
La Prostituzione dedicata alla divinità Ishtar: prostitute sacre e comuni nell’antica Mesopotamia.
Le origini della pratica della prostituzione sacra in Mesopotamia risalirebbero al III millennio a.C.. Annualmente infatti veniva praticata la ierogamia, usanza cultuale che consisteva nell’unione sacra tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, nelle vesti della dea Inanna (l’accadica Ishtar). Questa usanza religiosa, chiamata dagli studiosi “matrimonio sacro”, avveniva all’interno del tempio e aveva il compito di assicurare la fecondità della terra, degli armenti e la prosperità del paese e del popolo. Tale cerimonia continuò ad essere praticata nei millenni con lo stesso scopo.
La prostituzione sacra inoltre è attestata non solo in ambito mesopotamico ma anche in Siria, Fenicia e Cipro. In questi casi le notizie giungono dalle fonti classiche. Luciano, nel suo De Dea Syria, descrive le cerimonie della prostituzione sacra a Biblo in onore del dio Adone, mentre Sant’Agostino narra della prostituzione sacra che si svolgeva nel tempio di Baalbek per la dea Venere e Virgilio spiega la pratica svoltasi a Cipro in onore della divinità Astarte per la fondazione di Cartagine. Tutto ciò permette di intuire che, molto probabilmente, il culto della prostituzione sacra ha avuto una grande diffusione nell’antichità, sia nel tempo che nello spazio. In Mesopotamia il luogo della prostituta era il tempio dedicato alla dea della fertilità, la dea Ishtar. Il complesso templare della divinità comprendeva alloggi e terreni coltivati per sostenere una gerarchia femminile prestigiosa. Come lo Harem, il tempio era strutturato in un sistema gerarchico piramidale al cui vertice era posta l’alta sacerdotessa, ruolo che spesso apparteneva alla figlia del sovrano che, proprio per la carica di cui era intestataria, personificava la dea Ishtar durante la cerimonia del sacro matrimonio. Sotto di lei prestavano servizio almeno due gradi di sacerdotesse, le cosiddette “prostitute del tempio”, distinte in sacre prostitute e ragazze di commercio; queste ultime in particolare lavoravano nei postriboli.
La prostituzione sacra costituiva una parte rilevante del culto di Ishtar mentre l’attività delle prostitute commerciali era secondaria. In particolare quest’ultima, sebbene collegata al tempio, era un’attività finalizzata soprattutto all’accumulo di ricchezze del complesso sacro. Erodoto, nel primo volume delle Storie, descrisse la figura della prostituta, ed è probabile che delineasse il ruolo della prostituta commerciale piuttosto che di quella sacra. Egli scrive infatti:
“Turpe è invece questo costume, per cui ogni donna, una volta in vita sua, andare a sedersi presso il tempio di Afrodite e prostituirsi uno straniero. Molte donne, sdegnose di mescolarsi alle altre e orgogliose della loro ricchezza, vanno al santuario su un carro coperto e là si dispongono ad aspettare, con un numeroso seguito di servi. Ma per lo più si mettono a sedere entro il recinto sacro di Afrodite con una corona attorno al capo con corda e ve ne sono in gran numero: le une arrivano, le altre se ne vanno. In mezzo ad esse vi sono dei passaggi liberi, segnati da funi tese in tutte le direzioni, là circolano gli stranieri e fanno la loro scelta. Quando una donna ha preso posto nel sacro recinto, non può tornarsene a casa se prima un forestiero, dopo averle gettato del denaro, non si sia unito con lei dentro il tempio. E, gettandone il denaro sulle ginocchia non si sia a lei congiunto all’interno del tempio. Nell’atto di gettare il denaro egli deve dire queste parole: “Invoco su di te la dea Militta”.Militta è il nome assiro di Afrodite. La somma può anche essere piccolissima, e non sarà rifiutata dalla donna, che non ne ha il diritto: infatti quel denaro diventa sacro; ella deve seguire il primo che gliene getta e non può rifiutare nessuno. Dopo essersi unita con il forestiero e aver sciolto l’obbligo verso la dea, la donna torna a casa e dopo d’allora non riusciresti più a comprarla per nessuna somma. Le donne belle di viso e di corpo ritornano dal tempio presto, le altre vi restano a lungo senza riuscire a pagare il debito alla dea: ve ne sono alcune che vi rimangono tre o quattro anni.
Alcuni studiosi però ritengono che Erodoto abbia confuso le prostitute commerciali con quelle sacre. In realtà l’unico appunto che si potrebbe fare alla descrizione è legato all’idea che le prostitute concedessero favori sessuali agli stranieri; ciò non ha riscontro nella cultura mesopotamica e piuttosto sembra una caratteristica appartenente alle prostitute fenicie, le quali erano solite guardare fuori dalle loro finestre con l’intento di ammaliare i marinai, tendenzialmente stranieri, che giungevano a riva (Figura 1.).
D’altro canto a confermare l’esistenza, all’ interno del tempio, di prostitute che concedevano favori sessuali agli stranieri come servizio dovuto alla dea Ishtar, è un’ iscrizione su una tavoletta proveniente da Sippar in cui è scritto che alcune donne babilonesi venivano assegnate all’esercito in modo da provvedere ai bisogni del personale militare. Erodoto, quando parla degli stranieri che ricevevano i favori sessuali dalle prostitute, potrebbe quindi riferirsi ai militari dell’esercito, molti dei quali stranieri.
La difficoltà riscontrata nel delineare il ruolo delle cosiddette “prostitute commerciali” è connessa alla definizione del legame tra la loro attività, ovvero la concessione di favori sessuali in cambio di denaro, e il luogo sacro in cui esse praticavano, ossia il tempio. È possibile, a questo punto, supporre che il ruolo di queste donne fosse esclusivamente volto a far accrescere le casse del tempio e che il loro atto sessuale non fosse un atto sacro? A tal proposito non c’è una risposta definitiva ma è da notare che né le iscrizioni né le rappresentazioni artistiche rinvenute fino ad oggi dimostrano un legame diretto tra questo tipo di prostituzione e la sacralità.
È verosimile pensare poi che alcune tra le prostitute venissero chiamate con i seguenti appellativi, volti ad evidenziare le loro caratteristiche distintive: kharimatu, shamkhat e kezretu. Il primo epiteto indicava coloro che erano recluse, il secondo distingueva le donne che indossavano abiti sgargianti e il terzo era riferito alle prostitute che portavano capelli ricci. Le kharimatu inoltre esercitavano la loro professione nel santuario di Ishtar e pare siano proprio le prostitute descritte da Erodoto.
Giunti a questo punto è interessante cercare di chiarire la considerazione della prostituta nella società mesopotamica. Innanzitutto sappiamo che il ruolo della prostituta devota alla dea Ishtar era finalizzato alla prosperità del paese e per questo motivo la donna veniva stimata; sebbene la pratica in sé svolta non rispecchiasse un codice morale completamente accettabile dalla società di cui faceva parte. Quindi c’è qui una specie di contraddizione tra il rispetto dovuto alle prostitute data l’importanza del loro incarico e la riluttanza a livello morale nell’accettare i mezzi attraverso il quale esso veniva svolto. Infatti, in quanto prostituta, essa era venuta meno al destino comune di donna, ossia di moglie e di madre, risultando quindi inferiore a se stessa. Detto ciò si percepisce che il ruolo della prostituta non fosse considerato come una scelta ma piuttosto uno status, se così si può dire, che il destino le aveva riservato. Essendo prostituta era la donna di tutti gli uomini ed era quindi incapace di assicurare una discendenza e di prendersi cura della famiglia, ecco perché la sua vita doveva essere sacrificio e appartata rispetto a quella delle altre donne. Si deduce che la sua persona non poteva però essere disprezzata in quanto il suo ruolo le era stato delegato dalle divinità le quali sono fautrici del destino dell’intera popolazione.
Foto: Placchetta d’avorio, Donna alla finestra, originaria del Palazzo Nord Ovest a Nimrud, (858-824 a.C.), conservata al British Museum Londra.
Autore: Marta Licata - Email licata@archart.it
