Gaio Cassio Longino
(87 a.C. ca – 42 a.C.)
origini: aristocratiche (gens Cassia)
famiglia: marito di Tertulla, cognato di Marco Giunio Bruto
L’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C. costituisce il tragico epilogo della luminosa parabola politico-militare che aveva condotto l’eroe della campagna in Gallia alla stipulazione del primo triumvirato insieme a Gneo Pompeo e a Marco Licinio Crasso sino al consolato e alla dittatura a vita, imprimendo, in tal modo, una svolta decisiva nel processo di evoluzione della forma di organizzazione dello stato romano dalla respublica all’impero.
“Tu quoque,
Brute,
fili mi!”
è la dolorosa e stupita esclamazione con cui, secondo la tradizione storiografica, Cesare colpito a morte si sarebbe rivolto al suo figlio adottivo, Marco Giunio Bruto, tra i partecipanti alla congiura che costò la vita a colui che, in base ad alcune interpretazioni, fu il primo imperatore di Roma; ma accanto a Bruto figura un’altra personalità appartenente all’entourage cesariano, Gaio Cassio Longino, marito di Tertulla, nata dal secondo matrimonio di Servilia con il pretore Decimo Giunio Silano.
Membro di una delle famiglie aristocratiche più in vista di Roma, Cassio Longino si riconobbe da subito nella fazione degli optimates, che si contrapponevano ai populares, ossia alla componente dei ceti meno abbienti, giunta ad avere propri rappresentanti nelle magistrature. Iniziò la sua carriera distinguendosi nel contesto della spedizione contro i Parti, capeggiata nel 53 a.C. da Marco Licinio Crasso, uno dei membri del primo triumvirato insieme a Giulio Cesare e a Gneo Pompeo. Nell’intento di Crasso l’impresa avrebbe dovuto incrementare la sua popolarità e la sua influenza nell’ambito del triumvirato stesso, ma si concluse drammaticamente con il disastro di Carre e la morte del generale romano, senza contare il fatto che, a partire da quel momento, la popolazione partica divenne una secolare “spina nel fianco” per i futuri imperatori romani.
Rientrato a Roma, Longino, che durante la spedizione in Medio Oriente aveva svolto l’incarico di questore, si avvicinò a Gneo Pompeo, esponente e sostenitore della causa degli ottimati. Ma dopo la scomparsa di Crasso, l’intesa fra Cesare e Pompeo per la spartizione delle cariche aveva subito una significativa evoluzione a tutto vantaggio del primo, il quale, nel giro di pochi anni, giunse a sbarazzarsi dell’antico alleato e ad impadronirsi del potere; vano fu il tentativo del senato di arginare in qualche modo la prepotente ascesa di Cesare attraverso l’appoggio conferito a Pompeo: quest’ultimo, infatti, fu sbaragliato con le sue truppe, inviate per fermare l’avanzata di Cesare su Roma, nella battaglia di Farsalo, e ucciso.
Era ormai chiaro che solo un’iniziativa a tradimento avrebbe potuto porre termine alla straordinaria vicenda umana e politica di Giulio Cesare, trionfante su tutti i rivali e divenuto arbitro indiscusso dell’agone politico romano, nonché artefice di numerose iniziative a livello politico, economico, militare ed urbanistico: con la sua singolare capacità di comprensione strategica, Cesare aveva, infatti, colto i mutamenti a cui Roma stava andando incontro a seguito delle politiche di conquista intraprese in Gallia e nelle regioni orientali e aveva compreso che lo stato, in tutte le sue compagini, andava profondamente trasformato per far fronte al rinnovato corso storico.
La sua personalità, il suo carisma, il suo successo intimorivano, però, non poco quella parte dell’aristocrazia che non voleva in alcun modo perdere i propri privilegi e, così, fatalmente, la vita e la luminosa carriera di Cesare finirono sotto le pugnalate sferrategli dai congiurati il 15 marzo dell’anno 44 a.C., le celebri Idi di marzo. Longino fu tra gli aggressori ma l’eliminazione di Cesare fu per lui un’arma a doppio taglio: la sorte non gli lasciò scampo e lo raggiunse con la morte nella battaglia di Filippi, combattuta nel 42 a.C. contro le truppe di Ottaviano, Marco Antonio e Marco Lepido, alleati nel secondo triumvirato. Il corso della storia era ormai inarrestabile e sull’orizzonte si stava delineando il profilo di Ottaviano Augusto, con il quale l’esperienza repubblicana poteva dirsi definitivamente conclusa e una nuova realtà politica, l’impero, si andava affermando, come la stessa vicenda di Cesare aveva ampiamente lasciato presagire.
Autore: Marinella Testori
