamente le vere padrone e le vere artefici del giusto andamento della casa, lo stesso non si può dire della vita pubblica, infatti le donne erano escluse da qualsiasi forma di sacrificio cruento e dalla spartizione delle carni che seguiva; questo avveniva perché il sacrificio è la pratica rituale centrale in Grecia quando fonda la politica, evidenziando e rafforzando sia il legame uomo-divinità, sia quello tra gli uomini stessi nella comunità cittadina.
Il fatto che le donne non vi prendessero parte era dovuto alla loro esclusione dalla vita civica e politica attiva della polis ; infatti in Grecia, a parte le spartane, non esistevano donne che potessero essere considerate per così dire cittadine, in quanto a loro spetta il solo ruolo di perfette mogli, madri, figlie e sorelle.
Però è necessario fare una precisazione: è vero che le donne erano escluse dai sacrifici cruenti, però alcune festività religiose, come le feste Panatenaiche, o i Misteri, o le Grandi e Piccole Dionisie erano le sole occasioni in cui era loro concesso di “evadere” dall’ambiente domestico e vivere la città.
Inoltre altro aspetto da considerare è che la maggior parte delle informazioni che noi possediamo vengono dalle fonti che riguardano la città di Atene, ma, come è noto, Atene non sintetizza la situazione di tutta la grecità; infatti questa grande polis greca, rispetto a molte altre, aveva scarsa considerazione della figura femminile, tanto che le donne non avevano neppure il diritto di essere appellate come “Ateniesi”.
Tutto ciò viene spiegato, come sempre, dal mito: Sant’Agostino, nella Città di Dio,riporta una citazione di Varrone secondo cuiPoseidone, adirato perché le donne di Atene avevano votato in favore di Atena quando si trattava di scegliere il nome della città, abbia imposto che non fossero riconosciute come cittadine e che i loro figli non avrebbero mai portato il nome materno.
La legge della cittadinanza di Pericle del 451 a.C. riconosce come cittadino colui che è nato da un cittadino ateniese e da un “figlia di un cittadino”; allo stesso modo un bambino veniva registrato alla fratria con il nome paterno e quello del nonno materno e non quello della madre.
Parallelamente al momento della cerimonia della gamelia, durante la quale l’uomo presentava la sposa nella sua fratria, egli legittima le sue nozze attestando che la moglie è figlia legittima di un cittadino.
Ad Atene, così per tutte le città greche, si può notare come la legittimità dello statuto del ruolo femminile passi sempre tramite il padre o il marito.
Come abbiamo detto prima il caso ateniese è limite, ma è comunque il più noto; pensiamo che nel corso dell’anno in città si svolgevano circa una trentina di feste e quasi la metà di queste richiedeva una componente femminile fondamentale, associando sotto i diversi statuti la donna alla vita religiosa cittadina. Infatti alcuni rituali erano riservati alle fanciulle, altri alle spose, altri a bambine fino ad arrivare ai rituali delle Panatenee in cui si ritrovavano donne di tutte le età.
Superati i sette anni di età, fino ai quali non c’erano distinzioni tra maschi e femmine, l’adolescenza veniva vista come una fase di preparazione al matrimonio e al passaggio dal ruolo di figlia a quello di sposa e madre. Quando giunge alla vecchia e perciò perde la sua capacità riproduttiva, la donna greca entra in una nuova fase della sua vita per cui il suo ruolo sociale cambia ulteriormente.
A queste tre fasi della vita di una donna corrispondono i diversi ruoli religiosi.
Le giovinette
Le fanciulle o parthènoi, attraverso una serie di rituali, vengono inserite in quel contesto sociale che le plasma per diventare mogli e madri di cittadini. I miti lo ripetono di continuo: se il matrimonio è la loro tappa sociale finale, è dai sette anni che comincia il processo che le renderà donne perfette.
Le diverse tappe di questa sorta di iniziazione femminile ad Atene riguardava, però, soltanto un numero limitato di fanciulle appartenenti alle famiglie aristocratiche più in vista; tuttavia questa limitazione non annullava il significato civico dei riti ed è proprio in questa chiave che va letto il passo del coro delle Ateniesi nella Lisistrata di Aristofane: ”A sette anni ero arrefora; a dieci trituravo il grano per la nostra signora; in seguito, vestita con una stola gialla, fui orsa alle Brauronie; infine, divenuta grande e bella, fui canefora e portai una collana di fichi secchi”.
Le arrefore
Le arrefore erano quattro giovinette, di età compresa tra i sette e gli undici anni, scelte dall’Assemblea tra un gruppo di bambine delle eugenèis (“buone famiglie”): due, stabilite dall’arconte-re, partecipavano alla tessitura del peplo, offerto ogni anno ad Atena durante le Panatenee, mentre le altre due, stando a quanto tramanda Pausania (I, 27, 23), vivevano nel tempio della dea e durante le Arreforie, di notte, compivano un rituale che consisteva nel portare sulla testa una cesta, di cui dovevano ignorare il contenuto, e portarla al santuario di Afrodite Enkepois (“dei giardini”) sempre situato sull’Acropoli.
Molto si è discusso sulla natura di tale rituale che si riconduce generalmente al mito delle Cecropidi, le figlie del mitico re di Atene Cecrope. Il mito narra che le fanciulle erano state incaricate da Atena di vegliare su Erittonio, nato dalla terra e raccolto dalla dea, ma avendo contravvenuto il divieto di guardare nel cesto in cui egli riposa, furono punite con la morte.
Ora, in correlazione a ciò, si pensa che il rito possa essere considerato come una sorta di rituale di iniziazione per cui le fanciulle passano dall’essere propriamente bambine ad essere delle adolescenti.
Durante la festa delle Plinterie due korai (ragazze), chiamate plintridi o lutridi, si occupavano di lavare il sacro peplo sotto la sorveglianza di un sacerdote della dea; questa stessa festa, durante la quale venivano lavate le statue di culto ed il loro abbigliamento, è attestata anche nelle altre città greche, dove esisteva un mese chiamato appunto Plinterion.
Un altro rituale era quello compiuto dalle aletridi, che dovevano triturare il grano usato per preparare le gallette rituali; di questo rito si sa ben poco perché le fonti danno poche informazioni al riguardo, ma come quelli descritti precedentemente, rientra tra i vari esercizi di funzioni sacre per la comunità civica svolte dalle korai.
Le orsette
A 37 km da Atene, nella località di Brauron, si trova il santuario della dea Artemide dove fanciulle, tra i sette e i dieci anni, vivevano un’iniziazione che molte lacune, al momento, non permettono di ricostruire nella sua interezza, tuttavia le fonti letterarie e la documentazione archeologica ci danno delle indicazioni per provare a dare un’ipotesi ricostruttiva.
Testi e scene su vasi, provenienti dal santuario, ci informano che le fanciulle dovevano arktèuein prò toù gàmon, cioè”fare le orse prima del matrimonio”; qual’ è il reale significato di tutto ciò?
Un piccolo aiuto possono darcelo i craterischi, vasi cultuali di piccole dimensioni di V-IV secolo a.C., provenienti sia da Brauron sia dal santuario di Artemide Brauronia ad Atene; su di essi sono raffigurate ragazzine, nude o vestite, con capelli corti o più lunghi, mentre corrono. Su alcuni frammenti è possibile notare ad esempio delle figure di adulti, donne e uomini, che offrono loro delle maschere da orse, su altri si può vedere proprio un’orsa da cui le bambine scappano.
Non si hanno dubbi sul significato di tali scene: si dovrebbe trattare di una caccia rituale, che colloca le fanciulle nell’ambito del selvaggio, che caratterizza l’infanzia ed il mondo di Artemide. Con la festa delle Brauronie si raggiunge il momento culmine del servizio delle orsette e la fine della loro iniziazione per cui escono definitivamente dall’età infantile per essere introdotte nella pubertà.
Qual’ è l’effettivo significato di fare l’orsa? Questo animale selvatico, strettamente connesso alla dea, rientra in molti miti che la riguardano; infatti un mito barra che a Brauron un’orsa abbia ferito una fanciulla ed il fratello per vendicarla abbia ucciso l’animale, scatenando l’ira della dea, che scatenò una pestilenza.
Per placare Artemide, l’oracolo stabilì che da quel momento delle fanciulle dovessero fare le orse prima del matrimonio ed indossassero una stola gialla, che viene abbandonata quando termina il loro servizio per la divinità.
Artemide da sempre ha avuto sotto di sé la protezione delle vergini e della fanciullezza, perciò si è tentati di leggere in questo rituale un modo di placare l’orsa, cioè il selvaggio, che connota i bambini per prepararsi a crescere in modo maturo. L’importanza civica di questa istituzione si evidenzia sia dall’estensione del santuario e dalle sue diverse installazioni, in cui sono individuati i dormitori, sia dalle Brauronie con i suoi rituali.
La canefora
La canefora ha propriamente il compito di portare, in processione, il cesto del sacrificio, kanoùn; questo è un paniere rituale che contiene l’orzo, da spargere sull’altare e sulla vittima, sotto cui si nasconde la makhaira, cioè il coltello rituale per compiere il sacrificio.
La caneforia, funzione onorifica, viene riservata solo alle parthènoi di buona famiglia durante importanti feste civiche, come nel caso delle celebrazioni per Era ad Argo, o per Artemide a Siracusa oppure ancora per le Grandi Panatenee ad Atene e in Attica.
Nel III secolo a.C. il numero delle ragazze, che partecipava alla processione panatenaica, era di 100, secondo quanto ci riporta il decreto di Statocle per Licurgo, con la precisazione che quest’ultimo avesse fatto confezionare vasi da processione d’oro e d’argento e vari utensili utili alle canefore.
Ovviamente esse non sono state sempre così numerose, ma bisogna comunque avere presente la loro importanza civico-religiosa, sottolineata anche dalla loro raffigurazione nel fregio del Partenone.
Alcune giovani, scelte tra le prime della città e che per la loro età fossero prossime al matrimonio, avevano questo grande onore: essere associate al punto focale del sacrificio, cioè la messa a morte del bue, portando dei cesti rituali, come avveniva, allo stesso modo, per le portatrici d’acqua alle Bufonie.
Come sempre è il mito a spiegare il senso di tutto ciò: dopo l’uccisione sacrilega di un bue, una gravissima siccità colpì tutta l’Attica, stando a quanto narra Porfirio nel trattato Sull’astinenza (II, 29-30).
Per porre rimedio gli Ateniesi, dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, stabilirono che delle ragazza portassero l’acqua per affilare scure e coltello, necessari per il sacrificio; in tal modo si creava una sorta di catena della responsabilità per la morte dell’ animale che ricadeva sul coltello, che, essendo indifendibile come oggetto inanimato, diventava la causa unica della morte.
Nel mito fondante delle Bufonie, le fanciulle portano acqua, nelle Panatenee orzo, ma in ogni caso, l’elemento portatore di vita nella comunità, acqua od orzo che fosse, è associato al coltello strumento primario nella morte del bue mediatore necessario nel rapporto uomo-divinità-
Le giovani, elemento meno presente nell’atto di uccisione, sono necessarie perché la città, nel periodo classico, con i loro gesti rituali le convoca, in qualità di future spose, a garanzia della sua comunità e per tale ragione le ritiene degne di ogni onore.
Aristofane chiamava la canefora paìs kalè, cioè la fanciulla in fiore, in quanto era oramai entrata nella pubertà e perciò il suo prossimo passo sarebbero state le nozze.
La condizione di canefora coincide con lo status di ragazza da vedere e da mostrare, infatti i vasi la nostrano riccamente abbigliata e acconciata; sempre il mito continua ad illuminarci in questo senso, poiché in molti si narra di canefore rapite da dei ed eroi.
Ad Atene si narrava che la figlia del tiranno Pisistrato, mentre faceva la canefora fosse stata baciata e poi rapita dal suo corteggiatore, oppure il caso di Orizia ed Hersè, figlie di Erittonio, viste e rapite, rispettivamente, da Borea ed Hermes.
I cori e la presenza femminile nelle feste
I cori si mostravano come un’attività caratteristica dello statuto adolescenziale, basti pensare ad Euripide, che affermava come le danze in coro siano una prerogativa delle fanciulle “che fioriscono”, sottolineando come l’età della caneforia fosse anche quella dei cori con la loro funzione sociale, pedagogica e rituale.
Quest’età finiva con il matrimonio, rappresentato simbolicamente dal rapimento mitico. La maggior parte delle volte, questi gruppi di giovinette della stessa età erano sotto la guida di una di loro, un corego, come è il caso particolare e ben noto del circolo di Saffo a Lesbo.
Qui si riunivano le fanciulle delle famiglie più in vista di tutta la Ionia, offrendo così un’immagine istituzionalizzata di questi cori, che assumevano valore pedagogico in quanto si incentravano su grazia e bellezza come testimoniato anche dai frammenti di epitalami (canti nuziali) scritti dalla poetessa.
In tutto il mondo greco si constata come ovunque la fine della fanciullezza fosse segnato da grandi feste legate alle divinità poliadi o a quelle divinità, come Artemide o Apollo,che avevano uno stretto legame con la gioventù.
A questo proposito la festa di Artemide ad Efeso sembrava possedere i tratti di un rituale dell’adolescenza: tutti i maschi dell’età di sedici anni e le ragazze di quattordici sfilavano in processione portando oggetti rituali, alla testa del corteo c’erano i fanciulli più belli.
Dopo il sacrificio, secondo Senofonte di Efeso, i giovani si riunivano per permettere ai ragazzi di trovare le ragazze per sposarsi.
Anche in questo caso il mito fondatore coinvolgeva i giovani: dopo aver portato la statua di Artemide sulla riva del mare ed averla consacrata con del sale, maschi e femmine danzavano e cantavano, ma, avendo un anno dimenticato tali solennità, la dea si vendicò colpendo i ragazzi e le ragazze di Efeso.
Ciò sottolinea l’importanza rituale che aveva il rito per assicurare un felice passaggio dalla pubertà all’età adulta, passaggio a cui soprintendeva proprio Artemide.
A Delo si celebravano le Delie, feste in onore di Apollo, istituite da Pisistrato nel 525 a.C.; erano in origine una festa ionia a cui partecipava tutta la popolazione, donne e bambini compresi.
Al culmine della festa il coro delle Deliadi, serve del dio, intonavano l’inno per la divinità.
Callimaco nell’Inno a Delo precisava che tutte le città greche mandavano ogni anno cori, tributi e primizie, in ricordo dei primi covoni portati dalle figli di Borea in nome degli Iperborei, mitico popolo amico degli Olimpi.
Alle figli di Borea, durante tale festività, le giovinette consacravano le chiome ed i fanciulli la loro prima barba.
Le Delie avevano la funzione di propiziare la primavera e la crescita degli adolescenti; secondo Platone nel Fedro i sette fanciulli e le sette fanciulle inviati ogni anno da Atene avevano il compito di evocare quelli che erano stati salvati dal mitico re Teseo da morte certa per opera del Minotauro a Creta.
Anche ad Amiclea, in territorio spartano, in occasione delle Iacizie, avveniva un funerale rituale per ricordare Giacinto, un eroe locale.
In questa occasione i bambini suonavano la lira per Apollo, gli adolescenti,divisi in cori, cantavano e danzavano, per ultime le fanciulle sfilavano su carri.
Perciò, con questa serie di esempi, si vuole dimostrare che, da Atene a Sparta, in qualsiasi città greca esisteva questo concetto di iniziazione rituale al matrimonio; come abbiamo visto il periodo che va dall’infanzia al matrimonio è scandito da varie tappe, che culminano all’età di 14 anni, quando la ragazza, per i Greci, ha raggiunto la piena maturità.
Inoltre bisogna tener conto che la partecipazione, limitata solo alle appartenenti ai gène (famiglie nobili), aveva comunque un valore rappresentativo a livello dell’intera comunità, che in un certo qual modo offriva uno spazio ed un certo valore al mondo femminile che non aveva alcuna voce in capitolo per quanto concerne la vita politica cittadina, in quanto, con il matrimonio, la donna “spariva” per assumere il solo ruolo di moglie e madre.
Autore: Paola Serata - Email serata@archart.it
