Teognide


 

Teognide, le cui opere sono raccolte in un corpus in cui sono confluiti anche componimenti di altri autori, scrisse elegie destinate al simposio. I suoi testi si definiscono gnomici, poiché preponderanti sono l’ammonimento e l’esortazione di natura etico-politica, anche se non mancano elegie metasimposiali, erotiche e di argomento mitologico.

Vita

Le notizie di cui disponiamo sono state ricavate dai suoi versi. Sappiamo che nacque a Megara Nisea (tra Atene e Corinto) e la sua akmè è datata al 544/541 (59 a Olimpiade), ma alcuni preferiscono una cronologia più alta. Fu esiliato dalla patria e il suo esilio (se si accetta la cronologia alta) forse è da mettere in relazione con il tiranno Teagene, che resse Megara nella seconda metà del VII sec. Secondo Platone, Teognide fu cittadino di Megara Iblea in Sicilia: forse egli trascorse in questa città parte del suo esilio. Gli studiosi che lo collocano in un periodo posteriore, gli attribuiscono un gruppo di elegie in cui si fa menzione dei Medi (cioè delle Guerre Persiane). Si pensa che fosse un nobile, poiché le sue esortazioni ben si collocano nel quadro di una paideia di puro stampo aristocratico: si rivolgono spesso ad un giovinetto nobile di nome Cirno, chiamato anche con il patronimico di Polipoide. Il nome è sicuramente un espediente letterario,dietro il quale può celarsi una realtà biografica.

Opere

La raccolta di elegie pervenute sotto il nome di Teognide è raccolta in due libri. L’identificazione del nucleo centrale della sua opera è legata al problema della sfraghis, il sigillo che il poeta stesso afferma di aver apposto alla sua opera per evitare plagi. Teognide sapeva che i suoi versi avrebbero fatto parte di un corpus e ne voleva salvaguardare l’identità. Ancora non si è potuto accertare in cosa consistesse questo sigillo: alcuni studiosi ritengono che sia il nome di Cirno, che compare in molte elegie in caso vocativo. Recentemente è stata avanzata un’altra ipotesi: che il sigillo possa consistere nell’indicazione del nome dell’autore su copia autentica ufficialmente depositata all’interno di un tempio. In questo caso il sigillo sarebbe extratestuale.

Le quattro elegie che aprono il corpus sono invocazioni a divinità (due ad Apollo, una ad Artemide, una alle Càriti e una alle Muse) e la loro collocazione proemiale risponde ad un uso pratico: il simposio, infatti, cominciava con preghiere agli dei. Il corpus aveva dunque una funzione esplicitamente simposiale e al suo interno sono state inserite anche elegie di altri autori, come Tirteo, Mimnermo e Solone. Al suo interno ci sono indizi di un ordinamento: i componimenti risultano divisi in sequenze tematicamente o formalmente simili, talvolta formando vere e proprie coppie o categorie simposiali, destinate a essere cantate l’una dopo l’altra da simposiasti diversi. Talvolta si trovano versioni diverse di una stessa elegia e elegie concatenate: risulta, in questo caso, difficile separare un’elegia da un’altra.

Le elegie dedicate a Cirno hanno una funzione paieudica, ossia hanno lo scopo di educare un giovane aristocratico ai comportamenti della sua classe e di riaffermare presso la comunità i valori ispiratori dell’azione politica. Teognide condanna ogni commistione con i ceti emergenti , i matrimoni misti tra aristocratici e membri della nuova classe sociale in ascesa economica (una sorta di borghesia), poiché una delle caratteristiche dell’agathos omerico era quella di essere di buona stirpe e le unioni miste dovevano essere viste come se fossero contro natura.

Particolarmente ricorrente nei versi di Teognide è la polemica politica e il suo costante bersaglio è la classe dei nuovi ricchi che sta portando la città alla rovina e con i quali il nobile non doveva aver nulla a che fare. Nei componimenti di argomento politico si può notare una vena pessimistica, probabilmente dovuta al fatto che la classe sociale a cui l’autore appartiene è in fase di decadenza.

I versi più vivi e suggestivi sono quelli della nostalgia, paragonabili ad alcune opere di Alceo. Qui il poeta esprime anche la sofferenza per l’esilio.

Il pessimismo assume anche un valore più generale in Teognide, poiché caratterizza la stessa esistenza umana. L’uomo dopo la morte è nulla e il male di vivere è tale che sarebbe meglio non essere mai nati o andare al più presto nell’Ade.

Un’altra tematica molto presente nelle sue elegie è quella erotica, che si trova quasi totalmente nel secondo libro. Il suo eros è molto diverso rispetto a quello degli altri poeti simposiali: anch’esso è gnomico, ossia impegnato nell’insegnamento e nell’ammonimento ed è espressione dell’ethos dell’amore come paideia aristocratica. Molti sono i richiami, di reminiscenza saffica, al fanciullo amato che ha tradito la fede amorosa.

Il corpus naturalmente offre richiami significativi alla conversazione che era il cuore del simposio (tematica metasimposiale); si parla della conversazione, dell’ubriachezza, del silenzio diplomatico, della critica alla chiacchiera pericolosa e stolta.

Ciò che lega tutti i componimenti teognidei è l’autorità morale del poeta, che, con il suo canto, rimprovera chi fa scempio del patrimonio politico e aristocratico e rimpiange il passato, in un modo che ricorda quello di Alceo, il quale, come lui, sulla scena politica fu un perdente.

Lingua e stile

Dal punto di vista linguistico, l’autore non presenta novità: il metro che usa è il distico elegiaco; la lingua è omerica con pochissime forme doriche (da spiegare probabilmente come un’utilizzazione dei componimenti in area dorica); molto spesso compaiono formule omeriche, con varianti a seconda del contesto.

Fortuna

Teognide ebbe una certa fortuna nel V sec. a.C.; a Isocrate piacque molto come educatore. In epoca moderna è stato studiato da Nietzsche che in Teognide trovava una realizzazione degli ideali aristocratici e a lui si richiamò molte volte, più o meno esplicitamente, nelle sue opere filosofiche.

Per saperne di più

L. E. Rossi, R. Nicolai, Storia e testi della Letteratura Greca. L’età arcaica, Firenze 2002.

G. Cerri, Il significato di “sphregìs” in Teognide e la salvaguardia dell’autenticità testuale nel mondo antico, in “Lirica greca e latina. Atti del convegno di studio polacco-italiano”, Poznàn 2-5 maggio 1990, Roma 1992, pp. 25 ss.

 

Lascia un Commento

Si prega di inserire solo commenti inerenti l'articolo e relativi ad archeologia, storia e arte antica.