Nell’abitato di Marsala, all’interno di una villa con annesse terme, riccamente decorata, furono ritrovate tre lastre che, in base al contenuto delle iscrizioni, vengono indicate come: Platea Cererum, Platea Septizodii, delle Dodici tribù.

Iscrizione delle Dodici Tribù
C(aio) Mevio Q(uinti) f(ilio) Donato / Iuniano q(uestori) propr(aetore) / provinc(iae) Siciliae / optimo et humaniss(imo) / XII trib(us) patrono
Traduzione
“A Caio Mevio Donato Giuniano, figlio di Quinto, questore propretore, ottimo e generosissimo patrono della dodicesima tribù.”
Commento
E’ fondamentale capire perché la popolazione di Lilibeo, già prima che la città divenisse colonia, fosse divisa in tribù; perché queste fossero dodici; perché traessero il nome da divinità.
Per quanto riguarda la divisione in dodici tribù, bisogna risalire ad un ordinamento anteriore al sorgere del comune romano. Si sa che Lilibeo, diventa centro urbano ad opera dei Cartaginesi, dopo che Dionisio I di Siracusa conquista nel 397 a.C. la punica Mozia, provocando così l’emigrazione di gran parte degli abitanti in una località vicina, forse già precedentemente occupata da fenici e greci. La coesistenza di due popolazioni era già in atto a Mozia, dove erano presenti quindi templi onorati dai greci, per cui vi era l’influsso ellenico nell’ambito religioso e, di conseguenza, anche i fenici, adottarono culti greci. Non ci deve dunque meravigliare che l’ellenizzazione di Lilibeo sia proceduta abbastanza rapidamente, né dobbiamo trascurare l’influenza esercitata dai greci con la produzione artistica e artigiana e, inoltre, sempre maggiore influsso dovette avere la lingua greca, come ci attestano alcune iscrizioni di età romana. Tutti questi elementi ci inducono a concludere che, già nella seconda metà del III secolo a.C., Lilibeo doveva presentare l’aspetto di una città ellenizzata.
La suddivisione della cittadinanza in tribù si riscontra in modo particolare nelle città elleniche ed ellenizzate, per cui è facile capire come, nel corso del suo processo di ellenizzazione, a Lilibeo si sia verificata la divisione dei cittadini in tribù, in analogia a quanto era già avvenuto o stava avvenendo nelle città greche. I romani, quindi, conquistando Lilibeo nella prima guerra punica, avrebbero trovato in atto la ripartizione degli abitanti in tribù e, non avendo motivo di mutarla, non solo l’avrebbero conservata nel periodo in cui Lilibeo fu civitas censoria ma l’avrebbero mantenuta nel municipio e nella successiva colonia romana.
La divisione della popolazione in dodici tribù rafforza ancora di più il processo di ellenizzazione della città. La ripartizione duodecimale risalirebbe al quarto secolo a.C., eccetto il caso di Mileto dove potrebbe essere anche più antica.
Il primo caso documentato si ha in Elide, dove le dieci tribù originarie divennero in seguito dodici, per poi ridursi a otto e infine ritornare a dieci. Dodici anche le tribù di Magnesia. Si evince quindi che la divisione della cittadinanza in tribù è comune nel mondo greco e, quella in dodici tribù, non è propria della sola Lilibeo ma si riscontra in varie città elleniche.
Riguardo al numero dodici, esso compare abbastanza frequentemente nella storia religiosa, politica, istituzionale e sociale del mondo antico. Il più diffuso impiego di questo numero riguarda la divisione dell’anno in mesi, collegata con il sistema sessagesimale mesopotamico. Si può anche citare la suddivisone del popolo di Israele in dodici tribù, con le quali è in rapporto il collegio dei dodici apostoli, destinati ad essere ciascuno giudice di una delle tribù nel regno di Dio.
Noti sono anche i dodici popoli dell’Etruria, cui corrispondono le dodici città della Campania e le dodici della Pianura Padana.
Presso i Greci, il dodici compare con frequenza soprattutto nel mito, come dimostrano vari luoghi dei poemi omerici. Possiamo anche ricordare i dodici Titani, le dodici fatiche di Eracle e, in età storica, comune è il sacrificio di dodici vittime.
Anche a Roma il dodici ricorre varie volte: dodici gli avvoltoi veduti, secondo la leggenda, da Romolo; dodici i littori che scortano il re e, più tardi, il console o il magistrato; dodici le tavole della legislazione decemvirale per non parlare poi dei duodecemviri urbis Romae, delle duodecim portae nell’area del circo Massimo che verranno poi poste in corrispondenza con i segni zodiacali e, infine, i dodici altari consacrati a Giano e corrispondenti ai dodici mesi.
Non del tutto chiaro risulta il fatto che le tribù Lilibetane si intitolino da nomi di divinità. È probabile che il motivo di tale denominazione sia da ricercare sempre nel mondo greco, ai cui margini si è svolta la storia di Lilibeo e, quindi, nell’uso ellenistico e romano di designare le tribù con nomi di dei.
In particolare, si presume che le tribù Lilibetane si denominassero dai Dodici Dei suddivisi in sei coppie: Giove-Giunone, Nettuno-Cerere, Apollo-Diana, Marte-Venere, Mercurio-Minerva, Vulcano-Vesta.
Si aggiunga, poi, che nel basso impero romano, il culto dei Dodici Dei, in un certo modo, ancora sopravvive nel mondo cristiano attraverso quello dei Dodici apostoli.
Lilibeo, quindi, città punica poi ellenizzata, conserva sia il ricordo di una remota appartenenza alla civiltà fenicia d’occidente, quanto quello di una successiva adesione a forme politiche e religiose elleniche, soprattutto dopo che, in seguito al trasferimento dei Selinuntini, la civiltà e le istituzioni greche sempre più si affermarono nelle città eredi di Mozia. Che poi i nomi originari delle divinità greche si siano trasformati in quelle delle divinità romane, è cosa perfettamente naturale.
Ma ciò che acquista grande interesse è la tolleranza dimostrata dai Romani verso gli istituti e le tradizioni locali, soprattutto nei municipi, quando il loro sopravvivere non crea grave impedimento al superiore interesse dello stato.
Autore: Dorotea Feliciotto - Email feliciotto@archart.it
