
Le grotte di Via Chiatamone
Nella zona di Napoli che comprende Via Chiaia, Via Morelli, Via Chiatamone, Via S. Lucia e Piazza del Plebiscito, una zona ristretta per chi la conosce, attraverso il sottosuolo si può facilmente intuire la storia millenaria della città.
Via Chiatamone prende il nome dalle antichissime Grotte Platamonie dove in età greco – romana si celebravano riti in onore di Priapo dio della fecondità. Bisogna anche dire che i riti della fecondità a Napoli sono legati anche alla sirena Partenope, il cui corpo, morendo, feconda il suolo e quindi il sottosuolo della città.
Il rito principale in onore di Priapo, consisteva nella fecondazione di una Menade cinta da alghe marine da parte di un sacerdote vestito da pesce.
Durante il Rinascimento si cercò di legalizzare questo tipo di rito trasformandolo in un matrimonio dove i due giovani sposi, alla presenza degli altri membri della setta, trascorrevano la loro prima di notte nelle grotte tra essenze che causavano stati di alterazione.
Fu poi il viceré Don Pedro di Toledo nel ‘600 a farle chiudere e per questo si addussero motivazioni legate a rendere migliore l’urbanistica della città.
Una delle cavità più note si trova poco lontano dalla mondana Piazza dei Martiri in Via S. Maria a Cappella Vecchia, dove la chiesa omonima fu costruita nel XVII secolo proprio davanti all’ingresso della grotta di cui si può ben osservare la grandezza quando si raggiunge il sovrastante Monte Echia.
Si pensa che in questa grotta ci fosse un tempio dedicato a Serapis o a Mitra in base alla testimonianza di Carlo Celano. Si può dire con certezza che non si è mai smesso di scavare il Monte Echia.
S’intercettò un cunicolo romano quando si realizzò la Galleria Vittoria e quando, negli anni ’60, fu realizzato un ascensore che metteva in comunicazione Via Chiatamone con la zona dell’istituto della Nunziatella.
Sembra che il materiale del Monte Echia servì anche alla costruzione del porto trecentesco di Carlo d’Angiò oltre che alla costruzione del Maschio Angioino, senza contare poi tutti gli edifici privati costruiti con lo stesso metodo.
Anche i monaci Basiliani, allontanatisi da Megaride, realizzarono la loro nuova residenza con il materiale del Monte Echia, e lo stesso avvenne per i restauri del ‘400 quando il romitorio divenne il palazzo della famiglia Sessa.
Ultima estrazione importante è quella per la realizzazione della Chiesa di S. Maria della Catena ( 1576 ) e per la realizzazione del ponte della Maddalena. L’attività del sottosuolo è stata comunque sempre intensa, oggi purtroppo le cavità ancora esistenti sono usate per sversarvi i rifiuti.
Autore: Speranza Ambrosio - Email ambrosio@archart.it
