Boezio


 

Boezio

nome: Anicio Manlio Torquato Severino Boezio (476-525)

Carmina qui quondam studio florente peregi,
Flebilis heu maestos cogor inire modos.

(dal De consolatione philosophiae, libro I)

La figura e l’attività intellettuale di Severino Boezio si collocano mirabilmente sul crinale tra Antichità e Alto Medioevo, stabilendo una significativa continuità tra le due epoche in modo che l’eredità dell’una viene raccolta e trasfusa nell’altra.

Filosofo e letterato, Boezio fu protagonista di un periodo particolarmente delicato della storia dell’Occidente europeo e, in particolare, della penisola italica: caduto l’Impero romano nell’anno 476, con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo, Teoderico, re degli Ostrogoti, che nell’anno 489 avevano invaso il territorio italico e vi si erano stanziati, assurse sul finire del V secolo alla carica di re, individuando in Ravenna la propria capitale: ancora oggi, il visitatore può ammirare nella città romagnole le splendide attestazioni artistiche ed architettoniche del regno ostrogoto, riconosciute a livello mondiale quale “patrimonio dell’umanità”.

Boezio apparteneva ad una famiglia di origini altolocate e suo padre era stato insignito di importanti incarichi a livello politico-amministrativo, in particolare il delicatissimo ruolo di prefetto del pretorio per l’Italia che, dopo la divisione in tetrarchie attuata da Diocleziano e ribadita dai suoi successori, costituiva una delle aree territoriali strategiche insieme alla Gallia e alle regioni orientali.

Il giovane Severino potè avvalersi di un’educazione di alto livello, nella quale incisero in modo particolare la personalità e l’influenza di Quinto Aurelio Memmio Simmaco, uomo di cultura e aristocratico, di cui Boezio sposò la figlia, nonché del filosofo bizantino Simplicio, conosciuto presso la scuola di Atene, ove Severino condusse la propria formazione.

Erano anni nei quali la vita culturale nel mondo latino stava attraversando una profonda crisi d’identità: sulle macerie dell’antico Impero si andava sviluppando una nuova realtà, i cui contorni non erano ancora ben definiti. A partire dal regno dell’imperatore Diocleziano (243-311 d.C.) sino alla fine del conflitto greco-gotico, combattuto fra 535 e 553 per la riconquista bizantina della penisola italica, si dispiegò, infatti, un lungo periodo caratterizzato da significativi rivolgimenti politico-sociali, dall’entrata in scena di gruppi etnici di matrice euroasiatica che, con sempre maggior insistenza, andarono a premere sui confini imperiali d’Occidente, determinandone la caduta, dal crescente antagonismo tra il paganesimo tradizionale e la nuova religione cristiana in via di affermazione, dalla lotta condotta su iniziativa degli imperatori d’Oriente per la ricostituzione della perduta unità del territorio imperiale. Come salvaguardare l’eredità del passato, così da procedere con sicurezza verso il futuro?

Boezio trovò la risposta nello studio della filosofia greca e, in particolare, nel pensiero di Aristotele, alla traduzione delle cui opere si dedicò alacremente – si pensi, ad esempio, al De interpretatione o ai Topica -, redigendo anche numerosi trattati quali il De Arithmetica, il De syllogismo categorico, il De divisione e importanti commentari sulle dottrine aristoteliche, tra i quali si possono citare il Commentarium in librum Aristotelis Peri Hermeneias primae editionis e In categorias Aristotelis commentaria. Senza lo specifico interesse boeziano per la traduzione e il commento dell’opera aristotelica, si può senza dubbio ritenere che molti scritti del filosofo di Stagira non ci sarebbero noti e, soprattutto, essi non avrebbero potuto esercitare la profonda influenza, che invece ebbero, sulla delineazione del pensiero scolastico (vedi link http://it.wikipedia.org/wiki/Scolastica) nel quale fede e ragione si incontrarono in un mirabile connubio, traendone reciproco sostegno.

“Gli studiosi hanno definito Boezio come “l’ultimo dei romani e il primo degli scolastici” e, quindi, come uno dei fondatori del Medioevo. E in realtà il compito che Boezio si assunse con consapevolezza fu quello di far conoscere ai Latini la cultura greca. In effetti, a lui risalgono quelle linee essenziali che la cultura del Medioevo seguirà. In una lettera a Simmaco, Boezio esprime l’intenzione di prendere in considerazione tutte le scienze che conducono alla filosofia: aritmetica, musica, geometria e astronomia. E a tal proposito Boezio progetta la traduzione in latino e il commento di tutte le opere di logica, di morale e di fisica di Aristotele, e la traduzone e il commento di tutte le opere di Platone, per mostrare poi l’accordo sostanziale tra i due filosofi” (1).

Il contributo boeziano si rivelò di particolare rilevanza non solo nell’ambito della metafisica, con la distinzione fra l’essere e la sua forma, e della logica, mediante la sottolineatura dell’universalità del concetto, ma anche nel contesto del dibattito religioso che caratterizzava l’epoca nella quale egli visse: correvano, infatti, gli anni della nascita delle cosiddette eresie cristologiche, incentrate sulla Persona di Gesù Cristo, nella quale, variamente, alcuni sostenevano l’esistenza della sola natura umana, altri di quella esclusivamente divina.

Fu proprio la partecipazione a tali controversie che segnò per Boezio l’inizio di un periodo particolarmente travagliato, conclusosi poi con la sua tragica scomparsa. Che cosa era accaduto? Nell’anno 512 Severino aveva composto un trattato, dal titolo Contra Eutychen et Nestorium, nel quale egli interveniva nel contesto della controversia che opponeva da un lato Eutiche, sostenitore della teoria monofisita, secondo cui nella Persona di Cristo doveva considerarsi presente unicamente la natura divina, e dall’altro Nestorio, propagatore di una posizione marcatamente diofisita, in base alla quale in Cristo erano presenti due nature (umanità e divinità) e due persone. L’interesse di Boezio per le questioni religiose si espresse, inoltre, nella stesura di altri scritti, dai significativi titoli De Trinitate, Utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur, Quomodo substantiae in eo quod sint, bonae sint e De fide catholica, opera, quest’ultima, di incerta attribuzione.

Ma il nostro autore, oltre ad essere un uomo di cultura e di pensiero, era anche un funzionario di spicco presso la corte di Teodorico, il quale non poteva che guardare impensierito all’intensificarsi del dibattito teologico: non si trattava di questioni che riguardavano unicamente l’ambito della fede, in quanto intorno all’una o all’altra di esse si annodavano importanti appoggi e schieramenti di natura politica. Lo stesso popolo ostrogoto, dal quale proveniva Teodorico, era, infatti, di fede ariana (2), sebbene il sovrano si distinguesse per la sua tolleranza nei confronti della religione cattolica che, com’è noto, asseriva la consustanzialità delle due nature, divina ed umana, nell’unica Persona di Cristo. L’allora imperatore bizantino, Giustino I (450-527), salito al trono nell’anno 518, avviò, invece, un’intensa campagna persecutoria verso i sostenitori dell’arianesimo, suscitando l’immediata reazione del sovrano ostrogoto, che temeva un connubio a scopo sovversivo tra la dirigenza imperiale di Bisanzio, il papa di Roma e la classe politico-senatoria italica, allo scopo di destabilizzare e rovesciare il suo regno.

Come la storia insegna, nulla sfugge – a torto o a ragione – all’azione repressiva di un uomo di potere che sospetta l’esistenza di trame aventi l’obiettivo di intaccarne le prerogative: anche Severino Boezio, infatti, cadde nell’occhio ciclonico dell’ira di Teodorico e nell’anno 524 venne arrestato ed imprigionato, per poi morire nel 525 dietro esecuzione della condanna alla pena capitale.

L’anno di reclusione fu, però, straordinariamente fecondo. A quel periodo di dolore e di angoscia, trascorso lontano dalle persone care e dalla consueta attività, risale la stesura dell’opera per la quale, con ogni probabilità, Boezio è maggiormente noto: il De consolatione philosophiae, in cinque libri, ove l’autore, giunto ormai al termine della sua parabola terrena, si fa guidare dalla personificazione della Filosofia, a cui aveva dedicato la sua intera esistenza, nel conseguimento delle risposte che aveva così incessantemente ricercato. Dio quale felicità e sommo bene della vita, l’individuazione della Provvidenza quale principio ordinatore supremo di tutto ciò che accade, l’insensatezza di una condotta intenta alla ricerca della vera gioia nei beni fuggevoli e nella fortuna mondana sono i temi sviluppati in un testo di rara intensità argomentativa e stilistica. “Nulla c’è che venga fatto a fin di male, neanche da parte degli stessi malvagi; questi cercano in realtà il bene, ma sono fuorviati da un malaccorto errore di valutazione”, afferma Donna Filosofia nei suoi colloqui con l’affranto Severino, che in essa trova conforto e riscatto dalla sventura che lo ha colpito. Un autentico gioiello, per stile e contenuti, in cui l’autore recepisce e fonde in mirabile sintesi le sollecitazioni provenientigli dalla dottrina stoica e dai dettami del neoplatonismo, in un quadro che non di rado ha suggerito l’ipotesi di un’ispirazione cristiana di fondo, peraltro non affatto certa.

Note

(1) Giovanni Reale-Dario Antiseri, La filosofia nel suo sviluppo storico, vol. 1, Editrice La Scuola, Brescia 1988, p. 345.

(1) L’arianesimo consisteva in un orientamento teologico-dottrinario, condannato nell’ambito del primo Concilio di Niceadell’anno 325, che sosteneva la presenza, nella Persona di Gesù Cristo, della sola natura umana.

Approfondimenti

Molte opere di Severino Boezio e, in particolare, il De consolatione philosophiae, si possono leggere in versione integrale cliccando sui links

Per opportuni approfondimenti si vedano i links:

 

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