Carneade


 

Carneade

Carneade

(219 a.C. – 129 a.C.)

“Carneade, chi era costui?”

è la memorabile frase del don Abbondio manzoniano che, perplesso, si interroga sull’identità di questo filosofo, rappresentante e guida dell’Accademia platonica nel periodo successivo alla direzione di Arcesilao, vissuto tra 315 a.C. e il 240 a.C.

Lungi dall’essere una personalità oscura, Carneade, nativo di Cirene, offrì un significativo contributo all’elaborazione del pensiero accademico secondo l’orientamento scettico già assunto da Arcesilao. La dottrina pirroniana della sképsis, infatti, non era rimasta confinata all’ambito dei discepoli del filosofo di Elide, ma aveva influenzato anche l’Accademia platonica, che iniziò ad applicare i criteri fissati da Pirrone (indifferenza delle cose esistenti, astensione dal giudizio, afasia ed imperturbabilità) alla dialettica tipica del metodo socratico-platonico, allo scopo di confutare le posizioni stoiche, ad iniziare dal criterio veritativo della “rappresentazione catalettica”. Arcesilao, in dettaglio, sostenne l’illusorietà del tentativo di fissare un criterio di verità, cosicché, nei confronti dell’evidenza, non è possibile raggiungere alcuna certezza: di qui la necessità per il saggio di sospendere qualsiasi assenso, conseguendo, in opposizione allo stoicismo, l’a-catalessi. Come risolvere, però, il problema dell’azione, inevitabile per poter vivere? E’ chiaro, infatti, che per agire occorre sapere che cosa fare e che cosa evitare. Ebbene, secondo Arcesilao, in mancanza di un principio guida assolutamente certo per potersi orientare nella vita pratica, l’uomo agirà in base a ciò che è “ragionevole” e “plausibile”.

Pure Carneade si domanda come conciliare le esigenze della prassi quotidiana con l’impossibilità di essere certi intorno a qualsiasi cosa: la risposta che egli offre consiste nell’introduzione del cosidetto “criterio del probabile”. Secondo il filosofo di Cirene l’uomo può individuare il comportamento da adottare di volta in volta in base al grado di probabilità o di rappresentazione persuasiva che deriva dall’esperienza.

Arcesilao e, dopo di lui, Carneade, si pongono, quindi, in contrasto con l’impostazione dogmatica, nelle sue varie declinazioni, propria dello stoicismo: secondo i due accademici non è dato all’uomo di sapere alcunché con certezza assoluta – e tale è senz’altro la posizione corretta sul piano rigorosamente teoretico -, tuttavia, superando i rischi di uno scetticismo radicale, essi ammettono la necessità dell’azione e, conseguentemente, di un criterio, di ragionevolezza o di probablità, in base al quale regolarsi.

 

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