Bronzi di Brindisi, la scoperta: operazioni subacquee


 

I primi giorni di lavoro sul sito sono stati dedicati allo scavo dei “punti caldi” indicati inizialmente dal metal detector all’interno dell’area del primo ritrovamento. Lo scavo è stato effettuato con l’ausilio di una sorbona ad aria alimentata da un compressore posto sulla barca appoggio. Sono stati così messi in luce alcuni arti in bronzo, come mani e braccia, e numerosi altri frammenti, tra cui un ampio brandello di capigliatura; al termine dello scavo ciascun reperto o frammento è stato segnalato con un cartellino in materiale plastico recante il relativo numero di catalogo attribuitogli. Dopo aver completamente ripulito dai sedimenti un area di circa dieci metri quadri si è passati alla seconda fase, quella della filmatura e del rilievo fotografico dei materiali scoperti, al fine di disporre di una ampia documentazione degli stessi e delle loro posizioni relative.

Successivamente le archeologhe del team hanno effettuato il disegno ed rilievo planimetrico completo di tutti materiali, delle giaciture e delle loro posizioni relative. per il rilievo, data la particolare situazione morfologica del sito, che avrebbe ostacolato la messa in pratica di altre soluzioni tecniche, si è preferito ricorrere al triplometro. Si tratta di un metodo di rilevamento basato su un cavo di acciaio teso tra due capisaldi topografici, ad esso viene agganciata un’asta metrica sulla quale scorre, perpendicolarmente, una seconda asta di misura; una volta messa in bolla quest’ultima, sui tre assi di riferimento vengono prese le misure relative al pezzo in esame. Terminate tutte le operazioni di documentazione e di rilievo è poi finalmente possibile procedere al recupero dei materiali. La tecnica di recupero adottata è stata quella delle ceste; i reperti, sono stati imballati sott’acqua con materiali spugnosi in grado di assorbire eventuali urti e vibrazioni, deposti all’interno di casse in materiale plastico ed accuratamente immobilizzati con l’aggiunta di spessori di gommapiuma. Ciascuna cesta è stata poi sollevata singolarmente per mezzo di palloni ad aria e seguita da un sub sino al momento dell’arrivo in superficie; qui i contenitori sono stati issati a bordo dei gommoni di appoggio e rapidamente trasportati a terra.

Le notevoli cautele adottate sono ampiamente giustificate dal fatto che, prima del recupero, ne i restauratori ne gli stessi tecnici subacquei erano riusciti ad acquisire elementi sufficienti per stabilire con certezza il grado di compattezza e le condizioni di conservazione del metallo, motivo per cui era assolutamente necessario evitare qualsiasi situazione di stress meccanico ai reperti al momento del recupero. Un successivo esame compiuto a terra ha permesso di accertare che lo stato del metallo era complessivamente buono e la sua conservazione più che soddisfacente, anche se in alcuni casi i processi di ossidazione avevano già attaccato lo strato più superficiale. Una volta recuperati, i reperti sono stati trasportati nel Museo Archeologico Provinciale di Brindisi e qui, dopo un rapido esame ed un lavaggio per liberarli dalle alghe e dai sedimenti sciolti, immersi in una vasca contenente acqua dolce, dove sono rimasti per alcuni giorni al fine di liberarli dalla salsedine. Negli stessi locali del museo, dopo alcuni giorni, sono giunti anche i reperti che erano stati portati alla luce nel corso dei primi sopralluoghi effettuati dai Carabinieri e che erano rimasti custoditi nella locale caserma, tra i quali la splendida testa a tutto tondo ed il primo piede scoperto dal maggiore Robusto. In mare, parallelamente al cantiere, proseguivano ovviamente le operazioni di ricerca e le ricognizioni a vista e con l’uso del metal detector nelle zone adiacenti, sopratutto allo scopo di delimitare con precisione il sito e di individuare le aree di interesse dove spostare le ricerche.

 

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