Da dove provenivano i bronzi?
Con l’affermazione relativa all’età dei vari reperti (che li collocava in un arco di tempo che va dal IV secolo a.C. sino ad arrivare al III secolo d.C.) cadeva quindi definitivamente la primitiva ipotesi con cui si riteneva di aver scoperto semplicemente alcune statue frammentatesi nel corso del naufragio o della permanenza sul fondo. Ma se da un lato questa ampia datazione chiariva cosa esse non fossero, permettendo di stabilire che non si era in presenza dei pezzi di due o tre statue distrutte dalla furia del mare, dall’altro poneva agli studiosi una serie di interrogativi di difficile soluzione. Diveniva infatti necessario spiegare il motivo della presenza in quel tratto di mare di decine e decine di pezzi di bronzo appartenenti ad un elevato numero di statue di epoche e fatture estremamente varie; in tal senso si prospettò un ampio ventaglio di ipotesi e di varianti delle stesse, che doveva essere poi verificato ed eventualmente convalidato dai successivi studi sui materiali e sulle aree circostanti quella della scoperta. Dopo essere stata definitivamente abbandonata la primitiva speranza di un bis delle statue di Riace, si era infatti propensi a credere che i frammenti scoperti si trovassero a bordo di una antica imbarcazione naufragata, e che il suo carico fosse costituito esclusivamente da pezzi di state, una sorta di rottamaio destinato alla rifusione, in pratica un vero e proprio processo di riciclaggio del prezioso metallo. Il dottor Andreassi, come pure gli studiosi impegnati nelle ricerche, alla luce dei dati di cui era al momento in possesso propendevano per questa ipotesi. Gran parte dei dati rilevati in quelle prime fasi dello scavo subacqueo avvalorava infatti la possibilità del riciclaggio di bronzo, anche se alcuni elementi sollevavano ulteriori dubbi. Erano oramai quindi da scartare le ipotesi che parlavano di un antico carico di oggetti di antiquariato, o del trasporto di statue in pezzi, da rimontare poi una volta giunte a destinazione. Il problema del mancato ritrovamento di frammenti dell’imbarcazione, neppure di piccole dimensioni, era un’altro degli interrogativi sollevati da questa scoperta.
Il mistero della nave
Per quanto riguarda la nave sino ad allora non erano stati trovati elementi attribuibili con assoluta certezza ad un relitto, fatti salvi uno scandaglio in piombo e due piccole ancore in pietra, ma essi potrebbero essere stati smarriti da navi di passaggio, incastrandosi nelle rocce del fondo, in periodi storici differenti e molto lontani tra loro. Puo anche darsi che non si sia trattato di un vero e proprio naufragio, con conseguente affondamento della nave, bensì di un semplice capovolgimento, per cui la sfortunata imbarcazione, dopo aver disperso in mare il suo carico o parte di esso, sarebbe andata alla deriva, probabilmente finendo sulle scogliere della costa. Non si era però neppure certi che l’imbarcazione che trasportava i bronzi fosse una nave nella sua forma classica, poteva anche darsi che si trattasse semplicemente di una grossa chiatta adatta tutt’al più alla navigazione costiera; ovviamente ciò poteva essere stabilito solo se e quando verranno scoperte parti dello scafo, ammesso che ne esistano ancora. Grossi dubbi sussistevano anche sulla datazione dell’imbarcazione; poteva essere stata una nave tardo romana, nel qual caso doveva essere necessariamente posteriore al frammento bronzeo più tardo, quindi successiva al III secolo d.C.. Ma poteva essersi trattato di una imbarcazione molto più tarda, anche posteriore al mille, medievale, magari ottomana. Altro interrogativo riguardava la provenienza e la destinazione di questo strano carico; poteva essersi trattato di un bottino di guerra, il frutto del saccheggio di una città conquistata, le statue dei vinti fatte in pezzi e ammucchiate man mano a formare un grande cumulo. Solo in un secondo tempo i vincitori avrebbero iniziato a caricare i pezzi sulle loro navi al fine di trasportarli in patria per rifonderli; nel compiere tale operazione, prelevando i frammenti da una enorme catasta, è abbastanza facile ipotizzare che in un singolo carico non siano finiti due pezzi della stessa statua.
Un antico rigattiere?
Era anche però possibile che si fosse in presenza del carico della nave di un antico rigattiere, un commerciante che acquistava vecchie statue per demolirle e riutilizzarne il prezioso metallo. In entrambi i casi la destinazione avrebbe potuto essere un porto situato nelle vicinanze. Ovviamente il concetto del riciclaggio del bronzo avrebbe pieno valore anche considerando un naufragio avvenuto in epoche successive, quando il metallo era il principale costituente delle bocche da fuoco; anzi, il fatto che siano state malamente fatte a pezzi statue di grande pregio e straordinaria fattura, veri e propri capolavori in bronzo, scredita l’ipotesi del commercio di oggetti d’antiquariato facendo pendere la bilancia a favore di un riutilizzo del metallo in epoche molto meno sensibili al fascino dell’arte. Si poneva poi il problema del metodo usato per demolire le statue: se i loro arti fossero realmente stati spezzati, come era uso del tempo, colpendoli con mazze o strumenti simili, i pezzi dovrebbero recare il segno dell’urto; era quindi necessario un accurato esame delle superfici del metallo per verificare questa eventualità’. per quanto riguarda la quasi totalità dei pezzi scoperti essi non avevano attinenza tra loro, facendo ciascuno parte di una statua differente, ma alcuni frammenti sembrano invece provenire dello stesso pezzo, sopratutto per quanto riguarda le teste fracassate, e ciò sembrava indicare che si erano fratturati nel corso della permanenza sul fondo.
Tempeste o mine?
Restava da stabilire come. In relazione al processo di frammentazione dei reperti avvenuto dopo la caduta sul fondo, di cui sembrano esistere tracce, e sopratutto alla sparizione del relitto, va tenuto in considerazione il fatto che nel tratto di mare in questione, durante l’inverno i venti dominanti possono soffiare con inaudita violenza, gonfiando il mare sino a forza dieci. Nel corso di simili tempeste, come sono pronti a testimoniare tutti gli uomini di mare del posto, la potenza delle onde si fa sentire prepotentemente anche alla profondità di sedici metri e la loro incredibile energia cinetica può facilmente essere in grado di rimuovere, sballottare e frammentare anche grosse statue in bronzo. Tra le varie ipotesi non poteva infine essere esclusa a priori quella che chiamava in causa un ordigno della seconda guerra mondiale esploso nei pressi di un antico naufragio. L’area del ritrovamento, nel corso del secondo conflitto, era ritenuta di grande importanza strategica, in quanto vicina al porto e all’aereoporto militare; molto temuti dagli alti comandi erano uno sbarco nemico o una azione di commando; per tale ragione lungo la costa erano state costruite massicce fortificazioni armate con cannoni pesanti e il mare antistante era stato minato in più tratti. Non poteva quindi esssre escluso che una delle innumerevoli mine navali dislocate in acqua sia potuta esplodere proprio nei pressi di quel che restava del relitto e del suo carico. L’esplosione e la conseguente onda d’urto spiegherebbero la successiva ulteriore frammentazione, la dispersione dei pezzi e la strana posizione, quasi nascosta nella rientranza della roccia, dei due tronconi di statua. In ogni caso al momento della scoperta era davvero troppo presto per poter attribuire valore ad una ipotesi più che ad un altra; si ritenne necessario attendere la fine delle ricerche nelle aree circostanti e sopratutto degli studi sui materiali recuperati per poter tentare di mettere insieme i pezzi di questo affascinante puzzle storico.
Autore: Giovanni Lattanzi
