
Frammento di papiro greco da Oxyrhynchus con testo di Callimaco
Callimaco è stato il primo poeta editore della sua opera e ha dato un ordine anche alla sequenza delle singole opere, costruendo una sorta di enciclopedia personale che mira a sostituire la grande poesia epica da lui disprezzata.
Callimaco fu un poeta di èlite ed ebbe fortuna soprattutto nel mondo romano. L’avvento dei regni ellenistici infranse la figura dell’intellettuale operante nella polis e l’uso della scrittura e del libro staccarono l’opera dall’occasione esterna: il libro, dunque, divenne il canale privilegiato di diffusione del testo. Il legame con l’occasione venne a mancare e il poeta poteva elaborare il suo prodotto con maggiore libertà, essendo sì vincolato dal rispetto di un codice, ma era un codice che lui stesso poteva elaborare, liberandosi dalle leggi dei generi letterari tradizionali. Il genere letterario divenne, così, una struttura aperta a possibilità infinite di innovazione e sperimentazione. Callimaco teorizzò in maniera esplicita i suoi metodi, inserendo nelle sue opere molte sezioni programmatiche, divenendo un punto di riferimento per autori greci e latini.
Vita
Callimaco nacque intorno al 310 a.C. a Cirene, colonia greca sulle coste dell’Asia Minore, da una nobile famiglia che vantava tra i suoi antenati Batto, mitico fondatore della città. A causa delle ristrettezze economiche in gioventù fu costretto a fare il maestro di scuola ad Alessandria d’Egitto. Qui entrò in contatto con la corte reale dei Tolomei e ottenne il favore prima di Tolomeo II Filadelfo, poi di Tolomeo III Evergete. L’estrema simpatia per l’ambiente di corte è provata dall’elegia La chioma di Berenice, la sua ultima opera che possiamo facilmente datare (246 a.C.). Callimaco fu attivo nella Biblioteca di Alessandria, dove si distinse per i suoi lavori grammaticali e filologici tra cui ricordiamo le pinakes (tavole), un catalogo complessivo di tutta le letteratura greca andato perduto. Morì ad Alessandria intorno al 240 a.C.
Opere
Il lessico bizantino Suda attribuisce al poeta la composizione di 800 volumi, che comprendono i campi più diversi. Notissimo nel mondo antico furono gli Aitia (Cause), una raccolta di elegie divise in quattro libri di cui ci restano solo frammenti papiracei; il poemetto in esametri Ecale; tredici giambi; una sessantina di epigrammi e sei Inni agli Dei. Inoltre fonti dirette o indirette gli attribuiscono alcuni carmi d’occasione, come gli epinici, per le vittorie ai giochi sportivi di personaggi di corte; l’Ibis, parodia satirica rivolta al suo avversario Apollonio Rodio e altri componimenti lirici sia poetici sia eruditi.
Poetica e polemiche letterarie
La poetica di Callimaco si può desumere dal prologo degli Aitia, in cui è contenuta la polemica contro i Telchini.
I Telchini sono una stirpe di demoni tradizionalmente collocati a Rodi: essi vanno identificati con Asclepiade, Posidippo e Prassifane di Mitilene, i principali avversari del poeta, che gli rimproveravano la brevità e la mancanza di unità. Callimaco contrappone alla grande poesia epica la brevità concentrata e l’erudizione preziosa e virtuosa. Ai modelli che per Aristotele erano canonici (i poemi omerici e alcune tragedie) Callimaco oppone la poesia di Esiodo: ciò imponeva una scelta di veridicità e una professione di realismo: in luogo del canto altisonante, il poeta deve scegliere quello conforme a sé stesso.
Aitia
Si tratta di componimenti in metro elegiaco, che illustrano vicende di uomini, eroi e dei, per spiegare le origini di culti religiosi, miti e costumi. Proprio per questo sono definiti “eziologici” dal termine aitia che significa “causa”. Queste elegie possono essere considerate una vera e propria enciclopedia del mito: esse trattavano una grande quantità di argomenti e in esse la mitologia, indagata poeticamente come se fosse storia antica, costituisce la base su cui è nata la storia e su cui si fonda il presente. Per molto tempo si è creduto che Callimaco scegliesse versioni marginali o varianti remote dei singoli miti: in realtà non è così. Dobbiamo tener conto che non ci sono pervenuti gran parte del ciclo epico e della tragedia; i miti raccontati da Callimaco dovevano essere noti al suo pubblico. Gli Aitia erano ricchi di motivi novellistici: nel III libro era collocata l’elegia dedicata alla novella di Aconzio e Cidippe, che si ritrova anche nelle “Eroidi” di Ovidio. Aconzio, innamorato di Cidippe, incide su una mela un giuramento che la lega a sé; Cidippe legge ad alta voce le parole incise sulla mela e, quando si sta per sposare con un altro uomo per volontà del padre, cade ammalata e il matrimonio non viene celebrato. Questo fenomeno si ripete anche al secondo e al terzo tentativo. Il padre consulta l’oracolo di Apollo che svela il mistero e acconsente alle nozze tra Aconzio e Cidippe. Nel IV libro era inserita “La chioma di Berenice”. Berenice, moglie di Tolomeo III, aveva offerto un ricciolo dei suoi capelli, affinché il marito tornasse vincitore dalla guerra con la Siria. Il ricciolo scomparve dal tempio e l’astronomo di corte Conone ne prese spunto per dar nome “Chioma di Berenice” ad una costellazione da lui scoperta. Nell’opera il ricciolo parla in prima persona e racconta il suo viaggio nel tempio di Arsinoe-Afrodite, e poi la sua trasformazione in costellazione.
Inni
Gli Inni si rifanno al modello consacrato dalla tradizione, ma lo innovano sia nello stile, pervaso di ironia e ricco di numerosi riferimenti eruditi, sia nella scelta del metro. Essi sono sei componimenti, di cui i primi quattro (A Zeus, Ad Apollo, Ad Artemide, A Delo) sono in esametri dattilici; il quinto (Per il bagno di Pallade) è in dialetto dorico e in metro elegiaco; il sesto (a Demetra) è ugualmente in dialetto dorico, ma in esametri dattilici. La loro destinazione è un simposio di eruditi, come si può vedere nell’Inno a Zeus e la cornice simposiale determina una sorta di contaminazione tra la poesia lirica che si cantava durante i banchetti e gli inni di tipo omerico, cantati in onore delle divinità in occasione di feste religiose.
Giambi
I Giambi sono una silloge poetica, organizzata dall’autore, composta da diciassette carmi, sette dei quali sono in coliambi (I-IV e XIII), due o tre (IX, X e forse VIII) in trimetri giambici, uno di trimetri trocaici catalettici (XII), tre in strutture epodiche (V-VII), gli ultimi quattro e forse anche l’XI in metri lirici. La varietà tematica in questi componimenti è notevole e spesso le singole tematiche erano legati a generi del tutto estranei al giambo. Un posto di rilievo assume la discussione di poetica nel Giambo I , in cui Ipponatte raduna tutti i dotti di Alessandria nel Serapeo e, per invitarli alla concordia, racconta loro la storia della coppa di Baticle, che doveva essere assegnata al più saggio dei Sette Sapienti e, dopo essere passate dalle mani di uno a quelle di un altro, fu consacrata da Talete ad Apollo. Ipponatte annuncia poi la novità del giambo callimacheo e viene chiamato in causa anche nel Giambo XIII, dove un avversario accusa Callimaco di scarsa fedeltà rispetto al modello; l’autore si difende adducendo l’esempio della varietà di Ione di Chio, attivo in diversi generi letterari.
Nei Giambi di Callimaco, che possono considerarsi un vero e proprio esperimento letterario, l’invettiva personale propria del genere è integrata dal richiamo frequente alla morale popolare e tocca gli argomenti più vari: questa opera è fondamentale per comprendere la satira di Lucilio e di Orazio, sebbene Quintiliano la consideri tipicamente romana.
Ecale
L’Ecale è un epillio, ossia un piccolo componimento epico. Il mito narrato riguarda un episodio marginale delle gesta di Teseo. L’eroe, alla ricerca del terribile toro che devastava la zona di Maratona, viene sorpreso da un temporale e trova ospitalità presso una vecchietta chiamata Ecale. Il giorno seguente Teseo riesce ad abbattere il toro ma, ritornando alla casa di Ecale, la trova morta e, per onorarne la memoria, istituisce il nuovo demo di Ecale e dedica un tempio a Zeus Ecaleio.
Come possiamo notare, si tratta di un racconto eziologico che viene inserito in una struttura narrativa epica. Il personaggio centrale non è l’eroe, ma Ecale un’umile vecchietta che conduce una vita semplice: ci troviamo di fronte ad un epos che è anche antiepos. Callimaco non utilizza più formule della tradizione epica, ma nuove espressioni in cui la raffinatezza stilistica si unisce alla semplicità che nasce dall’osservazione della vita quotidiana.
Altre opere
A Callimaco sono attribuite elegie ed epigrammi di argomento votivo, sepolcrale e pederotico, che noi conosciamo in massima parte attraverso l’Antologia Palatina. Importantissimi furono le Pinakes, monumentale opera di classificazione della letteratura greca in 120 libri, il Pinax dei poeti drammatici, in ordine cronologico, scritti geografici e lessicografici e un’opera paradossografica, Sulle meraviglie, fondata sulle notizie sparse raccolte in opere storiche e geografiche del IV sec. a.C.
Fortuna
Callimaco ebbe fortuna immediata soltanto in ambienti dotti, in quanto l’epica da lui fortemente avversata continuò ad essere prodotta in epoca ellenistica e oltre. In epoca romana fu molto amato da Ennio e Catullo; fu studiato nell’età bizantina e in età moderna è stato rivalutato soprattutto grazie al filologo Rudolf Pfeiffer.
Per saperne di più
L. E. Rossi, R. Nicolai, Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, Roma 2003.
G. Benedetto, Il sogno e l’invettiva. Momenti dell’esegesi callimachea, Firenze 1993.
L. Torraca, Il prologo dei Telchini e l’inizio degli Aitia di Callimaco, Napoli 1973.
Autore: Emilia Panicali
