Occhiolà: Resti di un’antica città siculo-greca

Planimetria del Parco Archeologico di Terravecchia (Grammichele)
Ad est della Piana di Catania si sviluppa un complesso ed articolato sistema di strette valli fluviali delimitate da colline e scavate dal corso di tre fiumi: il Gornalunga a nord, il Pietrarossa-Margherito e il Caltagirone o Fiume dei Margi ad ovest e sud-ovest.
Discendendo lungo la valle dei Margi si incontra il sistema collinare noto come Terravecchia di Grammichele, articolato in una serie di alture disposte a ferro di cavallo aperto verso la valle su cui si ergono le cime più alte di Occhiolà e Poggio dei Pini. Su questo articolato sistema collinare si conserva una complessa stratigrafia culturale che, partendo dagli insediamenti delle antiche popolazioni indigene sulle quali si innestò la civiltà greca, giunge alla città di Ocula distrutta dal terremoto che nel 1693 distrusse i centri del Val di Noto (1).
La storia della ricerca archeologica in questa zona della Sicilia trae origine dalla distruzione dell’antico borgo medievale di Occhiolà le cui rovine attirarono l’attenzione di studiosi, curiosi, viaggiatori che da Catania percorrevano la strada lungo la valle del fiume Margi per giungere all’odierno centro di Grammichele.
Il primo ad occuparsi con metodo scientifico delle rovine di Terravecchia fu il grande archeologo roveretano Paolo Orsi.
Nel 1891 Orsi rese nota la scoperta casuale, avvenuta l’anno precedente, di una necropoli di epoca tardo-ellenistica-romana in contrada Piano Croce dalla quale proveniva un grande sarcofago rettangolare di terracotta con un coperchio a doppio spiovente sormontato da acroteri (2).
I risultai delle sue indagini furono:
- individuazione dei resti di un vasto abitato antico di età ellenistico-romana sulle colline di Terravecchia, il cui nucleo principale si trova sulla collina di Poggio dei Pini dove l’Orsi colloca l’acropoli antica.
- localizzazione, alla base della collina, detta Poggio dell’Aquila, di una serie di necropoli con tombe indigene a grotticella artificiale (3) che vanno collocate tra la fine VIII e il VI secolo a. C., e tombe greche di età ellenistica di varia tipologia.
- scoperta di un santuario extra-urbano (4) di età arcaica su Poggio dell’Aquila ad est di Poggio dei Pini dove identificò l’acropoli. In questo luogo fu trovata una grande quantità di materiale votivo ma non furono individuate le strutture del santuario che Orsi ipotizzò lignee ma con copertura di elementi fittili per il loro rinvenimento in loco.
Nel 1898 l’archeologo scoprì, in contrada Portella, una grotta artificiale, identificata con un santuario extra urbano, nel quale egli rinvenne una copiosa quantità di frammenti di terrecotte votive attribuibili al culto di Demetra e Core, datate fra il V ed il IV secolo a. C.. Nello stesso anno Orsi scoprì l’esistenza, in contrada Madonna del Piano-Mulino della Badia, di una vasta necropoli di tombe ad inumazione, da lui attribuita ad un momento di transizione tra il II e il III periodo siculo.
Al termine delle sue campagne di scavo nel 1920 con la scoperta di altre sepolture di tipo sia indigeno che greco, Orsi identificò le strutture di Terravecchia con un centro dapprima non fortificato, occupato da popolazioni indigene, sviluppatosi nel corso dei secoli X-VI a. C., attorno ad una collina che successivamente fungerà da acropoli munita di fortificazioni; a partire dalla seconda metà del VI secolo i Calcidesi, provenienti da Katane e Leontinoi, si insediarono sulle colline di Terravecchia. Da questo periodo in poi, l’archeologo ipotizzò una coabitazione, non sempre pacifica, tra indigeni e greci.
Architettura domestica

Terravecchia – Poggio dei Pini Capanna indigena

Terravecchia – Poggio dei Pini Pianta della Capanna Indigena (I. Celeschi)
Sul promontorio di Poggio dei Pini negli anni ’90 furono eseguiti alcuni saggi di scavo per verificare l’estensione dell’abitato greco-indigeno. Tra le strutture rinvenute la più antica ed interessante fu una capanna intagliata nella roccia e suddivisa all’interno da tre file di fori per l’alloggiamento di pali lignei destinati a sostenere l’alzato e il tetto. L’edificio si data tra la fine dell’età del Bronzo e gli inizi dell’età del Ferro in base al ritrovamento dei reperti: tazze carenate, coppe e brocche a decorazione dipinta piumata e a decorazione incisa. Questo insediamento è legato alla necropoli di Madonna del Piano-Mulino della Badia, cronologicamente attestabile alla fase finale dell’età del Bronzo e culturalmente legato a popolazioni provenienti dal meridione della penisola italiana.
L’insediamento indigeno continua in epoca successiva ad essere attestato dalle necropoli ma soprattutto dall’area sacra di Poggio dell’Aquila, posta sull’altura che fronteggia Poggio dei Pini, dedicata a divinità endogene legate al ciclo della fecondità della terra.

Terravecchia – Strada Provinciale 33 Pianta generale dello scavo (C. Torrisi)
I ritrovamenti più importanti di architetture domestiche di età arcaica sono avvenuti nel 1996 nel corso dei lavori di ammodernamento del tracciato della Strada Provinciale n. 33 nel tratto dal bivio Camemi a Grammichele. Sono stati rinvenuti due ambienti riferibili ad un’abitazione di epoca greco-arcaica, databile preliminarmente al VI secolo a. C., con alcuni pithoi ancora in loco , l’ingresso di una fornace, altri ambienti pertinenti ad abitazioni greco-arcaiche con i resti di un forno per la cottura di alimenti. In toto sono state messe in luce ben quattro abitazioni con orientamenti, dimensioni ed articolazione differenti, snodate attorno a spazi aperti di uso comune.i cui ambienti presentano una struttura particolare, definita “mista” cioè in parte costruiti e in parte ricavati nella roccia retrostante. La quantità dell’arredo domestico e del materiale, recuperato all’interno delle abitazioni, è rappresentativa della cultura materiale e delle diverse attività domestiche che vi si svolgevano: la lavorazione e la conservazione degli alimenti, e la preparazione ed il consumo dei pasti sono attestati dai resti del forno, di due focolari, alcune macine di pietra lavica, frammenti di ceramica da fuoco e da mensa; la tessitura è comprovata dal rinvenimento di alcuni pesi da telaio fittili e litici.
L’analisi del materiale permette di distinguere prodotti di fabbrica locale, di importazione o di imitazione greco-orientali e coloniali. Per ciò che concerne la datazione di questo complesso, l’esame dei materiali ceramici consente di collocarlo tra la seconda metà del VI secolo e la prima metà del V sec. a. C., anche se un piccolo quantitativo di frammenti fa presumere che già, nella seconda metà del VII sec. a. C., il sito fosse frequentato. Non è ancora possibile distinguere con sicurezza fasi diverse relative a questo insediamento, né conferire alla frequentazione del VII sec. a. C. un carattere specifico che la differenzi da quella successiva
Il quadro che emerge dall’analisi dell’architettura domestica indigena a Terravecchia di Grammichele in età arcaica presenta aspetti di innovazione, conservatorismo e coesistenza di modelli diversi nella medesima area. Si è cercato di comprendere quali elementi della cultura architettonica e del modo di vivere dei Greci siano penetrati in questa comunità indigena.
Come si è detto in precedenza la comunità indigena che si insediò su Poggio dei Pini adottò già, tra la fine del Tardo Bronzo e la prima età del Ferro, un modello di capanna a pianta rettangolare di derivazione peninsulare italiana.
Il modulo rettangolare rappresenta una concezione diversa rispetto alla pianta circolare perché determina uno spazio virtualmente evolutivo in quanto permette l’aggiunta di altri vani. Essa aveva, probabilmente, copertura a doppio spiovente di materiale deperibile con rivestimento impermeabilizzante in torchis (5) ed era costruita sfruttando il banco di roccia come zoccolo per l’alzato, costituito da pali inseriti sia nel perimetro sia al centro dell’abitazione.
Il modulo rettangolare monovano continuò ad essere utilizzato dalla comunità indigena di Poggio dei Pini anche tra il VII e il VI secolo a. C..
Dei quattro nuclei abitativi, esaminati in precedenza, tre sono di sicura tradizione indigena in quanto presentano il medesimo schema architettonico della capanna del XI-X secolo a. C,, ma con qualche variante. Le differenze fondamentali tra la capanna protostorica e le abitazioni arcaiche sono costituite dalle ridotte dimensioni delle seconde rispetto alla prima e dall’assenza dei buchi per l’alloggiamento dei pali lignei per l’alzato e la copertura. Da ciò si può ipotizzare che le abitazioni arcaiche fossero destinate ad un solo nucleo familiare e non fossero plurifamiliari come si può supporre per la capanna di XI-X secolo le cui dimensioni sono il doppio di quelle arcaiche. Inoltre l’assenza dei buchi per i pali fa supporre la sostituzione dei tetti staminei con tetti fittili, anche se in loco non sono state trovate tegole fittili o altri elementi architettonici. In questo nucleo abitativo coesistono elementi di continuità e di innovazione introdotti dai coloni greci.
L’introduzione di moduli architettonici tipicamente greci in questa comunità indigena si deve far risalire tra la fine del VII – inizi VI sec. a. C. ad opera dei Calcidesi di Leontinoi e Katane. È questo il periodo in cui aumenta il coinvolgimento coloniale nei centri interni. Infatti l’acculturazione dell’aristocrazia locale in questa zona è favorita dallo stanziamento di coloni greci documentato dalla presenza di un santuario greco a Madonna del Piano-Mulino della Badia, dall’assimilazione del santuario indigeno di Poggio dell’Aquila al culto greco di Demetra e Kore e dalla presenza di sepolture greche accanto a quelle indigene.
Documento tangibile dell’influenza greca è l’introduzione del modulo abitativo a più ambienti, presente sulle pendici di Poggio dei Pini. Si tratta di un’abitazione inglobata tra le tre descritte in precedenza, costituita da ben due ambienti e in cui esiste anche la specializzazione di vano-cucina e vano-magazzino contenente numerosi pithoi destinati alle riserve alimentari.
Ma il vero e proprio salto di qualità, solo ipotizzabile nelle strutture descritte in precedenza ma evidente in quest’ultima, è dato dall’introduzione della copertura permanente con tegole fittili di derivazione greca. L’adozione di tale copertura per quest’abitazione è documentata dal rinvenimento in loco di numerose tegole piane a listello, coppi coprigiunto, un’antefissa gorgonica, una palmetta ed un acroterio centrale a disco semplice.
Si può ipotizzare che quest’abitazione, differente dalle altre circostanti per dimensioni, struttura ed organizzazione degli spazi interni, fosse stata la residenza di una famiglia indigena aristocratica ellenizzata. Tale ipotesi è supportata dalla presenza di ceramica greca di importazione a vernice nera e ceramica corinzia, greco-orientale, coloniale o d’imitazione insieme a ceramica di produzione indigena.
Altro elemento importante di influenza greca, evidenziato nell’area presa in esame, è l’organizzazione degli spazi esterni ai quattro edifici che compongono il nostro nucleo abitativo. È stato individuato tra le quattro abitazioni uno spazio “pubblico”, una strada attorno alla quale si è sviluppato un embrione di isolati abitativi. A parziale conferma della funzione comune dello spazio aperto è il rinvenimento di una canalizzazione formata da un condotto di coppi coprigiunti con il dorso rivolto verso il basso, coperti da altri coppi con funzione di rivestimento che doveva facilitare il deflusso delle acque meteoriche provenienti dai tetti delle case verso valle.

Terravecchia . SP. 33 Tratto basolato con particolare della canaletta
Si può concludere che l’arrivo dei Greci, in queste zone interne abitate da popolazioni indigene, non sembra avere causato eventi drammatici. Anzi, le aristocrazie locali che gestivano culti e commerci si accorsero ben presto che la convivenza, quanto più pacifica possibile, poteva sviluppare traffici e guadagni non indifferenti.
Note
- 1) é uno dei tre Valli, insieme al Val di Mazare e Val Demone, in cui il territorio siciliano fu suddiviso in Età Arabo-Normanna.
- 2) Sono dei motivi decorativi, in origine nati per ornare i tetti dei templi, poi utilizzati per ornare i coperchi dei sarcofagi che riproducevano i tetti a doppio spiovente degli edifici sacri.
- 3) Sono tombe collettive ad inumazione, diffusissime in Sicilia prima della colonizzazione greca (VII sec. a. C.), costituite da una grande camera sepolcrale scavata nella roccia, spesso preceduta da un piccolo ambiente che fungeva da anticamera o stretto corridoio.
- 4) I Santuari extra urbani nascono in Sicilia a partire dal VII secolo a. C. a seguito della colonizzazione greca e si svilippano al di fuori del tessuto urbano della città non solo per esigenze cultuali, ma anche per esigenze politico-sociali, ossia per proteggere da eventuali nemici i confini del proprio territorio.
- 5) Questa primitiva tecnica costruttiva fu utilizzata dalle popolazioni autoctone della Sicilia per realizzare i tetti delle proprie capanne utilizzando materiali poveri, facilmente reperibili e plasmabili come terra, sabbia e paglia impastate con acqua.
Autore: Lina Bernò - Email berno@archart.it

il parco archeologico di Occhiolà, oltre ad essere una importante testimonianza della presenza di greci e calcidesi all’interno della valle dei margi, rappresenta anche una testimonianza storica del fine artigianato medioevale della popolazione della successiva città chiamata appunto occhiolà.
ma la sensazione che si ha passeggiando fra le colline di Terravecchia, è proprio quella di una incessante spiritualità antica ma palpabile del luogo.
purtroppo Grammichele non riesce a gestire bene questo sito ricco di storia,arti antiche di diverse epoche e culture.
speriamo che la situazione migliori, e Occhiolà possa diventare un polo turistico di rilevante importanza.