Eroda


 

Eroda

Eroda fu il maggior esponente di un genere letterario che conobbe ampia diffusione i età ellenistica: il mimo. Essi si divideva sostanzialmente in due sottogeneri: l’ilarodia, accostabile alla tragedia e la magodia, che si avvicinava alla commedia.

Vita

Abbiamo pochissime notizie sulla vita di Eroda; secondo alcuni era originario di un paese dorico, forse Siracusa, mentre secondo altri era di Cos, luogo dove erano ambientati i mimi dall’1 al 4. Sulla base del v. 79 del mimo 8 in cui compare l’espressione “miei Xuthidi”, si suppone che Eroda sia vissuto a lungo tra gli Ioni, prendendo forse la cittadinanza di Efeso. Visse nel corso del III sec. a.C. e svolse la sua attività poetica in ambiente alessandrino. Alcune allusioni sembrano rimandare a Tolomeo II Filadelfo (285-247 a.C.), mentre altre sembrano riferirsi di più all’epoca di Tolomeo III Evergete (247-221 a.C.).

Opere

La nostra conoscenza dell’opera di Eroda si deve alla pubblicazione nel 1891 del testo di un papiro del I sec. d.C., contenente otto componimenti, che i grammatici hanno definito mimiambi (cioè mimi scritti in giambi):

  1. La mezzana o la tentatrice: racconta il tentativo fallito di Gillide, una vecchia mezzana, di indurre all’adulterio la giovane Metriche mentre il suo sposo Mandris è in Egitto.
  2. Il lenone: è ambientato a Cos e rappresenta la causa intentata dal lenone Battano a un commerciante che, entrato a forza nella sua casa, ha violentato una delle ragazze.
  3. Il maestro: Metrotima si presenta con il figlio Cottalo al maestro Lamprisco e lo invita a punire il figlio per le sue monellerie. Il maestro accoglie l’invito e frusta il ragazzo; ma questo approfittando di un momento di distrazione, riesce a fuggire facendosi beffe del maestro.
  4. Le donne al tempio di Asclepio: due donne, Coccade e Cinnò, si recano al tempio di Asclepio per ringraziare il dio con un ex voto e un sacrificio, in seguito ad una guarigione ottenuta. Qui ammirano l’edificio e le magnifiche statue che lo adornano, finché il sacerdote non annuncia il buon esito del sacrificio. La struttura di questo mimiambo è molto simile a quella de I pellegrini di Epicarpo, Le spettatrici ai giochi istmici di Sofrone e le Siracusane di Teocrito. In tutte queste opere c’è l’inserimento di digressioni con descrizioni di opere d’arte, secondo un gusto tipicamente alessandrino.
  5. La gelosa: Bitinna, gelosa del suo schiavo-amante Gastrone, decide di metterlo alla tortura e solo l’intercessione della schiava Cidilla, a lei molto cara, riesce a farla recedere dal suo proposito di vendetta.
  6. Le amiche a colloquio segreto: Metrò fa visita all’amica Corittò e le chiede chi sia l’artigiano che ha realizzato il fallo di cuoio che ha visto da Nosside. In realtà esso è proprietà di Corittò che l’ha prestato a Eubule, raccomandandole di mantenere il segreto; ma Eubule, a sua volta, lo ha dato a Corittò, che solo dopo essersi calmata rivela a Metrò il nome dell’artefice dell’oggetto.
  7. Il calzolaio: il calzolaio Cerdòne espone i suoi manufatti a due giovani signore che gli sono portate dalla sua cliente Metrò. Concluso l’affare, Cerdone promette a Metrò, come ricompensa, un paio di scarpe.
  8. Il sogno: questo mimiambo ha valore programmatico, in quanto qui Eroda, attraverso l’allegoria, definisce il suo programma poetico e si difende dai critici. Un personaggio (il poeta) racconta a una schiava un sogno: mentre conduceva un capro in un bosco, questo ha mangiato delle foglie di querce in un recinto sacro, compiendo sacrilegio. Alcuni pastori, che stavano celebrando una festa in onore di Dioniso, lo hanno fatto a pezzi ricavandone un otre e si sono messi a saltare sull’otre. Nessuno, tuttavia, è riuscito a restarvi in piedi, tranne il personaggio stesso che si sarebbe aspettato il premio: invece un vecchio lo ha minacciato con un bastone e mentre il personaggio invocava l’intervento di Dioniso il sogno è finito. Secondo i critici, il vecchio minaccioso sarebbe Ipponatte e Eroda manifestava l’intenzione di porsi nella tradizione ipponattea del giambo zoppo (detto anche coliambo o scazonte). Eroda, inoltre, si difende anche dai suoi critici, allegoricamente rappresentati dai pastori che fanno a pezzi il suo capro (che allegoricamente rappresenta la sua opera). Alcuni vorrebbero identificare i pastori con Callimaco e Teocrito, ma questa ipotesi è dubbia, perché in realtà sono molti i tratti che accomunano i tre scrittori. 

Poetica

Eroda non è un poeta politico, né è, come qualcuno lo ha voluto definire, portavoce delle classi oppresse e subalterne. In realtà temi e personaggi dei mimiambi sono popolari, ma le opere presentano una notevole elaborazione formale e sono l’esito poetico della commistione dei generi letterari del mimo e del giambo. Il “verismo” dei mimiambi è, quindi, solo di maniera e va visto come il risultato di raffinate procedure poetiche , sostenute da una vasta cultura letteraria, che doveva avere anche il destinatario, e da un’accurata scelta lessicale (parole rare, colloquialismi e volgarismi). Eroda, quindi, è poeta doctus e la sua originalità sta nel rapporto tra tematiche popolari (spesso oscene) e modi per esprimerle. I suoi mimi non erano destinati al grande pubblico, ma ad un’élite culturale e sociale che poteva comprendere la sua raffinata tecnica poetica. Secondo alcuni i mimiambi erano destinati alla lettura ad alta voce; altri, invece, ritengono che fossero recitati come monodia ad opera di un attore. I mimiambi, comunque, mimano efficacemente la scena e il dialogo drammatico.

Lingua e stile

La lingua di Eroda è una studiata lingua letteraria, che su uno sfondo ionico innesta forme attiche. Come Ipponatte, anche Eroda si configura come un poeta glossematico: infatti ricorrono voci dotte e calchi del lessico della tradizione letteraria e numerosi sono gli hapax. Lo stile è una fusione del giambo arcaico e del dialogo drammatico; sono presenti proverbi, espressioni gnomiche e molte figure retoriche. Il metro è il coliambo ipponatteo, che a volte si presenta come ischiorrogico.

Fortuna

I mimi di Eroda ebbero una certa diffusione nel mondo antico, soprattutto nel I sec. a Roma: Plinio il Giovane, infatti, pone Eroda sullo stesso piano di Callimaco. La critica idealistica lo ha ritenuto un poeta artificioso, senza apprezzarne la novità e lo sperimentalismo linguistico; invece ha riscosso un certo successo presso la critica marxista per il realismo e la sua presunta inclinazione in favore delle classi meno abbienti.

Per saperne di più

L. E. Rossi, R. Nicolai, Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, Roma 2003.

Q. Cataudella, Eroda. I mimiambi, Milano 1948.

 

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