Nola (Na). Anfiteatro


 

Nola (Na). Anfiteatro

Il territorio della città di Nola fu abitato fin dalla preistoria come testimoniano numerosi ritrovamenti archeologici. Tra il V e il VI sec. a. C. gli abitanti del luogo si fusero a elementi Greci ed Etruschi, creando un’importante città dell’entroterra campano. In seguito, per contrastare le popolazioni sannitiche, si unì alla città di Avella, confidando anche sull’appoggio di Napoli e Pompei.

Durante la seconda guerra sannitica, Nola si oppone a Roma, ma dovrà poi capitolare nel 312 a. C. Nonostante questo si ribella ancora durante la guerra sociale, ma, seguendo la sorte di altre città campane, è presa da Silla nell’80 a . C. divenendo così a tutti gli effetti una colonia romana.

Secondo Tacito presso Nola, forse a Somma Vesuviana, muore nel 14 d. C., l’imperatore Augusto. Nel 95 d. C. il vescovo Felice fu condannato a morire nell’anfiteatro sbranato dalle belve, ma queste, inspiegabilmente, non lo attaccarono neppure. Dopo questo Nola non è più ricordata dalla storia se non per l’arrivo in città, nel 395 d. C., del console romano Paolino che diverrà vescovo della città nel 410. In seguito i ripetuti saccheggi dei Goti e dei Vandali costrinsero gli abitanti a lasciare la città.

L’Anfiteatro di Nola

Uno dei simboli della Nola archeologica è sicuramente l’anfiteatro “laterizio” com’è definito in alcuni testi del XVI secolo e si trova nella zona nord della città a ridosso delle mura repubblicane.

Scavi tra il 1985 e il 1993 hanno reso visibili tre corridoi d’accesso e le murature esterne ancora intonacate. Indagini del 1997 hanno portato invece alla luce quattro fornici, di cui solo due però sono stati completamente scavati; della cavea si può vedere un solo settore.

La struttura prima era completamente sepolta, anche se era possibile intuirne la presenza dall’innalzamento del piano di campagna. La fase più antica dell’anfiteatro, che poteva ospitare fino a 30.000 spettatori, si fa risalire alla deduzione sillana; interventi di restauro si ebbero nel I sec. d. C. e tra il II e il III secolo questa volta a causa di terremoti. Tra il V e il VI sec. d. C., l’anfiteatro fu completamente abbandonato diventando così luogo per versare i rifiuti e cava per materiale edilizio.

L’eruzione del Vesuvio, detta di Pollena, non fa che peggiorare la situazione perché a essa seguì una terribile alluvione.

Sono stati ritrovati all’interno dell’anfiteatro sei pilastrini di calcare riccamente decorati con scene d’armi e di trofei, le cui facciate erano state nascoste come se chi volesse depredarli, li aveva intenzione di nasconderli da altri saccheggiatori.

Forse l’eruzione del Vesuvio impedì che il furto fosse commesso, cosa strana poiché il saccheggio continuò anche nel Medioevo e addirittura, in uno dei vani dell’anfiteatro, vi fu costruito anche un torchio.

Purtroppo c’è da denunciare ancora oggi uno stato di abbandono dell’area che avvilisce e stupisce, nonostante gli sforzi dei volontari dell’Associazione Meridies. Negli anni ’70 delle case abusive furono costruite proprio sulla cavea e sono ancora lì; a questo si è aggiunto lo scorso marzo un innalzamento della falda freatica che ha quasi sommerso le strutture.

 

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